Tribuna congressuale - Rompere con Prodi
Crisi del neoliberismo o del capitalismo?
La crisi economica che sta mettendo in pericolo decine di migliaia di posti di lavoro nell’industria rilancia la discussione sul sistema economico per cui lottare. Per il marxismo alla base delle crisi c’è l’impossibilità di trovare una domanda pari alla capacità produttiva esistente. Un settore dopo l’altro dell’economia mondiale è entrato in crisi di sovrapproduzione: semiconduttori, auto, cemento, plastica, computer ecc. Sovrapproduzione ed inasprimento della competizione tra capitalisti per contendersi un mercato stagnante sono la causa di precarietà, disoccupazione e bassi salari.
La mozione 1 invoca, davanti a quella che chiama “offensiva neoliberista”, un intervento pubblico nell’economia. Il compagno Bertinotti ha affermato che i suoi modelli sono il new deal di Roosevelt ed i governi di centrosinistra italiani degli anni ’60. Questi esempi storici, come anche la nascita dell’IRI nel 1932, mostrano che quando il capitalismo è in crisi lo Stato fa da stampella alla borghesia sulla base del motto “socializziamo le perdite e privatizziamo i profitti”. Le nazionalizzazioni dei governi di centrosinistra degli anni ‘60, appoggiate dai settori più lungimiranti della borghesia, avevano l’obiettivo di utilizzare i soldi dello Stato per permettere al capitalismo italiano di ammodernarsi e recuperare i ritardi di competitività. Se investimenti per costruire un sistema elettrico nazionale non attiravano capitali per mancanza di profitti a breve termine, lo Stato si sostituiva alla borghesia (nascita Enel). Sfatiamo poi un mito: gli USA non uscirono dalla depressione degli anni ’30 grazie alle ricette di Keynes sull’intervento dello Stato. Ripiombata in una pesante recessione nel 1938, l’economia USA si risollevò grazie al boom dell’industria bellica in previsione della Seconda Guerra Mondiale. La fusione del grande capitale con lo Stato che agisce come agente diretto dei grandi monopoli non ha nulla a che spartire con la pianificazione dell’economia in senso comunista. Questo intervento non intacca il ruolo dominante del mercato. In Italia come altrove la nazionalizzazione di settori chiave dell’economia (ferrovie, elettricità, siderurgia ecc.) ha garantito materie prime e servizi a buon mercato alle imprese private così beneficiate di enormi sussidi pubblici.
Nella mozione 1 l’unificazione europea è vista come possibile scintilla di una nuova stagione riformista e keynesiana di intervento pubblico: la fantomatica Europa sociale. Bertinotti evoca Francia e Germania che “si accordano per salvare gli interessi strategici, l’energia, l’automobile, le grandi imprese. Sono gli Stati ad intervenire”. Ma i fatti hanno la testa dura. La Unione Europea è un blocco imperialista con l’obiettivo di ritagliarsi un posto al sole nella spartizione dei mercati su scala mondiale. E’ per questo che, obbedendo agli stessi interessi di classe, il governo di destra francese come quello socialdemocratico tedesco attaccano pensioni, salari e 35 ore, oltre a rilanciare una politica imperialista autonoma dagli USA. Il ritorno a politiche keynesiane è un sogno: esse furono possibili grazie al boom del dopoguerra che, combinato alle lotte operaie degli anni ’60 e ’70 ed alla competizione con l’URSS, spingeva la classe dominante al compromesso sociale. Ma il contesto economico è mutato: negli ultimi 30 anni la crescita è stata pari a un terzo di quella avuta tra il 1948 ed il 1973.
I margini per una stagione duratura di riforme non esistono più: questo è vero anche in Germania, patria per decenni della concertazione, dove la lotta di classe torna ad esplodere. Accettando le compatibilità del sistema capitalista partiti e sindacati riformisti sono sempre più “riformisti senza riforme”: ciò spiega le loro difficoltà politiche e le potenzialità per i comunisti nel sostenere la necessità di espropriare i padroni e di una pianificazione dell’economia fatta dai lavoratori per i lavoratori.
Liberazione, 11 febbraio 2005
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