Continua la lotta dei lavoratori Fiat e dell’indotto

Riparte da Melfi la lotta
per il riscatto operaio

di Paolo Grassi

Lunedì 26 aprile la polizia in assetto antisommossa ha tentato di sfondare i blocchi, tentativo fallito grazie all’opposizione determinata degli operai. I blocchi hanno tenuto, 13 operai sono rimasti contusi. Questo grave fatto sta accelerando il processo di radicalizzazione in tutto il paese, in molte città ci sono stati scioperi spontanei, e la tensione è destinata a crescere ancora. Le forze dell’ordine si sono ritirate solo momentaneamente, si stanno preparando a nuovi attacchi, da più parti arrivano notizie che delegazioni di operai di altre fabbriche si stanno dirigendo a Melfi per sostenere i blocchi.

Questo episodio deve servirci da esempio per rammentare da che parte sta lo Stato, visto che in molti, soprattutto dirigenti della Fiom e della Cgil, da giorni chiedono a gran voce l’intervento del Governo nella vertenza per fare da interlocutore tra lavoratori e Fiat.


Melfi, 26 aprile: la polizia carica gli operai
Ecco come si traduce nei fatti l’intenzione del Governo di rimanere neutrale, negli scorsi giorni così si erano espressi il Ministro Maroni e il sottosegretario al lavoro Sacconi. Il Governo sta, e non potrebbe essere altrimenti, con la Fiat, e non era difficile prevedere che presto o tardi avrebbe cercato di ristabilire il proprio ordine con la forza. Lo aveva anticipato lo stesso Sacconi che proprio sabato aveva dichiarato che “La sconfitta politica della Fiom è condizione necessaria perché si affermino moderne relazioni industriali, utili a coniugare l’integrazione produttiva con la coesione sociale.” (Il sole 24 ore, domenica 25 aprile)

Le direzioni della Fiom e della Cgil devono abbandonare ogni tentativo di conciliazione con i padroni e i suoi rappresentanti istituzionali, il Governo, che rischiano solo di confondere i lavoratori, e perseguire, come chiedono gli operai di Melfi, la unica strada possibile, vincere la battaglia sul campo.

A questo proposito aver convocato lo sciopero di quattro ore (otto per la Basilicata) mercoledì per tutti i metalmeccanici è un buon inizio, ma alla luce degli ultimi avvenimenti non più sufficiente. Quello che c’è in gioco non è più un conflitto locale per dei sacrosanti miglioramenti economici e di condizioni di lavoro, quello che c’è in campo è uno scontro tra padroni e lavoratori il cui esito riguarda tutti i lavoratori del paese. Bisogna da subito organizzare assemblee, picchetti e presidi informativi per far sapere a tutti quello che sta accadendo e richiedere a gran voce lo sciopero generale nazionale.

 

Cronaca degli avvenimenti

Sabato 24 aprile oltre 10mila persone sono scese in manifestazione a S. Nicola di Melfi in sostegno della lotta degli operai della Fiat e dell’indotto. Ecco la risposta alla penosa manifestazione organizzata da Fim, Uilm e Fismic giovedì 22 aprile, contro i blocchi organizzati dagli operai, a cui avevano partecipato 200 tra capi e capetti che vedono messo in discussione il loro potere repressivo esercitato in fabbrica da più di 10 anni.

Tanti, tantissimi gli operai di Melfi con le loro famiglie e amici venuti a sostenere la lotta, ma anche delegazioni di operai di altri stabilimenti da tutta Italia, Mirafiori, Alfa di Arese, Fiat di Val di Sangro, Termini Imerese, Termoli, Cassino e Pomigliano. Ovviamente non potevano mancare anche gli abitanti di Scanzano e Rapolla, protagonisti nelle scorse settimane di importanti mobilitazioni che hanno costretto il governo a rivedere i propri piani di smaltimenti di scorie radioattive e elettrodotti grazie alla generosità e all’impegno di migliaia di persone che hanno inscenato blocchi e manifestazioni senza precedenti.

Una regione in fermento, che dopo aver mostrato a tutto il paese che solo con la lotta si può costringere il governo a cambiare i propri piani (che facevano pagare un alto prezzo di inquinamento e degrado alla popolazione), oggi mostra a tutti i lavoratori del paese che lottare per i propri diritti e per migliorare le proprie condizioni di vita è possibile.

La lotta, partita venerdì 16 aprile da alcune fabbriche dell’indotto, Magneti Marelli e Arvil, si è presto allargata a macchia d’olio nelle 23 fabbriche della zona che lavorano per la Fiat.

Di fronte alla minaccia da parte dell'azienda di mettere in “libertà” (cioè a casa senza stipendio) i lavoratori dello stabilimento Fiat per mancanza di approvigionamento dei pezzi necessari per proseguire la produzione, sabato 17 aprile sono entrati in lotta tutti gli altri lavoratori del gruppo.

Il tentativo padronale di scaricare sui propri dipendenti il danno ricevuto dallo sciopero dell’indotto ha sortito l’effetto opposto a quello sperato. Invece di dividere i lavoratori li ha uniti in un'unica lotta, che con il passare dei giorni si sta mostrando sempre più compatta e determinata.


Melfi, 26 aprile: i lavoratori resistono
Proseguono i blocchi davanti ai cancelli e non un solo bullone è entrato in fabbrica né una sola macchina è uscita. La Fiat valuta in almeno 17mila le automobili non prodotte a causa del blocco.

La lotta sta andando avanti nonostante azienda e governo stiano facendo di tutto per cercare di intimidire i lavoratori, da una parte con un sempre maggior dispiegamento di forze dell’ordine in assetto antisommossa davanti ai cancelli, dall’altra rifiutandosi di aprire una trattativa.

Perché quella tenutasi a Roma nella notte tra venerdì e sabato tra Fim, Uilm e Fismic non si può chiamare trattativa e soprattutto non ha portato nulla ai lavoratori se non vuote promesse come tante altre volte era successo. Bene ha fatto la Fiom dopo pochi minuti ad alzarsi dal tavolo e tornare a sostenere i blocchi dei lavoratori, vergognoso è stato il ricatto a cui Fiat e gli altri sindacati hanno cercato di sottomettere la categoria pretendendo di accettare la Fiom al tavolo delle trattative a patto che sconfessasse i metodi di lotta fin qui portati avanti dai lavoratori.

Tutti i tentativi di sabotare la lotta fino ad ora non hanno avuto fortuna. I capi che cercano di superare i picchetti devono fare marcia indietro, e lo stesso devono fare i rari pullman con le poche decine di lavoratori che i capi sono riusciti a costringere, spesso ricattandoli, a seguirli (lo stabilimento Fiat di Melfi conta oltre 5mila lavoratori, mentre l’indotto ne conta circa 3mila).

Lo scontro in campo è totale e come dicevamo la determinazione fra i lavoratori in lotta è molto alta. Sul fronte opposto, la Fiat e' determinata a non cedere. Per i padroni vincere questa battaglia è tanto importante quanto per i lavoratori, e anche solo accettare una trattativa vera rappresenterebbe un cedimento che incoraggerebbe ancora di più gli operai.

Le cause del conflitto

L’atteggiamento tenuto dall’azienda venerdì con la messa in libertà dei lavoratori è un esempio della sua determinazione. Avrebbero benissimo potuto mettere i lavoratori in cassa integrazione straordinaria per i giorni di mancata produzione, come già è successo altre volte in altri stabilimenti Fiat.

Concedere oggi qualcosa ai lavoratori di Melfi significa aprire un nuovo e pericoloso fronte di conflitto nell’unico stabilimento (insieme a quello di Pratola Serra) che la Fiat voleva tenere concentrandovi il grosso della produzione.

Lo stabilimento di Melfi esiste da dieci anni, ed è stato completamente pagato dallo Stato, quindi con i nostri soldi. Inoltre in questi anni ha rappresentato per la Fiat una specie di isola felice dove accumulare i propri profitti basati su sfruttamento e bassi salari. È stato il primo stabilimento ad innovare il proprio sistema di produzione imponendo il fatidico regime del Tmc2, il ciclo sulla catena di montaggio più massacrante oggi in uso. I lavoratori di Melfi, non solo hanno dovuto subire un duro sfruttamento, ma anche un vero e proprio regime autoritario (sono oltre 7.500 i provvedimenti disciplinari subiti in questi 10 anni dai lavoratori per i motivi più discutibili). Per non parlare dei salari, più bassi tra tutti gli stabilimenti Fiat di almeno 1.500 euro all'anno (non dimentichiamoci che in Italia i salari degli operai del settore auto sono tra i più bassi dell'Unione Europea). A Melfi ad esempio le notti sono pagate con il 45% di maggiorazione, contro il 60% degli altri stabilimenti.

Ovviamente tutto ciò vale anche per l’indotto sorto intorno allo stabilimento, che è tale solo a parole, ma in verità non è altro che l’ennesimo stratagemma Fiat per poter frammentare ulteriormente i lavoratori dividendoli in tante aziende più piccole con contratti ancora peggiori. (La stessa Fiat di Melfi è frutto di uno stratagemma, il suo vero nome è Sata, ma costituendo una nuova società la Fiat è riuscita a far passare contratti interni peggiori di quelli degli altri stabilimenti).

L’accordo firmato da Fim, Uilm e Fismic

Ma a tutto c’è un limite e alla fine l’accumularsi di tanta repressione e sfruttamento è esplosa.

I lavoratori in lotta lunedì mattina hanno deciso di continuare il blocco ad oltranza fino a quando l’azienda non accetterà di aprire una trattativa sulle seguenti rivendicazioni:

- Pagamento delle ore non lavorate a causa dello sciopero dell’indotto
- Rinnovo del contratto scaduto nel 1999, cioè adeguamento salariale al pari degli altri stabilimenti
- Modifica dei turni con l’abolizione della doppia battuta
- Definizione del piano sulle prospettive occupazionali.

Detto questo solo una persona che mente sapendo di mentire può definire il documento concordato da Fim, Uilm e Fismic con la Fiat la notte tra il 23 e il 24 aprile un accordo. Ciò è falso e ha solo lo scopo di cercare di inserire delle divisioni tra i lavoratori e dimostrare che la Fiom ha una posizione pregiudiziale. Cosa che per altro non sta succedendo, anzi l’atteggiamento tenuto fino ad ora sta ulteriormente compattando l’unità tra gli operai.

Il finto accordo si limita solo a fissare delle date, dal 5 al 14 maggio una serie di incontri e tavoli tecnici per discutere di Melfi, Cassino, Mirafiori e Val di Sangro, dove nello specifico per Melfi, citiamo direttamente il testo, “dovrebbe avviarsi un confronto per individuare soluzioni tecniche che nel rispetto dei livelli di competitività, dell’utilizzo degli impianti e dei 18 turni, porti al superamento della doppia battitura del terzo turno.” (il corsivo è nostro e sta a sottolineare come anche se non c’è nessun accordo che vada incontro alle richieste degli operai, si premette comunque che qualsiasi turnazione alternativa dovrà garantire gli stessi standard produttivi). L’accordo prosegue promettendo poi il 18 maggio un incontro specifico per Cassino e che bisogna stabilire una data per la Sevel (lo stabilimento che produce i furgoni Ducato). Non si fa nessun riferimento specifico all’altra questione su cui i lavoratori si mobilitano, portare i propri salari al livello degli altri stabilimenti.

Per la Fiat la fine di un sogno, per gli operai di un incubo

Ora l’esplosione della lotta a Melfi mette fine al sogno della Fiat di poter continuare a fare i propri comodi in uno stabilimento che era un’isola felice per i padroni ma un incubo per i lavoratori, soggiogati per tutti questi anni con il ricatto della disoccupazione. Gli operai di Melfi arrivano infatti dalle regioni con il più alto tasso di disoccupazione: Basilicata, Puglia, Campania e Calabria, spesso macinando anche più di cento chilometri, per recarsi al lavoro.

La cosa più importante da sottolineare è che mentre Melfi era stato uno degli stabilimenti chiave che si mobilitò solo parzialmente nell’autunno del 2002, mesi in cui da Termini Imerese all’Alfa di Arese, passando per Mirafiori e Pomigliano avevamo assistito a una coraggiosa e generosa lotta dei lavoratori contro il piano di ristrutturazione che prevedeva 3mila esuberi e la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese, oggi Melfi si presenta sulla scena determinata a vincere. Allora i sindacati non firmarono e la Fiat applico in modo unilaterale il piano, che aveva come unica differenza rispetto a quello iniziale che Termini Imerese non sarebbe stata chiusa.

Nel marzo del 2003, Fim, Uilm e Fismic firmarono un nuovo accordo con la Fiat che imponeva allo stabilimento di Termini Imerese lo stesso ciclo produttivo di Melfi come prezzo per la sua sopravvivenza, cioè il più duro attuato (con l’aggravante che se a Melfi l’età media è 28 anni a Termini è sui 48 anni), e accettava i 3mila esuberi a livello nazionale. Nei fatti Fim, Uilm e Fismic non firmarono l’accordo voluto dalla Fiat nell’autunno del 2002 a causa della grossa mobilitazione messa in campo dai lavoratori, ma appena la lotta rientrò, per la stanchezza accumulata, ma soprattutto per l’incapacità e il boicottaggio attuati della burocrazia sindacale, corsero a firmare lo stesso accordo rifiutato tre mesi prima, tutti tranne la Fiom.

Oggi non è più così, i lavoratori di Melfi stanno lottando e possono diventare l’avanguardia di una lotta di tutto il gruppo Fiat.

Quale prospettiva per il conflitto

La lotta dei lavoratori di Melfi deve e può vincere. I lavoratori con un coraggio e una dignità da cui si può solo prendere esempio stanno lottando per qualcosa che va al di là dell’aumento salariale e un cambiamento dei turni di lavoro. Da oggi a Melfi nulla sarà più come prima. La Fiat ha un nuovo e temibile avversario proprio nello stabilimento in cui dava per scontata la passività e la subalternità dei lavoratori.

Dobbiamo sostenere questa lotta in qualunque modo, in gioco non ci sono solo le sorti dei lavoratori di Melfi ma di tutto il movimento operaio. Gli operai di Melfi stanno continuando nel solco delle lotte di questi mesi, iniziate con la rottura sul contratto nazionale dei metalmeccanici quasi un anno fa, proseguite con la grandiosa lotta degli autoferrotranvieri, che hanno sviluppato forme di lotta audaci e più radicali superando gli scioperi rituali organizzati dai vertici sindacali.

Ma per far sì che la lotta possa vincere è arrivato il momento di estenderla. Condizione ancora più necessaria ora che la Fiat sta lasciando a casa i lavoratori degli altri stabilimenti a causa del mancato approvvigionamento dei pezzi causato dallo sciopero a Melfi. Da un lato giustamente i lavoratori di Melfi rivendicano migliori condizioni, dall’altra però i lavoratori degli altri stabilimenti vivono una situazione di imminente chiusura. Arese è chiusa, stabilimenti come quello di Mirafiori sono chiaramente considerati a perdere per la Fiat (vedi box), mentre altri come Termini Imerese che per il momento sembra aver scampato il pericolo torneranno presto o tardi nell’occhio del ciclone. È la crisi generale del settore auto che non promette nulla di buono, il capitalismo è in crisi, c’è un problema di sovrapproduzione e tutte le case automobilistiche a livello internazionale sono in grosse difficoltà. Economisti di ogni risma, e purtroppo anche i dirigenti nazionali della Fiom, sostengono che alla base della crisi della Fiat ci sia una mancanza di seri piani industriali. Non è così né alla Fiat né in nessun altro gruppo in crisi. In tutti i paesi le case automobilistiche stanno facendo pagare ai lavoratori il prezzo della crisi del mercato attaccando i diritti e comprimendo i salari.

Quanti sanno che in Germania lo scorso autunno, sindacato metalmeccanico e Federmeccanica tedesca hanno firmato un accordo che prevede un aumento dell’orario di lavoro a parità di salario?

Chi ne beneficerà. La Volswagen, la Mercedes e tutti i padroni tedeschi, non certo gli operai.

Tutti i padroni cercano di peggiorare le condizioni dei propri operai per strappare fette di mercato ai propri concorrenti, fanno in una parola pagare a noi l’assurdità e l’anarchia del sistema capitalista.

Per questo l’unica via d’uscita per vincere lo scontro a Melfi è anzi tutto collegare la lotta a quella degli altri stabilimenti. A Melfi c’è un problema di supersfruttamento, 5mila operai producono 1.500 auto al giorno con salari inferiori del 20% dei loro colleghi in altri stabilimenti. A Mirafiori 16mila operai producono meno di 800 auto al giorno (oltre 5mila sono perennemente in cassa integrazione portando a casa uno stipendio notevolmente decurtato).

Dobbiamo sviluppare una piattaforma nazionale. È necessario ridistribuire la produzione nei vari stabilimenti sparsi per il paese, è necessario ridurre l’orario di lavoro, rivendicare l’assunzione dei lavoratori precari, abolire l’assurdo ciclo continuo che in Fiat ti fa una settimana lavorare di notte e la successiva rimanere a casa in cassa integrazione. Queste sono rivendicazioni che permetterebbero di unificare il fronte e passare negli altri stabilimenti da scioperi in solidarietà con Melfi a scioperi per portare avanti miglioramenti per tutti.

Ma per fare ciò è necessario in primo luogo rivendicare la nazionalizzazione della Fiat sotto il controllo operaio. Per uscire dalla crisi Fiat non ci si può illudere che servano veri piani industriali di rilancio che possano migliorare le condizioni dei lavoratori e garantire i profitti ai padroni. Soldi ai padroni in questi decenni ne sono stati regalati tanti, la Fiat ha ricevuto in questi 50 anni oltre 200mila miliardi delle vecchie lire, oltre a tanti altri trattamenti di favore, ed ecco i risultati. I lavoratori la Fiat l’hanno già pagata diverse volte.

Fin che la Fiat rimane sotto il controllo dei padroni nessun piano è credibile. I padroni non mettono le loro capacità produttive al servizio della comunità, mirano solo ed esclusivamente al profitto e nulla gli importa se migliaia di lavoratori vengono gettati sulla strada e altre migliaia fanno una vita da bestie per portare a casa quattro soldi.

Nessuno tranne i lavoratori, che già fanno funzionare le fabbriche, possono sviluppare le misure necessarie per permettere a tutti i lavoratori una vita dignitosa. Diciamo di più, probabilmente alla Fiat non è neanche necessario per forza di cose continuare a produrre solo ed esclusivamente automobili, tra l’altro così costose che sempre meno gente può permettersi. Quello che il paese ha necessità di avere sono mezzi di trasporto moderni compatibili con l’ambiente. Ma proprio perché per i padroni in questo momento non sono un mercato appetibile da cui ricavare un profitto rimangono lettera morta.

Per vincere è necessario convocare immediatamente assemblee in tutti gli stabilimenti per discutere una piattaforma che preveda rivendicazioni adeguate da inserire nella mobilitazione più generale. Queste assemblee devono eleggere propri rappresentanti e costruire coordinamenti dei lavoratori Fiat a tutti i livelli, dalle fabbriche fino ad avere un coordinamento nazionale, a cui possano partecipare tutti i lavoratori iscritti o meno a qualunque sindacato. Questa è anche la miglior risposta da dare ai vertici di Cisl e Uil che ancora una volta si fanno paladini degli interessi dei padroni a sfregio dei loro stessi iscritti impegnati in prima persona nei blocchi.

Contemporaneamente è necessario che tutti i delegati, i lavoratori diano vita a una mobilitazione in sostegno alla lotta di Melfi, organizzando assemblee nelle fabbriche che votino ordini del giorno che chiedano lo sciopero generale nazionale che fermi il paese fino a quando la Fiat, i padroni e il Governo non accetteranno le richieste dei lavoratori senza condizioni.

Vincere questa battaglia significa voltare pagina nella storia recente del movimento operaio in Italia. Nessuno, dopo una vittoria del genere, potrebbe più fermare milioni di lavoratori che soffrono lo stesso sfruttamento, e a cui manca solo un esempio da seguire.

26/04/2004

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