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Fabbriche senza padroni PDF Stampa E-mail
Movimento operaio - sindacato
Scritto da Dario Salvetti   
Venerdì 17 Aprile 2009 06:56

Occupazione, autogestione, nazionalizzazione una prospettiva da riaprire

Agli albori del movimento operaio ci fu il cosiddetto “luddismo”: il tentativo di distruggere i macchinari per fermare il capitalismo. I primi operai, strappati al lavoro dei campi, reagivano agli orrori della fabbrica prendendo d’assalto le macchine. La situazione appare oggi capovolta. Nella sua fase matura, il movimento operaio deve difendere i macchinari dal tentativo del capitalismo di distruggerli.

Ma non siamo di fronte ad un riflesso senza speranza, siamo di fronte allo sviluppo embrionale di un’idea in grado di acquisire forza propria. Se un’azienda viene strappata alla chiusura, ad una speculazione edilizia o finanziaria, se il capitale fugge e la fabbrica resta, è naturale che in seguito sorga la domanda: per chi, cosa e come produrre.

La difesa della propria fabbrica


Come il capitalista non produce per sé nient’altro che profitti, i lavoratori non producono per sé nient’altro che salario. E in questo consiste la loro alienazione: alienati dalla produzione perché ciò che producono è in funzione solo della necessità dello stipendio, alienati perché costretti a dedicarsi quasi fosse una missione di fede ad un’azienda che non controllano e non possiedono, alienati dalla volontà perché guidati in ultima analisi dalla paura di perdere il lavoro. Forme velate di cottimo, straordinari, obbedienza e perfino slealtà nei confronti dei colleghi: tutto questo e anche di più può sgorgare da quest’alienazione. Non c’è niente di strano, nessun rimprovero morale che come marxisti abbiamo da muovere alla nostra classe.

Anche la routine del lavoro e dello sfruttamento può tuttavia rapidemante entrare in crisi. È indubbiamente il caso della situazione attuale del capitalismo mondiale, travolto da una crisi che rovescia tutti i canoni della “normalità” capitalista.

Cosa succede ad esempio quando non solo la lotta per il salario, ma anche la difesa dell’esistenza stessa della fabbrica, avvengono contro i meccanismi del capitalismo? Ne può nascere la determinazione ad occupare la fabbrica e a difenderla con la vita. E se qualcuno pensa che stiamo esagerando, può dare un occhio a ciò che è successo alla Mitsubishi Motors Company (Mmc) in Venezuela il 29 gennaio scorso. Esiste anche un video sull’episodio (http://venezuela.elmilitante.org/content/view/6378/166): 2000 lavoratori difendono l’occupazione della propria fabbrica dall’assalto ripetuto della polizia. Sullo sfondo si sentono i colpi d’arma da fuoco, mentre gli operai fanno letteralmente barricata con il proprio corpo. Il risultato sono tre lavoratori assassinati e le cariche della polizia respinte. L’occupazione della Mmc è terminata dopo due mesi e non per mano della polizia. Isolati dal comportamento della burocrazia sindacale, gli operai hanno dovuto raggiungere momentaneamente una tregua con l’azienda. è un dato di fatto: la burocrazia riformista è un deterrente più forte di tutta la polizia messa assieme. E come sempre, il primo ostacolo che pone alla lotta è convincere che essa sia impraticabile, impossibile e perfino controproducente. Ed è da qua che è necessario partire: cosa c’è dietro al numero crescente di episodi di occupazione di aziende? Hanno possibilità di generalizzarsi e con quali finalità?

La situazione in America Latina


In America Latina il movimento di occupazione delle fabbriche è in sviluppo da quasi un decennio. Un primo impulso si è verificato in Argentina, come risultato del clamoroso crack economico del 2001. Nel giro di pochi mesi chiusero 1700 imprese e 700mila lavoratori rimasero disoccupati. In grossa parte si trattava dell’occupazione di piccole o medie aziende letteralmente abbandonate dal padrone. La modalità era quindi quella di occupare prima che le macchine andassero in rovina per rimetterle in moto. Uno dei casi più noti fu la fabbrica di ceramiche Zanon, la quale producendo senza padrone passò nel giro di tre anni da 260 a 430 dipendenti, con un aumento della produzione di mattonelle da 20mila metri al mese a 300mila e il calo degli incidenti sul lavoro da una media di un morto e 500 infortuni all’anno a 33 infortuni tutti lievi. I prodotti erano destinati a prezzi accessibili a ospedali, uffici pubblici o case dei quartieri popolari. Il movimento in Argentina è purtroppo rimasto sospeso in aria: dopo le grandi mobilitazioni del 2001, le lotte sono rifluite costringendo molte delle aziende occupate a trasformarsi in cooperative.

La cooperativa è di per sé l’ultimo stadio prima del fallimento o del definitivo riassorbimento all’interno del mercato. In una cooperativa è teoricamente rimosso il rapporto di gerarchia interno all’azienda. I soci costituiti in assemblea possono formalmente costituirsi in padrone collettivo. Ma il capitalismo non agisce solo e fondamentalmente per i meccanismi interni ad un’azienda. La concorrenza tra merci si occupa di riportare all’interno della fabbrica le logiche del massimo profitto. Posti di fronte alla concorrenza di beni prodotti comprimendo al massimo i costi, i lavoratori sono presto portati ad autosfruttarsi il più possibile per sopravvivere. La scelta è tra fallire o venir meno all’ispirazione originaria della lotta. A questo si aggiunge che molte delle aziende occupate argentine sono state dirette da gruppi politici settari i quali hanno fatto poco o nulla per collegarle al grosso della classe operaia sindacalizzata.

Un caso diverso è quello venezuelano. Qua il fenomeno si è sviluppato nel pieno flusso del processo rivoluzionario bolivariano. La serrata padronale del 2002 ha posto l’intera classe operaia di fronte al problema di gestire la produzione per metterla al servizio della rivoluzione. La discussione sul controllo della produzione non ha perciò riguardato solo aziende in crisi o di dimensioni minori, ma ha toccato addirittura il colosso petrolifero Pdvsa. Tra le prime aziende ad essere occupate ci sono state una cartiera, la Venepal (oggi Invepal), e una fabbrica di valvole per l’industria petrolifera, la Inveval. Ad esse ne sono seguite diverse decine, con risultati alterni. Alcune, come la Sanitarios Maracay, sono state per un periodo occupate e messe in produzione dai lavoratori. Altre, come l’acciaieria Sidor, sono state nazionalizzate in seguito a durissime vertenze sindacali. In altre ancora, come il colosso dell’alluminio Alcasa, sono state sviluppate forme di elezione di delegati di reparto per favorire il controllo operaio sulla produzione.

La burocrazia interna al fronte chavista ha cercato di sviare più volte il movimento con la parola d’ordine ambigua della “cogestione operaia”. Come dice il termine, “cogestione” implica la presenza di più soggetti. Il termine si presta quindi sia a definire una gestione partecipata dei lavoratori ad un’azienda capitalista, sia la sua acquisizione da parte dei lavoratori sotto forma di cooperativa, sia la nazionalizzazione sotto il controllo operaio. Nel primo caso siamo di fronte ad un tentativo di rendere i lavoratori complici impotenti della gestione padronale. Viene creata una cogestione formale tra rappresentanti dell’azienda e dei lavoratori, ma la proprietà detiene il capitale e quindi in ultima analisi il potere. Ai lavoratori viene riservato il diritto di rendersi complici del proprio sfruttamento, coprendolo magari con una veste di democraticità. Del secondo caso, la trasformazione in cooperative, ne abbiamo già parlato: i lavoratori sono spinti sulla via dell’autosfruttamento o della trasformazione in padroncini. Non producono per la collettività ma per massimizzare il profitto della propria azienda.

Il terzo caso è quello che rivendichiamo: la nazionalizzazione dell’azienda garantisce la proprietà collettiva e le finalità sociali della produzione. I lavoratori non hanno quindi bisogno di autosfruttarsi perché il capitale a cui possono attingere per gli investimenti è l’intero capitale statale. Al contempo la produzione viene controllata dal basso dall’assemblea operaia e i rappresentanti da essa eletti. Sono i lavoratori stessi ad aver la prima e l’ultima parola sulle modalità di lavoro. Essi stessi costituiscono la chiave per armonizzare produzione e finalità sociali. La proprietà pubblica si occupa della pianificazione generale delle finalità della produzione, mentre la singola assemblea operaia della sua realizzazione. Tra i due livelli deve esistere necessariamente un rapporto dialettico e democratico continuo.

Questo modello, è bene dirlo, non esiste solo nella teoria marxista. In embrione vive e si sviluppa alla Inveval. Qua la lotta ha incontrato le idee della Cmr, la Corrente Marxista venezuelana. Gli operai Inveval hanno rifiutato qualsiasi forma di cogestione che non fosse la nazionalizzazione dell’azienda sotto il controllo operaio. Grazie alla loro lotta, oggi Inveval è un’azienda pubblica sotto il controllo operaio. I suoi profitti sono sociali tanto quanto il capitale di investimento è pubblico. Ma all’interno dell’azienda sono i lavoratori a decidere modalità di lavoro e di produzione. Inveval non aspira ad essere un’isola nel mercato capitalista, ma un pungolo e un esempio continuo nel processo rivoluzionario. Per questo ha contribuito a fondare il Freteco (il fronte delle aziende occupate) che coordina e promuove il movimento per l’occupazione, l’espropriazione e lo sviluppo del controllo operaio nelle aziende venezuelane.

Di fronte alla crisi


Nella storia abbiamo assistito a diversi tipi di casi occupazione di fabbriche. Il movimento può svilupparsi immediatamente in maniera generalizzata come risultato dell’esplosione di un processo rivoluzionario. Fu il caso dell’Italia del 1919-20 e in parte del 1968-69 in Francia. In questi casi il capitale cerca di riassorbire il movimento istituzionalizzando e legalizzando forme di cogestione tra azienda e lavoratori. Così ad esempio in Germania o in Gran Bretagna negli anni ‘70 si moltiplicarono gli organismi composti da rappresentanti sindacali e padronali.

Oppure, come successo in Argentina, può verificarsi una situazione in cui il proletariato complessivamente non è in grado di mettere in discussione il capitalismo, ma singoli settori di lavoratori sono costretti dal collasso della produzione a difendere la propria fabbrica occupandola e persino provando a metterla in funzione. In questo caso il movimento può rimanere limitato ad un singolo stabilimento o ad un ristretto numero di aziende. A questo punto il pericolo più grosso viene dall’isolamento della lotta e dall’illusione cooperativista. In mezzo a questi due poli c’è una quantità infinita di casi e sfumature. Tutto lo spettro delle possibilità è oggi presente in America Latina. Ma la discussione potrebbe riguardare l’Europa e il resto del mondo molto prima di quello che si pensi.

Intanto prendiamo atto di una lista che si allunga: nel marzo dello scorso anno i lavoratori delle officine ferroviarie svizzere di Bellinzona rispondono all’annuncio di 420 licenziamenti con sciopero e occupazione delle officine stesse, all’inizio di dicembre i lavoratori di Chicago (Usa) della fabbrica di serramenti Republic Windows and Doors and hanno occupato lo stabilimento, a febbraio viene occupata in Indonesia l’azienda di lavorazione del legno PT Timur Setalan e in Ucraina la Kherson, fabbrica di macchinari industriali che viene rinominata simbolicamente dai lavoratori azienda di Stato. Il 4 marzo è il turno dell’azienda di imballaggio scozzese Prisme e il 19 della fabbrica di componentistica auto Aradco – principalmente indotto Chrysler – del distretto industriale di Windsor (Ontario, in Canada). Il 24 marzo si conclude dopo 7 settimane la lotta dei lavoratori della filiale irlandese della Watford Crystal, mentre il 1 aprile vengono occupati gli stabilimenti della Visteon – indotto Ford – in Gran Bretagna e Irlanda dopo l’annuncio di 600 licenziamenti. In Italia abbiamo poi il caso della Innse, azienda di presse di Milano, tutt’oggi presidiata e dove addirittura la produzione è ripresa per circa tre mesi in regime di autogestione dei lavoratori.

I casi che abbiamo citato non sono nemmeno tutti e sono tra i più diversi. Ma al di là delle specificità di ciascuno, fanno parte di una reazione allo stesso processo generale. La sovrapproduzione è la causa prima della crisi e il capitalismo ne esce con la distruzione di risorse umane, merci e capacità produttive in eccesso. è notizia recente dei 1100 miliardi di dollari di aiuti internazionali stanziati dal G20. Ma si tratta di una politica di respiro corto. Il sistema può così al massimo garantirsi ulteriori margini di smercio, ma alla fine del giro di giostra si ritorna al punto di partenza e in condizioni ancora peggiori: la massa di debiti aumenta, mentre la produttività del lavoro e lo sviluppo delle forze produttive continuano a crescere più rapidamente delle capacità di consumo.

Se la distruzione delle forze produttive è l’essenza della crisi, la loro difesa deve essere l’essenza della risposta. In primo luogo va preso atto che l’occupazione e il presidio dello stabilimento sono una necessità vitale: non abbandonare la fabbrica e presidiarne la potenzialità produttiva è la base di qualsiasi lotta contro chiusura e licenziamenti. Non a caso ogni qual volta incomincia una crisi, i delegati sindacali vengono travolti in un turbine di tavoli e trattative istituzionali con lo scopo di allontanarli dalla cura dei rapporti di forza stessi interni all’azienda. Sotto questa luce va vista anche la proposta della flexsecurity ideata da Ichino (Pd): la creazione di una rete perenne di flebili ammortizzatori sociali in cambio di una maggiore facilità a licenziare e un inasprimento della precarietà. Un esercito di disoccupati viene tenuto così in coma vegetativo pronto ad entrare e uscire dalla produzione senza mai sviluppare un legame stabile con un luogo di lavoro.

Casi di aziende occupate, quindi, possono e devono generalizzarsi. Una volta occupata, un’azienda deve preoccuparsi di evitare il proprio isolamento. Il collegamento con gli stabilimenti affini, la partecipazione ancora più determinata alla vita sindacale e alle mobilitazioni generali del movimento, la richiesta dello sciopero generale di zona, lo sviluppo di una cassa di resistenza, il contatto con gli studenti, lo sviluppo di media alternativi per raccontare la lotta: queste sono le prime e le essenziali misure da intraprendere.

Laddove è possibile una fabbrica occupata deve provare a produrre anche per un breve periodo sotto il controllo dei lavoratori stessi. Lo scopo non è quello di stabilizzare un mercato, ma di dimostrare in concreto l’inutilità del padrone e la funzionalità dell’azienda. Ovviamente non tutte le lavorazioni lo consentono: dipende dal tipo di prodotto, dalla grandezza dell’azienda, dalle possibilità di superare il boicottaggio inevitabile dei fornitori e dalla facilità di acquisto delle materie prime. Ma sia che questo sia più o meno possibile, ogni azienda occupata deve comunque chiedere di essere nazionalizzata. Questa rivendicazione è il deterrente principale contro ogni isolamento: solo così si può far capire al resto dei lavoratori che la fabbrica deve essere salvata perché la società ne possa usufruire, che si tratta della lotta per la salvaguardia di tutti i posti di lavoro.

La borghesia stessa ha riscoperto l’intervento statale. Lo scopo è inverso al nostro: loro nazionalizzano le perdite, noi vogliamo socializzare i profitti. In ogni caso il tabù è caduto. Certo, non è questo Stato che potrà garantire il corretto funzionamento di un’azienda pubblica. Lo sappiamo bene: anche se fosse costretto da una lotta a nazionalizzare un’azienda, lavorerebbe dal giorno dopo per boicottarla e riconsegnarla ai privati. La contraddizione si sposterebbe a quel punto su un piano superiore, tra l’apparato dello Stato borghese e le forme di controllo operaio presenti in azienda. Ma al momento questo è un problema d’attualità solo in Venezuela. Intanto nel vecchio continente possiamo iniziare ad affermare questa grande verità: si vedono fabbriche funzionare senza padroni, non si sono mai viste fabbriche funzionare senza operai.

8 aprile 2009

 
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