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| I precari contro la Gelmini: quali prospettive per la lotta? |
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| Giovani in lotta | |||
| Scritto da Gabriele Donato | |||
| Giovedì 09 Settembre 2010 17:12 | |||
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Anche l’avvio di quest’anno scolastico è segnato dal clamore mediatico delle polemiche suscitate dai tagli con i quali il governo colpisce l’istruzione pubblica; le forme clamorose di protesta adottate, tuttavia, non modificano di una virgola l’agenda politica dell’Esecutivo, che – per bocca della Gelmini – ribadisce la sostanza del poderoso piano di ridimensionamento delle risorse a disposizione delle scuole statali. Ritornare sulle cifre del piano triennale di tagli approvato dal governo nell’estate del 2008 è inutile: nel frattempo, infatti, tali cifre sono state ripetute ossessivamente da quanti hanno animato i movimenti di protesta, ma le mobilitazioni suscitate da tale indignazione non hanno piegato né Tremonti né la Gelmini. L’applicazione del piano è stata inesorabile, e solo nel corso dell’ultima estate i ragionieri del Ministero dell’Istruzione hanno definito le modalità attraverso le quali tagliare altri 40 mila posti di lavoro, fra personale docente e ATA. Il meccanismo è semplice: a fronte delle decine di migliaia di pensionamenti che si succedono, anno dopo anno, non viene garantito affatto il cosiddetto turn over; le nuove assunzioni, pertanto (quest’anno solo 16 mila), non corrispondo affatto alle disponibilità che si liberano. Le cattedre lasciate scoperte in questo modo sono ben più di 100 mila, su un totale di circa 700 mila: una cifra che si traduce, naturalmente, in un ricorso strutturale al lavoro precario. I supplenti, infatti, che nel 2009-2010 hanno ricevuto incarichi d’insegnamento di durata annuale (10 o 12 mesi) sono stati quasi 120 mila: a tale cifra va aggiunta quella di quanti hanno ricevuto incarichi più brevi e quella del personale tecnico e amministrativo (70 mila precari).
In occasione della conferenza stampa d’inizio settembre la Gelmini ha fatto riferimento alla cifra complessiva dei circa 200 mila precari, ma si è guardata bene dall’aggiungere che senza il loro lavoro la scuola non potrebbe funzionare; si tratta, infatti, di 200 mila insegnanti che lavorano da molti o da alcuni anni e senza il cui impegno le scuole dovrebbero semplicemente chiudere i battenti. Ma se il lavoro di noi precari risulta indispensabile per il funzionamento del sistema scolastico a tutti i livelli (dalla scuola dell’infanzia alle superiori), per quale ragione le nostre proteste non hanno avuto alcuna efficacia in questi anni?
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