“Sono deluso dalla scelta della Fiat che vuole battere vecchie strade anziché cercare di risolvere i disagi che ci sono a Melfi, se la Fiat si orienta su vecchie strade noi dobbiamo fare di tutto per non dare una risposta come quella del 1980. Spero e mi auguro, e questo è anche responsabilità delle Rsu e della Fiom, di comprendere quando e come riorientare questa forma di lotta. È evidente che non si può andare avanti per un tempo infinito con un blocco della produzione che serve certo a dare una spallata ma non è la forma con cui ti proponi di gestire una lotta che ha caratteristiche nuove.” (Gugliemo Epifani segretario generale della Cgil nazionale, Il Sole 24 ore 25 aprile 2004)
All’alba di domenica 9 maggio Fiat e sindacati hanno sottoscritto un accordo sulla vertenza degli operai di Melfi. L’accordo non contiene tutto quello che chiedevano i lavoratori, ed è magro rispetto alla forza che i lavoratori hanno saputo mettere in campo. Tre settimane di blocco della produzione, una adesione e una tenuta nel tempo pressochè totale, una lezione di lotta di classe in primo luogo al segretario generale del più grande sindacato del paese. Meritavano sicuramente di più.
Di Paolo Grassi
L’accordo non può dirsi soddisfacente perché pur essendoci dei passi avanti significativi non contiene tutto quello che i lavoratori chiedevano, e se è pur vero che una trattativa significa dover anche cedere qualcosa delle proprie richieste iniziali, crediamo che i vertici sindacali abbiano lasciato sul tavolo più del necessario.
Detto questo dobbiamo però rendere merito ai lavoratori ed essere consapevoli che è del tutto giustificato l’entusiasmo e l’altissima adesione espressa dai lavoratori ad accordo raggiunto. Ma dobbiamo essere consapevoli anche del fatto che si è semplicemente chiuso un primo round di uno scontro che vedrà i lavoratori di Melfi dover riprendere in mano la lotta per un vero miglioramento delle proprie condizioni di vita e di salario. E le condizioni di partenza per le lotte future sono le migliori perché gli operai in fabbrica ci sono tornati a testa alta, di chi si sente vincitore.
È stato ottenuto un aumento di 105 euro, ma l’aumento è scaglionato in tre tranch, una a luglio di quest’anno pari al 50% dell’aumento finale concordato, una nel luglio dell’anno prossimo pari a un ulteriore 25% e una nel luglio del 2006 del restante 25%.
Quindi nei prossimi due mesi nessun aumento, poi un aumento di 52,50 euro per un anno, che diventeranno per un altro anno 79 euro per essere 105 solo tra oltre due anni, cifra ovviamente lorda. Questo lo si può definire un aumento salariale ma non lo si può chiamare, almeno per i prossimi 26 mesi, aver ottenuto l’equiparazione ai salari dei lavoratori degli altri stabilimenti. Stesso discorso vale per l’indennità notturna pagata con il 45% di maggiorazione mentre negli altri stabilimenti è pagata al 60,5%. Anche qui lo scaglionamento è simile e i lavoratori di Melfi andranno a prendere la stessa indennità solo tra 26 mesi.
Certo si potrà sostenere che bisogna guardare l’accordo nel suo complesso, e che l’odiata “doppia battuta” è stata abolita e questo per gli operai non ha prezzo. Verissimo, che per gli operai non ha prezzo (a proposito ma chi l’ha firmato l’accordo che prevedeva questi turni e queste gabbie salariali nel 1993 con la Fiat?), è però vero che l’accordo permette alla Fiat di mantenere lo stesso livello di produttività. Quindi pur cambiando la turnazione, cosa non da poco, rimane un problema di fondo, i ritmi di sfruttamento, le pressioni per mantenere gli obbiettivi previsti non cambieranno.
Infine sulla terza e molto sentita questione dei provvedimenti disciplinari si è giunti ad un accordo che in verità non da nessuna garanzia di risolvere il problema. Sui provvedimenti non si doveva rimandare a una ipotetica commissione di conciliazione, si doveva pretendere da subito il ritiro di tutti i licenziamenti e i provvedimenti. Perché in quel momento gli operai stavano bloccando la produzione anche per questo e in quel momento la Fiat subiva ogni minuto che passava un danno ingente ai propri profitti.
Non diamo un giudizio così critico all’accordo per il gusto di farlo o peggio per voler dare una lezione di sindacalismo a qualcuno e meno che mai ai lavoratori. Bisogna chiamare le cose col proprio nome rifiutando di dargliene uno diverso. L’accordo, che rappresenta comunque un passo avanti per i lavoratori, non è il massimo che si poteva ottenere. E non è stato ottenuto di più, o ancora meglio, tutto quello che si poteva chiedere, non certo per incapacità dei lavoratori che hanno dato lezioni di lotta di classe a tutti, ma per colpa dei dirigenti sindacali, in primo luogo della Fiom, che hanno condotto questa vertenza. Nessuno può negare che la Fiom si sia dimostrata in questo frangente, come già in tante altre occasioni in questi ultimi tre anni, di essere la categoria sindacale più combattiva e vicina ai lavoratori. Detto questo però è innegabile che nelle varie fasi della lotta e della trattativa non ha mantenuto la fermezza e la coerenza necessarie.
Dopo le cariche della polizia, subite dai lavoratori di Melfi, il 26 e il 27 sono state oltre 150 le fabbriche in cui ci sono stati scioperi spontanei estremamente partecipati. C’erano tutte le condizioni per estendere la lotta e non lasciare isolato lo stabilimento di Melfi. La Fiom, giustamente, convoca uno sciopero nazionale di quattro ore di tutta la categoria il 28 aprile, ma sembra proprio che l’apparato non l’abbia organizzato in modo serio, anzi in alcuni casi si ha avuto proprio l’impressione che si fosse fatto di tutto per raffreddare gli animi dei lavoratori. A Torino si sono organizzati dei presidi estremamente poco partecipati intorno allo stabilimento di Mirafiori a Torino (il più grosso davanti alla porta centrale contava 200 lavoratori), non si è voluto fare una vera manifestazione nonostante il clima e la disponibilità alla lotta era stata ampiamente dimostrata dai lavoratori con gli scioperi spontanei nei due giorni precedenti. Lo stesso vale per Brescia dove il vertice sindacale ha portato mille operai in piazza perché nei fatti non ha organizzato lo sciopero. E che dire di Milano dove tutto quello che ha saputo fare il gruppo dirigente Fiom locale è stato di radunare 500 persone davanti all’Alfa di Arese. Meno male che il Cobas dell’Alfa si è impegnato a portare un po’ di lavoratori rendendo meno eclatante il disimpegno dei dirigenti Fiom.
Nè in quel momento nè in nessun altro momento c’è stata la volontà di estendere la lotta, cosa che sarebbe stata necessaria per agevolare la vittoria di Melfi, e anche per riaprire la partita del contratto nazionale che non abbiamo ancora conquistato.
Nei giorni successivi tutta l’azione dei vertici Fiom era volta a smorzare gli animi, a giocare il classico ruolo del “pompiere”.
È un fatto che Rinaldini giovedì 29 aprile davanti ai cancelli dello stabilimento di Melfi ha proposto di sospendere lo sciopero per permettere di iniziare la vera trattativa con la Fiat? È o non è vero che è stato duramente contestato dai lavoratori e ha dovuto fare un passo indietro e accettare che lo sciopero continuasse ad oltranza. Non è forse stata la continuazione ad oltranza dello sciopero a far cedere la Fiat? Se si fosse tornati a lavorare cosa sarebbe successo? Sicuramente non si sarebbe ottenuto neanche quello che è stato ottenuto il 9 maggio. E di chi sarebbe stata la responsabilità?
E ancora: perché nelle battute conclusive della trattativa si è accettato di riportare il tavolo a Roma invece di mantenerlo a Melfi? Conquista, quella di aver ottenuto il tavolo di trattativa a Melfi, che aveva rigenerato i lavoratori che si sentivano ancora più motivati e convinti che ormai l’azienda era con le spalle al muro. Non per nulla quando la trattativa a Melfi fu sospesa per la prima volta per permettere ai delegati di comunicare quali erano le proposte di mediazione della Fiat, i lavoratori li hanno rispediti indietro con la seguente risposta “Dopo la proposta dell’azienda, si è riunita l’assemblea dei lavoratori che presidiano l’area industriale: la risposta emersa in un clima di forte tensione è stata negativa. Anzi l’assemblea ha deciso di rilanciare con una controproposta così definita: l’aumento immediato deve essere pari a due terzi del differenziale con gli altri stabilimenti e il terzo restante non deve essere vincolato ai conti aziendali. Inoltre, il premio annuo deve prevedere una 14esima di 300 euro in luglio. Entro le 14.00 di oggi, dicono, la Fiat deve darci una risposta, altrimenti intensificheremo la lotta.” (La Repubblica sabato 8 maggio 2004)
È chiaro che le pressioni a Melfi non le sentivano solo i padroni, ma anche i dirigenti sindacali, e questa non deve essere stata cosa gradita.
Queste sono le cause che hanno portato a un accordo finale inferiore a quanto i lavoratori potevano aspirare mettendo in campo una lotta di tale portata.
I lavoratori di Melfi sono consapevoli di aver compiuto qualcosa di storico, da oggi in poi chi vuole lottare veramente per migliorare le proprie condizioni di vita non può che prendere esempio da Melfi e seguire la strada da loro indicata.
Sono anche consapevoli che non hanno ottenuto tutto quello che volevano e poco peso danno ai toni trionfalistici con cui l’accordo è stato presentato dai vertici sindacali. Quello che sanno è di aver misurato la propria forza e di essere riusciti a mettere nell’angolo il padrone più forte e arrogante del paese. Padrone che non dimentichiamocelo ha prima tentato di fare un accordo separato farsa con i vertici compiacenti di Fim-Cisl e Uilm-Uil. Poi ha giocato la carta della violenta repressione mandando le forze dell’ordine a manganellarli. A ogni tentativo di piegare la resistenza degli operai i padroni hanno ottenuto il risultato opposto. A ogni tentativo dei vertici sindacali di riportarli a miti consigli i lavoratori hanno serrato le fila e si sono fatti più severi verso chi doveva dirigerli.
Questa è la vera vittoria dei lavoratori.
Il “prato verde” dei 9mila provvedimenti disciplinari non c’è più e i capi e capetti al servizio degli Agnelli non potranno permettersi tanto facilmente di trattarli come in passato.
Ma c’è ancora tanto da fare, le esigenze produttive porteranno i padroni, presto o tardi, a cercare di ristabilire l’ordine costituito. E se da un lato c’è stata una presa di coscienza cosi profonda che ci fa dire che a Melfi nulla sarà più come prima, dall’altra l’esperienza ci dice che se i lavoratori non si pongono il compito di avere il pieno controllo del loro sindacato, la Fiom, presto o tardi la reazione padronale rialzerà la testa. Un buon inizio è il fatto che si stiano raccogliendo le firme nello stabilimento per far decadere la Rsu e eleggerne una nuova, visto che la Fim-Cisl conta il 57% dei delegati e si è comportata come abbiamo visto. Ma questo non è sufficiente.
Inoltre i problemi occupazionali dell’indotto e del gruppo Fiat nel suo complesso non sono per nulla risolti. Il consorzio delle fabbriche dell’indotto che lavorano per la Fiat a Melfi hanno dichiarato che applicheranno ai propri lavoratori le stesse condizioni accettate dalla Fiat. Ma sappiamo che queste dichiarazioni possono essere rimangiate in qualsiasi momento. Inoltre nell’indotto c’è un grave problema occupazionale, su circa 3mila lavoratori a Melfi, 400 sono in cassa integrazione, e non è da escludere che nei prossimi mesi verranno dichiarati degli esuberi. Non possiamo escludere a priori che dopo la legnata che si è preso il padrone Agnelli, domani per ricattare e riaddomesticare i lavoratori di Melfi non vengano fuori con l’idea di spostare parte della produzione.
I lavoratori di tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat e dell’indotto hanno solo ed esclusivamente interessi comuni. Il problema dei ritmi e dei salari di Melfi e il pericolo di chiusura di Mirafiori, o la dismissione di Arese sono un problema di tutti i lavoratori di tutti gli stabilimenti. Di quelli citati, di Termini Imerese, Pratola Serra, Val di Sangro, Termoli, Cassino e Iveco.
Non si può pù rinviare una seria discussione su come prepararsi per il futuro. Tutti i dirigenti sindacali discutono dei problemi della Fiat su comode poltrone in interminabili seminari ma nessuno di loro prende l’iniziativa per prepararci a questa battaglia decisiva.
L’unico modo per farci trovare preparati a questo scontro è sviluppare una piattaforma di rivendicazioni che riduca l’orario di lavoro a parità di salario, permettendo così la ridistribuzione del lavoro in tutti gli stabilimenti e una nuova tornata di assunzioni.
Ma per fare questo, per permettere che la Fiat sia un’industria che metta le proprie risorse a disposizione dei lavoratori e del paese è necessario in ultima analisi rivendicarne l’esproprio sotto il controllo dei lavoratori.
Solo così potremo incamminarci vero la definitiva soluzione del problema occupazionale della Fiat, dell’indotto.
Epifani all’inizio della vertenza aveva ricordato i pericoli di certe forme di lotta citando la gloriosa lotta dei lavoratori della Fiat di Mirafiori che nel 1980 occuparono per 35 giorni consecutivi i cancelli della fabbrica per opporsi a 27mila licenziamenti. La lotta venne sconfitta e da allora è sempre stata considerata la sconfitta che aprì la strada alla reazione padronale che ci ha portato alla situazione di oggi. Epifani ha dimenticato di dire chi sono stati i responsabili di quella sconfitta. I dirigenti sindacali di Cgil, Cisl e Uil che a Roma, mentre la lotta proseguiva unita e compatta, firmarono la resa incondizionata sulla testa dei lavoratori. Poi fecero fare una votazione farsa e chiusero la pratica.
Una nuova generazione di lavoratori ora si affaccia alla lotta sindacale costretta dalle condizioni oggettive e torna a usare i metodi naturali e tradizionali che in tanti anni sono stati gli unici che hanno permesso di vincere. Ma rispetto alla passata generazione abbiamo un vantaggio, poter attingere dalla loro esperienza per non essere traditi come è successo a loro. Unisciti a noi perché questo tesoro non vada sprecato e perché, a partire da Melfi, si volti definitivamente pagina.
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