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La Resistenza, una rivoluzione mancata?
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| Intervista a Giorgio Cremaschi, portavoce della rete 28 aprile nella cgil |
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| Movimento operaio - sindacato | |||
| Scritto da La redazione | |||
| Mercoledì 12 Dicembre 2007 04:35 | |||
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“Un milione di NO che dobbiamo organizzare” I dati dell’Ires sui salari parlano di un fallimento totale di 15 anni di concertazione. Il sistema del 23 luglio ’93, che doveva tutelare i salari, ha fallito. In realtà era un sistema progettato per una rincorsa che non arrivava mai. Oggi si parla di prezzi amministrati, in realtà l’unica merce a prezzo amministrato è stato il lavoro, i contratti nazionali non potevano crescere oltre l’inflazione programmata e quando ci si è provato, come nell’accordo separato del 2001 (dei metalmeccanici – ndr), la rottura fu su questo punto politico, perché si chiedevano esplicitamente degli aumenti oltre l’inflazione. Inoltre tutta la contrattazione aziendale è legata ai rendimenti dell’impresa e alla produttività del lavoro. Il risultato è che quando l’economia va male si chiede poco, ma anche quando va bene il recupero non arriva mai.
Il Cnel dice che solo nel 10 per cento dei luoghi di lavoro si fa contrattazione articolata. Circa due milioni di lavoratori hanno premi di risultato, probabilmente circa un milione sono metalmeccanici, perché lì si fa più contrattazione per tanti motivi. Ma questo è appunto il disastro del 23 luglio. Ora si dicono queste cose, ma per preparare una sorta di uscita da destra da questo sistema. Boeri, Ichino, la Confindustria, anche la Cisl, fanno il discorso di dare spazio alla contrattazione articolata riducendo la copertura dei contratti nazionali. Sottolineo che lo stesso identico ragionamento si faceva negli anni ’80 per giustificare l’abolizione della scala mobile.
L’operazione dei 30 euro offerti da Marchionne e altri va in questa logica? È bene chiarire quali sono le basi, cioè ridurre il salario medio e alzare i salari individuali. Gli industriali non intendono affatto spendere di più, vogliono spendere, dicono loro, “meglio”. L’esempio lo hanno dato al tavolo dei metalmeccanici. Hanno offerto 100 euro, dei quali 66 per tutti, e gli altri 33 sono legati alla presenza, ma non alla presenza intesa alla vecchia maniera, il premio che prende chi non va in malattia. Si vuole premiare chi sta sopra la media, chi fa più straordinario, chi fa più flessibilità, chi fa più produzione. Hanno fatto questo esempio: se ci sono dieci lavoratori, chi lavora di più prende 330 euro, gli altri niente. Si vuole liberare una parte della massa salariale per usarla in questo modo; parafrasando il vecchio slogan: pagare meno tutti per pagare un po’ di più qualcuno.
È la vittoria della Cisl? Assolutamente sì. Così come il protocollo sul welfare. Nessuno lo dice, ma la Cgil non c’è più. Esiste, ovviamente, la struttura e l’organizzazione, ma politicamente non c’è più, agenda, contenuti e passaggi sono dettati dalla Cisl.
Quanto di questo è legato alla nascita del Partito democratico? Moltissimo, ma ci sono anche ragioni interne. Il Pd costituisce soprattutto l’ideologia. L’ideologia del Pd è oggi quella di Cgil, Cisl e Uil, e questo conta molto.
Un “sindacato unico democratico”? Un sindacalismo di mercato, per essere più precisi, ossia un sindacalismo che accetta totalmente le scelte di mercato delle imprese, e del cosiddetto sistema paese, e dentro queste tenta, certo, di ricavarsi un suo spazio. Ma è un sindacalismo che rinuncia a qualsiasi logica conflittuale e di classe. Non so se si va a un sindacato unico, ma senza dubbio si va verso un pensiero unico sindacale che accetta la centralità dell’impresa, del mercato, della competitività, del risanamento pubblico, e dentro questi chiede diritti, solidarietà ed equità, che per me è una parola di destra. La parola della sinistra è l’eguaglianza, equità è una parola di destra che significa che dato il sistema come immodificabile, dentro questo si chiede un po’ di giustizia.
Cosa comporta tutto questo per la democrazia nella Cgil e nei luoghi di lavoro? Mi pare evidente che si va a una stretta. Anche l’ultima consultazione ha mostrato un modello di carattere plebisicitario, che in nessun caso accetta il contraddittorio né il dissenso. Anche qui si va a un modello che la Cisl pratica da tempo, da quando negli anni ’80 liquidò tutta la sua sinistra e compì la sua normalizzazione interna. Mi risulta che Bonanni chieda a Epifani di fare la stessa cosa nella Cgil. La Cgil è quindi arrivata a un passaggio. È riuscita ad evitare questa stretta, che si annunciava dalla fine degli anni ’90, facendo l’opposizione a Berlusconi. L’opposizone a Berlusconi, che per la verità fu più politica che sociale, ha rinviato la resa dei conti, ma appena è tornato Prodi al governo i nodi sono arrivati. Claudio Sabbatini, parlando nella piazza dei metalmeccanici nel novembre 2001, uno sciopero della sola Fiom, ricordo che disse “nessuno pensi che deve passare la nottata”. Intendeva dire che la rottura con Cisl e Uil, la lotta contro gli accordi separati, avrebbe rilanciato una moderna identità di classe della Cgil. Si sbagliava, non andò così. Fu un’illusione generosa. Appena tornato Prodi, al moderatismo sindacale che non era mai stato cancellato si è sommato il moderatismo politico, la sindrome del governo amico. È chiaro che questo limita la democrazia, se una cosa è bandita oggi è la partecipazione. Per dirla brutalmente, se questo sindacato, con questa struttura si fosse misurato con le lotte del 1968-69 sarebbe finita in una catastrofe, non avremmo avuto lo Statuto dei lavoratori.
Anche allora però la contrapposizione col sindacato fu forte, soprattutto all’inizio. Si, ma allora il sindacato riuscì ad aprirsi. Oggi no. Ci sono state esplosioni vere, gli autoferrotranvieri, Atesia, Melfi. La lotta di Melfi ha trovato la Fiom, ma è stata l’unica. Ogni volta che settori di classe operaia, vecchia o nuova, “ci provano”, il sindacato si chiude a riccio, abbassa la saracinesca. Non c’è nessuna idea di rinnovamento che parta dall’allargamento del potere contrattuale dei lavoratori. Alla definizione di Sabbatini del “sindacato di mercato”, aggiungo quindi una postilla: “sindacato burocratico di mercato”: il ruolo degli apparati e della gestione dei servizi diventa preponderante. La democrazia è solo una forma di costruzione del consenso. Ogni forma di democrazia che proponga conflitti e un’alternativa reale viene vista come una minaccia.
In questo contesto cosa vuol dire fare opposizione nella Cgil? Come Rete 28 aprile ci interroghiamo proprio su questo e lo faremo anche pubblicamente. Faremo a febbraio una grande assemblea di delegati. È complicato perché sei di fronte a un’organizzazione non ricettiva, largamente istituzionalizzata. Organizzare un’opposizione significa organizzare le persone, i militanti della Cgil, i delegati, cercare le forme
Non sarebbe necessaria una propria capacità vertenziale per alimentare un’opposizione nella struttura? Bisogna arrivarci. Intanto ci sono i contratti aperti. Non sarà secondario come si chiuderà la vertenza dei metalmeccanici. La piattaforma è già moderata, ma sui punti di fondo, orario, salario, soprattutto sulla flessibilità, Federmeccanica vuole passare. La vertenza può quindi diventare o la porta per la quale si fa passare nei fatti il nuovo modello contrattuale, oppure viceversa l’elemento di intralcio che ostacola il pacifico procedere di quel percorso.
Se si arriva a una stretta di questo tipo, Fim Fiom e Uilm resteranno unite? Non lo so, se ci sarà una stretta vera i rischi ci saranno, come sempre in quei passaggi. Anche se penso che gli industriali hanno scelto un’altra strada rispetto agli accordi separati, una strada che gli ha dato più risultati.
La Fiom che capacità ha di resistere in un contesto di quel genere? La Fiom ha coltivato sempre una posizione di confine, stare fino in fondo dentro la Cgil, ma fare anche altre cose. Anche qui però siamo a una stretta e ci vuole un salto di qualità. Quanto è accaduto col protocollo e soprattutto dopo, non è un incidente di percorso e se la Fiom vuole essere conseguente deve alzarsi il livello di critica rispetto alla direzione di marcia della Cgil. O la Fiom diventa il cardine di una vera opposizione di classe dentro la Cgil, oppure la forza degli eventi la costringerà a rientrare rispetto alle cose fatte in questi anni. Alla luce di quanto dici, hai qualche rimpianto rispetto a come andò lo scorso congresso della Cgil? Allora il meccanismo delle tesi non consentì a questa alternativa di manifestarsi chiaramente. È vero, ma non ho rimpianti. Lo faremo nel prossimo.
Vi ci faranno arrivare? Questo non lo so. Noi ci prendiamo l’impegno di arrivarci, ma alcune strette potrebbero arrivare prima. Nella consultazione ho visto una struttura sindacale incapace di mediazione e disposta solo ad agire con una logica di comando. Detto questo, noi ci proviamo. C’è stato un milione di No che va organizzato, una grande forza che non va dispersa. Noi ci proveremo, a costruire a partire da adesso fino al congresso della Cgil un’opposizione che poi si traduca in un documento alternativo, in grado di organizzare forze fin da ora, collettivi nei luoghi di lavoro, una rete che possa agire anche in alcune vertenze e su scelte generali. Poi faremo i bilanci.
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