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| Scritto da Serena Capodicasa | |||
| Venerdì 13 Giugno 2008 06:07 | |||
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Utopia della decrescita o alternativa rivoluzionaria?
Dagli annunci del governo sul rilancio del nucleare all’emergenza rifiuti in Campania, la questione ambientale si impone ancora una volta e con estrema urgenza al dibattito che anima la sinistra. Il piano accennato dal ministro allo sviluppo economico Scajola all’assemblea di Confindustria prevederebbe l’avvio della costruzione entro 5 anni di centrali di “nuova generazione”, solo gli impianti nucleari consentirebbero secondo lui di “produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente”. Ovvero: come infilare in poche roboanti parole una falsità dietro l’altra! Tanto per cominciare, non si capisce cosa significa “nuova generazione”, se si intende la quarta generazione, i tempi sarebbero molto più lunghi visto che la ricerca è ancora in corso e si stima che prototipi per l’impiego commerciale non potranno essere pronti prima del 2030, in ogni caso, non si eluderebbe il problema della sicurezza (non garantita in caso di terremoti) e dello smaltimento delle scorie (che verrebbero ridotte ma non eliminate), per non parlare del falso mito della convenienza economica, smentita dall’impatto dei costi di costruzione, nonchè dal fatto che l’uranio è una risorsa in esaurimento.
C’è da chiedersi dunque chi avrebbe da guadagnare dalla costruzione di queste centrali. Il plauso arrivato prontamente dalla Marcegaglia e dagli amministratori delegati di Enel ed Edison sgombra il campo da ogni dubbio e svela ancora una volta la debolezza strutturale del capitalismo italiano, succube degli appalti sulle grandi opere pubbliche come anche la Tav, il ponte sullo stretto e i termovalorizzatori, sicure fonti di profitti a costo della devastazione dell’ambiente e del territorio, senza dimenticare i costi pubblici che ricadrebbero sulla collettività sotto forma di tasse e sovrattasse.
Partendo dall’aggressività con la quale il capitalismo depreda risorse e distrugge territori in nome del profitto, nei tre documenti della ex maggioranza bertinottiana si propone infatti un nuovo modello di sviluppo: dalla “critica allo sviluppismo” del documento Acerbo che avanza un concetto di “ecologia politica” basato sul “risparmio, il ripristino, la conservazione, il riuso”, alla vendoliana “elaborazione ecopacifista” di una “sinistra che pratica il risparmio energetico, lo sviluppo delle energie rinnovabili, altri consumi, cooperazione”, fino alle proposte della mozione Russo “per un altro modo di fare economia, sociale, non più affidato alla crescita, ma basato su una capacità di interazione con i cicli ambientali”, l’eco della teoria della decrescita è particolarmente forte.
Il carattere utopistico di questa idealizzazione del locale in un contesto di capitalismo globalizzato è evidente e non sfugge ai suoi fautori, scrive infatti Latouche: “Un capitalismo eco-sostenibile è […] irrealistico sul piano pratico […] dunque una società della decrescita non può concepirsi se non si esce dal capitalismo, […] tuttavia l’eliminazione dei capitalisti, il divieto della proprietà privata degli strumenti di produzione, l’abolizione del rapporto salariale o del denaro getterebbe la società nel caos”. Il “ciclo virtuoso della decrescita” non può quindi avviarsi se non con misure riformiste: tassazione dei movimenti di capitali speculativi (Tobin Tax), riforma e controllo democratico delle istituzioni internazionali come Wto, Onu, Fmi, applicazione del principio “chi inquina paga” ecc. Al di là dell’innocuità di un tale programma (in parte già applicato con il bluff del protocollo di Kyoto), ci si è lasciati sfuggire un piccolo particolare: anche volendo ammettere che con queste misure si riuscisse ad innescare un circolo virtuoso nel senso della “riduzione del peso e delle dimensioni dei grandi apparati finanziari e produttivi” come le multinazionali, queste ultime, oltre a detenere le leve economiche di questo sistema, possono avvalersi della protezione di fior fior di eserciti ed apparati statali per difendere i propri privilegi. Solo avendo chiara la necessità di scardinare il loro potere con una politica rivoluzionaria a livello internazionale si può seriamente pensare ad uno sviluppo realmente sostenibile, qualsiasi idealizzazione di improbabili società conviviali e solidali non è altro che una giustificazione riformista dello stato di cose attuali. O, peggio, un invito ai lavoratori a tirare la cinghia.
• no al nucleare, forte investimento per la ricerca pubblica sulle fonti rinnovabili. • coordinamento di tutte le vertenze ambientali e dei comitati di lotta (contro la Tav, i rigassificatori, gli inceneritori, le discariche, le basi Usa e Nato). • rinazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori di tutte le aziende che gestiscono il ciclo dei rifiuti, la distribuzione dell’acqua e dell’energia. • nazionalizzazione e riconversione sotto il controllo operaio delle industrie che inquinano. 9 giugno 2008
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