La lettera che segue è stata inviata dai lavoratori della Piaggio di Pontedera, espulsi dalla Cgil a fine luglio, all’Unità, Liberazione e Il Manifesto, quotidiani (in particolare gli ultimi due) che pur avendo denunciato l’accaduto non hanno ritenuto importante pubblicare la lettera.
Oltre a esprimere tutta la nostra solidarietà ai compagni che hanno subito questo grave atto di repressione crediamo sia necessario fare tutto il possibile perché la cosa non cada nel silenzio.
Nel prossimo numero di Falcemartello daremo ulteriori informazioni, mentre sarà possibile nei prossimi giorni accedere a eventuali novità sugli sviluppi della vicenda sul nostro sito.
Per quanto ne sappiamo una espulsione dalla Cgil di questa portata non avveniva da oltre un decennio. Le ultime che ricordiamo si sono realizzate alla fine degli anni ’80 contro i macchinisti delle ferrovie, guidati da Gallori, che avevano dato vita ai Cobas (e che inizialmente non avevano nessuna intenzione di uscire dalla Cgil) o contro i lavoratori della Breda di Milano.
Si tratta dunque di un fatto grave che deve ricevere una risposta importante. In questo momento l’espulsione non è esecutiva perché deve essere valutata da ben due organismi di garanzia della Cgil (della confederazione, e non della Fiom).
La realtà è che se c’è qualcuno che si è messo fuori dalla linea della Fiom non sono certo i compagni della Piaggio ma la segreteria della Fiom di Pisa, responsabile del provvedimento che nel corso di tutta la vertenza dei metalmeccanici dello scorso autunno ha boicottato la linea dei precontratti decisa a livello nazionale che invece è stata portata avanti nella zona dai soli compagni della Piaggio di Pontedera. Cremaschi e Rinaldini ne prendano atto e agiscano di conseguenza.
Come è noto in questo momento è in corso un attacco abbastanza violento da parte della burocrazia della Cgil contro i dirigenti della Fiom rei di non aver firmato gli ultimi due (pessimi) contratti nazionali. Incredibile a dirsi ma persino Giampaolo Patta, della segreteria nazionale e leader della sinistra della Cgil, si è scagliato contro il “settarismo” della Fiom niente di meno che dalle pagine del Sole 24 Ore.
L’attacco ai compagni di Pontedera non può essere separato da questo conflitto più generale. In questo scontro, pur criticando (a volte anche duramente) le incertezze e le ambiguità di Cremaschi e Rinaldini ci siamo sempre schierati, e molto chiaramente, dalla parte della Fiom come peraltro i compagni della Piaggio.
Per questo ci aspettiamo una reazione da parte del gruppo dirigente della Fiom (a partire dal prossimo Comitato Centrale) e una mobilitazione in difesa degli espulsi, pronti, come è nostra prerogativa, a lanciare la battaglia dalla base, dai lavoratori, se non dovesse arrivare un chiaro e inequivocabile segnale da parte di Rinaldini e Cremaschi.
I compagni della Piaggio non resteranno soli in questa vicenda.
La redazione
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L’espulsione di undici tra delegati e lavoratori e la sospensione di altri cinque è un fatto senza precedenti nella storia della Cgil, ed è necessario che tutti possano conoscere i fatti che stanno dietro una simile decisione.
Veniamo accusati di aver pubblicamente e sistematicamente contestato, con interventi in assemblea, volantini, promozione di agitazioni, nientemeno che la linea sindacale della Segreteria provinciale di Pisa della Fiom.
Perché l’abbiamo contestata? Chi conosce la storia sindacale alla Piaggio negli ultimi anni sa bene che dal ‘95 una serie di accordi tra OO. SS. provinciali e Azienda ha introdotto alla Piaggio forti aumenti dei ritmi di lavoro, oltre 2.000 licenziamenti, uso abnorme del lavoro stagionale, flessibilità e sabati lavorativi, senza aumenti salariali.
In particolare, il metodo dei tempi di lavoro TMC2, ben noto perché alla base della rivolta di Melfi, è stato introdotto alla Piaggio da un accordo aziendale del 1995. La sua applicazione, anche di fronte alla resistenza operaia, è stata possibile solo grazie al sostegno delle OO.SS. provinciali, in particolare della Fiom.
Questo ha portato dal ‘95 a oggi a una serie di accordi, che hanno autorizzato la stagionalizzazione della produzione, con l’uso massiccio del lavoro precario e dei sabati lavorativi e hanno acconsentito ai licenziamenti generati dai forti aumenti di produttività conseguenti agli aumenti dei ritmi di lavoro.
Nell’ultimo anno, con l’arrivo alla Piaggio di Colaninno, la disponibilità della Fiom provinciale ad ulteriori concessioni all’azienda si è tradotta nella sigla di un accordo integrativo che riduce al minimo gli aumenti salariali, assenti in Piaggio da nove anni, condizionandoli interamente agli obiettivi aziendali, conferma l’applicazione del TMC2, introduce la legge 30 e reimpone i sabati lavorativi, che le lotte operaie avevano reso impraticabili negli ultimi tre anni.
L’accordo è stato approvato a maggioranza strettissima, solo grazie al voto favorevole degli impiegati, in un Referendum fuori delle regole (per esempio, solo quattro rappresentanti del NO, venti del SI, su otto seggi, un rappresentante del NO e cinque del SI in Commissione Elettorale).
Tutto questo stracciando la piattaforma precontrattuale, dai contenuti diametralmente opposti, approvata lo scorso Settembre dai lavoratori a larghissima maggioranza nel quadro delle iniziative della Fiom contro gli accordi separati di Fim e Uilm sul contratto nazionale e contraddicendo apertamente tutte le posizioni e gli obiettivi della Fiom nazionale su TMC2, legge 30, flessibilità e salari.
In questi anni noi ci siamo fatti interpreti della resistenza operaia, che si è espressa all’inizio con scioperi di reparto e ha nel tempo consolidato un gruppo di lavoratori e delegati Fiom, circa la metà dei 17 Fiom nella Rsu prima del suo rinnovo nello scorso Novembre. La continua crescita del sostegno operaio alle nostre posizioni ha determinato negli ultimi anni uno scontro aperto in fabbrica con la Segreteria provinciale della Fiom.
In Ottobre le dimissioni dei delegati Fiom legati alla segreteria provinciale hanno anticipato il rinnovo della Rsu. Le elezioni sono state gestite da una commissione di sole quattro persone, nominate dalle segreterie provinciali di Fiom, Fim e Uilm e Ugl, col disprezzo di ogni regola e garanzia (assenza in tutti i seggi degli elenchi dei votanti, divieto ai componenti dei seggi di siglare le schede elettorali, siglate solo della Commissione elettorale, che ha rifiutato di indicarne il numero totale, urne facilmente manomettibili e nella disponibilità della sola Commissione per lunghi periodi, in particolare per quattro ore. Tra la fine delle votazioni e l’inizio dello scrutinio, durato cinque giorni, rifiuto totale, anche a formale richiesta, di accesso ai verbali).
I risultati hanno ridotto a sei su sedici il numero dei delegati della minoranza nella Rsu, con evidentissime discrepanze rispetto alla parallela votazione per l’elezione dei responsabili della sicurezza, dove la minoranza ha avuto tre eletti su quattro Fiom.
I nostri ricorsi agli organismi sindacali sono stati respinti senza motivazioni. Abbiamo ritenuto giusto e necessario rivolgerci alla Magistratura, ma il giudice di Pontedera ha ritenuto di non essere competente.
Dall’inizio dell’anno sono stati compiuti una serie di atti arbitrari nei nostri confronti, tra i quali l’allontanamento sostanziale dalle trattative per il contratto integrativo, l’esclusione, contro il regolamento, della nostra lista dal Congresso provinciale della Fiom, e infine la richiesta, da parte della Segreteria provinciale alla Cgil regionale dell’avvio del procedimento disciplinare che si è concluso con 11 espulsioni e 5 sospensioni. Sembra una commedia dell’assurdo: noi che abbiamo rivendicato gli obiettivi della Fiom nazionale contro la diversa linea sindacale della Fiom provinciale e denunciato in tutte le sedi le continue violazioni regolamentari con cui è stato impedito alla volontà dei lavoratori di esprimersi, veniamo sanzionati per averlo fatto apertamente e pubblicamente.
La nostra vicenda è solo un episodio di un problema, che si sta imponendo sul piano nazionale e che è già esploso con la lotta degli autoferrotranvieri, di reale e verificabile rappresentanza dei lavoratori, che le organizzazioni sindacali finiscono per trattare come soggetti passivi, privi della possibilità di espressione democratica e del diritto di determinare le scelte di linea sindacale e gli obiettivi delle rivendicazioni, e perciò privi degli strumenti fondamentali di difesa delle proprie condizioni di lavoro.
Questo problema sarà difficilmente eludibile e fa tutt’uno con la necessità di una ripresa dell’iniziativa politica del movimento operaio, oggi subalterno agli interessi e alle prospettive di classi parassitarie e inconsistenti.
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