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| L’Europa approva le 65 ore settimanali di lavoro |
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| Movimento operaio - sindacato | |||
| Scritto da Alessandro Villari | |||
| Lunedì 22 Settembre 2008 07:36 | |||
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Il 10 giugno l’Unione Europea ha approvato una direttiva che, una volta
in vigore, consentirà alle aziende la massima flessibilità in tema di
orario di lavoro.
Il punto chiave del provvedimento è quello che permette di innalzare il tetto settimanale orario (compresi gli straordinari, dunque) dalle attuali 48 a 60 ore, e addirittura 65 ore per determinati settori, in particolare i servizi di custodia e guardiania, e per quelli che richiedono una reperibilità notturna. Il provvedimento dovrà essere approvato anche dal Parlamento Europeo, che peraltro aveva già espresso un parere favorevole di massima nel 2005. Teoricamente, la scelta di avvalersi di questo regime deve essere presa di comune accordo tra l’azienda e il singolo lavoratore, che dovrebbe prestare un “consenso esplicito, libero e informato” (dal comunicato ufficiale del Consiglio): secondo i governanti europei, questo dovrebbe assicurare “garanzie adeguate”: questi signori fingono di non sapere che la forza negoziale dei padroni è enormemente superiore a quella dei lavoratori presi individualmente! La “libera scelta” dei lavoratori è resa schiava dalla paura di perdere il posto di lavoro in caso di rifiuto, e più in generale dalla necessità di accettare maggiori straordinari per avere uno stipendio dignitoso. La realtà è che l’Ue offre la sponda agli attacchi portati avanti dai governi più reazionari d’Europa – in primis quello italiano, che non a caso è tra i principali sostenitori della direttiva. Il provvedimento adottato si sposa perfettamente con la controriforma del governo che, su esplicita richiesta di Confindustria, ha defiscalizzato il lavoro straordinario. Ma quello sull’orario di lavoro non è l’unico attacco lanciato dall’Ue. Contemporaneamente è stata approvata anche una proposta che mira a scardinare il principio (già molto teorico) della parità di trattamento tra lavoratori assunti e lavoratori interinali. Le deroghe al principio sono affidate alla contrattazione collettiva, che secondo la proposta “può stabilire condizioni di lavoro e di occupazione differenti rispetto al principio della parità di trattamento”. Si tratta di una previsione generica, ma si intravede un’ulteriore e pesante minaccia alle condizioni di lavoro dei precari, con evidente effetto a cascata su tutti gli altri lavoratori. A maggior ragione considerato l’attacco lanciato in Italia al principio stesso della contrattazione collettiva. Il nostro compito è sensibilizzare e organizzare i lavoratori contro l’entrata in vigore di questa direttiva. L’unica “garanzia adeguata” per i lavoratori è la rivendicazione di salari più alti e più assunzioni a parità di orario di lavoro e la conquista di rigidi limiti all’orario e in generale al supersfruttamento della forza lavoro. In generale, questi provvedimenti non possono che rendere palese quanto sia mal riposta la fiducia di coloro che, anche nella sinistra italiana, guardano all’Unione Europea come a un baluardo per la tutela dei diritti e delle condizioni di vita dei lavoratori. Appare chiara invece la natura dell’Ue, che costituisce uno strumento ulteriore nelle mani dei governi capitalisti europei per portare avanti le consuete politiche di sfruttamento. Che sia a livello nazionale, europeo o mondiale, queste sono le uniche politiche compatibili oggi con il sistema capitalista che dobbiamo rovesciare.
16 settembre 2008
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