Tribuna congressuale - Rompere con Prodi
Metalmeccanici: banco di prova per i comunisti
Venerdì 14 gennaio l’assemblea nazionale della Fiom ha approvato la piattaforma unitaria per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici con Fim e Uilm.
Dopo mesi di infinite trattative riservate tra i vertici dei tre sindacati metalmeccanici, e dopo le più che insistenti pressioni dal segretario nazionale della Cgil, che vuole riportare la categoria su posizioni moderate, la Fiom ha sottoscritto una piattaforma che giudichiamo inadeguata ai bisogni dei lavoratori. Parallelamente si accetta di aprire un tavolo con Fim e Uilm non per respingere ma per gestire la legge 30.
Piattaforma inadeguata non solo perché la rivendicazione economica è del tutto insufficiente a coprire l’arretramento dei salari, ma perché ci pare che chiuda un’intera fase durata quasi quattro anni, nella quale la Fiom ha tentato di uscire dalla gabbia concertativa nella quale ora la si vuole nuovamente rinchiudere. Alle lotte proposte dalla Fiom nella fase precedente abbiamo partecipato in prima fila, pur mantenendo serie perplessità sulla linea avanzata dal gruppo dirigente della Fiom. È possibile chiudere questa fase senza un serio bilancio critico? È accettabile che dopo aver rifiutato la firma su ben due contratti nazionali, chiamando i lavoratori alla mobilitazione, oggi si chiuda su una piattaforma al ribasso senza avere praticato alcun percorso di consultazione nelle fabbriche e neppure nell’insieme dell’organizzazione?
Noi crediamo di no, e per questo abbiamo avanzato una proposta alternativa alla piattaforma proposta.
Si dice che abbiamo conquistato la consultazione democratica sul contratto che si firmerà. Dopo un referendum di avvio sulla piattaforma, un’assemblea nazionale composta da 500 membri non eletta ma nominata dall’alto, avrà una semplice funzione consultiva ed eventualmente proporrà il referendum di chiusura, con la garanzia che ogni singola organizzazione può in ogni caso richiederne la convocazione. Una democrazia quindi molto parziale, che non tutela affatto una posizione critica che dovesse sorgere dalle fabbriche indipendentemente dall’opinione dei gruppi dirigenti. Sappiamo bene che la democrazia non è disgiunta dai contenuti; a una piattaforma moderata rischia di corrispondere uno svuotamento della partecipazione, e questo rischia di far partire in salita una vertenza che pure con una richiesta salariale del tutto insufficiente vede un’aspra opposizione da parte del padronato.
Questa unità di vertice, alle spalle dei lavoratori e su contenuti arretrati, contraddice completamente la lezione di Melfi, degli autoferrotranvieri, e di tante altre lotte: e cioè che una “rottura” dell’unità di vertice può, portare a una ricomposizione alla base della vera unità dei lavoratori in una lotta intransigente per i loro interessi. Una strada difficile? Sicuramente, ma è l’unica strada che ci può permettere di mantenere saldo il rapporto con i lavoratori e con le loro più profonde esigenze.
Non si tratta di una partita che riguarda solo i metalmeccanici, e neppure puramente sindacale. La richiamiamo su questa tribuna, anche perché abbiamo visto con amarezza come compagni anche autorevolissimi esponenti di tutte le altre mozioni congressuali hanno o sostenuto, o avallato con un’astensione priva di alcuna seria motivazione politica, questo “rientro all’ovile” della Fiom. Posizione doppiamente criticabile per chi, come i compagni di Progetto comunista, nel congresso della Fiom si era dichiarato favorevole all’emendamento critico da noi proposto. Nella Fiom come nel partito e in tutti gli altri ambiti, contro ogni ambiguità e trasformismo, rivendichiamo apertamente l’elementare principio che quello che si dice lo si fa, e quello che si fa lo si dice.
Liberazione, 26 gennaio 2005
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