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Congresso Cgil in dirittura d’arrivo - Si inasprisce lo scontro PDF Stampa E-mail
Movimento operaio - sindacato
Scritto da Paolo Grassi   
Mercoledì 24 Marzo 2010 05:39

Con i congressi regionali e di categoria nazionali tra marzo e aprile si chiude la seconda fase del congresso Cgil. Da questi congressi verranno eletti i delegati per l’assise nazionale di inizio maggio.

Se i giochi sono “fatti” dal punto di vista formale, i delegati corrisponderanno alle percentuali prese, come si chiuderà politicamente è ancora tutto da stabilire.

In primo luogo perché per la prima volta in un congresso della Cgil la mozione alternativa a quella del segretario non ha certificato il risultato uscito dalle istanze di base. In seconda battuta perché il duro scontro che si è consumato nelle assemblee di base sta proseguendo nelle istanze superiori con toni ancora più esasperati.

Il dato nazionale assegna al primo documento un milione e cinquecentomila voti, ovvero l’83% dei consensi, al secondo documento 310mila voti pari al 17%.

Risultato, quello di 310mila voti, più che dignitoso in termini di sostanza, ma sotto le aspettative in termini percentuali.

Un risultato, per dirla tutta, che non coincide con quanto visto nelle migliaia di assemblee fatte dai tantissimi delegati e attivisti sindacali che si sono misurati nella base. Ed effettivamente i conti non tornano, non tanto per quegli emblematici risultati ufficiali dove i voti validi in alcune categorie superano gli aventi diritto al voto e neanche tanto per quell’altrettanto emblematico risultato che dice che dove il secondo documento non è stato presente il primo documento ha fatto letteralmente il pieno, spesso sfiorando o raggiungendo il 100% dei voti.

I conti non tornano perché le categorie storiche con tradizioni decennali di mobilitazione e sindacalizzazione hanno visto una partecipazione al voto tra il 30 e il 60% degli iscritti. Mentre categorie dove in particolare si concentrano precarietà, frammentazione, difficoltà a mobilitare i lavoratori, hanno visto una partecipazione al voto che è oscillata tra l’80 e oltre il 90%.

Tra di essi edili, tessili, commercio, cooperative, e addirittura il Nidil, sì proprio quella categoria che riunisce i lavoratori a progetto, partite iva e disoccupati. Categoria che in particolare al sud è riuscita a mobilitare veri e propri eserciti. È dai territori con minori tradizioni di radicamento sindacale arrivano dati che sono veri e propri plebisciti, che hanno dello stupefacente.

Se tutto ciò non ci fosse stato avremmo potuto parlare di un documento alternativo intorno al 25% dei consensi, arrivando ben oltre al 30%, cioè un lavoratore su tre tra gli attivi.

Ma con i se non si va da nessuna parte, il secondo documento ha comunque racimolato un magro risultato. Non solo per quei 500mila voti in più alla maggioranza che non quadrano, il vero problema è che nella categoria del primo firmatario Moccia, segretario della Fisac (assicurativi e bancari) il secondo documento ha perso. Come ha perso, seppur di misura, nella Funzione pubblica di Podda. Solo nella Fiom ha vinto, ribadendo che le battaglie con posizioni alternative non si improvvisano, che tra il dichiarare di promuovere mozioni alternative e farlo nella sostanza c’è una bella differenza.

La mozione due, che già di per sè contava molte, troppe, contraddizioni, non parliamo solo dei contenuti del documento come la coogestione delle imprese o le primarie, parliamo soprattutto dei personaggi che sono saliti sul carro, come qualche ex Lavoro Società della Filcams (tuttora componente della segreteria nazionale di categoria che ha firmato l’inguardabile contratto del commercio lo scorso luglio e il contratto del turismo in questi giorni, contratto che prevede, tra le altre cose, il prolungamento della sua durata non di 36 mesi ma di ben 40), oppure come quella Funzione pubblica che promuove una piattaforma sul contratto della cooperazione sociale che assume molti di quei contenuti contestati a Cisl e Uil sull’accordo separato. Senza parlare degli aderenti alla mozione che fanno parte o facevano parte fino a non molto tempo fa di quella segreteria nazionale che ha sostenuto tutto quello che come sinistra sindacale e Fiom in questi anni abbiamo contestato.

Sono vent’anni che la Cgil ha intrapreso la strada della concertazione ovvero della collaborazione di classe. Non che prima, se non per brevi e determinati momenti (sotto la pressione dei lavoratori), la Cgil brillasse per radicalità, però almeno due o tre concetti di base sopravvivevano. I diritti conquistati, la consapevolezza di difenderli anche per i delegati più moderati rappresentavano un punto fermo.

Gli accordi di luglio del 1992/93 sono la picconata decisiva con cui questi punti fermi sono venuti meno. Vent’anni così passando per la controriforma delle pensioni Dini nel 1995, il pacchetto Treu nel 1997, fino al recente accordo del luglio 2007 sul Welfare, hanno rimodellato e selezionato un settore decisivo di apparato e delegati su un modello che è quello sintetizzato nel documento di Epifani. Sindacato dei servizi, degli enti bilaterali, dell’unità a tutti i costi con Cisl e Uil. Anche l’accordo separato del gennaio 2009 sarebbe passato se Fiom e della Funzione pubblica non avessero preventivamente convocato lo sciopero contro l’accordo.

La discussione congressuale è stata, e deve continuare ad essere, se perseverare sulla strada della collaborazione di classe, strada che per ora è in parte preclusa non perché la Cgil ha rotto coi padroni e i sindacati compiacenti, ma perché loro hanno deciso di mettere la Cgil nell’angolo, oppure se la Cgil sta senza se e senza ma coi lavoratori, rompe gli indugi, apre una vertenza generale su tutte le questioni decisive legate alla crisi. Lotta alla precarietà, ai licenziamenti, allo sfruttamento che continua a mietere tre morti al giorno o fatti come quelli di Rosarno.

Oggi ci troviamo in una situazione ancora peggiore a causa della crisi che ha reso i lavoratori ancora più ricattabili. I padroni approfittano della crisi per riorganizzare e licenziare. Le esitazioni dei vertici rendono ancora più aggressivi i padroni che solo negli ultimi giorni sono riusciti a sferrare un nuovo attacco allo Statuto dei lavoratori, l’arbitrato sull’articolo 18 e hanno affossato la decisione del parlamento di prolungare la cassa integrazione.

Inadeguatezza di un gruppo dirigente che è emersa anche nella preparazione dello sciopero generale della sola Cgil del 12 marzo. Quattro ore di sciopero su una piattaforma come quella sul fisco in una fase del genere, quando la priorità è la difesa dei posti di lavoro ha lasciato perplessi molti. Oltretutto sul fisco avrebbe avuto più senso convocare lo sciopero prima che il governo licenziasse la finanziaria, come a suo tempo aveva proposto il documento alternativo. Lo stesso Cofferati (ex segretario Cgil che non è certo un avventurista o un massimalista) ha criticato la Cgil per il suo immobilismo e tentennamento davanti a questi attacchi. Del resto va ricordato che nel recente rinnovo dei chimici quell’arbitrato che si sostituisce al giudice nei licenziamenti per giusta causa la Cgil l’ha accettato.

Il tempo dei tatticismi è finito, Epifani vuole uscire da questo congresso con una vittoria netta e schiacciare la Fiom.

A chi si è permesso di contrastarlo offre una via d’uscita, accettare il risultato ufficiale del congresso, rinunciare alla battaglia e in cambio ottenere qualche posto nelle segreterie. Ma i delegati che il congresso l’hanno fatto veramente non hanno lottato per far ottenere dei posti a qualche dirigente.

I tanti lavoratori che in questo congresso si sono spesi, che hanno voluto credere che finalmente qualcuno ci provava a mettere un freno alla deriva a destra della Cgil, hanno diritto a risposte chiare. Rinaldini ha il compito e la responsabilità di prendere in mano questa opposizione che attraversa tutte le categorie e dargli voce, formalizzando un’area ufficiale, unico strumento in questo momento per garantire un minimo di diritti al dissenso interno all’organizzazione, e unico strumento che possa permettere a chi vuole fare opposizione di potersi organizzare. Compito e responsabilità dettata anche dalla necessità di preservare quel pezzo di Fiom che pur tra contraddizioni e ambiguità il conflitto prova a metterlo in campo.

Le prossime settimane per la mozione alternativa saranno un importante banco di prova per dimostrare se l’alternativa ventilata nel dibattito congressuale sia  stato tutto un bluff oppure abbia ancora filo da tessere. Ma ancora più importante sarà, per la sinistra sindacale, ovvero la Rete 28 aprile, dimostrare in questa battaglia di saper riunire intorno a sè gli elementi più determinati che, estranei a giochi di potere, sappiano mettersi in gioco per gli interessi dei lavoratori e non per carriera e poltrone. Questo e solo questo potrà dimostrare se in questa Cgil c’è qualcuno che la battaglia la fa sul serio.

 

 

 
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