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| Movimento operaio - sindacato | |||
| Scritto da Paolo Grassi | |||
| Lunedì 04 Febbraio 2008 07:46 | |||
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La firma del contratto dei metalmeccanici da parte di Fim, Fiom e Uilm segna un ulteriore passo verso una nuova controriforma del modello contrattuale nazionale.
Da tempo Confindustria, Cgil, Cisl e Uil stanno discutendo di rivedere gli accordi del luglio 1992-1993. Dopo mesi di melina e confronti a distanza, dopo che a fine novembre Cgil, Cisl e Uil avevano licenziato un documento dall’ambizioso titolo “Per valorizzare il lavoro e far crescere il paese” (ennesima piattaforma calata dall’alto che i lavoratori non hanno mai potuto discutere) ecco che anche l’ultimo ostacolo a una trattativa finale sembra venir meno. Inevitabilmente la caduta del Governo Prodi provocherà qualche ritardo ma non fermerà la determinazione di padroni e vertici sindacali a partorire una nuova controriforma. I motivi per cui i famigerati accordi di luglio firmati 15 anni fa hanno da tempo dimostrato il loro fallimento i lavoratori li conoscono fin troppo bene e i dati pubblicati dall’Ires Cgil e dall’Istat in queste settimane sono solo l’ultima delle tante conferme avute in questi anni. Con gli accordi del luglio del 1993 era stata inaugurata la cosiddetta politica della concertazione tra Governo, direzioni sindacali e Confindustria. Avevano abolito la scala mobile sostenendo che i rinnovi biennali della parte economica con aumenti salariali in linea con all’inflazione programmata avrebbero rilanciato il potere d’acquisto dei salari. La realtà l’abbiamo sotto gli occhi.
È stata abolita la scala mobile, è stato peggiorato il sistema pensionistico, passato dal retributivo al contributivo, che fa sì che si andrà in pensione con meno del 50% dell’ultimo stipendio, e come se non bastasse cercano di obbligarci a fare una pensione privata costringendoci a decurtare ulteriormente i nostri salari. Si aggiunga che mediamente ci vogliono 14 mesi per firmare un contratto, con ore di sciopero spesso puramente dimostrative, per rivendicazioni che non portano reali miglioramenti economici.Il caso più eclatante attualmente è quello dei lavoratori del commercio: con 78 euro lordi rivendicati in piattaforma, non sorprende se anche tra i lavoratori si fa strada lo scetticismo sull’efficacia delle vertenze contrattuali.
Ovviamente lor signori evitano di ricordare che la contrattazione aziendale è quasi assente nelle aziende italiane. I metalmeccanici, che sono la categoria dove più contrattazione aziendale si è fatta in questi anni, raggiungono a malapena il 30%, tra tutte le aziende del paese invece si arriva a malapena al 10%. Su oltre 17 milioni di lavoratori dipendenti solo due milioni fanno contrattazione aziendale. Non è che i sindacati non hanno tentato di fare la contrattazione aziendale in questi anni, anzi i contratti nazionali di tutte le categorie hanno scaricato sulla contrattazione aziendale un numero sempre maggiore di questioni sia economiche (premi di risultato e quant’altro) sia normative, inoltre proprio i deludenti risultati nazionali hanno spinto una fetta sempre maggiore di lavoratori a tentare la vertenza interna. Il problema è che contrattazione aziendale significa avere una forza organizzata maggiore di quanto sia necessario fare a livello nazionale, che in tutti i settori vede quel ristretto numero di grandi aziende che in genere fanno da volano alle mobilitazione, e la mancanza di contrattazione aziendale segna in primo luogo questa difficoltà. L’argomento di legare gli aumenti alla produttività non è certo una novità, proprio con gli accordi del 1993 si è obbligato nelle aziende a legare eventuali aumenti aggiuntivi a quelli nazionali a parametri legati all’andamento del mercato. Parametri di cui i lavoratori non hanno nessun controllo, usati abilmente in questi anni dai padroni per creare concorrenza tra gli stessi lavoratori che spesso si sono visti ricevere premi significativamente decurtati rispetto alle aspettative, in base a criteri decisi dalle aziende. In alternativa alla contrattazione aziendale si parla di contratti territoriali, una versione ammodernata delle gabbie salariali degli anni ’50, che allargherebbe ulteriormente il già pesante divario salariale tra le diverse aree del paese.
Ancora una volta l’area Lavoro società e il segretario della Fiom si sono adeguati mentre ancora una volta la Rete 28 aprile si è trovata da sola a respingere tali decisioni. Non possiamo aspettare una futura, ipotetica consultazione a controriforma fatta. Né ci si puo accontentare di lavorare oggi per gettare le basi per un opposizione organizzata al prossimo congresso della Cgil. La marcia verso nuovi e più profondi attacchi ai diritti dei lavoratori si sta facendo sempre più spedita e l’unità di intenti con la Cisl in un futuro prossimo puo trasformarsi in una unificazione che porterebbe a un sindacato ancora più apertamente collaborativo col padronato. È adesso il momento per costruire una vera opposizione nel sindacato, un opposizione che si deve porre l’ambizioso ma possibile compito di organizzare direttamente nei luoghi di lavoro quelle migliaia di delegati e lavoratori che non sono più disposti ad accettare un sindacato verticista che giorno dopo giorno si rende complice degli attacchi portati avanti dai padroni.
“I sindacati devono capire, e molti di loro lo hanno fatto, che la concertazione collettiva deve essere funzionale all’attività delle imprese, non un vincolo e che vogliamo introdurre strumenti più moderni per pagare meglio chi si impegna di più.”
“Detassare gli straordinari è stato giusto. Crediamo sia giusto lavorare di più e meglio per guadagnare molto, molto di più. Le flessibilità devono essere retribuite. È un vecchio cavallo di battaglia della Cisl che ora finalmente viene riconosciuto.”
“Le aziende sono un luogo di lavoro dove bisogna contrattare e dove si deve distribuire ricchezza ai lavoratori. Deve finire la convinzione che ci sia un salario a prescindere.”
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