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| Scritto da Domenico Minadeo | |||
| Sabato 10 Giugno 2006 05:18 | |||
Un accordo da bocciare
Il contratto del settori chimico-farmaceutico riguarda circa 220mila lavoratori di un settore che già negli ultimi anni ha subito grossi ridimensionamenti e si prevedono ulteriori perdite di posti di lavoro, la sola Eni nei prossimi quattro anni ne taglierà circa 1200.
La prima cosa da sottolineare è lo scarso coinvolgimento dei lavoratori nel percorso che ha portato all’intesa (il contratto è scaduto nel dicembre 2005). Dopo le assemblee di presentazione della piattaforma c’è stato quasi il silenzio assoluto sull’evolversi della contrattazione, nel mio posto di lavoro nessuna assemblea e così è stato per la maggior parte delle altre. Ora ai lavoratori verrà chiesto di pronunciarsi con un si o un no su una intesa già raggiunta, senza alternative. L’aumento salariale è in linea con l’inflazione programmata, sono previsti in media 100 euro mensili divisi in tre tranche, che non colmano la perdita di potere di acquisto dei salari degli ultimi anni. Cosa molto grave è che l’accordo recepisce un principio della legge 30, legge contro la quale la Cgil si è sempre battuta. Le aziende chimiche avranno la possibilità di assumere del personale “a somministrazione” in netto contrasto con le parole spese per cercare di stabilizzare le assunzioni. Anche se in piccola percentuale rispetto all’organico delle aziende d’ora in poi i lavoratori verranno “somministrati” in base alle esigenze dei padroni come se fossero delle medicine. Nell’intesa si prevede che accordi aziendali possono andare in deroga (cioè fuori) dal contratto nazionale di lavoro continuando così nella sua demolizione. Sarà in seguito una Commissione Nazionale di Contrattazione a decidere se tali accordi possano essere recepiti, accordi che però saranno già operativi e che daranno l’opportunità ai padroni, da anni cercata, di scardinare i principi del contratto nazionale. Infine viene introdotta una limitazione del diritto di sciopero quando si afferma che per motivi di sicurezza degli impianti produttivi prima che la Rsu proclami uno sciopero deve cercare una conciliazione con l’azienda entro dieci giorni e successivamente potrà proclamare scioperi con un avviso di 48 ore. In questo modo si esaudisce il desiderio dei padroni di regolamentare gli scioperi anche nel settore privato. Dopo anni in cui ai lavoratori è stato chiesto di stringere la cinghia mentre i profitti toccavano quote record questo accordo non inverte la tendenza e va quindi respinto dalle assemblee di base. I compagni iscritti alla Cgil che si riconoscono nella “Rete 28 aprile”, correttamente, si sono dati appuntamento a Bologna il 25 maggio per discutere e coordinarsi per opporsi all’accordo. Come militanti di “Alternativa Operaia in Cgil” e nella Rete 28 Aprile non faremo mancare il nostro contributo a questa battaglia nella consapevolezza che bisogna dotarsi di un programma più generale che cominci a mettere al centro rivendicazioni che indichino aumenti salariali non inferiori ai 200 euro mensili, per una nuova scala mobile, per delegati di trattativa che rispondano al mandato dei lavortori, per l’abolizione di tutte le leggi che hanno introdotto precarietà (legge 30, pacchetto Treu). I lavoratori hanno già dimostrato di essere disposti a lottare, anche lo sciopero del settore chimico dello scorso 10 marzo ha sfiorato il 100% di adesione, sarà nelle prossime mobilitazioni che dovrà emergere una chiara alternativa alla direzione delle lotte. 5 giugno 2006
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