Introduzione
La scelta di ripubblicare oggi un testo come La rivoluzione tradita meriterebbe una discussione ampia e approfondita. Con queste brevi note non abbiamo l’ambizione di svilupparla in tutti i suoi aspetti, ma di indicarne solo alcune direzioni che ci paiono fondamentali.
Il crollo e la dissoluzione dell’Unione Sovietica negli anni 1989-91 hanno costituito un avvenimento fondamentale, che ha mutato i rapporti di forza in modo decisivo su scala mondiale. L’intera costruzione dei rapporti internazionali creatasi a partire dal 1945 è stata distrutta, con la dissoluzione del Patto di Varsavia, la rapida espansione del capitalismo e dell’imperialismo nei paesi dell’Europa orientale, la frantumazione dell’Urss, l’emergere dell’imperialismo Usa come unica superpotenza su scala mondiale.
È cambiato in modo decisivo lo scenario di fronte ai popoli dei paesi ex coloniali. L’oppressione da parte dell’imperialismo non ha trovato più freni, e le guerre scatenate in questo decennio, dalla Guerra del Golfo fino all’aggressione alla Jugoslavia, dimostrano fino a che punto i rapporti di forza siano mutati a livello internazionale.
Anche all’interno delle stesse metropoli, la crisi generalizzata dei partiti di sinistra, la corsa ad abbracciare nel modo più acritico le posizioni del "libero mercato" ha lasciato il movimento operaio privo dei riferimenti politici indispensabili per affrontare la controffensiva avversaria. La distruzione sistematica dello stato sociale in Europa e in Usa, il riemergere di forme di precariato e sfruttamento quasi ottocentesche testimoniano la forza con cui la classe dominante è passata ad imporre le proprie linee e le proprie istanze. Ed è innegabile che in questo è stata favorita dall’intreccio fra la crisi delle organizzazioni dei lavoratori in occidente e il crollo dell’Urss, che ha fatto venire meno lo spauracchio del "pericolo rosso".
Si è trattato quindi di un cambiamento di enorme portata. In un certo senso si può dire che si tratta di una conferma al negativo, paradossale, di quanto la rivoluzione d’Ottobre avesse mutato l’intero quadro mondiale.
Tutti questi avvenimenti sono noti, così come è nota l’interpretazione che ne ha dato la borghesia. Il "crollo del comunismo" è stato visto e spiegato in mille salse come una giusta vendetta della storia contro il marxismo, contro la rivoluzione, contro qualsiasi idea che si sogni anche solo lontanamente di proporre un mondo diverso da quello capitalista. La campagna ideologica su questi temi è stata incessante, martellante e in un certo modo persino maestosa. I dirigenti della socialdemocrazia internazionale hanno partecipato anch’essi a questo coro, indistinguibili dai liberali borghesi. Larga parte dei partiti comunisti del mondo è stata travolta dal crollo, e i loro dirigenti si sono trovati impegnati in una corsa umiliante a guadagnarsi certificati di perfetti anticomunisti. Di questa è indiscutibile vincitore l’attuale segretario dei Ds Veltroni.
Il problema, tuttavia, non finisce qui.
Se è chiaro il bilancio che di questi avvenimenti hanno tratto i nostri avversari, non altrettanto chiaro è il dibattito in seno a quelle forze che ancora vogliono richiamarsi al comunismo e alla prospettiva rivoluzionaria.
Anche in un partito come Rifondazione comunista il tema del crollo dell’Urss, il dibattito sull’evoluzione storica dell’Urss dal 1917 alla sua dissoluzione, l’analisi della natura della società sovietica e delle altre che su di essa si modellarono, e soprattutto l’analisi delle cause del suo crollo… tutto questo è stato in larga misura rimosso, relegato ai margini del dibattito, accantonato.
Ma questo dibattito non si può cancellare. Non esiste rifondazione del comunismo se non si sciolgono questi nodi, che non sono solo teorici, o di analisi storica, ma che hanno una decisiva importanza politica.
Lev Trotskij fu la figura più eminente fra tutte quelle che si opposero all’ascesa dello stalinismo negli anni ’20 e ’30. Il libro che vi presentiamo costituisce il culmine di un’analisi sviluppata lungo oltre un decennio, a partire dal 1923-24, cioè da quando Trotskij stesso diede vita all’interno del partito comunista russo all’Opposizione di sinistra, che si proponeva di combattere l’ascesa della burocrazia di difendere la tradizione rivoluzionaria e internazionalista del bolscevismo. L’eredità politica di quella lunga e drammatica lotta, che durò fino all’assassinio di Trotskij nel 1940 da parte di un agente di Stalin, è raccolta in decine di libri, articoli, documenti, nei quali Trotskij mantenne una battaglia intransigente contro la degenerazione dei partiti comunisti, contro l’opportunismo, contro la burocrazia che ne assumeva via via il controllo, contro la deformazione e la degradazione del marxismo. Abbiamo creduto utile aggiungere quindi in appendice a questo volume il testo del marxista britannico Alan Woods intitolato In memoria di Lev Trotskij, nel quale viene ampiamente spiegato il carattere e il significato di quella lotta. Una parte centrale dell’elaborazione di quell’epoca riguardava precisamente l’analisi degli sviluppi nella società sovietica. Ad eccezione dell’episodio glorioso, ma di breve durata, della Comune di Parigi, la rivoluzione russa era stata la prima rivoluzione a portare al potere il proletariato. I problemi teorici e politici posti dalla sua successiva evoluzione erano quindi del tutto nuovi e inediti, e ponevano un compito enorme di fronte ai marxisti.
Non si trattava di una semplice questione di dibattito scientifico e teorico, poiché l’analisi dello sviluppo della società sovietica si legava strettamente alla battaglia politica contro la degenerazione di una rivoluzione che, man mano che si consolidava il potere di Stalin, mostrava un volto sempre più sfigurato, tanto da apparire irriconoscibile a chi lo avesse confrontato con l’immagine della rivoluzione vittoriosa del 1917 e con la democrazia operaia del periodo 1917-23.
Oggi questo libro assume importanza ancora maggiore alla luce del crollo dello stalinismo, della dissoluzione dell’Urss e del processo di restaurazione del capitalismo che si è sviluppato in tutto l’ex blocco sovietico e che, sia pure con forme e ritmi diversi, si manifesta anche in Cina, Vietnam e altri paesi.
La domanda decisiva, quella alla quale mai ci pare sia stata una risposta convincente, è la seguente: quali furono le spinte che portarono alla distruzione del regime sovietico? Quali le forze sociali che poterono rovesciarlo? E quali condizioni interne ed esterne permisero questo esito?
Il grande valore di questo libro è da ricercare precisamente nel fatto di aver fornito, con oltre mezzo secolo di anticipo, una spiegazione teorica del processo che poi si sarebbe effettivamente sviluppato.
Più di uno osservatore di parte comunista ha tentato di spiegare gli avvenimenti del 1989-91 come l’effetto di pressioni di forze esterne, come risultato della pressione e persino dei complotti delle potenze imperialiste. Ci pare una spiegazione insufficiente.
È certo che a partire dal 1917 la borghesia mondiale non si fosse mai rassegnata alla perdita della Russia, e ancora meno all’enorme aumento del suo potere e del suo prestigio come conseguenza della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale. E tuttavia, se complotti e intrighi diplomatici e militari antisovietici non sono certo mancati, non possono certo dare conto di un rovesciamento così brusco e catastrofico. Quello che non ottennero gli eserciti che assalirono la repubblica sovietica subito dopo la sua nascita (1918-21), quello che non ottenne l’invasione nazista, non potevano certo ottenerlo gli intrighi dei servizi segreti, e neppure la semplice pressione economica.
La pressione economica dei paesi capitalisti certamente ebbe un ruolo, in particolare con il fardello enorme che la corsa al riarmo impose sulle spalle dell’economia sovietica in tutto il dopoguerra. Eppure anche in altri momenti della sua storia l’Urss si trovò in condizioni di manifesta inferiorità economica e militare, e non per questo soccombette ai suoi avversari (si pensi al conflitto con la Germania durante la seconda guerra mondiale, conflitto nella quale l’Urss si trovò a fronteggiare il 70% dell’intero esercito tedesco, che aveva alle spalle non solo le risorse della Germania, ma anche di tutta l’Europa occupata).
La ricerca, quindi, deve necessariamente considerare l’intreccio tra le cause esterne e la dinamica interna all’Urss; tra la pressione dell’imperialismo e la crescita delle forze che all’interno della stessa Unione sovietica finirono con lo schierarsi per il ritorno al capitalismo.
Da questo punto di vista, l’analisi di Trotskij rimane la più completa, convincente e approfondita fra tante che l’hanno poi seguita.
Il punto di partenza di Trotskij era che l’Urss non fosse una società socialista, bensì un regime di transizione, nel quale coesistevano sia caratteristiche socialiste (abolizione della grande proprietà privata, pianificazione economica) sia caratteristiche di un regime capitalista (diseguaglianze sociali, tendenze al ricrearsi di un’economia capitalista e all’accumulazione di capitale privato). "Arbitro" dei conflitti che sorgevano incessantemente da queste contraddizioni era una burocrazia statale sempre più potente, sempre più onnipresente, i cui strati superiori si staccavano sempre più dalle condizioni di vita delle masse, giungendo a livelli di vita paragonabili quelli di qualsiasi borghesia. È importante notare come Trotskij non cada mai, né in questo libro né in altri, nella tentazione di dare una spiegazione "demonologica" dell’ascesa di questa burocrazia, ma la spieghi sempre in termini coerentemente marxisti come un prodotto dell’arretratezza dei rapporti sociali, dell’insufficiente sviluppo economico, della contraddizione fra Stato sovietico e capitalismo internazionale.
In Stato e Rivoluzione Lenin aveva sviluppato la seguente osservazione: "Il diritto borghese in materia di distribuzione presuppone naturalmente lo Stato borghese, poiché il diritto non è nulla senza un apparato coercitivo che ne imponga le norme. Appare che il diritto borghese sussiste durante un certo periodo in seno al comunismo e che sussiste anche lo Stato borghese senza borghesia!".
Nella sua analisi Trotskij sviluppa questo concetto. L’esistenza di una minoranza privilegiata, scrive riprendendo Marx, è una necessità ineludibile in una società nella quale le forze produttive sono troppo deboli per garantire uno sviluppo generale ed equilibrato delle condizioni di vita. In altri lavori sottolinea come quando una società comincia a sollevarsi dai livelli più bassi dello sviluppo economico, le diseguaglianze sociali non solo non si attenuano, ma anzi tendono ad aumentare.
La minoranza privilegiata nella società sovietica di allora, i tecnici, i funzionari, i quadri dell’esercito, ecc., divenne ben presto cosciente dei propri interessi, distinti e sempre più contrapposti a quelli del proletariato, e iniziò una lotta, dapprima cauta e non del tutto cosciente, poi via via più audace e sfrenata, contro le conquiste rivoluzionarie dell’ottobre. L’analisi di questa lotta costituisce gran parte di questo libro, e non è necessario riprenderla qui. Basti dire che essa si conduceva fondamentalmente su due terreni. Il primo era quello economico-sociale, cioè nel consolidamento e la legalizzazione di nuovi privilegi della burocrazia. Il secondo, strettamente legato al primo, era quello politico, e cioè la lotta contro la democrazia operaia, contro i soviet e contro ogni forma di controllo da parte dei lavoratori sulla macchina dello Stato. Questa si legava la lotta contro l’opposizione di sinistra all’interno dello stesso partito bolscevico.
Trotskij riprende e sviluppa le analisi di Lenin sullo Stato, spiegando analogie e differenze fra la burocrazia sovietica e la borghesia che domina le società capitalistiche. Lo Stato che sorge dalla rivoluzione ha un carattere contraddittorio. Da un lato, difende le conquiste fondamentali della rivoluzione stessa. Dall’altro lato, tuttavia, fino a quando lo sviluppo economico non permetta un processo di "estinzione" della macchina statale (per usare l’espressione di Engels), l’apparato dello Stato svolge anche un ruolo diverso e in un certo senso opposto nel difendere "criteri borghesi di distribuzione" della ricchezza, o in altre parole, nel difendere le diseguaglianze sociali. Non si tratta di un fatto inevitabile, o derivante da una "natura umana" che non si potrebbe mutare. Trotskij spiega che questo si lega direttamente allo sviluppo delle forze produttive, dell’industria, dei trasporti, della scienza, della cultura generale della società. Il socialismo può realizzarsi solo quando questo sviluppo raggiunga un livello talmente alto da poter garantire "a ciascuno secondo i suoi bisogni", in altre parole quando non vi sarà più bisogno di un apparato repressivo particolare (lo Stato, appunto), che difenda i privilegi di una minoranza.
Trotskij aggiunge come la burocrazia sovietica, pur elevando il suo tenore di vita molto al di sopra di quello delle masse, aveva tuttavia ha delle differenze profonde con la classe capitalista tradizionale. A differenza della borghesia, infatti, la burocrazia non è una classe proprietaria, non possiede i mezzi di produzione, la terra, ecc. I suoi redditi non sono profitti, non derivano dalla proprietà, ma dalla gestione, dal monopolio del potere politico e dall’apparato statale. I suoi privilegi non si trasmettono ai discendenti, sono i privilegi, di una casta, non di una classe.
Da ciò deriva che la burocrazia difende, o almeno difese per molti decenni, il carattere statale dell’economia. Essa non voleva spartire i propri privilegi né con la vecchia borghesia espropriata dalla rivoluzione, né con la nuova borghesia che rinasceva all’interno della stessa società sovietica.
Tuttavia, avverte Trotskij, tale situazione contraddittoria non può mantenersi indefinitamente. E qui si apre la parte più ricca e oggi rilevante di questo libro, nella quale l’analisi di Trotskij si fa realmente profetica, e in cui Trotskij tenta di tracciare un pronostico sul futuro della società sovietica.
Si tratta di un pronostico naturalmente di tipo condizionale, nel quale Trotskij sviluppa due ipotesi:
La prima è quella di una nuova rivoluzione, una rivoluzione politica nella quale i lavoratori, sollevandosi contro la burocrazia, avrebbero ristabilito su basi più ampie e solide la democrazia operaia conquistata nel 1917.
La seconda alternativa era quella di una controrivoluzione capitalista, in particolare come conseguenza di invasione esterna e di una sconfitta militare.
Nello sviluppare questo pronostico, Trotskij faceva in generale riferimento a un periodo di tempo di qualche anno, una prospettiva di medio termine. Tuttavia nel testo non manca di porre anche l’ipotesi di tempi più lunghi: "Ammettiamo, tuttavia, che né il partito rivoluzionario, né il partito controrivoluzionario si impadroniscano del potere. La burocrazia resta alla testa dello Stato. L’evoluzione dei rapporti sociali non cessa. Non si può certo immaginare che la burocrazia abdichi in favore dell’eguaglianza socialista (…) dovrà cercare inevitabilmente un appoggio nei rapporti di proprietà. (…) Non basta essere direttore di un trust, bisogna esserne azionista. La vittoria della burocrazia in questo settore decisivo ne farebbe una nuova classe possidente."
Precisamente questo è stato il motore del processo di restaurazione che dalla metà degli anni ’80 ha portato alla nascita di una nuova borghesia, alla dissoluzione dell’Urss, allo scioglimento del partito comunista, alla privatizzazione dell’economia e al regime di Eltsin. Come aveva avvertito Trotskij, la restaurazione del capitalismo si è tradotta in un "crollo catastrofico dell’economia e della cultura".
Questa è in essenza la chiave che questo libro ci offre per comprendere gli avvenimenti che hanno portato alla distruzione dell’Urss. La restaurazione capitalista non è avvenuta fondamentalmente per intervento straniero, dall’estero (anche se ovviamente le pressioni economiche e militari dell’imperialismo ebbero un loro peso), né per via di un complotto. Il terreno di coltura della nuova borghesia che oggi domina la Russia non fu altro che la burocrazia stessa, la nuova classe proprietaria si è reclutata in grandissima parte tra gli strati superiori dell’apparato statale e soprattutto fra gli alti funzionari delle industrie.
Gli avvenimenti degli ultimi 15 anni hanno dato una conferma impressionante di questa analisi. Non è questo il luogo per ripercorrerli nel dettaglio, e rimandiamo i lettori interessati a un approfondimento al volume di Ted Grant Russia, dalla rivoluzione alla controrivoluzione., nel quale si ripercorre l’intera storia dell’Urss e si indicano nei dettagli quali furono le cause del blocco dello sviluppo dell’Urss negli anni ’70 e ’80 e come questo ristagno delle forze produttive aprì la strada alla crisi dell’intero sistema.
Al crollo dell’Urss è seguita un’ondata di abiure, autocritiche e mea culpa su scala mondiale. Si è prodotta una letteratura vasta, rumorosa e per nulla originale, la quale consiste sostanzialmente in infinite variazioni su due temi fissi: "Ve l’avevamo detto che il comunismo era un regime criminale, non poteva che finire così!" (liberali borghesi, destra, anticomunisti tradizionali). "Come ci siamo sbagliati, è orribile tutto questo, ma ora giuriamo di aver imparato la lezione e non oseremo mai più contestare il capitalismo e il libero mercato!" (ex comunisti, socialdemocratici, progressisti di vari colori).
A questa letteratura si sono opposte ben poche voci da sinistra e ancora oggi ci si limita a prendere le distanze dalla storia dell’Urss, riducendola a "errori e orrori", e in sostanza limitandosi a subire in silenzio l’offensiva ideologica della borghesia. Si sviluppano formulazioni ambigue, quali quella del "ritorno a Marx" (evitando quindi ogni riferimento a Lenin e al bolscevismo), o peggio ancora quella che parla dei "diversi marxismi" che si sarebbero sviluppati nel ’900, una definizione completamente scorretta, la quale mette nello stesso sacco Lenin, Trotskij, Stalin, Gramsci, Rosa Luxemburg, Mao, Che Guevara e chi più ne ha più ne metta, in una voluta confusione nella quale diventa impossibile sviluppare una comprensione della reale storia dei partiti comunisti, delle loro diversi correnti, del ruolo che giocarono nella lotta di classe. In sostanza si tratta di operazioni di rimozione, di cancellazione del passato. Annullando ogni distinzione tra lo stalinismo (con le sue diverse varianti) e il marxismo, mettendo sullo stesso piano la rivoluzione d’Ottobre e la controrivoluzione stalinista, Stalin e Trotskij, i carnefici e le vittime, questa concezione non fa che aprire la strada, sia pure involontariamente, alla propaganda della quale abbiamo appena parlato
Una spiegazione coerente in termini marxisti del fenomeno dello stalinismo rimane a nostro avviso un compito ineludibile della rifondazione comunista. Non possiamo accettare le posizioni demagogiche di chi dice che "oggi i compagni non si interessano delle dispute vecchie di 50 anni fra Stalin e Trotskij". La coscienza teorica e il patrimonio di idee di un partito comunista non possono prescindere da una comprensione profonda della nostra storia.
E, a dispetto di ogni scetticismo, continua ad esistere anche fra le nuove generazioni che si avvicinano alla politica e cercano un’alternativa al capitalismo, una forte richiesta di comprendere quali possano essere le alternative a questo sistema, e quali siano le basi sulle quali si possa oggi tornare a parlare di una società comunista.
È proprio per questo motivo che crediamo che la Rivoluzione tradita non sia ancora un materiale da archivio, ma abbia tanto da dire a chi cerca risposte a queste domande.
settembre 2000