logo

Sostienici

Opuscolo No debito

Richiedilo, scrivendo a redazione@marxismo.net (prezzo: 2,00 euro)

Prossime iniziative

I nostri libri

 

Libreria Marxista

Mailing list

Iscriviti alla nostra mailing list

Firmata la controriforma del contratto nazionale PDF Stampa E-mail
Movimento operaio - sindacato
Scritto da Paolo Grassi   
Venerdì 23 Gennaio 2009 11:13

Respingiamo l’accordo separato!

 
L'editoriale del nuovo numero di FalceMartello

Dopo mesi di gestazione nella serata di giovedì 22 gennaio è stata firmata la controriforma del contratto nazionale. I padroni si apprestano così a incassare un nuovo accordo capestro, questa volta però senza la firma della Cgil.


Un nuovo accordo che peggiora i già terribili accordi di luglio ’92-‘93, coi quali i padroni in questi anni sono riusciti a demolire il potere d’acquisto dei lavoratori e peggiorare le condizioni di lavoro. È solo un altro passo avanti delle controriforme che hanno in agenda. Confindustria e Governo stanno già guardando alle prossime, a partire dall’aumento dell’età pensionabile per le donne e il peggioramento del testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

L’accordo


Il testo prevede una sperimentazione per quattro anni, contratti di durata triennale (sia per la parte economica che per quella normativa), per il pubblico e per il privato.

Garantisce che si dovrà trattare su aumenti salariali e normative, il resto sarà lasciato ai rapporti di forza delle categorie. Non ci sono riferimenti alla difesa del potere d’acquisto dei salari. Anzi i padroni e il ministro della funzione pubblica mettono una pesante ipoteca visto che per misurare l’inflazione si utilizzerà un nuovo indice europeo dal quale verranno esclusi i costi energetici: combustibile, energia elettrica ecc.

La tanto invocata contrattazione di secondo livello, ovvero i contratti integrativi aziendali, presentata in questi anni da tutte le parti sociali come la soluzione da contrapporre a quanto non si otteneva coi rinnovi nazionali viene appena citata. Per quei due terzi di lavoratori che non vi accedono non cambierà nulla, per quel terzo che ne usufruisce in qualche modo, in maggioranza al prezzo di aumenti di carichi di lavoro, è pure messa in discussione essendo definitivamente legata solo all’aumento di produttività e redditività dell’azienda.

Si ribadisce la centralità dei vertici delle organizzazioni sindacali nel dire l’ultima parola sugli accordi, nel caso che i delegati di una Rsu o di una categoria avessero posizioni rivendicative più avanzate di quanto sono disposti a tollerare i padroni. Si prosegue sulla strada della repressione sindacale. Se infatti è sparita la parola sanzioni dalla prima bozza presentata da Confindustria a settembre, c’è comunque qualcosa di equivalente quando si afferma che le controversie saranno disciplinate con strumenti di conciliazione ed arbitrato.

Respingere l’attacco è possibile

L’accordo è stato definito un minuto dopo che i padroni avevano preso atto che non sarebbero riusciti a imporlo alla Cgil. L’impazienza di passare dalle parole ai fatti era ed è sempre più stringente, la controriforma rappresenta solo il primo passo, un documento che traccia le linee generali da applicare nelle varie categorie pubbliche e private attraverso i rinnovi dei prossimi mesi. In parole povere significa, considerando anche le diverse deroghe nei punti più critici dell’accordo (produttività, di crisi aziendali e quant’altro) che nei singoli rinnovi i padroni puntano a peggiorare ulteriormente l’accordo quadro.

I padroni capiscono che chi dovrebbe opporsi a questo attacco in modo deciso continua a mantenere un atteggiamento ambiguo per non dire remissivo. L’unica cosa che la Cgil è stata in grado di promettere a ridosso dell’accordo separato è una manifestazione nazionale a inizio aprile.

Non basta negare una firma per impedire a Governo e Confindustria di proseguire nei loro attacchi. Come sicuramente non basta rilasciare dichiarazioni ridondanti promettendo opposizione per poi partorire una manifestazione di sabato tra quasi due mesi e mezzo. Quasi 4 mesi dopo lo sciopero generale di dicembre!
Una strategia che non preoccupa in nessun modo il padronato e che in compenso disorienta i lavoratori.
L’autunno ha dimostrato le potenzialità e la determinazione che i lavoratori possono mettere in campo. Ha anche dimostrato però che uno o più scioperi per quanto partecipati se non fanno parte di una lotta più complessiva che sappia esprimersi sia a livello aziendale, territoriale che a livello nazionale non è in grado di scalfire minimamente i padroni.

Questo è il momento di pretendere che il sindacato si faccia sentire. I metalmeccanici, la categoria che sicuramente sta soffrendo in modo maggiore la crisi economica, e il pubblico impiego, l’ennesima categoria su cui pende un contratto miserevole separato, hanno convocato per il 13 febbraio uno sciopero di 8 ore con manifestazione a Roma.

I problemi dei lavoratori di queste categorie sono gli stessi di tutti gli altri, non c’è motivo perché non si debba pretendere di trasformare anche quella giornata in una data di mobilitazione generale. Uno sciopero preparato con mobilitazioni locali, che abbia lo scopo questa volta di fermare realmente il paese, capace di continuare fino a che la controparte non sia costretta a fare marcia indietro.

La direzione nazionale della Cgil ha definito lo sciopero del 13 febbraio  una delle tappe verso la manifestazione del 4 aprile. Vengono mobilitati i pensionati, la scuola ed è stato proposto un pacchetto di scioperi di 4 ore da gestire nei territori. Sebbene sia in campo questo percorso non possiamo negarne i limiti e non possiamo non vedere le difficoltà dell’apparato a prendere di petto la situazione. Inizialmente lo sciopero del 13 febbraio era stato definito una fuga in avanti perché c’è la crisi economica. I vertici della Cgil non possono permettersi di temporeggiare e magari assumere domani quello che oggi non possono sottoscrivere.

È su questo che giocano i padroni, sulla incapacità dei vertici sindacali di mettere in piedi una vera lotta. Nessuno nasconde i problemi che la situazione di crisi comporta, ma se non c’è una risposta decisa i posti di lavoro si perderanno comunque, la cassa integrazione aumenterà a livello esponenziale, e i precari finiranno tutti a casa. Il pericolo è che la crisi faccia sparire interi settori industriali. È la strategia dello stare a guardare che demoralizza i lavoratori, non la lotta. Il 13 febbraio rappresenta una prima, importantissima scadenza. La sinistra sindacale, i sindacati di base, il Prc, tutti coloro che vogliono respingere questo accordo devono impegnarsi perché la mobilitazione si allarghi e coinvolga tutte le categorie. Rinaldini e la Fiom in primo luogo devono mobilitare le proprie forze per pretendere che il conflitto si estenda.

I portuali ieri hanno fatto l’ennesimo sciopero bloccando i porti dopo l’ennesimo morto sul lavoro. In Fincantieri gli scioperi sono riusciti in tutto il paese nonostante anche qui Cisl e Uil si preparano a firmare un accordo separato. Oggi hanno scioperato i ferrovieri contro la repressione sindacale. Diverse categorie, tra cui il commercio, che in quanto a frammentazione dei lavoratori non ha da invidiare a nessuno, hanno saputo mettere in campo mobilitazioni significative solo poche settimane fa, per non parlare della scuola e degli altri settori industriali.
La disponibilità dei lavoratori a lottare c’è, é la direzione che esita per non dire che latita.

Il compito di ogni attivista sindacale è quello di rompere le cappe burocratiche e portare il conflitto fino alle sue estreme conseguenze. Ne va del nostro futuro!

L'indice del articoli del numero 215 di FalceMartello

 
Joomla SEO powered by JoomSEF

PRC

Internazionale

Economia

Storia e Memoria


FalceMartello
Licenza Creative Commons