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| La politica energetica dell’Unione Europea Fonti rinnovabili di profitti! |
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| Scienza | |||
| Scritto da di Serena Capodicasa | |||
| Lunedì 12 Febbraio 2007 11:45 | |||
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Lo scorso gennaio la Commissione europea ha varato un pacchetto di misure in materia di politica energetica: l’obiettivo è la riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 20% entro il 2020 incentivando l’utilizzo di fonti rinnovabili e di biocarburanti. Ma dietro l’improbabile facciata di un’Europa ecologista s’annidano, da un lato, il contesto internazionale poco favorevole all’approvvigionamento energetico del vecchio continente (dalla Russia al Medioriente) e, dall’altro, la possibilità di poter fare delle rinnovabili una fonte alternativa di profitti prima ancora che di energia. Attualmente il fabbisogno energetico europeo è soddisfatto per il 50% dalle importazioni, quota che è destinata a salire al 70% nel 2030. Un ruolo decisivo nell’approvvigionamento di energia dell’Ue viene giocato dai paesi dell’ex Unione Sovietica che forniscono quote consistenti di petrolio e di gas. In una fase in cui i prezzi aumentano e le tensioni tra la Russia e le altre ex repubbliche sovietiche minacciano l’arrivo in Europa di petrolio e gas, è dunque evidente come l’orientamento all’uso di fonti alternative non è certo dettato da uno spirito ecologista ma dalla necessità di coprirsi le spalle di fronte al rischio di una crisi energetica.
Nonostante l’apertura dei mercati energetici dei paesi dell’Ue sia iniziata ormai da diversi anni ed il suo completamento è previsto per il luglio 2007, il parlamento europeo lamenta infatti in una nota del dicembre 2006 che “la liberalizzazione del mercato procede a rilento” e che “in alcuni Stati membri le aziende che operano nel ramo dell’energia rimangono di proprietà pubblica”: le privatizzazioni, le scalate finanziarie, le ristrutturazioni e i licenziamenti fatti finora non sono dunque sufficienti.
Tutto ciò sotto la benevola protezione dei rispettivi governi (di destra o socialdemocratici che siano) che, pur di favorire i padroni del proprio paese, sono disposti a varare provvedimenti ad hoc. D’altronde, quando si parla di compagnie energetiche ci sono in ballo profitti da record: basti pensare alla statunitense Exxon che nel 2005 ha realizzato 36,1 miliardi di dollari di profitti, o all’utile netto record di 8.788 milioni che l’Eni ha conseguito sempre nel 2005 (+24,5% rispetto all’anno precedente). Non c’è da stupirsi dunque di fronte a tanto accanimento nello voler scalare lucrose società energetiche, anche a costo di pesanti indebitamenti: per riuscire ad acquistare la Suez, Enel avrebbe dovuto infatti impegnarsi in un’esposizione finanziaria da 50 miliardi di euro, richiedendo prestiti a ben 10 banche europee e ristrutturando tutta una serie di attività non altrettanto redditizie (gestione rifiuti, attività idriche ecc.) con tutto ciò che ne sarebbe scaturito in termini di licenziamenti. A conti fatti, quindi, a pagare sono sempre i lavoratori, a partire dal garantire lauti profitti con le bollette fino ad arrivare a perdere il posto di lavoro.
Anche in questo caso la parola d’ordine è “far di necessità virtù”: non ci si può certo aspettare che i padroni di tutta Europa si mettano di punto in bianco ad utilizzare fonti energetiche alternative senza che questo abbia un ritorno economico, ed ecco che anche il ricorso alle rinnovabili viene trasformato in un grande business. Con il protocollo di Kyoto è stata infatti introdotta la farsa del cosiddetto Emission trading, ovvero il mercato delle quote di emissione dei gas serra: se paghi puoi inquinare, se inquini meno di quello che ti sarebbe consentito puoi vendere il tuo “diritto” di inquinare a qualcun altro. Questo meccanismo, però, lungi dall’incentivare il ricorso a tecnologie a basse emissioni di andride carbonica, ha premiato quei paesi che negli ultimi anni hanno ridotto la loro capacità produttiva, primo fra tutti la Germania, per lo smantellamento delle industrie dell’ex Repubblica Democratica. In molti altri casi chiusure e riduzioni di attività sono state utilizzate come scorciatoie per rientrare nei parametri di Kyoto: così, mentre migliaia di lavoratori vengono licenziati o messi in cassa integrazione, i padroni acquisiscono quote di emissione da poter vendere! Per i più volenterosi il settore delle tecnologie energetiche innovative rappresenta comunque un mercato promettente i cui pionieri sono stimolati da allettanti incentivi statali (tanto ad ogni finanziaria ci pensano i lavoratori a pagare il conto!). D’altra parte l’“eco-sostenibile” sta attirando sempre più attenzioni dai capitalisti, e non solo in Europa. Leggiamo su Repubblica dello scorso 23 gennaio, in un articolo sul World Economic Forum di Davos: “Con una sterzata significativa, alcune tra le più potenti multinazionali del mondo hanno deciso di cavalcare l’emergenza-inquinamento, scommettono che le tecnologie verdi saranno un business trainante del XXI secolo. [...] La ‘conversione verde’ dell’establishment capitalistico globale ha molte cause. [...]. Ma la molla finale che ha accelerato il cambiamento è quella a cui i chief executive sono più sensibili: il profitto. Si è imposta ormai la convinzione che le tecnologie verdi saranno un grande business del futuro, e i primi a capirlo saranno i più veloci a catturare opportunità e profitti.” Non a caso il cambiamento del clima è indicato in un recente sondaggio “come uno dei fattori di maggiore impatto sui valori azionari già nei prossimi cinque anni”. (Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2007).
- Finanziamenti alla ricerca pubblica sulle fonti alternative ai combustibili fossili. - No all’Emission trading e agli incentivi statali per i padroni “ecologisti”, inquinare meno non può essere un modo per arricchirsi. - Nazionalizzazione e riconversione sotto il controllo operaio delle industrie che inquinano.
07/02/2007
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