- Introduzione -
Niente è più necessario
per la Fiom di un congresso che faccia un bilancio onesto delle lotte degli
ultimi tre anni. Dal 2001 ad oggi sono stati firmati due contratti nazionali
sulla testa dei lavoratori che correttamente la Fiom non ha sottoscritto, ma che
allo stesso tempo non è stata in grado di contrastare. È opinione di chi
scrive che l’insuccesso del nostro sindacato nel tutelare gli interessi dei
lavoratori sia più il frutto di una politica sbagliata dei dirigenti sindacali
che il risultato di una presunta indisponibilità dei lavoratori a condurre la
mobilitazione.
Un regolamento
congressuale estremamente restrittivo (e in definitiva poco democratico)
impedisce che il contributo scritto che segue possa essere la base di un terzo
documento in discussione al congresso della Fiom. Per presentarlo sarebbe stata
necessaria la firma di 5 membri del Comitato Centrale mentre a sostenerlo nel CC
c’è un solo compagno. A sottoscriverlo però ci sono diversi delegati di
fabbriche importanti che il 2 marzo si sono riuniti a Bologna e che hanno
sottoposto il loro punto di vista alla riunione nazionale della sinistra Fiom
del 3 marzo.
Alla riunione di Cambiare
Rotta abbiamo insistito sulla necessità di presentare un documento autonomo
della sinistra, alternativo a Rinaldini e Nencini, ma le nostre posizioni sono
state sostanzialmente respinte da Cremaschi e Breda, i quali hanno insistito
sulla opportunità di “condizionare a sinistra” la Fiom dando vita a
un’alleanza con Rinaldini.
Ma Rinaldini è stato
condizionato non da sinistra, ma da destra. Lo dimostra il fatto che ha
accettato 21 dei 22 emendamenti presentati dai dirigenti Fiom dell’Emilia-Romagna
(Zanasi, Naldi - segretario regionale - ecc.); chiunque abbia vissuto da vicino
la gestione che questi hanno dato alle mobilitazioni sa bene che si tratta dei
principali responsabili dell’impantanamento della lotta proprio in una regione
dove questa stava manifestando una forte spinta dalla base.
La realtà che ciascun
attivista può riconoscere è che negli ultimi anni la sinistra della Fiom è
diventata sempre più impalpabile agli occhi dei lavoratori ed esiste solo come
entità burocratica che occupa poltrone, ma non ha alcuna capacità di
iniziativa reale.
Per Cambiare rotta, il
sostegno al documento di Rinaldini è un passo ulteriore verso l’abisso, per
un’area che sta perdendo ogni contatto con le lotte reali che pure si stanno
sviluppando in ogni angolo del paese. Non un contratto, non una vertenza, non un
accordo, non una lotta negli ultimi anni ha visto gli esponenti nazionali di
Cambiare Rotta distinguersi dagli altri dirigenti della Cgil.
Invece di dare risposte
precise ai problemi brucianti e irrisolti in questi due anni, nei documenti si
spazia sui temi più svariati per poi approdare all’ennesima riproposizione di
politiche concertative. La differenza è solo nelle dosi: mentre Nencini la
minestra concertativa vuole farcela ingoiare tutta assieme candidandosi ad
essere il principale referente del “gruppo dei 49” in Fiom, Rinaldini vuole
somministrarcela in piccole quantità. Ma la direzione di marcia è la stessa.
Il testo che presentiamo
non parla di Tobin Tax; movimento no global, scuola, servizi sociali, Europa,
Palestina, americanizzazione, ecc… non perchè non consideriamo importante
sottolineare il nostro punto di vista anche su questi argomenti, ma perchè
riteniamo giusto concentrarci sulle questioni decisive che riguardano le lotte
operaie in questa fase storica e la strategia necessaria per battere
l’offensiva del padronato e del governo contro il lavoro salariato, i
pensionati, i disoccupati e tutti i settori oppressi in questa società.
È nostra intenzione
batterci per un sindacato basato sulla democrazia operaia, combattivo e con una
politica di classe. Riappropriarci come lavoratori del nostro sindacato è una
necessità non più rinviabile. Il nucleo originario dei compagni che sostengono
questo documento è lo stesso che, assieme ad altri, si è reso protagonista
quest’autunno nella vertenza dei precontratti con la formazione del
Coordinamento dei delegati in lotta nella città di Modena e l’esemplare
mobilitazione di Fincantieri.
Siamo tra quelli che il
ministro Giovanardi ha chiamato in causa in un’interpellanza parlamentare con
l’accusa di “sabotaggio e di non rispettare la democrazia nelle
fabbriche”.
Chi è stato protagonista
di lotte così radicali come quelle di quest’autunno non può tollerare un
congresso “blindato” come quello che si annuncia, dove i lavoratori sono
completamente espropriati da una discussione realmente democratica.
Per questa ragione
presentiamo un testo che sarà formalmente presentato nei congressi di fabbrica
come emendamento alla premessa generale del documento Rinaldini-Cremaschi,
essendo questa l’unica via consentita dal regolamento congressuale per far
valere il nostro punto di vista.
Emendamento
di Paolo Brini e altri al documento “Valore e Dignità al lavoro”
(sostitutivo
alla premessa “Perché il congresso ora?”)
Per un sindacato di
classe democratico e combattivo
È utile ricordare che
gli accordi di luglio, che hanno determinato in 10 anni un calo dei salari del
15% e un peggioramento notevole dei diritti dei lavoratori, si sono incrinati
per volontà della Confindustria che ha deciso di calpestarli non concedendo più
neanche gli aumenti calcolati sull’inflazione programmata.
La “svolta” impressa
da Cofferati due anni fa, più che rompere la concertazione si proponeva di
recuperarla in un contesto in cui governo e padronato hanno deciso di non
concordare con il sindacato gli attacchi al movimento operaio.
Il nuovo quadro politico
(con l’elezione del governo Berlusconi) e le pressioni che venivano dal basso
sono stati ulteriori elementi che hanno spinto il gruppo dirigente della Cgil ad
organizzare i grandi scioperi e le manifestazioni del 2002.
A quelle lotte non è
stata data continuità e il quadro sindacale sta retrocedendo in maniera
preoccupante come dimostrano le recenti prese di posizione di Guglielmo Epifani
(non ultimo il sostegno dato dal segretario della Cgil ai dirigenti della Filt
firmatari dell’accordo bidone nella vertenza degli autoferrotranvieri).
Cofferati ha prima
scaldato le polveri per poi bagnare le micce, ma le ragioni che hanno spinto
milioni di lavoratori a partecipare alle grandi mobilitazioni del 2002 sono le
stesse che dopo un breve momento di pausa e disorientamento hanno visto il
conflitto di classe riprendere quest’autunno con ancor più radicalità.
1. Il grado di durezza e
di spontaneità mostrato dagli scioperi dei metalmeccanici (soprattutto in
Emilia), quelli degli autoferrotranvieri, dei pompieri, dei lavoratori dell’Alitalia,
le lotte di Scanzano, Termini Imerese e Terni, di Genova e tante altre,
dimostrano che siamo entrati in una nuova epoca. Le mobilitazioni operaie non si
sviluppano più nell’isolamento totale (come sono state per certi versi quelle
degli anni ’90), ma godono del sostegno aperto e militante di milioni di
persone che manifestano a fianco degli operai a difesa delle proprie realtà
produttive e del proprio territorio.
La classe lavoratrice
torna ad avere un ruolo egemonico come avveniva un tempo, un sindacato operaio
per eccellenza qual è la Fiom, non può essere insensibile a questi sviluppi,
deve piuttosto metterli al centro della propria analisi discutendo le forme più
adeguate per sostenere queste mobilitazioni e spingerle il più avanti
possibile.
2. La realtà è che per
quanto riguarda la vertenza dei precontratti i conti non tornano. Le decisioni
prese e ribadite in più occasioni nel Comitato centrale (generalizzare la
lotta) sono state rese lettera morta da un apparato che per troppi anni si è
abituato a cercare la legittimazione non presso i lavoratori, ma presso la
controparte, che ha sempre concepito la propria funzione come quella di sedersi
alla prima occasione per firmare a prescindere dai contenuti, che vede con
fastidio la mobilitazione dei lavoratori, soprattutto quando questa assume forme
radicali. Dove la lotta si è spinta più avanti, il ruolo dei gruppi dirigenti
si è limitato, nel migliore dei casi, a prendere atto delle iniziative dei
delegati e dei lavoratori, per poi far ripiegare tutto alla prima occasione.
Nella maggior parte dei casi, invece, i gruppi dirigenti non hanno neppure preso
in seria considerazione la necessità di avviare le mobilitazioni.
Il significato di questo
congresso deve essere quindi anche quello di rompere con queste logiche e
attingere dai militanti più avanzati che si sono posti in prima linea nella
lotta per trasformare un sindacato sempre più impantanato nelle logiche
burocratiche.
La crisi
industriale
3. La crescente
competizione nei mercati internazionali e la stagnazione di lungo periodo in cui
è entrata l’economia mondiale dopo lo scoppio della bolla finanziaria a Wall
Street sta determinando una crisi industriale che investe il futuro di centinaia
di migliaia di lavoratori.
Il capitalismo italiano
da tempo ha perso una presenza significativa nella chimica, nella farmaceutica,
nell’informatica, nell’automazione e sembra essere caduto in una vera e
propria voragine che nel giro di poche settimane ha prodotto un susseguirsi di
crisi senza precedenti: Fiat Avio, Alitalia, Cirio, Parmalat, Yomo, acciaierie
di Terni (Thyssen Krupp), Genova e Taranto (Ilva), Finmatica sono solo i casi più
noti, ma altre crisi aziendali comportano esuberi, mobilità e Cassa
Integrazione come nel caso di Ferrania, Marzotto, Finmek, Alcatel, Montefibre,
Cesame, Calabrese Metalmeccanica, i Nuovi Cantieri Apuani, il settore tessile
della Calabria, il polo chimico, la cantieristica.
Queste situazioni si
sommano a quelle che si sono prodotte nel 2002-2003: 21mila posti di lavoro
persi nel 2003 rispetto al 2002, le ore lavorate nella grande industria sono
diminuite dello 0,7%. Il ricorso alla cassa integrazione straordinaria è
cresciuto in maniera preoccupante del 76%, toccando punte del 330% in Piemonte,
del 230% in Sicilia ed Abruzzo e del 130% in Molise.
4. La ragione ultima per
cui il processo economico assume queste caratteristiche sta nel fatto che, sotto
il capitalismo, la domanda non segue la produzione. I capitalisti non riescono a
vendere tutto quello che producono. A seguito di ciò incomincia in alcuni
settori un decremento della produzione industriale che poi si generalizza. Siamo
di fronte a una classica crisi di sovrapproduzione che è insita nel sistema di
mercato e che non è possibile contrastare con le classiche politiche keynesiane
di investimento pubblico per l’enorme quantità di debiti accumulati dagli
Stati, oltre che dalle banche, le aziende e i privati.
Per ristabilire
l’equilibrio economico e proteggere i loro profitti, i padroni avviano le
ristrutturazioni e il governo Berlusconi favorisce questo obiettivo con le
proprie politiche che tentano di scaricare la crisi sui ceti più deboli, in
gran parte riuscendoci. Tuttavia l’esperienza del 1996-2001 ci ricorda che i
lavoratori non possono aspettarsi molto di meglio da un governo di centrosinista.
Dove si sono fatte delle conquiste e ci sono stati dei miglioramenti questi sono
stati il frutto esclusivo delle mobilitazioni e della radicalità mostrata dai
lavoratori.
5. Mai come in questo
momento di crisi economica e industriale è stato così evidente che il compito
del sindacato non può essere quello di promuovere delle linee di sviluppo
“alternative” interne alla logica di mercato. I capitalisti si muovono sul
mercato mondiale alla tutela dei propri interessi, e non sono disposti a
tollerare vincoli di sorta. Un sindacato di classe non deve immaginare un
“capitalismo dal volto umano”, ma deve tutelare gli interessi dei lavoratori
sempre e comunque, prescindendo dalle cosiddette compatibilità che impone il
mercato. Al di fuori di questo la politica sindacale non può essere altro che
la collaborazione con la controparte per peggiorare le condizioni di vita dei
lavoratori particolarmente in un contesto di declino economico come quello
attuale.
Il contratto del
2001 e del 2003
6. Nel 2001 il gruppo
dirigente della Fiom ha reagito in maniera assolutamente insufficiente
all’accordo capestro firmato da Federmeccanica con Fim e Uilm. Ha convocato
uno sciopero il 6 giugno 2001, ha portato oltre 50mila lavoratori alla grande
manifestazione di Genova e ha poi aspettato cinque mesi per convocare un nuovo
sciopero generale! Il tutto per una piattaforma che prevedeva solo 18mila lire
di aumento rispetto all’accordo firmato, quando la vera posta in gioco era il
futuro stesso del Contratto nazionale. La determinazione mostrata dai lavoratori
è stata frustrata da una direzione sindacale esitante, incerta e inadeguata. Il
sostegno dei lavoratori era amplissimo e la possibilità di inasprire la
mobilitazioni c’era, fino al punto che sono state raccolte 350mila firme
contro l’accordo capestro.
Ma la direzione della
Fiom l’ha lasciata cadere e le mobilitazioni in difesa dell’articolo 18
anziché essere un’occasione per rilanciare su scala più ampia la lotta per
il Contratto nazionale, l’hanno di fatto oscurata e fatta passare nel
dimenticatoio.
Se possibile la linea
sindacale nel contratto del 2003 è stata anche peggiore. Dopo la firma separata
e uno sciopero generale convocato il 16 maggio, la Fiom ha proposto la linea dei
precontratti.
Il gruppo dirigente della
Fiom proponeva di riconquistare il contratto fabbrica per fabbrica,
“disarticolando” il fronte avversario.
Invece di basarsi
sull’unità dei lavoratori, l’unico terreno su cui era possibile vincere la
battaglia, si sono spinte alcune piccole e medie imprese (soprattutto
dell’Emilia e della Toscana), dove la Fiom poteva contare su un radicamento
maggiore, allo sbaraglio in ordine sparso con lotte di tipo aziendale.
Se è vero che circa
100mila lavoratori (oltre 500 aziende) hanno ottenuto un qualche tipo di
precontratto, è anche vero che oltre un milione e mezzo di lavoratori sono
rimasti senza accordo e senza una prospettiva a breve termine.
A quasi un anno di
distanza da quella scelta, quindi, i conti non tornano affatto, ma di questo il
gruppo dirigente non ha alcuna intenzione di parlare, rifiutandosi di
riconoscere la sconfitta subita.
Quello che fin
dall’inizio era un pericolo di “aziendalizzazione” delle lotte, e dunque
di divisione del nostro fronte, anziché di quello padronale, è divenuto realtà.
Come se ciò non bastasse alla fine di gennaio la direzione della Fiom ha scelto
di passare dalla lotta sui precontratti a quella dei contratti integrativi,
minando definitivamente ogni prospettiva di riconquista del contratto nazionale.
Accordi sottoscritti anche da Fim e Uilm, che si configuravano come semplici
accordi integrativi aziendali del tutto separati dalla lotta per il CCNL e che
facevano anche aperture sulla legge 30, venivano additati come esempio da
seguire per tutta la Fiom (ad esempio la Ducati Motor di Bologna). Si è
trattato di un abbandono in sordina e senza dichiararlo della linea precedente.
Quale
piattaforma?
7. È chiaro che la
difesa degli interessi dei lavoratori ha come primo presupposto che le
rivendicazioni possano migliorare significativamente le nostre condizioni di
vita. Se una piattaforma è modesta in partenza questo inevitabilmente
condizionerà anche l’ambiente tra i lavoratori al momento di decidere come e
con quanta determinazione lottare per difenderla. I tre punti fondamentali della
nostra piattaforma non possono che riguardare il salario, la lotta al precariato
e la democrazia sindacale.
A tale proposito bisogna
ricordare che proprio nel dicembre di quest’anno scade il biennio economico
del contratto dei metalmeccanici e già in autunno saremo chiamati ad esprimerci
su una nuova piattaforma salariale.
Quale occasione migliore
di questo congresso per fissare i criteri fondamentali su cui basare le nostre
richieste per il futuro? La formulazione di una nuova richiesta di aumento
basata unicamente su una generica rivendicazione di aumenti legati al “vero
andamento dell’inflazione e della ricchezza complessiva del paese”, non
rappresenta una rottura con la tanto deprecata politica dei redditi che si dice
di voler abbandonare. Di fronte a una decurtazione impressionante del potere
d’acquisto dei salari, che sono stati falcidiati ancor più
dall’introduzione dell’euro e di un corrispondente aumento dei prezzi, è
indispensabile rivendicare un significativo aumento dei salari.
La Fiom deve partire da
una proposta di aumenti salariali consistenti e uguali per tutti, che tengano
conto che nella busta paga media mancano qualcosa come 300 euro mensili. Secondo
i dati pubblicati un anno fa dalla Banca europea i salari italiani sono il 17%
al di sotto della media europea e il 43% al di sotto dei salari tedeschi.
Occorre inoltre garantire il potere d’acquisto dell’intero salario
contrattato attraverso un meccanismo di adeguamento automatico all’inflazione
reale con rivalutazioni trimestrali, la scala mobile.
8. Se vogliamo difendere
il contratto nazionale dobbiamo smetterla di delegare ai contratti di secondo
livello quanto non viene riconosciuto nelle vertenze nazionali. I contratti
integrativi hanno un altro ruolo, tanto più che tra i metalmeccanici solo un
terzo dei lavoratori è coperto dagli integrativi mentre la maggior parte della
categoria è tutelata esclusivamente dal contratto nazionale, che deve pertanto
contenere tutte le garanzie essenziali sia salariali che sul piano dei diritti.
9. Rivendichiamo la
quattordicesima mensilità per tutti.
10. Contro il dilagare
del precariato la Fiom deve promuovere una campagna per lanciare un’offensiva
contro la legge 30 e le precedenti leggi sulla “flessibilità del mercato del
lavoro” (includendo il pacchetto Treu sciaguratamente sostenuto anche dalle
sinistre presenti nel governo Prodi). Non possiamo contrattare su questo terreno
le percentuali di contratti temporanei o entrare nella logica dei “paletti”.
Rivendichiamo la trasformazione immediata di tutti i contratti precari in
contratti a tempo indeterminato. A parità di mansione, parità di salario e
stessi diritti.
11. La Fiom, in qualità
di principale sindacato industriale e contro ogni logica corporativa, ha il
dovere di rivolgersi con una propria proposta all’esercito di lavoratori
precari che ormai si contano a milioni e che non sono protetti da alcun
contratto nazionale. Per un dovere di solidarietà da una parte ma soprattutto
perché questo è funzionale alla formazione di un fronte articolato di lotta
per la difesa della dignità del lavoro. Rivendichiamo a questo proposito un
salario minimo intercategoriale di 900 euro netti indicizzati.
12. La produttività del
lavoro è enormemente aumentata negli ultimi anni ed è dal contratto del 1969
(dunque 35 anni fa) che non c’è una significativa riduzione dell’orario di
lavoro. Questo è un fattore che sommato ad altri (delocalizzazione, crisi
industriale, abuso degli straordinari, ecc.) produce una disoccupazione
dilagante con una situazione che è diventata particolarmente insopportabile al
Sud Italia dove siamo tornati a una situazione di emigrazione simile a quella
degli anni ’50 e ‘60.
C’è un esercito di
potenziali lavoratori che restano a casa, mentre in alcune fabbriche si arriva a
lavorare anche 60 ore alla settimana e i part-time si trasformano in lavoratori
a tempo pieno a tutti gli effetti.
Proponiamo la riduzione a
35 ore a parità di salario (32 per i turnisti) senza scambi di flessibilità di
alcun genere.
13. Se in generale è
peggiorata la condizione dei lavoratori di questo paese ancora peggio è la
situazione per quanto riguarda le lavoratrici che spesso si ritrovano dopo aver
staccato in fabbrica a svolgere a casa il “secondo turno” di lavoro
domestico. Non può essere insensibile a questo problema la Fiom che organizza
quelle lavoratrici e lavoratori che sono sottoposti ai lavori più logoranti. La
questione femminile non può essere risolta ipocritamente dal sindacato
introducendo le quote negli organismi dirigenti. Questo può forse “migliorare
la condizione” delle nostre funzionarie ma non quella delle lavoratrici.
La Fiom deve aprire una
grande discussione rispetto alla condizione femminile in fabbrica a partire
dalla proibizione del lavoro notturno per le donne e garantendo la maternità
con uno stipendio pieno per almeno 9 mesi (tre prima e sei dopo il parto) e la
garanzia del mantenimento del posto di lavoro e serie forme di tutela specifica
delle lavoratrici.
14. L’introduzione dei
fondi pensione integrativi si è dimostrata un inganno. Il fondo Cometa è in
perdita e vista l’estrema instabilità dei mercati finanziari è destinato a
lasciare i lavoratori nell’incertezza più assoluta. Ricordiamo che nei vari
crack finanziari, dalla Enron in poi, spesso sono proprio i fondi pensione a
perdere somme considerevoli.
La vecchiaia dei
lavoratori deve essere garantita, pertanto la Fiom mentre si batte nel movimento
più generale in difesa di pensioni pubbliche dignitose reintroducendo il 35x2
su 5 (in pensione dopo 35 anni col 2% di rendimento annuo calcolato sugli ultimi
5 anni di lavoro) propone ai lavoratori l’uscita dal fondo Cometa (su base
volontaria ovviamente) e la restituzione dei soldi ai lavoratori. Si batte
contro i tentativi di sottrarre il Tfr ai lavoratori per gettarlo nelle mani
della speculazione finanziaria legata alle pensioni intergrative.
15. Infine si pone il
problema delle proposte sindacali di fronte alle crisi aziendali, alle chiusure
di imprese che come si diceva si moltiplicano a vista d’occhio. Se cala la
produzione non possiamo accettare, come fanno i vertici sindacali, che il
problema si risolva con la cassa integrazione, con la mobilità incentivata o
coi contratti di solidarietà (contratti che prevedono una diminuzione
dell’orario di lavoro ma anche del salario) strumenti anticamera
dell’espulsione dalla produzione, che tolgono dignità ai lavoratori e che li
costringono a vivere nell’incertezza con salari da miseria.
Per le aziende che
denunciano lo stato di crisi e la chiusura, se la lotta non porta a garanzie
soddisfacenti per i lavoratori, l’unica risposta che può avanzare il
movimento operaio è la nazionalizzazione sotto il controllo operaio. Se i
padroni vogliono disimpegnarsi, che lo facciano, ma le fabbriche devono
continuare a produrre tanto più che per anni hanno usufruito di forti incentivi
statali. Nel caso della Fiat, per esempio, lo Stato ha dato così tanti soldi a
fondo perduto alla famiglia Agnelli da pagarne più volte il suo valore. Per non
parlare di aziende come l’Ilva, svendute per quattro soldi ai vari Riva e
Thyssen, che oggi minacciano di cancellare migliaia di posti di lavoro.
Se queste aziende
venissero espropriate, questo non sarebbe certo un furto ma una semplice
restituzione del maltolto. Sarebbe inoltre l’unica via per garantire il futuro
della produzione e dei lavoratori.
Il coordinamento
democratico e la democrazia sindacale
16. La democrazia
sindacale, è uno dei punti su cui, giustamente, la Fiom sta più insistendo in
questa fase, proponendo un maggiore coinvolgimento della base. Tutto ciò è
senz’altro un passo avanti rispetto a quanto difeso da Cisl e Uil ma su questo
argomento dobbiamo essere precisi coi lavoratori.
Per garantire una
partecipazione attiva e un controllo realmente democratico da parte dei
lavoratori verso il proprio sindacato è necessario in ogni vertenza costituire
un coordinamento di delegati di trattativa eletti in tutti i luoghi di lavoro e
a tutti i livelli (di zona, provinciale, regionale e nazionale) che siano
responsabili di definire la piattaforma e che abbiano il mandato nella gestione
della vertenza. I delegati verranno eletti in fabbrica e saranno revocabili
dall’istanza che li ha eletti, in qualsiasi momento della vertenza. Sarà
l’assemblea nazionale dei delegati di trattativa a scegliere la commissione
trattante con Federmeccanica. I segretari dei sindacati di categoria
affiancheranno la commissione nella trattativa ma sarà la commissione eletta
dai lavoratori ad avere l’ultima parola su un eventuale accordo che andrà poi
ratificato nell’assemblea nazionale dei delegati. Il mandato dei delegati
cesserà con la chiusura del contratto e a quel punto si farà un referendum tra
tutti i lavoratori per verificare il loro consenso all’accordo.
Molti delegati sono stati
eletti in un contesto sociale estremamente differente da quello attuale. Come si
è visto in questi mesi, là dove tra i metalmeccanici si sono rinnovate le Rsu,
spesso la Fiom ha aumentato i propri voti e il numero di delegati a scapito di
Fim e Uilm, questo lo si deve alla maggiore disponibilità mostrata sul piano
del conflitto contro i padroni.
Il rinnovo generalizzato
delle Rsu è un obiettivo strategico della Fiom, come l’abolizione del terzo
garantito per Cgil-Cisl e Uil.
Si pone infine il
problema del controllo sull’operato dei dirigenti sindacali. La Fiom deve
essere esemplare da questo punto di vista introducendo un nuovo criterio
antiburocratico.
I funzionari sindacali
assegnati a una determinata realtà dovranno non solo ricevere il gradimento dei
lavoratori (attraverso un voto) ma dovranno sottoporre al voto qualsiasi accordo
viene firmato con l’azienda.
Per togliere ogni forma
di privilegio la Fiom legherà i salari dei funzionari al contratto di
riferimento della propria categoria. Questo significa che nessun funzionario, a
nessun livello, riceverà un salario superiore a un lavoratore specializzato
(diciamo un metalmeccanico di 5° livello).
Queste misure
antiburocratiche assolutamente elementari dovrebbero essere appoggiate
entusiasticamente da qualsiasi dirigente voglia battersi realmente per un
autentico regime di democrazia sindacale.
Le forme di
lotta
17. L’unica arma che
hanno i lavoratori per difendersi dai soprusi padronali è quella dello
sciopero. Ma perché questo strumento sia efficace è necessario inserire le
mobilitazioni in una strategia che punti a colpire la controparte nei suoi punti
più deboli.
I lavoratori sono stanchi
di scioperi testimoniali e rituali (una manifestazione oggi, uno sciopero di 4
ore dopo tre mesi, un presidio dopo altri due mesi, ecc.). Scioperi così
modulati sono assolutamente inutili, vengono proclamati con largo preavviso e il
padrone si organizza e il danno che ne subisce è quasi nullo; anzi, in qualche
caso ne guadagna pure (riesce a far produrre ugualmente il necessario e non paga
i lavoratori durante lo sciopero).
Questo non significa che
il sindacato non debba convocare scioperi generali (al contrario deve
prolungarne la durata convocando scioperi di 24, 48, 72 ore secondo le esigenze
del momento) ma questi scioperi generali devono inserirsi in un contesto di
mobilitazioni che mirano ad analizzare il ciclo produttivo in ogni fabbrica per
colpire la controparte lì dove fa più male.
Ma queste forme di lotta,
più radicali e più incisive, possono emergere con forza solo se c’è un
coinvolgimento più ampio da parte dei lavoratori nella gestione delle vertenze.
La via da seguire è
quella degli “scioperi selvaggi” (come li chiama la borghesia) utilizzati
efficacemente nella vertenza degli autoferrotranvieri e nelle lotte
metalmeccaniche di quest’autunno.
Non esiste una forma di
sciopero che di per se è più radicale delle altre e che possa garantire la
vittoria. La storia del movimento operaio insegna (si pensi ad esempio alla
lotta dei minatori inglesi nell’84) che anche uno sciopero ad oltranza può
essere sconfitto se c’è una direzione inadeguata.
In certe situazioni sono
più efficaci gli scioperi prolungati, in altre quelli a “gatto selvaggio”,
a singhiozzo o a scacchiera. Ma la questione decisiva è la determinazione con
cui ci si prefigge di ottenere l’obiettivo. Questa determinazione non manca
certo ai lavoratori, ma certamente è mancata più volte ai dirigenti, come si
è visto quest’autunno nella vertenza dei precontratti.
Una lotta ha poi il
problema dei rapporti che riesce a stabilire con la popolazione e con il proprio
territorio. Spesso i padroni cercano di isolare le mobilitazioni operaie ed è
fondamentale quindi per i lavoratori in sciopero stabilire un contatto diretto
con la cittadinanza con presidi e volantinaggi che si propongano di costruire
solidarietà attorno alle lotte operaie, una solidarietà politica ma anche
materiale (raccogliendo fondi per sostenere i lavoratori in lotta).
Uno strumento come quello
delle casse di resistenza è certamente fondamentale.
La Fiom da tempo ha
approvato la costituzione di queste casse, ma la cosa è rimasta finora solo
sulla carta.
Se durante la lotta alla
Fiat o nella vertenza dei precontratti si fosse organizzata una sottoscrizione
tra tutti i metalmeccanici ci sarebbe stata una risposta entusiastica se i
lavoratori avessero visto una reale determinazione da parte dei dirigenti
sindacali ad andare fino in fondo.
Dopo un lungo periodo
(negli anni ’80 e ’90) in cui sembrava che la lotta non portava a nessun
risultato nell’ultimo periodo si stanno traendo conclusioni diverse. Da Terni
a Scanzano, da Buenos Aires a La Paz (per guardare il quadro internazionale) la
radicalità della lotta paga e si sta generalizzando la sensazione che si può
cominciare a vincere.
Conclusioni
18. In un contesto di
crisi mondiale del capitalismo, con la crescita esponenziale dei conflitti
militari e la crescita del conflitto di classe in ogni angolo del pianeta, la
Fiom non può mantenersi nella stessa logica gradualista e concertativa che
l’ha guidata negli ultimi 20 anni e che ha fatto arretrare disastrosamente i
metalmeccanici e tutti i lavoratori.
È necessaria una rottura
con la politica degli accordi di luglio e con la collaborazione di classe.
Quello di cui hanno
bisogno i lavoratori oggi è di un sindacato combattivo che convochi gli
scioperi con serietà mantenendosi coerente con le istanze che rappresenta. In
una logica di competizione con le altre economie sul piano dei salari, dei
diritti, della flessibilità si può finire solo nel baratro.
Se il capitalismo non è
in grado di soddisfare i bisogni vitali dei lavoratori si faccia da parte come
sistema. In Argentina circa 200 fabbriche producono senza padroni e sotto il
controllo dei lavoratori. Se i lavoratori non le avessero prese sarebbero state
chiuse mentre invece in questo modo producono e creano lavoro. Un altro mondo è
possibile, un mondo dove la produzione non sia finalizzata ai profitti di una
minoranza di parassiti (si veda l’esperienza Parmalat al riguardo) ma alla
soddisfazione dei bisogni primari della popolazione.
Ne consegue che la Fiom
se vuole difendere coerentemente gli interessi dei lavoratori che rappresenta
deve non solo rompere con la politica della concertazione ma anche battersi per
una società più giusta, più equa e dunque per definizione per una società
non basata sul mercato e la proprietà privata dei grandi mezzi di produzione.
Se non ci si muove all’interno di questo quadro ideale gioco forza si finisce
con l’accodarsi ai vari Pezzotta che sempre di più si stanno trasformando in
veri e propri agenti del capitale all’interno del movimento operaio.
Con questo congresso
avviamo una svolta per un sindacato più democratico, più combattivo, più
deciso a difendere in modo intransigente gli interessi di classe.
Solo così la Fiom tornerà
a vincere e con essa l’insieme del movimento operaio italiano che non aspetta
altro che un sindacato che meriti realmente questo nome.
Primi firmatari
dell’emendamento:
Paolo
Brini (Comitato Centrale Fiom, delegato Smalti - Modena)
Michele
Roncaglia, Rosa Cionci (Smalti
Modena), Orlando Maviglia (Motori Minarelli – Bologna), Davide Bacchelli (Ima – Bologna),
Andrea Bono, Guido Misi (Fincantieri – Genova), Giampietro Monatanari (Cesab Bologna), Ivan Serra (Rcm - Bologna), Romano
Andreoli, Elvis Fischietti, Silvano Merighi, Renzo Ferri, Fortunato Ambrosini (Ferrari
- Modena), Davide Lissoni, Nicola Ala
(ST Agrate-Milano), Nunzio Vurchio (D’Andrea
– Milano), Maurizio Freschi (Plastal
Zanussi – Treviso), Francesco Doro
(Gruppo Parpas – Veneto), Stefano
Fontana (Comitato direttivo Fiom Padova), Francesco Santoro, Piero Ficiarà (Terim – Modena)
Nuove adesioni (09/04/2004):
Alessandro Abbagliato (Fincantieri Marghera)
Sefano Castigliego (Fincantieri Marghera)
Matteo Beretta (Fincantieri Marghera)
Davide Saccoman (Fincantieri Marghera)
Rudi Turicelli (Fincantieri Marghera)
Alessandro Borghi (Ilva di Cornigliano)
Cristian Cacioppo (Celestica Italia - Vimercate - MI)
16/04/2004:
Valentina Chignola, Oreste Badiale,
Francesco Corona, Fabrizio Parlagreco. Delegati RSU Amisco Paderno Dugnano -
Milano
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