Tribuna congressuale - Rompere con Prodi
Una nuova epoca di rivoluzioni: l'esempio dell'America latina
L’epoca in cui viviamo è un epoca di guerre, rivoluzioni e controrivoluzioni.
In questo contesto l’America latina è certamente il continente più avanzato
nello scontro di classe anche se è il grande assente nel nostro dibattito,
forse perché mette oggettivamente in discussione il dogma sul superamento del
“pensiero novecentesco”.
Per oltre 20 anni questo continente aveva raggiunto il punto più basso nel conflitto di classe, dato reso evidente dalla crisi quasi generale delle organizzazioni operaie e contadine. Negli ultimi anni però, la situazione è cambiata radicalmente. Non vi è paese latinoamericano che non abbia visto scioperi, manifestazioni di massa o vere e proprie insurrezioni come è accaduto in Ecuador, Argentina e più recentemente in Bolivia.
Sotto la spinta della crisi del capitalismo, che dal 1997 al 2002 ha visto un calo del Pil continentale del 2% le masse si sono ribellate ai dettami del Fmi, alla privatizzazione dei pochi servizi pubblici rimasti e più in generale alla politica delle borghesie locali al soldo dell’imperialismo americano ed europeo.
Proprio nel periodo in cui le teorie sul superamento della centralità del movimento operaio la facevano da padrone (trovando entusiasti sostenitori nel nostro partito), centinaia di migliaia di giovani e lavoratori argentini, assieme alla classe media rovinata dalla crisi, davano vita al cosiddetto Argentinazo, cacciando con la mobilitazione ben tre governi in pochi giorni.
Le mobilitazioni di questi anni hanno visto tornare al centro del dibattito rivendicazioni che appartengono alla migliore tradizione rivoluzionaria del movimento operaio: nazionalizzazione delle banche, ripudio del debito estero, nazionalizzazione delle aziende in crisi sotto il controllo operaio, sono ormai patrimonio condiviso non solo da un ristretto settore di avanguardia ma di milioni di persone in tutto il continente.
Dalla fabbriche argentine occupate, alla venezuelana Venepal (una delle principali industrie cartiere continentali) che è stata recentemente nazionalizzata sotto il controllo operaio, passando per il referendum che in Bolivia chiedeva la nazionalizzazione del Gas è salita forte la richiesta di una società gestita in funzione degli interessi dei lavoratori e non di un pugno di capitalisti e di multinazionali.
Si sta allargando a macchia d’olio un processo di lotta con manifestazioni di massa, insurrezioni e scioperi generali ad oltranza come quello che sta piegando il governo filoimperialista di Mesa in Bolivia in queste ore.
In questa dinamica la borghesia non è stata a guardare.Tutti i settori in lotta sono stati attaccati duramente ed hanno subito repressione, provocazioni e sabotaggio. L’imperialismo Usa non può permettere che nel “cortile di casa” milioni di operai e contadini prendano in mano il loro futuro. Durante l’Argentinazo e l’insurrezione boliviana dello scorso anno decine di giovani e lavoratori sono caduti sotto le pallottole della polizia e lo stesso governo venezuelano di Hugo Chavez ha subito un golpe nell’aprile 2001 e un sabotaggio petrolifero otto mesi dopo. La mobilitazione operaia e popolare li ha respinti entrambi.
Le masse di questi paesi sono molto più concrete di tanti filantropi occidentali ed hanno capito che era il momento di difendersi dalla violenza dell’imperialismo, se è necessario, armi alla mano. Lo stesso Chavez di fronte alle ripetute provocazioni dell’opposizione filogolpista nella trasmissione Alò Presidente del 4 aprile scorso ha dichiarato che:“ogni pescatore, ogni studente, ogni persona del popolo deve imparare ad usare le armi per difendersi dall’imperialismo”.
L’America Latina è l’espressione più evidente di come non si possono difendere gli interessi degli sfruttati senza rompere le compatibilità capitaliste. Oggi più che mai il destino di milioni di lavoratori in America Latina e in tutto il mondo è legato all’alternativa socialista o a un futuro di guerre, miseria ed oppressione.
Liberazione, 29 gennaio 2005
Vedi anche:
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