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Cgil - Si apre la caccia al dissenso PDF Stampa E-mail
Movimento operaio - sindacato
Scritto da Paolo Grassi   
Mercoledì 12 Dicembre 2007 04:40

Nel mirino Fiom, Rete 28 aprile e Lavoro Società

Il 21 e 22 novembre si è tenuto il direttivo nazionale della Cgil, convocato per “celebrare” la vittoria schiacciante del Sì al protocollo del 23 luglio con oltre l’81% di voti a favore su più di 5 milioni di votanti (sul quale pesano però parecchie ombre non ancora chiarite, vedi FalceMartello n. 205).

Il direttivo è stata l’occasione per sferrare un attacco senza precedenti contro chi ha dissentito. Sul banco degli imputati la Fiom, colpevole di aver preso formalmente una posizione contraria al protocollo, Cremaschi, della Rete 28 aprile, e Lavoro Società, che nella consultazione hanno fatto campagna per il No.

Non è la prima volta che il segretario nazionale della Cgil attacca la maggioranza della Fiom e Cremaschi, la differenza rispetto al passato è la veemenza con cui le accuse sono state avanzate e la decisione di aprire in tutte le categorie, negli organismi regionali e nelle Camere del lavoro una resa dei conti sull’onda dell’accusa e a sostegno del segretario nazionale. In parole povere fare il processo ai “dissidenti” a tutti i livelli nell’organizzazione.

Le accuse sono state riassunte in un documento finale che ha visto il voto contrario di Rinaldini, della Rete 28 aprile e di Lavoro Società.


La lotta per l’egemonia sulla Cgil


La nascita del Partito democratico ha accelerato uno scontro che nel sindacato covava da tempo. Siamo di fronte a un tentativo di “cislizzazione” della Cgil. Il protocollo di luglio rappresenta solo una prima tappa di una riorganizzazione dei rapporti tra i sindacati e il padronato.

Il prossimo obbiettivo è la contrattazione nazionale, con tutto quello che ne consegue. Si punta a una significativa riduzione del contratto nazionale a vantaggio della contrattazione aziendale dove a farla da padrone sono la totale variabilità del salario, dell’orario di lavoro e della flessibilità in funzione delle esigenze produttive dei padroni. Questioni di importanza decisiva che inevitabilmente, come ha fatto emergere la consultazione sull’accordo del 23 luglio, creeranno un nuovo e più duro scontro in Cgil. Da qui la campagna che vuole ridurre al silenzio o addirittura spingere fuori dal sindacato chi non è disposto ad adeguarsi. Da qui l’attacco alla Fiom, senza neanche prendere in considerazione il fatto che è una delle categorie che oltre ad essere realmente radicata nei posti di lavoro è il principale sindacato industriale nel quale si organizzano migliaia di delegati e attivisti. Da qui l’accusa ai sostenitori del No di contiguità col terrorismo e quella di aver mortificato l’organizzazione sollevando pubblicamente dubbi sulla regolarità del voto.

Passaggi che anticipano nuovi e più profondi attacchi che non si esauriranno con la presentazione di qualche documento negli organismi per poi continuare come se nulla fosse successo, ma che sono destinati a cambiare profondamente la natura della Cgil e che puntano a marginalizzare il dissenso.

Significativi i passaggi in alcuni direttivi di una certa importanza. La segretaria regionale della Lombardia (che si espresse nelle primarie del Pd in sostegno alla candidatura di Rosy Bindi), per esempio, nel direttivo regionale del 14 novembre, oltre a far notare ai compagni della Fiom che la Cgil può continuare a vivere senza la Fiom, ma la Fiom senza la Cgil non è nulla, ha spiegato che in futuro una prima misura da prendere sarà quella che quando il sindacato va a firmare accordi di natura confederale, nelle fabbriche dovranno essere i dirigenti confederali e non quelli di categoria a presentarli ai lavoratori. In parole povere significa esautorare i dirigenti della Fiom, che non avranno più nessuna voce in capitolo su tutto ciò che non è strettamente legato alla contrattazione di categoria.


La contrattazione nazionale


Gli accordi di luglio del 1992-93 ci lasciano un’eredità devastante. Solo negli ultimi 5 anni si stima che i lavoratori dipendenti abbiano perso 1.900 euro all’anno (dati Ires-Cgil 2007). I motivi sono i più diversi: inflazione programmata (che vincola i contratti nazionali) inferiore all’inflazione reale, rinnovi dei contratti dopo uno, due o più anni dalla scadenza, piattaforme rivendicative totalmente inadeguate (i lavoratori del commercio sono in vertenza da un anno e rivendicano 78 euro lordi!); scioperi poco incisivi, come ad esempio lo sciopero dei trasporti del 30 novembre, un successo per partecipazione ed estensione, ma vanificato dalle fasce di garanzia che l’hanno enormemente depotenziato.

L’aumento vertiginoso della precarietà ha giocato un ruolo decisivo nel peggiorare i salari e le condizioni di lavoro di tutti.

Contemporaneamente i profitti sono cresciuti in modo esponenziale. La produttività di questi anni è finita solo per il 13% ai salari e per l’87% ai profitti (dati Mediobanca).

È facendo leva su questi vergognosi risultati che i vertici sindacali cercano di conquistarsi il consenso dei lavoratori, o quanto meno un appoggio passivo, per abbandonare più o meno definitivamente la contrattazione nazionale.

Il percorso di Cgil, Cisl e Uil ricalca quanto visto per il protocollo di luglio. Si parla della stesura di una piattaforma unitaria, che ancora una volta sarà sottratta a qualsiasi discussione e mandato dai luoghi di lavoro. Contemporaneamente chiedono a Governo e Confindustria di chiudere entro dicembre i contratti scaduti sia pubblici che privati, che riguardano oltre la metà dei lavoratori dipendenti, minacciando in caso contrario lo sciopero generale a gennaio, per poter poi finalmente aprire la trattativa finale.

Avendo da mesi la Cgil dimostrato di muoversi sotto dettatura della Cisl, che il contratto nazionale lo vuole eliminare, e avendo Epifani chiesto un voto a favore del protocollo per non far cadere il governo, non è difficile immaginare fino a che punto sono ancora disposti a cedere sui rinnovi contrattuali pur di chiudere, e in caso contrario, quanto poco preparato sarà un eventuale sciopero nazionale su queste basi.


Costruire l’opposizione dal basso


Non possiamo permetterci di lasciare campo libero al vertice sindacale. Come spiegato, l’attacco non si esaurirà con un richiamo o qualche sanzione disciplinare. In gioco c’è una riorganizzazione profonda che mira ad estirpare qualsiasi dissenso organizzato.

I primi a farne le spese potrebbero essere gli attivisti della Fiom. La trattativa per il rinnovo del contratto è a un bivio. Dopo oltre 16 ore di sciopero fatte tra ottobre e novembre, e altre 8 convocate per dicembre non si vedono ancora seri segnali che sblocchino al situazione. In compenso grandi gruppi come la Fiat e altri si sono resi disponibili a dare degli anticipi sugli aumenti col chiaro intento di far capire che i soldi sono disposti a darli, ma non vogliono aspettare i tempi lunghi del rinnovo contrattuale proponedone di fatto l’aggiramento. In questo contesto Epifani potrebbe tentare di delegittimare il gruppo dirigente, in accordo con Fim e Uilm, con l’obbiettivo di mettere Rinaldini davanti a una scelta: o accettare un accordo ulteriormente al ribasso rispetto alla piattaforma, oppure rompere con le altre sigle come già successo nel 2001 e 2003. Prospettiva che permetterebbe a Epifani di sconfessare l’attuale gruppo dirigente.

Per difendere realmente gli interessi dei lavoratori non c’è che una strada: costruire una vera opposizione di sinistra, cosa che fino ad ora in Cgil non c’è mai veramente stata. Un’opposizione che si ponga l’obiettivo di organizzare nei luoghi di lavoro, nelle vertenze, vere e proprie battaglie su piattaforme alternative. Un primo passo importante da questo punto di vista la Rete 28 aprile ha recentemente deciso di farlo, superando il concetto di Area programmatica e ponendosi l’obbiettivo di costruire l’opposizione, è chiaro che ciò sarà effettivamente possibile se si riuscirà non solo a presentarsi ai lavoratori con proposte alternative e metodi di lotta credibili, ma anche se si saprà costruire nei luoghi di lavoro comitati di lavoratori, coordinamenti di delegati che sappiano dare dei punti di riferimento credibili ai lavoratori, cosa che non si vede da anni e che rappresenterebbe una vera svolta.

 
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