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| Cgil, scontro senza regole? |
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| Movimento operaio - sindacato | |||
| Scritto da Paolo Grassi | |||
| Domenica 07 Febbraio 2010 12:48 | |||
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Che il sedicesimo congresso della Cgil fosse destinato a far parlare
più del conflitto che si è generato al suo interno che delle posizioni
espresse nei documenti era chiaro fin da quando nello scorso autunno si
profilò un documento alternativo a quello presentato dal segretario
generale Epifani.
Il conflitto ha radici già nella firma dell’accordo sul Welfare del 2007 col governo Prodi, il tortuoso percorso iniziato nel 2008 (quando Epifani era intenzionato a trovare l’accordo con Cisl, Uil e Confindustria sulla controriforma della contrattazione nazionale) che si concluse con l’accordo separato senza la firma della Cgil in primo luogo per l’opposizione delle principali categorie, metalmeccanici e funzione pubblica, percorso che ebbe non pochi momenti di scontro anche drammatici. La sostanza dello scontro è tra una prima mozione che vorrebbe ricreare le condizioni per tornare a contare nei tavoli di trattativa con un padronato e un Governo alleati a Cisl e Uil che vogliono l’annullamento della Cgil, contro una mozione alternativa che pur tra mille contraddizioni e ambiguità tenta di proporre una strategia conflittuale per tornare a contare in uno scenario sociale del paese estremamente difficile. Epifani è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli apparati delle categorie, tra cui il sindacato dei pensionati che conta oltre metà degli iscritti e l’area programmatica Lavoro e Società (che nei fatti ha abbandonato ogni etichetta di sinistra). Dall’altro una coalizione estremamente eterogenea che conta tra le sue fila anche l’unica sinistra sindacale rimasta ovvero la Rete 28 aprile. Siamo quasi a metà dei quasi 50mila congressi previsti e nonostante la bassa partecipazione alle assemblee (le stime parlano di una presenza di un terzo degli iscritti), nonostante le difficoltà che la seconda mozione ha riscontrato per garantire un minimo di agibilità e verifica sul voto, verifichiamo che laddove le due mozioni si confrontano nei luoghi di lavoro il documento alternativo riesce a conquistare voti se non addirittura a vincere congressi. Questo ha fatto suonare i campanelli di allarme nel gruppo dirigente di maggioranza. La rottura in commissione Il 28 gennaio si è consumato nella commissione di garanzia nazionale uno strappo che ha pochi precedenti. La maggioranza ha deciso in corso d’opera di cambiare le regole con cui si attribuiscono i delegati che lo Spi mette a disposizione delle altre categorie come quota di solidarietà. Una prassi, quella della quota di solidarietà, consolidata negli anni per evitare che una categoria di ex lavoratori che conta circa la metà degli iscritti di tutta la Cgil possa pesare eccessivamente sulle decisioni che riguardano l’insieme dei lavoratori attivi. Prassi che oggi viene modificata e che ha provocato l’uscita dei rappresentanti del secondo documento dalla commissione di garanzia. Fin dal principio peraltro i sostenitori del primo documento hanno fatto un uso spregiudicato di un regolamento nazionale nel quale già tante, troppe, concessioni sulle modalità di voto erano state fatte, regolamento che purtroppo anche i rappresentanti del secondo documento hanno avvallato nel direttivo nazionale (esclusi i compagni della Rete 28 aprile che si sono astenuti). Deroghe sulle modalità di voto, non rispetto dei tempi di convocazione o revoca delle assemblee congressuali, allungamento delle aperture dei seggi hanno creato una situazione ai limiti dell’insostenibile. Il direttivo del 2 febbraio Epifani nel direttivo convocato d’urgenza dopo la rottura nella commissione di garanzia si è affrettato a dire che il secondo documento non ha nulla di cui preoccuparsi perché le percentuali dei due documenti finali saranno rigidamente rispettate come numero di delegati nel congresso nazionale e ha rivolto a tutti un appello generico al rispetto delle regole. Purtroppo è bastato questo appello generico inserito in un ordine del giorno che promuoveva lo sciopero del 12 marzo per portare i rappresentanti del secondo documento a votare a favore del dispositivo finale. Un voto unitario a nostro avviso fin troppo affrettato. Innanzitutto, perché Epifani ha sostenuto la legittimità di poter cambiare le regole in corso d’opera creando un pericoloso precedente. Inoltre il secondo documento è stato fatto oggetto di una serie di attacchi, dall’accusa di irresponsabilità fino all’affermazione che in assoluto questo è il congresso più trasparente che ci sia mai stato perché il numero dei ricorsi in atto sarebbe inferiore ai congressi precedenti. L’appello al rispetto delle regole non ha peraltro sortito effetto alcuno nelle commissioni territoriali e regionali. La promessa di un riequilibrio implicitamente riconosce che la platea finale dovrà cambiare rispetto a quella decisa nel regolamento, confermando quindi che il metodo con cui si applicherà il patto di solidarietà dello Spi contraddice con quanto deciso in autunno nei preparativi del congresso, e che comunque per recuperare i delegati si dovrà ricorrere alla nomina di delegati non eletti nei congressi ma cooptati di sana pianta. La prematura disponibilità ad abbassare i toni e la implicita fiducia ribadita a Epifani mostra quanto meno che c’è un problema di inadeguatezza della mozione a livello nazionale rispetto allo scontro in atto. Aver deciso di uscire dalla commissione è stato un atto importante e opportuno e giustamente si rientrerà nella commissione solo quando il tutto sarà chiarito. Dopo di che non può sfuggire a nessuno che votare insieme un documento finale che sulla questione dice poco e nulla, dopo che per giorni sulla vicenda è stato detto di tutto è più che negativo, in particolare nei confronti di quei tanti compagni che nei territori si battono in modo determinato e che inevitabilmente si sono trovati spiazzati davanti a tali decisioni. Dobbiamo prendere atto della volontà del gruppo dirigente di schiacciare con tutti i mezzi a disposizione la effettiva rappresentanza della mozione alternativa. Davanti a tanta mancanza di scrupoli deve corrispondere da parte nostra un’altrettanta determinazione nel denunciare quanto sta succedendo tra gli iscritti, organizzare assemblee per informare, ma anche per protestare contro una gestione così disinvolta del potere interno. Questi sono gli strumenti che ci permettono di motivare i compagni a proseguire la battaglia e avvicinare quei tantissimi iscritti che vogliono una Cgil combattiva che rompa col passato. Lo sciopero del 12 marzo A fine gennaio, Epifani ha proposto lo sciopero generale di 4 ore per il 12 marzo. Sciopero, ha dichiarato il segretario, per sollecitare una riforma del fisco, per immediati sgravi a favore dei lavoratori e dei pensionati, contro la disoccupazione e per promuovere una politica di accoglienza degli immigrati. Si fa una lunga lista della spesa, disoccupazione, ammortizzatori sociali, razzismo, ma poi lo si definisce uno sciopero per sensibilizzare il governo. Proprio in un momento in cui a causa della crisi non passa giorno in cui non c’è una vertenza dura in campo. Alcoa, Fiat e Eutelia solo per citare alcuni casi nazionali. Non ha più senso convocare uno sciopero che parta dalla difesa dei posti di lavoro e si colleghi alla lotta ancora in atto contro l’accordo separato? Dell’accordo separato non si parla più, forse perché tanti dei contratti nazionali che si stanno firmando con Cisl e Uil assumono importanti capitoli del 22 gennaio? Peraltro anche in presenza di una proposta di piattaforma così debole, Cisl e Uil si sono sottratte. C’è un elemento di irresponsabilità nel fatto che il gruppo dirigente chieda ai lavoratori di perdere salario e di esporsi in un momento come questo senza dare una forte motivazione, una piattaforma all’altezza e un percorso di lotta anch’esso adeguato. Quattro ore non possono in effetti essere altro che una giornata di sensibilizzazione, certo non farà tremare i polsi né al governo, né a Confindustria. Al contrario, si rischia di dare una dimostrazione di impotenza. Di passeggiate e di scioperi puramente dimostrativi ne abbiamo fatti fin troppi, utilizziamo il tempo che rimane da qui al 12 marzo per pretendere dai nostri dirigenti una piattaforma che possa rispondere effettivamente alle esigenze dei lavoratori di fronte alla crisi: blocco dei licenziamenti, sequestro degli impianti che rischiano la chiusura e loro gestione straordinaria sotto il controllo dei lavoratori, generalizzazione degli ammortizzatori sociali per tutti coloro che hanno perso il lavoro.
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