Contratto dei lavoratori pubblici.
Un altro grave colpo ai diritti

di Orietta Piazza

Lo scorso 27 maggio è stato raggiunto l'accordo col Governo sui rinnovi contrattuali

Gli “aumenti” sono percentuali sullo stipendio, le cifre medie fanno circa 100 euro per ministeriali, 91,50 per le Autonomie locali, 102,8 per la sanità. Medie significa che un dipendente di bassa categoria (A) non percepirà oltre 50 euro lorde in più al mese Questi “favolosi aumenti” si devono rapportare a tredici mensilità con una stipendio medio di circa 1.100 euro di una categoria intermedia (B oppure C). Il Governo ha spinto per legare una parte consistente dell'aumento (30%) alla contrattazione integrativa ente per ente, per la quale non ci sono più i fondi (causa tagli ai bilanci di Comuni e Provincie e per l'aver impegnato questi fondi a pagare altri istituti contrattuali); in più si chiedeva il blocco a tempo indeterminato della contrattazione integrativa. Questo avrebbe significato niente aumenti e comunque salari diversificati a seconda del territorio, fino al punto che il dipendente pubblico di un ente piccolo con problemi di bilancio o con una situazione sindacale ostile potrebbe arrivare a prendere fino a una mensilità in meno da quella percepita dal lavoratore di un grande comune. Il tentativo in atto è quello di attaccare tutto l'impianto contrattuale del 23 luglio 93, anche a causa del pesantissimo intervento di Confindustria che ha tuonato contro i cosiddetti privilegi dei lavoratori pubblici, che volevano ben 105 euro medie di aumento, improponibili per il privato e quindi di “cattivo esempio”. Si fomenta il confronto e la divisione fra i lavoratori facendo percepire i pubblici come concorrenti. In realtà il solo accenno alle cifre descritte prima fa comprendere come i lavoratori di base non godano più da tempo di alcun privilegio. Nemmeno in merito alla “certezza” del posto di lavoro.

Infatti, altre richieste del Governo riguardavano ulteriori concessioni da parte sindacale sulla mobilità. In realtà,il rischio di messa in mobilità è già altissimo per molti lavoratori, specie dei Comuni e comunque degli enti locali territoriali che esternalizzano sempre di più i servizi; questo significa che un operaio comunale si può trovare se è fortunato a lavorare all'acquedotto in comando all'ASM, se è meno fortunato può venire “avviato”, con un percorso complesso e diversificato da realtà a realtà, ad essere assunto dall'azienda privata che fornisce il servizio di manutenzione dell'acquedotto. Se tale ditta fallisce, delocalizza, o riduce l'organico (ipotesi non infrequente in tempi in cui gli appalti vengono fatti all'insegna dell'economicità più che dell'efficienza) il lavoratore può venire tranquillamente licenziato. Sono già in corso vertenze sindacali per fare tornare alla base lavoratori licenziati e provenienti dal pubblico impiego. Ma il cammino inverso è difficile, non esiste mobilità tra privato e pubblico. Anche la flessibilità (richiesta ancora in misura maggiore dal Governo) è all'ordine del giorno ormai. Le riduzioni d'organico costringono soprattutto i piccoli comuni a chiedere al messo comunale di fare da autista allo scuolabus, giardiniere, spargitore di sale antighiaccio, spartineve, accalappiacani e quant'altro e questo ovviamente al di fuori dalle 36 ore lavorative, con un “surplus” di lavoro che viene spesso pagato con la famosa “produttività” cioè con la quattordicesima che non esiste più . In pratica straordinari obbligatori e sottopagati..

E se agli impiegati va un po' meglio, anche loro devono fare i conti col tentativo in atto, non solo da questa legislatura, di smantellare le garanzie del sistema pubblico dettate dal DGLS 145 . La riduzione d'organico, il mobbing sempre più frequente, l'impossibilità di avanzamenti di carriera causa il blocco dei concorsi interni, i risparmi di spesa mal posti che portano alla mancata assunzione di personale straordinario nei momenti di alta intensità di lavoro causano disagio sempre crescente.

Una recente inchiesta ha stabilito che il gradimento dei servizi pubblici è in aumento, anche per la disfatta del privato. Quindi, occorrerebbe parlare di più dei problemi dei lavoratori pubblici per non farli percepire come una lobby e proporre lotte unitarie come uno sciopero generale nazionale e non gli sciopericchi di quattro ore come si è sempre fatto gli ultimi anni. Verrebbe ben accettato anche il disservizio se giustamente motivato ed inserito in un sistema di lotte comuni . Si tende invece a voler ridurre l'impatto dello sciopero con la convinzione di non inimicarsi l'opinione pubblica, la quale invece se adeguatamente coinvolta potrebbe capire e appoggiare queste lotte.

Questa volta lo sciopero di quattro ore il venerdì non è nemmeno servito poiché dopo giornate di toni alti, tensione, abbandoni di tavoli di concertazione, agitazione di spettri per i lavoratori come la mobilità e la flessibilità ad oltranza alla quale MAI si sarebbe capitolati… Puf! Come per magia arriva la notizia chi si è firmata l'intesa e la televisione ci rimanda facce di sindacalisti soddisfatti e sorridenti. Il Governo è stato terrorizzato dalle tremende minacce della controparte? Se leggiamo il testo dell'intesa ci accorgiamo che non è successo nulla di tutto questo.

Al punto 5 si nota che c'è l'accordo delle parti a finalizzare maggiormente il secondo livello di contrattazione ad incrementi nel livello di produttività e qualità dei servizi. Peccato che questo possa essere valido solo nel mondo dei sogni. Nella realtà in un panorama come quello pubblico attuale, con le problematiche sopra accennate e con una classe dirigente sovrabbondante, spesso inetta e culturalmente inadeguata queste parole significano scaricare ancora pesantemente i tagli alla spesa pubblica unicamente sulle spalle dei lavoratori di livello basso e medio (mentre i dirigenti hanno contratti loro propri, con un complesso sistema di indennità che li porta a percepire tranquillamente anche 100.000 euro l'anno).

In realtà questo significa aprire ancora di più la porta al peggioramento del modello contrattuale del 23 luglio, già definito dalla Cgil stessa insufficiente in quanto accusato, come già detto, di comprimere i salari. Tuttavia, si firma un accordo in cui il recupero dell'inflazione sarà sempre di più finanziato dai sacrifici dei lavoratori sui salari accessori dei bassi livelli, nel nome di una chimerica quanto indefinita maggiore efficienza. Cioè si grida vittoria perché solo il 10% degli aumenti è legato al salario accessorio, in via di estinzione, mentre si accelera il processo di smantellamento del recupero dell'inflazione oggettivo e sui contratti nazionali, in nome della produttività contratta a livello locale e pagata sul salario accessorio stesso.

C'è anche di peggio. Al punto 6 Governo e Organizzazioni sindacali riconoscono l'opportunità di avviare un piano di mobilità del personale pubblico utile ad accompagnare i processi innovativi e bla bla bla. Cioè un bel valzer in cui armoniosamente un Governo fino a qualche giorno fa tacciato di mancanza di affidabilità e grandi organizzazioni dei lavoratori accompagnano la resa sbandierata del sevizio pubblico nel nome di “privato è meglio”. E questo significa accettare il taglio di almeno 60mila posti di lavoro. In tempi in cui chiude una fabbrica al giorno.

Con questo accordo la Cgil paga cara e salata la voglia di tornare ai tempi della “pace sociale” e della concertazione con Confindustria e Cisl e Uil (ci si prepara al prossimo Governo…). Alla faccia delle difficoltà e dei drammi dei lavoratori, pubblici e privati. Presto toccherà ai metalmeccanici. Speriamo che almeno loro non debbano pagare coi loro contratti l'inefficienza del governo ed i calcoli politici dei vertici sindacali. Noi invitiamo tutti, cittadini e lavoratori pubblici e privati ad appoggiare le lotte, che senz'altro si renderanno necessarie.

21/06/2005

 


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