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| La nascita dell’Usb |
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| Movimento operaio - sindacato | |||
| Scritto da Antonio Erpice | |||
| Giovedì 10 Giugno 2010 04:37 | |||
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Dove va il sindacalismo di base?
Il 23 maggio scorso è arrivato a conclusione il congresso costitutivo dell’Unione sindacale di Base (Usb). Il congresso porta a compimento un dibattito cominciato diversi mesi fa, che ha attraversato, e non in modo indolore, le organizzazioni del sindacalismo di base.
In particolare ad uscirne lacerata è stata la Cub, che si è scissa su due diverse concezioni del sindacato, su cui torneremo più avanti. Dalla Cub si è separata un pezzo dell’organizzazione, composta dalla Rdb, che rappresenta soprattutto i lavoratori del pubblico impiego, ma che ha coinvolto anche piccole parti di altre categorie. È stata proprio questo settore che fondendosi con SdL ha dato vita all’Usb. Nelle intenzioni dei fondatori il nuovo sindacato non è semplicemente la sommatoria delle 2 sigle precedenti, ma il tentativo di costruire una diversa tipologia di sindacato. Questa concezione, declinata nei modi più disparati nella storia del movimento operaio, oggi assume per l’Usb la connotazione di sindacato metropolitano, che intervenga nelle realtà territoriale a tutto tondo (il lavoro, ma anche un “sindacato dell’abitare”, o del diritto allo studio, ecc) e non solo rispetto al lavoro. È evidente che questo discorso porta alla concezione del sindacato come organizzazione globale, politica e sindacale insieme, dei lavoratori, per cui riflette una concezione che risale all’anarcosindacalismo. Non è un caso che parte del dibattito si sia concentrata sulle forme organizzative e sul rapporto tra confederazione, categorie e intercategorialità. Una delle tesi di fondo dei fondatori dell’Usb è che in questa fase di forte arretramento della classe, ma anche dello stesso sindacato, non si risolve con un sindacato leggero. Una tesi che condividiamo se questo significa un sindacato combattivo di massa e radicato, ma che non può eludere il problema della necessaria rappresentanza sul terreno propriamente politico dei lavoratori. Detto in altri termini, questo dibattito è fortemente intrecciato al processo che ha attraversato la sinistra italiana negli ultimi anni, per cui la proposta del sindacato metropolitano appare in gran parte connessa alle difficoltà che esistono sul terreno propriamente politico e al tentativo di individuare una scorciatoia in tal senso, costruendo un sindacato che è al contempo anche partito. Questo processo è del resto legato al distacco creato tra le organizzazioni del sindacalismo di base e i partiti tradizionali della sinistra, in primo luogo il Prc, che ha fatto in modo che questo settore della classe cadesse non solo nell’astensionismo, ma più in generale nella sfiducia. Tale scelta fa il paio con un’altra concezione molto diffusa negli ultimi anni nel sindacalismo di base, e cioè una visione tutta schiacciata sul singolo luogo di lavoro, o sulla categoria che non è esente dai rischi del corporativismo. Questo spiega il fatto che, specie negli ultimi anni, il sindacalismo di base per quanto spesso esprima un settore importante delle avanguardie sindacali e in alcuni casi riesca anche ad essere riferimento per fasce di lavoratori che cercano un sindacato conflittuale, poi non riesca a portare il conflitto ad un livello più generalizzato e dimostri una scarsa capacità mobilitativa sulle questioni più generali. Risulta così incapace di fornire un impianto organico ai propri quadri e militanti capace di rispondere alla penetrazione delle idee della classe dominante fra i lavoratori. C’è poi l’annoso problema della massa critica, che non può essere risolto semplicemente proclamando la propria autosufficienza, che è per esempio la risposta che la Cub fornisce, rivendicando di essere con più di settecentomila iscritti il maggiore dei sindacati di base. La nascita dell’Usb non è dunque un passo in avanti reale sul terreno dell’unità del sindacalismo di base. Prima ancora della sua nascita infatti, proprio per le divisioni interne alla Cub è stata bloccata qualsiasi proposta unitaria e il patto di base, che negli ultimi due anni aveva coinvolto Cub, Cobas ed SdL, è sciolto nei fatti, tant’è che dal congresso dell’Usb escono proposte di mobilitazioni e sciopero, che non coinvolgeranno la Cub, ma solo Usb e Cobas. Servirà del tempo per mettere alla prova le capacità del neonato sindacato, in primo luogo sul terreno della conflittualità. L’Usb tra l’altro vanta una presenza in alcuni settori tradizionalmente forti per il sindacato di base, come il pubblico impiego o i trasporti, ma una debolezza in altri settori chiave come ad esempio l’industria. La nascita dell’Usb lascia irrisolti i nodi centrali del panorama sindacale italiano, non ultimo, la necessità di far connettere il dibattito del sindacalismo di base con quello della sinistra sindacale della Cgil, e in primo luogo della Fiom, specie dopo l’esito del congresso e la svolta a destra di Epifani.
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