Tesi per il V Congresso del PRC
UN PROGETTO COMUNISTA RIVOLUZIONARIO NELLA NUOVA FASE
STORICA
INTRODUZIONE
- SINTESI
Il capitalismo mondiale riversa sempre
più la propria crisi sulla condizione generale dell’umanità, minacciando una
vera e propria regressione storica di civiltà. La ripresa delle guerre che ha
segnato l’ultimo decennio -prima in Irak, poi nei Balcani, oggi in
Afghanistan-, ne è il riflesso materiale e simbolico.
La rappresentazione della cosi detta
“globalizzazione” capitalistica come avvento di un “nuovo capitalismo” capace
di superare le sue antiche contraddizioni, è stata smentita dalla realtà.
La crisi che da un quarto di secolo
segna l’economia del mondo non solo non è superata ma si ripropone oggi nella
forma classica della recessione.
Le contraddizioni tra i blocchi
capitalistici non solo non si sono dissolte in un “impero” indistinto e
omogeneo ma si ripropongono acuite dopo il crollo dell’URSS e sotto la spinta
della crisi.
La contraddizione tra capitale e
lavoro, lungi dall’essere superata o ridimensionata, è riproposta nella sua
centralità dalla crisi e dalla nuova competizione globale capitalistica.
Lo stesso sviluppo del militarismo e
della guerra in corso -con i suoi effetti regressivi sul terreno delle libertà
democratiche e delle conquiste sociali- è inseparabile dal contesto generale
della crisi capitalistica. Lungi dall’essere un conflitto tra “due
fondamentalismi” ideologici (il Mercato e il Terrore) è una guerra
dell’imperialismo contro i popoli oppressi: mira al controllo del Medio Oriente
e dell’Asia centrale; vuole intimidire i movimenti di liberazione nazionale (a
partire dal popolo palestinese); mira a contrastare la recessione economica col
grande rilancio delle spese militari; risponde all’interesse dell’imperialismo
americano a controbilanciare l’ascesa economica europea con il rilancio della
propria indiscussa egemonia militare.
In definitiva, a dieci anni dal crollo
dell’URSS, la ricomposizione capitalistica dell’unità del mondo non si è
affatto tradotta in un universo pacificato e più stabile, ma in
un’accentuazione della crisi internazionale.
Questo quadro generale di crisi e
regressione rivela una volta di più il carattere utopico di ogni progetto
riformistico.
L’idea di "governi
riformatori" favorevoli ai lavoratori; di un possibile capitalismo “equo”
imbrigliato dalle regole di una “società civile progressista”; di una riforma
pacifista dell’ordine mondiale, fondata su una rivalutazione dell’ONU e
sospinta dalla cultura gandhiana della "non-violenza", rappresentano,
oggi più che mai, un’illusione impotente. Non una via concreta di costruzione
di un altro mondo possibile, ma la rassegnazione di fatto a questo mondo reale,
seppur nutrita di sogni.
Il V Congresso del nostro partito è
chiamato dunque a rimuovere e a contrastare ogni utopia riformista assumendo un
nuovo orizzonte strategico, apertamente anticapitalista e rivoluzionario.
Un altro mondo è possibile. Si chiama
Socialismo. Non si tratta solo di evocarne il nome ma di recuperarne il
programma generale quale unica vera risposta alla crisi dell’umanità.
Solo l’abolizione della proprietà
privata, a partire dai duecento colossi multinazionali che oggi dominano
l’economia del mondo. Solo una economia mondiale democraticamente pianificata
liberata dal dominio del profitto; solo la conquista del potere politico da
parte delle classi subalterne come leva decisiva della transizione, possono
creare le condizioni di un nuovo “modello di sviluppo”: che liberi nuove
relazioni tra gli uomini e i popoli, un nuovo rapporto dell’uomo con
l’ambiente, un controllo degli indirizzi e delle applicazioni della scienza in
funzione delle qualità della vita quale nuova frontiera del progresso.
Recuperare e attualizzare dunque il programma originario del comunismo e della rivoluzione
d'Ottobre come scenario di liberazione dell’umanità, scevro da ogni retaggio
burocratico staliniano, è compito centrale dei comunisti e del nostro partito.
Assumendolo come bussola di una nuova impostazione strategica che riconduca gli
obiettivi immediati di ogni lotta e di ogni movimento alla necessità della
rivoluzione sociale.
Peraltro proprio l’inizio di ripresa
oggi della lotta di classe e dei movimenti di massa nel mondo (ciò che nel
partito abbiamo chiamato “il disgelo”) -sintomo dopo vent’anni dalla crisi di
egemonia delle politiche dominanti - rappresenta una straordinaria occasione di
rilancio della prospettiva socialista presso la giovane generazione, come
risposta rivoluzionaria nel cuore dei movimenti, alle loro stesse domande sociali
ambientali, democratiche, di pace, tutte incompatibili, nelle loro istanze
profonde, con l'attuale ordine borghese. Non si tratta allora di abbandonarsi
alla mistica retorica dei movimenti, tantomeno di disperdere la centralità di
classe: si tratta di ricondurre il prezioso sentimento antiliberista della
giovane generazione ad una chiara prospettiva di classe anticapitalista. La
sola che possa offrire un futuro ai movimenti stessi; la sola che possa
svilupparli oggi sul terreno della mobilitazione contro l’imperialismo e la
guerra fuori da ogni illusione pacifista; la sola che possa fondare il
riferimento alla classe operaia a al mondo del lavoro nella sua nuova
composizione ed estensione, quale soggetto centrale del blocco storico
alternativo. Da qui la necessità di una battaglia nei movimenti per l’egemonia
di classe: che non è autoimposizione burocratica ma lotta aperta e leale per la
prospettiva socialista contro quelle culture neoriformiste che conducono i
movimenti stessi nel vicolo cieco della sconfitta. Il complesso lavoro di
rifondazione di un’internazionale comunista e rivoluzionaria che assuma la
battaglia per l’egemonia anticapitalistica su scala mondiale è tanto più oggi
una necessità di fondo per i comunisti.
Ma questa nuova impostazione strategica
implica una svolta profonda di linea e di scelte sul piano nazionale. Entro il
nuovo scenario politico italiano, la ripresa delle dinamiche di movimento sul
versante operaio e giovanile e la crisi verticale e deriva liberale dei D.S.,
creano le condizioni di un forte e necessario rilancio del nostro partito quale
unico possibile riferimento politico alternativo per vasti settori di
lavoratori e di giovani. Ma ciò implica un nuovo indirizzo di fondo del PRC.
Per 10 anni il nostro partito ha respinto la proposta di costruzione del polo
autonomo di classe per perseguire una linea di “condizionamento” dell’apparato
D.S. e delle sue coalizioni (polo progressista e centrosinistra) sulla base di
un “programma di riforme”: sia dal governo, che dall’opposizione, sia sul piano
nazionale che sul piano locale. E' onesto riconoscere che questa linea ha
registrato un sostanziale fallimento. Essa infatti non ha dato risultati: né
dal punto di vista della costruzione del PRC e della sua influenza elettorale e
di massa; né soprattutto dal punto di vista degli interessi e delle prospettive
del movimento operaio, che proprio il Centrosinistra e l’apparato D.S., alfieri
degli interessi della grande borghesia per tutta la precedente legislatura
hanno condannato alla sconfitta sociale e politica. L'unico effetto pratico
della linea di "contaminazione" del centrosinistra è stato, al
contrario, il coinvolgimento del PRC per metà della legislatura dell'Ulivo nel
sostegno a politiche antioperaie e antipopolari (varo del lavoro interinale col
"Pacchetto Treu", privatizzazioni, tagli della spesa sociale) del
tutto opposte alle ragioni sociali del nostro partito.
La prospettiva avanzata per il dopo
Berlusconi di un "governo della sinistra plurale" sulla base di un
"programma riformatore", non solo rimuove ogni bilancio ma ripropone
di fatto l'ispirazione fallita di dieci anni. E’ quanto viene esplicitato nel
documento precongressuale votato dalla maggioranza del partito nel CPN di
ottobre che afferma: “(…) questo non significa che non si possa costruire una
sinistra plurale, in Italia e in Europa, capace di proporsi il tema della
conquista della maggioranza dei consensi e della candidatura al governo ai fini
di realizzare un programma riformatore, ma vuol dire che per arrivarci bisogna
battere strade diverse da quelle della tradizionale politica unitaria, in primo
luogo facendo irrompere nell’intero campo delle sinistre e dei rapporti tra di
loro, la novità e la rottura del movimento.” Non solo quindi si preserva il
riferimento all’esperienza negativa della gauche plurielle di Jospin ma la
ripropone con un apparato D.S. che nella sua larga maggioranza ha rotto con la
funzione della stessa socialdemocrazia. Assumere questa prospettiva come
finalità di sbocco dei movimenti significherebbe contraddire le potenzialità
anticapitaliste dei movimenti stessi e subordinarli ad un accordo coi liberali.
Il V Congresso respinge dunque questa
prospettiva politica a partire da una svolta di fondo: quella della costruzione
del PRC attorno alla linea del polo autonomo di classe e anticapitalistico,
alternativo sia al Centrodestra reazionario sia al Centrosinistra liberale.
Questo orientamento implica innanzitutto una coerenza di collocazione politica
del nostro partito come forza di opposizione. Non può esservi contraddizione
tra le ragioni sociali che il PRC esprime e la sua collocazione politica
istituzionale: ciò vale in prospettiva sul piano nazionale, come vale anche sul
piano locale dove va superata la collaborazione di governo nelle giunte di Centrosinistra,
a partire dalle Regioni e dalle grandi città, dove siamo di fatto subordinati a
politiche e interessi del tutto estranei alle ragioni dei lavoratori. Ma più in
generale la proposta del polo autonomo di classe è rivolta all'insieme del
movimento operaio e dei movimenti di massa. L'esperienza dell’ultima
legislatura, ha dimostrato a milioni di lavoratori il disastro sociale e
politico della collaborazione del movimento operaio con le forze sociali e
politiche del Centro Borghese. “Rompere col Centro” non è allora una petizione
astratta: fa leva sull’esperienza di massa per rivendicare l’autonomia di
classe dei lavoratori e delle lavoratrici di fronte agli interessi delle altre
classi e delle loro rappresentanze. Per dire che solo una mobilitazione indipendente
dei lavoratori e dei movimenti sul terreno anticapitalistico può difendere le
loro ragioni e aprire il varco ad un’alternativa vera.
Questa esigenza di autonomia è più
attuale che mai. Di fronte alle destre e a Berlusconi tutte le forme di alleanze
con le forze di Centro hanno fallito. Solo la grande mobilitazione indipendente
della classe operaia nel '94 riuscì a piegare il governo Berlusconi e a porre
le condizioni della sua caduta. Il nostro partito deve costruire tra le masse
la memoria di questa esperienza, e assumerla come riferimento per la propria
azione.
Il nuovo governo Berlusconi ha un
insediamento sociale e istituzionale più forte che nel 94; ma proprio per
questo la sua eventuale stabilizzazione, come si è visto a partire da Genova,
comporta un rischio di trascinamento reazionario più elevato. Il PRC non può
vivere allora la propria opposizione come routine istituzionale combinata con
l’affidamento alla spontaneità dei movimenti. Ha l’onere di una proposta al
movimento operaio e della costruzione attiva di uno sbocco politico. In questo
senso il V Congresso del PRC assume l’obiettivo della cacciata del governo
Berlusconi-Bossi- Fini per una alternativa di classe come terreno di
mobilitazione unitaria del movimento operaio e dei movimenti di massa e di
tutte le tendenze politiche e sindacali che su di essi si basano. Perché solo
una vera esplosione sociale concentrata contro il padronato e il governo delle
destre può realmente scompagnare lo scenario politico italiano e porre le condizioni
dell'alternativa di classe.
Da qui la proposta di una vertenza
generale attorno ai temi di un forte aumento salariale per tutto il lavoro
dipendente, del salario minimo garantito intercategoriale, di un vero salario
garantito ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione,
dell’abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro (v. “Pacchetto Treu”
e le ulteriori leggi in materia introdotte dal governo Berlusconi) con
l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori precari, della
riduzione generalizzata dell’orario. Questa proposta di mobilitazione può e
deve essere avanzata dal nostro partito in tutti i luoghi di lavoro, in tutte
le organizzazioni sindacali, sul territorio, nello stesso movimento
antiglobalizzazione: sostenendo le tendenze interne del movimento che già oggi
spingono per un suo impegno diretto a fianco dei lavoratori e delle
lavoratrici. E' proprio dalla ricomposizione unitaria di lotta della giovane
generazione, dal versante operaio in primo luogo come dal versante
antiglobalizzazione che può innescarsi la dinamica dell’esplosione sociale
contro il governo delle destre e le classi dominanti. Ricondurre a questo
sbocco tutto il lavoro di massa del partito, estendere il quadro delle
rivendicazioni ad ogni settore sociale colpito dalle politiche dominanti (v.
Immigrazione e Scuola), collegare il quadro delle rivendicazioni immediate a un
programma più generale di rottura con la proprietà capitalistica e lo Stato,
sviluppare in ogni movimento la coscienza politica anticapitalistica, questo è
l’impegno necessario dell’opposizione comunista per l’alternativa di classe.
E in questo ambito il nostro partito
non può teorizzare un principio di adattamento silenzioso nei movimenti
affidandosi passivamente a orientamenti e scelte delle loro direzioni ma deve
elaborare capacità di proposta su scelte politiche piccole e grandi, in
funzione della prospettiva anticapitalistica. La tematica delle forme di lotta,
a partire dalla necessaria difesa del diritto di manifestare in piazza, contro
ogni tentazione di ripiegamento; le questioni legate all’autodifesa di
manifestazioni pacifiche e di massa contro le aggressioni violente da qualunque
parte provengano; la tematica delle forme di organizzazione dei movimenti e del
loro sviluppo democratico oggi centrale nel movimento antiglobalizzazione: sono
terreni su cui il nostro partito non può tacere in nome di un blocco
incondizionato con le direzioni egemoni dei movimenti. Ma deve avanzare
indicazioni, certo collegate alla sensibilità degli interlocutori e alla
concretezza dei problemi, ma sempre ispirate a un unico criterio di fondo: lo
sviluppo della forza autonoma delle classi subalterne e dei movimenti di massa
in direzione di un’alternativa di società e di potere. Come affermava Rosa Luxemburg:
“Lo scopo finale resta l’anima della
nostra lotta. La classe operaia non deve porsi [nell’ottica di chi dice] ‘Lo
scopo finale non è niente, è il movimento che è tutto.’ No, al contrario: il
movimento in quanto tale, senza rapporto con lo scopo finale, il movimento come
fine in sé non è niente, è lo scopo finale che è tutto.” (1898).
Solo questo programma di alternativa
anticapitalistica fonda la ragione politica organizzativa del partito nel suo
rapporto con i movimenti e la lotta di classe. Un partito che si viva come pura
rappresentanza istituzionale di domande sociali, in funzione di una prospettiva
di governo riformatore, si priva di una funzione strategica indipendente e
perciò mette a rischio, al di là di ogni intenzione, la ragione stessa della
sua esistenza. Privo di uno specifico progetto anticapitalistica il partito
smarrisce la ragione di una propria distinzione rispetto al movimento. E così
l’invito dell’apertura al movimento, in sé importantissima, si trasforma in un
rischio di dissoluzione nel movimento stesso, o di trasformazione delle proprie
strutture in indistinti “luoghi di movimento”. Il risultato paradossale non è
così il rafforzamento del partito nel movimento ma all’opposto un principio di
dispersione delle forze e di loro sradicamento: a tutto danno sia del partito
che del movimento stesso, privato di un riferimento organizzato capace di
indicazione e proposta.
La logica proposta dalla maggioranza
dirigente del PRC va dunque esattamente capovolta. Il partito ha sì l’esigenza
prioritaria di partecipazione piena ai movimenti, senza distacchi dottrinari e
anzi con la massima concentrazione in essi delle proprie forze. Ma ne ha
esigenza come partito cioè come
specifico progetto collettivo anticapitalista e rivoluzionario: ciò che richiede
una specifica strutturazione, specifici strumenti che possano organizzare nei
movimenti, a partire dalla classe operaia, la battaglia collettiva per quel
progetto. Ed anche il più ampio sviluppo della democrazia interna del partito,
condizione decisiva dell’elaborazione collettiva e della stessa formazione dei
quadri. In questo senso la funzione d’avanguardia del partito non come
imposizione burocratica, ma come progetto programmatico su cui sviluppare
consenso ed egemonia, è la condizione stessa del suo radicamento e
rafforzamento organizzativo.
CRISI
DELL'UMANITA'
I
dieci anni che sono trascorsi, dopo la svolta d’epoca segnata dal crollo
dell’URSS, hanno interamente smentito le profezie liberali che accompagnarono
quell’evento. Il capitalismo mondiale riversa sempre più la propria crisi sulla
condizione generale dell’umanità, minacciando una vera e propria regressione
storica di civiltà. La ripresa della guerra che ha segnato l’ultimo decennio
-prima in Irak, poi nei Balcani, oggi in Afghanistan- col suo carico di morti e
distruzioni ne è il riflesso materiale e simbolico.
La perdurante crisi economica
capitalistica, le ripetute sconfitte del movimento operaio degli anni '80 e
'90, il venir meno col crollo dell'URSS di un contrappeso statuale per quanto
distorto alla potenza dell’imperialismo, i vasti processi di restaurazione
capitalistica che hanno investito, in forme diverse, vaste aree del mondo,
hanno prodotto come effetto congiunto un arretramento delle condizioni di vita
e di lavoro della maggioranza dell’umanità.
Nei paesi imperialisti di tutti i
continenti (USA, Europa, Giappone), la caduta dei salari, il degrado del
lavoro, lo smantellamento progressivo delle protezioni sociali, descrivono nel
loro insieme un attacco profondo ai livelli acquisiti di sicurezza sociale.
Nei paesi a capitalismo restaurato
(Russia ed est Europa) o in via di restaurazione (Cina) la reintroduzione del
dominio del mercato procede alla distruzione di ogni forma di difesa sociale
producendo un drammatico salto regressivo nella vita di centinaia di milioni di
uomini e di donne.
Nel blocco dei paesi dipendenti, interi
continenti, a partire dall’Africa e da larga parte dall’America Latina,
conoscono una ulteriore precipitazione della condizione di massa, assieme ad un
aggravamento dei livelli di dipendenza coloniale dall’imperialismo.
Più in generale l’intera dimensione
della vita è investita da una profonda tendenza regressiva, segnata dal
moltiplicarsi dei sintomi del degrado, dell’intolleranza, dell’irrazionalismo.
Il ritorno della guerra, che ha
costellato il decennio, è il riflesso eloquente di questa drammatica
regressione. Anche solo venti anni fa la previsione di una guerra nel cuore
dell’Europa sarebbe apparsa un fantasioso azzardo. Venti anni dopo non solo la guerra
ritorna materialmente nello stesso vecchio continente, col suo carico terribile
di morte e distruzione (Balcani): ma si rilegittima progressivamente
nell’immaginario collettivo di settori di massa. Ed oggi il potente rilancio
del militarismo internazionale a guida anglo-americana, trainato dalla guerra
imperialistica all’Afghanistan, lo stesso riarmo della Germania e del Giappone,
segnano anche simbolicamente la svolta d’epoca del nostro tempo.
Su un altro piano, si fanno di anno in
anno più drammatiche le manifestazioni e le conseguenze della crisi ambientale
planetaria, una drammatica conferma dell'incapacità dell’attuale ordine sociale
di operare in modi non distruttivi nei confronti dell’ambiente. E le
conseguenze sociali di questa crisi tendono sempre più a combinarsi con quelle
della crisi sociale e politica in cui sprofondano molti paesi del cosiddetto
Terzo mondo, ciò che provoca vere e proprie “catastrofi umanitarie” e sospinge
masse crescenti di uomini e di donne a migrare in una sorta di disperata “fuga
per la sopravvivenza”.
Per la prima volta dal dopoguerra, ad
ogni latitudine del mondo, l’orizzonte delle nuove generazioni non si presenta
come orizzonte di progresso ma come preannuncio di nuove regressioni. Non si
tratta peraltro di uno scenario eccezionale. Al contrario, se guardiamo le cose
col raggio di visuale del lungo periodo osserviamo il ritorno del capitalismo
alla normalità storica del proprio declino. Ciò che semmai è superata è
l’eccezionalità di quella parentesi storica postbellica che agli occhi di più
generazioni era apparsa la norma.
CRISI
CAPITALISTICA E "GLOBALIZZAZIONE"
Le
tesi emergenti negli anni Novanta circa la nascita di "un nuovo
capitalismo" capace di superare le sue antiche contraddizioni, sono state
smentite dalla realtà. La crisi economica capitalistica ripropone più che mai
l'attualità della lettura marxista della "globalizzazione" fuori da
ogni "apologia" del capitale.
Negli anni Novanta -sullo sfondo del
crollo dell'URSS, dell'arretramento del movimento operaio, della prosperità
economica USA, di una vasta innovazione tecnologica- è venuta affermandosi una
rappresentazione dominante della realtà del mondo come
"globalizzazione", spesso intendendo con questo termine l'emergere di
un "nuovo capitalismo", strutturalmente diverso dal capitalismo
"tradizionale" e per questo capace di superare le proprie vecchie
contraddizioni. Nella versione liberista il mito della globalizzazione è stato
impugnato come annuncio di una nuova era di prosperità. Nella versione opposta
di tanta parte del pensiero critico alternativo come l'avvento di una nuova
dominazione totalizzante. Nell'un caso come nell'altro il nuovo capitalismo è
stato presentato come l'alba di un nuovo regno e come riprova del fallimento o
dell'invecchiamento della lettura marxista.
Queste rappresentazioni ideologiche
hanno per molti aspetti capovolto la realtà delle cose: e la realtà ha finito
col confutarle.
L'economia capitalistica internazionale
vive da un quarto di secolo un'onda lunga di crisi, segnata dall'esaurimento
storico della spinta propulsiva del secondo dopo-guerra e dal prevalere di una
spinta alla stagnazione. La caduta del saggio medio del profitto su scala
mondiale ne rappresenta il riflesso.
A partire dall''89-'91, il crollo
dell'URSS e i processi di restaurazione capitalistica che si sono affermati
nell'insieme dell'Est europeo, assieme alle emergenti tendenze
restaurazionistiche che si sono sviluppate in altri Paesi non capitalistici
(Cina) hanno configurato certamente un processo di ricomposizione capitalistica
dell'unità del mondo. Ma la riconquista compiuta o tendenziale, di tanta parte
del pianeta non ha significato il rilancio storico dell'economia capitalistica.
L'Est europeo, più che volano di un nuovo sviluppo economico internazionale,
rappresenta in larga misura una semicolonia del sottosviluppo: la massiccia
concentrazione di miseria sociale e il basso livello di consumi che ne deriva
rappresentano un freno all'espansione del mercato capitalistico. Parallelamente
la forte riduzione dei margini di manovra dei Paesi dipendenti, conseguente al
crollo dell'URSS, ha finito con l'integrarli più direttamente nella stagnazione
mondiale: così il sottoconsumo del Terzo mondo sospinto dal calo o dal crollo
delle materie prime ha costituito un ulteriore fattore della stagnazione
medesima. Complessivamente, nonostante l'espansione del mercato capitalistico,
il peso del commercio internazionale nell'economia mondiale è analogo a quello
del 1914. Così nonostante i nuovi processi di decentramento internazionale
della produzione, le stesse multinazionali concentrano tuttora il grosso del
proprio volume di investimenti entro il perimetro degli Stati dominanti e dei
propri mercati regionali piuttosto che in un mondo indifferenziato. La
globalizzazione economica dunque ha investito essenzialmente non la produzione
reale ma l'economia finanziaria, dove ha realmente raggiunto un livello
storicamente nuovo: ma proprio l'espansione abnorme del parassitismo
finanziario -che conferma oltre le sue stesse previsioni, l'analisi di Lenin
dell'imperialismo- riflette la crisi del saggio medio di profitto nella
produzione. Come all'inizio del Novecento lungi dall'essere misura della
prosperità capitalistica, il parassitismo dei rentier è figlio della crisi di
stagnazione e concausa della stessa.
La forte concentrazione di innovazione
tecnologica (rivoluzione informatica) e la diffusione di nuove forme di
organizzazione del lavoro (il cosiddetto toyotismo) si collocano e si spiegano
in questo contesto. Come in altre epoche storiche (si pensi allo sviluppo del
fordismo negli anni Venti-Trenta), l'innovazione tecnologica intensa e le nuove
sperimentazioni nell'organizzazione produttiva non promanano dal benessere del
capitalismo ma dalla sua crisi: come tentativo di rilancio del saggio di
profitto attraverso l'incremento di produttività e la configurazione di nuovi
mercati trainanti. Ma contrariamente all'ottimismo borghese degli anni Novanta,
la rivoluzione informatica e le sue applicazioni tecnologiche, per quanto rilevanti
non hanno esercitato la forza di trascinamento economico che potevano avere, in
un altro contesto, le ferrovie del secolo scorso o l'automobile degli anni
Cinquanta. Non solo non hanno garantito l'uscita dalla stagnazione ma, oltre
una certa soglia, hanno concorso paradossalmente ad aggravarla: la crisi
profonda della new economy oggi nel cuore del capitalismo americano, è
esattamente un'espressione classica di sovrapproduzione i cui effetti recessivi
più generali sono direttamente proporzionali all'intensità dello sviluppo
economico precedente del settore. La teoria di un "nuovo capitalismo"
capace di superare il ciclo economico non poteva trovare smentita più
clamorosa.
IMPERIALISMO
L'imperialismo
è, oggi più che mai, il quadro dominante della realtà del mondo. Le tesi del
suo superamento in direzione di una globalizzazione indistinta non trovano
alcuna conferma nel mondo reale. Riattualizzare l'analisi marxista
dell'imperialismo oggi, nelle sue profonde contraddizioni e sullo sfondo
dell'attuale instabilità internazionale è condizione decisiva per la
comprensione delle tendenze storiche future.
Negli anni Novanta in significativi
settori intellettuali della "sinistra critica" e nella stessa
Direzione nazionale del nostro partito, è venuta emergendo la tesi del
superamento della categoria stessa dell'imperialismo in direzione della
rappresentazione di un "impero" globale, omogeneo ed uniforme, a
esclusiva dominazione nord-americana, capace di dissolvere ruolo e funzioni dei
vecchi Stati nazionali. Da qui anche la rappresentazione dell'Europa come
semplice articolazione subalterna dell'Impero e la relativa rivendicazione di
una sua autonomia su base "sociale e democratica".
Questa concezione generale da un lato
si basa su un'incomprensione profonda della complessità del mondo
contemporaneo; e dall'altro lato, negando il carattere imperialistico
dell'Europa, disorienta gravemente la stessa azione politica dei comunisti.
Lungi dal ricomporre le contraddizioni
intercapitalistiche, il crollo dell'Urss dell'89-'91 le ha in qualche modo
liberate, entro uno scenario storico profondamente nuovo. I giganteschi
processi di restaurazione capitalistica nell'Est europeo e, in forma
incompiuta, nella stessa Cina, i nuovi rapporti di forza nei confronti dei
Paesi dipendenti, la necessità di ridefinire complessivamente equilibri
geostrategici e zone di influenza, hanno alimentato inevitabilmente una nuova
competizione mondiale tra gli Stati capitalistici dominanti. E i terreni della
competizione stanno interamente dentro il quadro storico dell'imperialismo:
riguardano il controllo dei mercati di sbocco, i settori di investimenti e di
esportazione del capitale, il controllo di materie prime e mano d'opera a basso
costo, i livelli di concentrazione monopolistica del capitale finanziario, il
controllo politico-militare delle aree strategiche.
La superiorità oggi dell'imperialismo
USA è obiettivamente indiscutibile: sia sul versante della concentrazione di
capitale finanziario, sia sul versante della forza militare, dove proprio il
crollo dell'URSS ha rafforzato il tradizionale primato americano e il suo
impiego criminale nel mondo. Ma l'Europa è tutt'altro che una semplice area
dipendente. All'opposto, sia la vasta restaurazione capitalistica nell'Est
Europa e nei Balcani, sia il declino non congiunturale del Giappone, hanno
alimentato un vero e proprio sviluppo dell'imperialismo europeo come polo
economico concorrente con gli USA. La stessa costruzione dell'Unione Europea a
partire dal '92, lungi dal rappresentare un puro fatto di ingegneria
istituzionale "non democratica e liberista", ha costituito e
costituisce il tentativo strategico, non privo di contraddizioni, di assicurare
all'imperialismo europeo un quadro politico unificante all'altezza delle sue
nuove ambizioni. Il potente sviluppo dei livelli di concentrazione
monopolistica europea in settori strategici (banche, assicurazioni,
telecomunicazioni, industria militare…) che proprio il quadro di Maastricht ha
incoraggiato; l'egemonia economica europea (in particolare tedesca e italiana)
nella penisola balcanica e nell'Est Europa; le nuove entrature
dell'imperialismo europeo nei Paesi arabi e in Medio-Oriente (v. Irak e Iran) e
in larga parte dell'America Latina; il decollo di un militarismo europeo con lo
sviluppo del progetto della difesa comune descrivono, nel loro insieme, un
nuovo e più forte posizionamento europeo negli equilibri mondiali.
Il forte sviluppo dell'iniziativa
bellica dell'imperialismo USA negli anni Novanta (in Irak, nei Balcani, in
Afghanistan) è stato ed è anche un tentativo di riequilibrare con la propria
egemonia militare l'ascesa economica europea e di limitare il nuovo spazio di
manovra della UE. Di converso la partecipazione dei Paesi europei alle imprese
militari a egemonia americana non ha rappresentato un puro atto di
"servilismo", ma la volontà di partecipare alla conquista di bottini
coloniali precostituendo le migliori condizioni per il proprio interesse
imperialistico nel momento della loro spartizione. Anche l'unità d'azione dei
Paesi imperialistici maschera dunque, come sempre, la loro competizione. E i
diversi Stati nazionali capitalistici, lungi dall'essere assorbiti da
un'indistinta globalizzazione, costituiscono lo strumento decisivo -politico,
diplomatico, militare ma anche economico- delle diverse borghesie
imperialistiche concorrenti.
Peraltro proprio il quadro delle nuove
contraddizioni intercapitalistiche sospinge l'emergere di nuove potenze
regionali o di nuove ambizioni. L'imperialismo britannico lavora a utilizzare
le contraddizioni tra USA e UE ponendosi come crocevia delle relazioni
diplomatico-militari tra i due poli ai fini del proprio rafforzamento. La
Russia borghese di Putin entra nel varco aperto dalla competizione tra USA ed
UE per rilanciare un proprio spazio strategico internazionale. La burocrazia
cinese a sua volta mira a capitalizzare il declino del Giappone per investire
la propria eccezionale potenza economica in un disegno di egemonia su larga
parte dell'Asia: entro un progetto di restaurazione capitalistica interna che,
ancora incompiuto, pone incognite serie sulla futura stabilità sociale e
politica di quel Paese.
In definitiva l'intero quadro
internazionale capitalistico porta il segno dominante non dell'omogenea
uniformità "unipolare", ma di una crescente instabilità potenziale.
GUERRA
La
ripresa della guerra e delle guerre negli anni Novanta ha caratteri e finalità
imperialistiche. Non riflette un generico "fondamentalismo del mercato
globale" contrapposto al "fondamentalismo del terrore". Riflette
il grande rilancio delle politiche coloniali del capitalismo, liberate dal
crollo dell'URSS, sospinte dalla crisi economica internazionale, alimentate
dalle stesse contraddizioni tra i diversi blocchi capitalistici. Oggi la guerra
contro l'Afghanistan rientra pienamente in questo quadro. Per questo la lotta
contro la guerra e "per la pace", va assunta dai comunisti come lotta
di massa anticapitalistica oltre un puro orizzonte pacifista. Senza alcun
avallo al ruolo filo-imperialistico dell'ONU e senza riconoscere
all'imperialismo alcun "diritto di polizia internazionale".
Dopo il crollo dell'URSS, il ricorso
alla guerra ha costituito uno strumento centrale di definizione del nuovo
ordine imperialistico del mondo. La guerra all'Irak, alla Serbia,
all'Afghanistan riflettono ad un tempo la nuova potenza dell'imperialismo e la
nuova instabilità del mondo: entro una relazione contraddittoria in cui il
dispiegamento della forza più criminale dell'imperialismo è anche la risposta
alla sua crisi di egemonia, alla difficoltà di riorganizzare sotto il proprio
controllo un assetto stabile dei nuovi equilibri mondiali.
I fatti d'America dell'11 settembre e i
successivi sviluppi si collocano in questo quadro generale: e vanno analizzati
col metodo marxista, non con le categorie dell'impressionismo o del pacifismo
astratto.
L'atto terroristico di New York e più
in generale il terrorismo panislamista non riflettono semplicemente un
principio ideologico ("il fondamentalismo del terrore"):
rappresentano una risposta distorta e inaccettabile alla barbarie
capitalistica, in particolare alla oppressione criminale dei popoli del
Medio-Oriente, a partire dalla nazione araba e dal popolo palestinese. Una
barbarie la cui portata e i cui crimini a tutte le latitudini del mondo sono
infinitamente più grandi del peggiore atto terroristico. Il fondamentalismo
islamico è da sempre storicamente un avversario delle aspirazioni sociali e
democratiche dei popoli oppressi e della nazione araba. Per questo, nel
contesto dell'ordine mondiale del dopo-guerra, esso è stato ripetutamente
sostenuto dalle potenze coloniali contro i movimenti di liberazione e le
tendenze laico-democratiche dei Paesi dipendenti. Dopo il crollo dell'URSS il
fondamentalismo islamico ha perso la propria funzionalità filo-occidentale e si
è trasformato in un fattore obiettivo di destabilizzazione. Parallelamente la
crescente disperazione sociale e politica di larghi settori di masse oppresse,
unita alla più organica subalternità all'imperialismo dei regimi borghesi
arabi, ha purtroppo trasformato di fatto il fondamentalismo nel canale distorto
di una pressione diffusa di rivolta.
La reazione militare degli Stati
dominanti ai fatti dell'11 settembre ha qui la propria radice. Come nel '91
contro l'Irak, come nel '98 contro la Serbia, la guerra contro l'Afghanistan
non riflette un astratto "fondamentalismo del mercato" e una
"risposta sbagliata" al terrorismo. Rappresenta invece la volontà di
riaffermare il controllo imperialistico sul mondo contro ogni fattore possibile
di ingovernabilità. Da qui il tentativo di utilizzare l'atto terroristico
dell'11 settembre e le sue enormi ricadute emotive come occasione di rilancio
degli interessi imperialistici in aree strategiche del pianeta.
Molteplici sono le finalità concrete
dell'operazione:
a) consolidare ed estendere il
controllo diretto su Medio-Oriente ed Asia centrale, zona cruciale per gli
equilibri internazionali;
b) intimidire i movimenti di
liberazione dei Paesi dipendenti;
c) colpire il movimento operaio
internazionale, compreso quello occidentale, cogliendo il pretesto della guerra
per operare massicce ristrutturazioni (con licenziamenti di massa), attaccare
diritti sociali e cercare di disperdere la ripresa internazionale dei movimenti
di lotta;
d) combattere la recessione economica
con il rilancio delle spese militari.
Entro questo quadro di finalità comuni
imperialistiche (sostenute per interesse proprio dalla Russia borghese e dalla
burocrazia cinese) si conferma il quadro mobile delle contraddizioni
internazionali: tra l'imperialismo americano e l'imperialismo europeo; tra
l'imperialismo britannico e l'Europa continentale; tra l'area di testa
dell'imperialismo europeo (Germania, Francia e Inghilterra) e l'imperialismo
italiano; tra la nuova Russia di Putin e gli interessi contraddittori di USA ed
Europa; tra le mire nuove della Cina e l'espansione imperialistica in Asia
centrale. Ciò che ancora una volta configura non un quadro pacificato di
globalizzazione unipolare ma, all'opposto, la nuova instabilità mondiale e il
peso in essa degli interessi statuali nazionali e/o di area.
In questo quadro generale il PRC deve
ridefinire la propria impostazione politica di fronte alla guerra. Importante e
preziosa è stata ed è l'opposizione del nostro partito all'intervento militare
in Serbia ed oggi in Afghanistan. Ma va superato l'approccio pacifista in
direzione di una chiara battaglia antimperialistica. L'appello all'ONU, al
"diritto internazionale", all'intervento alternativo di "polizia
internazionale" sono stati e sono profondamente errati. L'ONU ha sostenuto
e coperto lungo tutto l'arco degli anni Novanta le peggiori piraterie
dell'imperialismo sino a promuovere l'odioso embargo genocida anti-irakeno.
Esso non rappresenta né può rappresentare, neppure in forma distorta, la cosiddetta
sovranità internazionale. In una società di classe e tanto più nell'epoca
dell'imperialismo non è mai esistito e non potrà esistere un diritto
internazionale neutro, al di sopra delle classi e degli Stati. Il diritto
internazionale è solo la copertura giuridica degli interessi degli Stati
dominanti. E l'unico diritto che gli Stati dominanti esercitano e rivendicano è
il diritto a piegare col terrore ogni forma di resistenza al proprio dominio
sul mondo.
Per questo i comunisti devono
sviluppare la lotta contro la guerra come lotta di classe anticapitalistica ed
antimperialistica al fianco dei popoli oppressi aggrediti. Non vi è alcuna
"polizia internazionale" da rivendicare "contro il
terrorismo"; l'unica polizia internazionale da invocare contro la barbarie
del capitalismo è la prospettiva rivoluzionaria internazionale delle masse
oppresse. Che è l'unica vera risposta alternativa al fondamentalismo
terrorista.
UTOPIA
DEL RIFORMISMO
L’idea
della riforma sociale e umanitaria del capitalismo, da sempre fallita, è oggi
più utopica che mai. L’idea di “governi riformatori” che in Italia, in Europa,
nel mondo possano operare una riforma antiliberista in ambito capitalistico,
costituisce oggi più che mai non solo un’illusione ma una trappola per le
classi subalterne e i movimenti. Il sostegno che il PRC ha dato all'esperienza
di governo francese della "gauche plurielle" ha costituito un errore
profondo. Proprio la svolta storica del nostro tempo ripropone l'attualità di
una rottura strategica col riformismo come fondamento decisivo di una
rifondazione comunista rivoluzionaria.
L'attuale quadro internazionale
conferma più che mai l'esaurimento di uno spazio storico riformistico.
Già l’esperienza storica di due secoli
avvalora la posizione originaria di Marx e del marxismo rivoluzionario contro
ogni illusione riformistica e “governativa”. E smentisce nella maniera più
radicale la svolta strategica impressa dallo stalinismo al movimento comunista
internazionale a partire dalla metà degli anni Trenta attorno alla prospettiva
dei cosiddetti "governi riformatori" o di "democrazia
progressiva". Quand’anche consentiti da condizioni eccezionali di
prosperità economica e da grandi movimenti di massa, i governi riformatori sono
stati sempre, senza eccezione, avversarsi dei lavoratori: le stesse concessioni
riformatrici, talora strappate dalla pressione di massa, sono state elargite in
funzione del contenimento delle spinte più radicali dei movimenti e della
conservazione della società borghese. Proprio per questo lungi dal rappresentare
una fase della transizione al socialismo, i governi riformatori hanno spesso
spianato la strada a svolte reazionarie o a profondi arretramenti del movimento
operaio. Così è stato per i governi riformatori di fine '800, primo '900
(giolittismo); così è stato per i governi riformatori di “fronte popolare”
negli anni 30 (v. Francia e Spagna). Così è stato per i governi riformatori in
Europa nei primi anni 70 (v. Portogallo).
Ma tanto più oggi l’illusione
governista è smentita alla radice dall’assenza di uno spazio storico
riformistico. La crisi capitalistica e il crollo dell’URSS, nella loro
combinazione, hanno eroso i presupposti materiali delle concessioni
riformatrici in Occidente quali erano maturate nel secondo dopoguerra. Ovunque
le classi dominanti lavorano a riprendersi con gli interessi quanto in
precedenza avevano concesso. Ovunque i governi borghesi – siano essi di
centrodestra, di centrosinistra o socialdemocratici – gestiscono le medesime
politiche antipopolari, di restrizioni e sacrifici per le grandi masse.
Ovunque, anche se in forme e con intensità diverse, i vecchi partiti riformisti
del movimento operaio assumono culture e pose liberali in rottura con la
propria stessa tradizione. Ovunque l’eventuale presenza al governo di “partiti
comunisti” non solo non muta per nulla l’indirizzo strategico del governo ma
corresponsabilizza quegli stessi partiti a pesanti politiche
controriformistiche esponendoli al logoramento dei loro rapporti di massa.
In particolare va riconosciuto
onestamente, in questo quadro, il profondo errore compiuto dal nostro partito
nel sostegno all'esperienza del governo Jospin in Francia.
L'analisi proposta dal IV Congresso del
PRC a sostegno della "anomalia francese" è stata smentita dai fatti.
Come sono state smentiti l'elogio della legge francese sulle 35 ore e più in
generale le ripetute esaltazioni del governo Jospin sul nostro quotidiano di
partito ("Svolta a sinistra in Francia", "Un socialista in
Europa"…). In realtà il governo Jospin ha gestito e gestisce gli interessi
organici dell'imperialismo francese sia sul piano interno (con il record di
privatizzazioni e una politica di flessibilità a favore del padronato) sia sul
piano della politica estera (con l'attiva gestione degli interventi di guerra
nei Balcani e in Afghanistan). Lungi dal rappresentare un'alternativa
antiliberista, esso rappresenta un governo controriformatore, basato su un
liberismo temperato: ciò che spiega sia la crescita della contestazione sociale
delle politiche del governo, sia la crisi drammatica del PCF che sostiene
criticamente quelle politiche. L'aver assunto a riferimento la sinistra plurale
francese è stato tanto più paradossale a fronte del fatto che l'unica sinistra
che oggi cresce in Europa è quell'estrema sinistra francese che si oppone al
governo della sinistra plurale.
Pertanto proprio la profondità della
crisi capitalistica e la svolta storica del nostro tempo ripropone l’attualità
di una rottura strategica col riformismo come fondamento decisivo di una vera
rifondazione comunista. Non solo come recupero della posizione originaria del
marxismo e di rottura reale con la tradizione staliniana. Ma come risposta
necessaria oggi alla barbarie del capitalismo, alla regressione di civiltà che
la sua crisi trascina.
ATTUALITA'
DEL SOCIALISMO
Il
rilancio internazionale di una prospettiva socialista e rivoluzionaria, nella
sua complessità, è il tema centrale, sinora rimosso, dalla rifondazione.
"Un altro mondo è possibile": non come riforma del capitale ma come
alternativa di sistema. come socialismo. Esso non risponde ad una petizione
“ideologica”, né riguarda solamente l’identità dei comunisti: ma invece
risponde all’interesse generale delle classi subalterne, dei popoli oppressi,
della larga maggioranza dell’umanità.
La crisi congiunta di capitalismo e
riformismo rilancia l’attualità storica della prospettiva socialista come unica
via d’uscita dalla crisi dell’umanità.
Nel quadro della crisi capitalistica e
del dominio dell’imperialismo, tutte le questioni decisive che attengono alla
condizione del genere umano e al suo futuro, non solo non possono trovare
soluzione, ma sono destinate ad aggravarsi. Di converso tutte le esigenze e
domande di emancipazione e liberazione cozzano sempre più entro la morsa della
crisi con la proprietà borghese e la natura borghese dello Stato.
Le domande sociali più elementari
(difesa dei salari, salvaguardia o conquista del lavoro, difesa delle
protezioni sociali) si scontrano ovunque, quotidianamente, con gli opposti
imperativi del profitto e della competizione globale.
Le rivendicazioni nazionali dei popoli
oppressi, a partire dal popolo palestinese, confliggono sempre più, tanto più
dopo il crollo dell’URSS, col monopolio del controllo imperialistico sul mondo
e col più stretto allineamento ad esso delle stesse borghesie nazionali dei
Paesi dipendenti.
Le rivendicazioni ambientaliste sono
frustrate dalla crescente assimilazione della natura al mercato capitalistico e
dallo spietato abbattimento dei costi indotto dalla crisi.
Le rivendicazioni di pace e
antimilitariste confliggono più che mai coi venti di guerra del capitale, con
le nuove rincorse coloniali, con il keynesismo militare degli Stati
imperialisti.
Le stesse domande democratiche cozzano
con le restrizioni delle libertà, le nuove spinte xenofobe, l’involuzione del
diritto trascinati dalla crisi sociale e dalle intossicazioni belliciste.
Su ogni terreno e da ogni versante
tutte le petizioni di progresso richiamano oggi obiettivamente un nuovo ordine
del mondo, una nuova organizzazione della società umana, liberata dal
capitalismo e dalle sue compatibilità. Non si tratta di chiedere al capitale di
essere sociale, democratico, ambientalista e pacifico. Si tratta di impugnare
ogni rivendicazione di classe, democratica, ambientalista, di pace, contro il
capitale per il suo rovesciamento.
"Un altro mondo è possibile”. Non
come riforma del capitale, del tutto utopica e impossibile invece. Ma come
socialismo: come abolizione della proprietà capitalistica; come acquisizione
alla proprietà sociale dei mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio;
come organizzazione di una economia mondiale democraticamente pianificata in
cui lo stesso modello di sviluppo possa essere ridefinito in base al primato
della qualità della vita, dei bisogni sociali, della relazione con l’ambiente e
tra i popoli. Nulla è più irrazionale di un sistema economico in cui la
crescita della povertà (recessione e disoccupazione) viene determinata da un
eccesso di ricchezza prodotta (sovrapproduzione). Nulla è più ipocrita di una celebrata
"democrazia" internazionale in cui un pugno di duecento colossi
multinazionali in lotta per il controllo dell'economia del mondo concentra
nelle proprie mani un potere incontrollato e incontrollabile. Solo una
rivoluzione socialista può cancellare queste autentiche mostruosità.
Lo stesso sviluppo impetuoso della
scienza e della tecnica (nel campo dell’informatica, della biotecnologia…) pone
più che mai l’esigenza di un nuovo ordine sociale mondiale. Asservite alla
proprietà privata e agli imperativi del profitto, le innovazioni tecnologiche e
scientifiche, fonte potenziale di nuovi orizzonti di progresso, si tramutano
paradossalmente in strumenti di nuova subordinazione e di nuovo colonialismo
(v. i brevetti).
Peraltro lo stesso indirizzo della ricerca
scientifica e tecnologica, le sue strutture di gestione e finanziamento sono
sempre più incorporati al capitale finanziario e ai consigli d’amministrazione
delle grandi imprese, e quindi subordinati alle leggi capitalistiche. Solo
un’economia democraticamente pianificata può dunque segnare una svolta storica
nel rapporto tra l’umanità e la scienza. Solo abolendo la proprietà privata,
solo affermando il controllo sociale di produttori e consumatori su “cosa,
come, per chi produrre”, in ogni Paese e su scala mondiale; sarà possibile
liberare le straordinarie potenzialità della scienza per la vita della specie.
In definitiva il superamento della
proprietà privata e del mercato - cioè l’essenziale del programma del Manifesto
di Marx ed Engels - resta inevitabilmente un punto centrale della prospettiva
comunista.
Certo: il recupero di questo programma
generale non esaurisce, ovviamente, la rifondazione comunista. Il programma
marxista va infatti continuamente sviluppato, arricchito sulla base dei
mutamenti storici prodottisi e delle grandi esperienze del movimento operaio di
questo secolo. Ma proprio l’aggiornamento del programma presuppone prima di
tutto il suo recupero e il suo riscatto dalle profonde distorsioni di cui è
stato oggetto.
IL
NODO DEL POTERE
Un’economia
democraticamente pianificata presuppone e richiede la conquista del potere
politico da parte delle classi subalterne. Rimuovere la questione del potere,
aggirare la questione della sua conquista e della rottura rivoluzionaria dello
Stato borghese, significa rimuovere, al di là delle parole, la prospettiva
socialista e l'idea stessa di rivoluzione. In questo senso il PRC è chiamato a
superare il richiamo gandhiano alla "non violenza" come proprio
riferimento culturale.
Nell’ultimo decennio diverse tendenze
politico-culturali “neoriformistiche” hanno teso a teorizzare il superamento
degli Stati nazionali e del loro potere come corollario del "nuovo
capitalismo". Ne è scaturita l’esplicita cancellazione del tema stesso del
potere politico e della sua conquista (v. Revelli), in nome del recupero più o
meno aggiornato di antiche suggestioni “cooperativistiche”, quale leva di
“un’altra società possibile”. In realtà queste teorie non solo non sviluppano
il marxismo ma regrediscono a un premarxismo ingenuo, talora subalterno nelle
traduzioni pratiche alle stesse politiche liberiste (v. il ruolo del Terzo
settore come frequente surrogato del servizio pubblico e luogo di
concentrazione di manodopera flessibile).
Invece natura e crisi del capitalismo contemporaneo
e dell’imperialismo ripropongono più che mai il tema dello Stato e del potere
come nodo strategico decisivo. Contro l’ipocrisia ideologica del liberismo, gli
Stati nazionali e i governi borghesi che li gestiscono sono e restano un
supporto decisivo del profitto: sia nella promozione attiva delle politiche di
flessibilità, privatizzazione, compressione salariale e di spesa sociale; sia
nell’espansione abnorme del sostegno finanziario diretto al capitale in crisi
come si evince oggi sempre più scopertamente dal nuovo corso della politica
economica americana. Ma soprattutto la ripresa del militarismo e le politiche
di restrizioni antidemocratiche e di repressione diretta sul versante interno
dell’ordine pubblico -connesse alla crisi di consenso sociale- ripropongono
oggi più che mai il cuore autentico e profondo della natura dello Stato
borghese: quello di “un corpo d’uomini in armi” (Engels) detentore del
monopolio della violenza: contro i popoli oppressi del mondo e contro le classi
subalterne nelle stesse metropoli imperialistiche. L’esperienza della
repressione di Genova ne è un manifesto vissuto. Come lo sono le politiche di
terrore dispiegate dall’imperialismo, in tempi di guerra come “di pace”.
Nessun nuovo ordine sociale, nessun
socialismo, potrà affermarsi all’ombra dell’apparato dominante dello Stato
borghese. Né è pensabile che quell’apparato possa essere strumento delle classi
subalterne nella transizione ad una società di liberi e di eguali. Al contrario
la rottura dell’apparato statale e il suo rovesciamento rappresentano la
condizione necessaria di un processo di liberazione sociale. In questo senso la
rottura dell'apparato statale borghese è il principio fondante della concezione
stessa della rivoluzione. E viceversa l'evocazione della categoria della
rivoluzione fuori dal richiamo strategico alla rottura rivoluzionaria con lo
Stato si riduce ad una "frase scarlatta" priva di ogni contenuto
reale.
Il PRC è dunque chiamato a superare il
richiamo gandhiano alla "non violenza" come principio culturale di
riferimento. In primo luogo questo riferimento, coerentemente assunto,
costituirebbe un atto di rottura con la storia stessa della lotta di classe
come leva universale del progresso: ed in particolare con due secoli di lotta
del movimento operaio e dei popoli oppressi contro il capitalismo e
l'imperialismo. L'esercizio della forza delle classi subalterne ha costituito e
costituisce nella storia del mondo un ricorso spesso insostituibile per
difendere o conquistare libertà democratiche elementari, diritti sindacali,
conquiste sociali, autodeterminazioni nazionali. Equiparare la violenza delle
classi dominanti e la violenza delle classi subalterne in nome di un indistinto
rifiuto della "violenza" in generale, significherebbe attestarsi su
un pacifismo metafisico. Ma soprattutto la metafisica della "non
violenza" costituisce un fattore di rottura con la prospettiva stessa
della rivoluzione. L'apparato dello Stato borghese si è sempre contrapposto e
si contrapporrà sempre con tutti i mezzi disponibili, alla prospettiva di
emancipazione delle classi subalterne. E questo tanto più nell'epoca
dell'imperialismo, del rilancio del militarismo, del diffuso rafforzamento
delle tendenze repressive (v. Genova). Per questo il problema della forza resta
inscritto, in tutta la sua complessità, nell'orizzonte strategico della
rivoluzione. Pensare di eluderlo attraverso il richiamo filosofico alla
"non violenza" significherebbe riproporre vecchie illusioni
riformistiche che grandi masse e i comunisti stessi hanno già pagato a caro
prezzo: come nel Cile del 1973. Forte naturalmente è la denuncia delle teorie e
pratiche del terrorismo, così come, su un piano diverso, di culture e pratiche
violentiste di tipo nichilistico-distruttivo (Black Block). Ma questa denuncia
va mossa non da un'angolazione pacifista, tantomeno da un'identificazione nello
Stato o nella sua azione repressiva, bensì da un'angolazione rivoluzionaria: da
una politica protesa a costruire nelle lotte di classe la consapevolezza
profonda della necessità strategica della rivoluzione come processo di massa, e
proprio per questo irriducibilmente avversa a forme d'azione che invece
rafforzano lo Stato, danneggiano i movimenti, distorcono l'identità stessa
della prospettiva rivoluzionaria nella percezione della maggioranza dei
lavoratori e dei giovani.
RIVOLUZIONE
D'OTTOBRE E DEGENERAZIONE BUROCRATICA
Il
recupero del programma della rivoluzione d'Ottobre è condizione decisiva della
rifondazione. Ciò che è fallito nell'URSS non è la pianificazione economica
dello Stato ma la gestione burocratica dell'economia pianificata. Ciò che è
fallito nell'URSS non è il potere dei lavoratori ma la casta burocratica che
l'ha distrutto.
La rifondazione comunista deve
recuperare a pieno il programma originario della Rivoluzione d’Ottobre.
Ciò che è fallito nell'URSS non è la
pianificazione economica di Stato al posto del mercato capitalistico. Al
contrario l’esproprio della borghesia e la concentrazione nelle mani dello
Stato delle leve della produzione ha garantito a quelle popolazioni grandi
conquiste sociali, non a caso oggi nel mirino della restaurazione
capitalistica. La insospettabile Banca Mondiale oggi dichiara: "La pianificazione ha dato risultati
impressionanti: crescita della produzione, industrializzazione, educazione di
base, cure sanitarie, abitazione e lavoro per l'intera popolazione… Nel sistema
a pianificazione i Paesi del COMECON erano società con alto livello di
educazione… Anche in Cina i livelli dei risultati educativi erano, e sono
ancora, eccezionali se comparati con i Paesi in via di sviluppo… In URSS e nei
Paesi del COMECON le aziende erano spinte ad impiegare il massimo di persone
possibile, e perciò era molto più comune avere scarsità di mano d'opera che
disoccupazione…"
Ciò che è fallita è la gestione
burocratica dell’economia pianificata, che ha espropriato progressivamente i
lavoratori e i loro organismi democratici di ogni funzione di gestione e
controllo, a tutto vantaggio di uno strato sociale privilegiato e parassitario.
Uno strato sociale che ha concluso la sua parabola storica trasformandosi in
agente della restaurazione capitalistica e, quindi, in una nuova classe
borghese sfruttatrice. Un processo che ha confermato la validità dell’analisi
marxista sulla degenerazione dell’URSS così sintetizzata da Trotsky nel 1938: “Il pronostico politico ha un carattere
alternativo: o la burocrazia, diventando sempre di più l’organo della borghesia
mondiale nello Stato operaio, distrugge le nuove forme di proprietà e respinge
il Paese nel capitalismo, o la classe operaia schiaccia la burocrazia e si apre
una via verso il socialismo.” (Programma di transizione).
E ancora: ciò che è fallito in URSS non
è la conquista del potere politico, la rottura della macchina statale borghese,
il potere dei soviet. Ed anzi il superamento rivoluzionario della falsa
democrazia borghese e la costruzione di una democrazia nuova e superiore ha
rappresentato non solo un’esperienza storica straordinaria ma anche un
riferimento decisivo, teorico e pratico, per la stessa nascita del movimento
comunista di questo secolo. Ciò che è fallito al contrario, è il potere di una
burocrazia che ha via via smantellato la democrazia dei soviet e del partito,
trasformando la dittatura del proletariato nella dittatura della burocrazia sul
proletariato. I suoi crimini efferati contro lavoratori e comunisti, nell'URSS
e nel movimento comunista internazionale, non hanno rappresentato una astratta
patologia del "potere" in quanto tale: ma un mezzo brutale di difesa
del privilegio burocratico contro il programma originario della rivoluzione
d'Ottobre. Per questo rimuovere la categoria stessa della conquista
rivoluzionaria del potere politico nel nome della "rottura con lo
stalinismo" significherebbe paradossalmente celebrarne, di fatto, la
vittoria postuma.
Occorre invece trarre le lezioni
dall'esperienza dell'URSS, rilanciando il programma fondamentale di Lenin e
Trotsky e, in Italia, di Gramsci: quello che combina l’abolizione della
proprietà borghese con la costruzione di un nuovo potere, della democrazia dei
consigli. Una democrazia che ridefinisce natura e soggetto del potere, supera
la scissione tra masse e istituzioni, abolisce i privilegi dei rappresentanti
eletti, sancisce la revocabilità permanente di questi ultimi. Una democrazia
che supera e rimuove quella rete di poteri legali e illegali, palesi e occulti,
che restano il cuore di ogni democrazia borghese come strumento di
intimidazione permanente contro i lavoratori. Una democrazia, infine, che è
superiore proprio perché supera e rimuove la separatezza burocratica dello
Stato borghese e perché coniuga il rispetto del pluralismo politico con il
carattere pubblico della proprietà.
In definitiva, dal fallimento dello
stalinismo occorre uscire non in direzione di un "socialismo di sinistra"
riformistico-pacifista, ma nella direzione opposta della rifondazione comunista
rivoluzionaria.
CENTRALITA'
STRATEGICA DELLA CLASSE OPERAIA
La
classe operaia e il mondo del lavoro, nella sua nuova composizione ed
estensione, rappresenta il soggetto centrale di una prospettiva socialista. La
crisi di egemonia del liberismo e l'affacciarsi di una giovane generazione di
lavoratori segnano l'attuale disgelo delle lotte, che conferma e rilancia le
grandi potenzialità del movimento operaio. A sua volta la classe lavoratrice
potrà assolvere il ruolo storico di “classe generale” solo ricomponendo su un
terreno anticapitalistico l’insieme delle domande di emancipazione e
liberazione.
Nell’ultimo decennio in particolare,
più in generale negli ultimi vent’anni, sullo sfondo dell’avanzata
capitalistica i circoli dominanti internazionali hanno dispiegato una vasta
offensiva politico-culturale tesa ad affermare la crisi strutturale o la
"scomparsa" della classe operaia. Non solo la socialdemocrazia
internazionale, ma vasti settori politici e intellettuali della stessa
“sinistra critica” hanno accolto e riproposto, in forme diverse, questa
leggenda. Lo stesso nostro partito, che pur ha respinto giustamente le
conclusioni ultime di quella impostazione non ha sviluppato contro di essa una
controffensiva adeguata.
La realtà mondiale smentisce
radicalmente la propaganda dominante. Lungi dal registrare la scomparsa o il
ridimensionamento della classe lavoratrice, lo scenario mondiale è segnato da
un vasto processo di proletarizzazione che accresce complessivamente la massa
sociale del lavoro dipendente modificando al tempo stesso la sua composizione.
Nei paesi imperialistici la riduzione del livello di concentrazione della
classe operaia industriale, colpita da una vasta offensiva capitalistica, si
combina con processi di proletarizzazione di vasti settori impiegatizi nel
campo dell’istruzione, dei servizi, dei trasporti, delle assicurazioni e del
credito, delle comunicazioni, e con una integrazione nel lavoro salariato, nella
forma particolarmente oppressiva del precariato, di settori crescenti di
giovani disoccupati. Gli stessi rapporti di lavoro para-subordinato formalmente
autonomo sono di fatto espressioni di lavoro salariato. Nei paesi dipendenti lo
stesso processo internazionale di decentramento produttivo determina una
massiccia concentrazione di classe operaia industriale, spesso sottoposta ai
più classici meccanismi di sfruttamento taylorista. Complessivamente dunque la
stessa classe operaia dell’industria conosce sul piano mondiale un’indubbia
estensione.
Ugualmente infondata è la teoria della
crisi di ruolo della classe operaia e della marginalizzazione della lotta di
classe. La contraddizione tra capitale e lavoro permea come non mai tutti gli
ambiti della società capitalistica contemporanea. Da un lato la crisi
capitalistica spinge le classi dominanti ad una continuità della propria
offensiva centrale contro il lavoro, al di là di ogni variazione del ciclo
economico congiunturale. Dall’altro lato il mondo del lavoro, che pur ha subito
ripetute sconfitte e un arretramento profondo negli anni 80 e 90, conserva un
gigantesco potenziale di lotta: nessuna delle principali sconfitte subite negli
ultimi vent’anni è stata determinata di per sé dalla cosiddetta "crisi strutturale
della classe lavoratrice" bensì dalle responsabilità politiche e sindacali
delle sue burocrazie dirigenti. Certo ogni volta la sconfitta subita, con
l'arretramento sociale e gli effetti di demoralizzazione che ne conseguivano si
rifletteva sui rapporti di forza e spesso indirettamente sulla composizione
sociale proletaria. Ma non era quest'ultima a determinarla, semmai ne era in
larga parte determinata. La lotta di classe, entro la contraddizione tra
capitale e lavoro, resta dunque più che mai l’asse centrale di formazione,
scomposizione, ricomposizione dei blocchi sociali e dei rapporti di forza in
ogni paese capitalistico e su scala internazionale.
Peraltro contro ogni profezia
disfattista (v. Marco Revelli), la tendenza alla ripresa del movimento di classe
segna oggi, in forme diverse, larga parte del quadro mondiale. Già negli anni
90, pur in un contesto complessivamente negativo, le mobilitazioni operaie
sviluppatesi nell’Europa capitalista (Italia '94 e Francia '95) e in Asia
(Corea '95) indicavano le potenzialità dell’azione sociale concentrata e di
massa del movimento operaio, smentendo radicalmente le tesi sociologiche di
tanta parte della letteratura “postfordista”. Oggi l’affacciarsi di una nuova
generazione operaia su scala internazionale si accompagna ad una ripresa più
visibile e diffusa delle lotte dei lavoratori. Il “disgelo” è un fenomeno
mondiale ed ha una base materiale profonda: la crescente crisi di egemonia
delle politiche liberiste, dopo vent’anni, presso la maggioranza della popolazione
mondiale. Le classi dominanti hanno accresciuto per vent’anni il proprio potere
sui lavoratori e il proprio dominio nella società: ma a scapito del consenso
sociale. Il loro potere è aumentato, la loro egemonia si è ridotta. Ed oggi la
crisi di egemonia della borghesia internazionale alimenta una nuova reazione di
lotta che trova nei giovani lavoratori la propria leva naturale. Milioni di
giovani lavoratori e lavoratrici non si rassegnano più ad un futuro peggiore di
quello dei loro padri. Ed il capitale in crisi non ha nulla da offrire loro se
non un peggioramento ulteriore delle condizioni di lavoro e di vita. Questa
contraddizione segnerà nel profondo tutta la prossima fase storica. Il rilancio
e l’estensione delle mobilitazioni di classe, al di là delle imprevedibili
dinamiche contingenti e dei possibili riflussi temporanei, tenderà a pervadere
lo scenario internazionale.
Il rilancio di una prospettiva
socialista e rivoluzionaria può e deve trovare la propria radice centrale in
questa ripresa del movimento operaio internazionale, quale soggetto centrale
dell'alternativa anticapitalistica.
Ciò non significa né deve significare
un ripiegamento "operaistico-sindacalistico". Il movimento operaio
internazionale potrà configurarsi come leva centrale di un’alternativa
rivoluzionaria alla condizione di non limitarsi ad una pura azione sindacale o
di fabbrica: ma ricomponendo su un terreno anticapitalistico e di classe
l’insieme delle domande di emancipazione e liberazione, l’insieme dei soggetti
portatori di tale domande su scala mondiale.
Sotto questo profilo le cosiddette
teorie del "policentrismo" (abbracciate dallo stesso PRC), che
assimilano la contraddizione tra capitale e lavoro all'insieme indistinto delle
altre contraddizioni (ambientali, di pace, di genere…), capovolgono il nodo
strategico reale. Non si tratta di accostare alla "cultura di classe"
la "cultura ambientale", la "cultura di genere", la
"cultura di pace" spesso assunte nella loro espressione ideologica
neoriformistica. Si tratta, all'opposto, di sviluppare l'egemonia
anticapitalistica e di classe sul terreno dell'ambiente, della pace, della
liberazione della donna, entro un processo di ricomposizione unificante per
l'alternativa di sistema.
MOVIMENTO
ANTIGLOBALIZZAZIONE
L'affacciarsi
di una giovane generazione sul terreno della lotta (movimento
antiglobalizzazione), ripropone tanto più oggi l’attualità del rilancio di una
prospettiva storica rivoluzionaria. La conquista della giovane generazione alla
prospettiva socialista è un compito difficile ma decisivo della Rifondazione.
La nascita e lo sviluppo del movimento
antiglobalizzazione su scala mondiale non è separato dalla ripresa della lotta
di classe. Riflette la stessa crisi di egemonia del liberismo che alimenta la
ripresa delle lotte sociali. Così come riflette quello stesso risveglio di ampi
settori di giovani, che segna la svolta nella mobilitazione dei lavoratori. La
stessa composizione sociale del movimento è spesso segnata da un’ampia presenza
di giovani precari.
Ma l’importanza del movimento
antiglobalizzazione non è data solo dal sintomo che riflette, ma dalle
conseguenze che produce. Le mobilitazioni massicce contro i vertici
capitalistici internazionali, lungo l’itinerario di Seattle, Praga, Nizza,
Genova, hanno mostrato con grande potenza simbolica alle classi subalterne del
mondo intero che le politiche dominanti possono essere contestate, che una
massa crescente di giovani ne fa oggetto di una aperto rifiuto. Questo fatto ha
favorito un consenso largo e diffuso attorno alle ragioni del movimento, un
salto netto della sensibilità critica antiliberista di ampi settori di massa;
un incoraggiamento obiettivo alla stessa ripresa di lotta della classe operaia
in molti paesi. Peraltro in diversi Paesi, le mobilitazioni antiglobalizzazione
hanno visto, in forme diverse, la partecipazione diretta di settori di classe e
di loro organizzazioni sindacali e/o politiche. Più in generale il movimento
antiglobalizzazione ha capitalizzato e incanalato in un quadro largo tutte le
istanze di contestazione dell’attuale ordine del mondo (sociali, democratiche,
ambientali, di pace) da un lato riflettendo, dall’altro incentivando un
mutamento diffuso della percezione pubblica del capitalismo. Le potenzialità
anticapitaliste di questo movimento, per quanto latenti, sono dunque di grande
rilevanza.
Tuttavia limitarsi alla lode del
movimento antiglobalizzazione o addirittura promuovere un culto della sua
spontaneità, come di fatto fa oggi il nostro partito, costituisce un errore
profondo. Decisiva infatti è e sarà la direzione di marcia del movimento, in
ordine agli orientamenti programmatici che vi prevarranno, alle scelte
politiche che ne derivano, al segno di egemonia sociale che esse riflettono.
Larga parte delle culture oggi egemoni
nel movimento antiglobalizzazione internazionale sono di tipo neoriformistico.
Non si tratta di “disprezzarle” ma di coglierne la radice storico/sociale e la
ricaduta profondamente negativa per le ragioni del movimento stesso. Sullo
sfondo dell'arretramento del movimento operaio degli anni '80-'90, entro una
situazione storica segnata congiuntamente dalla crisi di egemonia del liberismo
e dalla crisi di credibilità del "socialismo" (nella sua
rappresentazione storica ereditata) si è determinato un vasto campo di sviluppo
di culture “critiche” del capitalismo ma non anticapitaliste: di culture e
“programmi” tesi a ricercare un altro mondo possibile entro il capitalismo e
non in alternativa ad esso.
Queste culture politiche non sono
omogenee ed anzi sono segnate da differenze profonde: comprendono tendenze
apertamente collaborative con forze e istituti del capitalismo mondiale in una
logica di pressione critica sul loro operato; tendenze neokeynesiane votate
alla ricerca di una razionalizzazione antispeculativa del capitale (v. i
vertici di ATTAC); tendenze basate sulle esperienze di terzo settore e sul
recupero culturale di antiche suggestioni cooperativistiche (neoproudhoniane);
tendenze anarco/ribelliste portatrici di una sorta di “neo-luddismo ” (Black
block). Ma il loro tratto comune è o la ricerca illusoria di un capitalismo
“equo”, o la rivendicazione di un proprio spazio antagonistico all'interno del
capitalismo: comunque la negazione di una prospettiva socialista e della
centralità della contraddizione tra capitale e lavoro come leva di
un’alternativa sociale. In questo senso tali culture minacciano di deviare
l’anticapitalismo latente del movimento e i sentimenti antiliberisti di milioni
di giovani verso un orizzonte al tempo stesso utopico e subalterno: ostacolando
obiettivamente lo sviluppo della coscienza politica del movimento e la sua
convergenza di lotta con la classe operaia internazionale e con i movimenti di
liberazione dei popoli oppressi.
I comunisti debbono radicarsi a fondo
nel movimento antiglobalizzazione, partecipare attivamente alla sua costruzione
e alle sue strutture, legarsi profondamente ai sentimenti di massa
antiliberisti, cogliendone le straordinarie potenzialità: ogni atteggiamento di
distacco, di sufficienza dottrinaria verso il movimento va contrastato
apertamente. Ma la lotta contro le posizioni riformiste, per un’egemonia
alternativa è la ragione stessa della presenza dei comunisti nel movimento.
Egemonia non è né predicazione ideologica né imposizione burocratica: egemonia
è lotta aperta per la conquista politica e ideale del movimento a un programma
anticapitalista; per collegare tutte le ragioni di fondo che il movimento
esprime, nel vivo della sua esperienza quotidiana (ragioni sociali, ambientali,
democratiche, di pace) alla prospettiva socialista; per ricondurre di
conseguenza tutte le istanze di fondo del movimento all’incontro strategico con
la classe operaia. L’affermarsi nel movimento antiglobalizzazione di
un’egemonia anticapitalistica della classe operaia, quale soggetto centrale di
un blocco storico alternativo su scala mondiale, è tanto più oggi una esigenza
vitale per il movimento stesso. Il nuovo scenario di guerra imperialistica pone
il movimento di fronte a una prova impegnativa che richiede un salto di
coscienza politica e di orizzonte. Lo scontro tra imperialismi e popoli
oppressi tenderà ad aggravarsi. Lo scontro di classe sul fronte interno tenderà
ovunque ad inasprirsi. Il movimento non può più vivere di iniziative
simboliche, di critiche intellettuali delle ingiustizie del mondo, di ricette
accademiche utopiche o minimali, senza rischiare di logorare la propria forza.
Né può affidarsi ad una pratica generica di "disobbedienza". Una
pagina del movimento si è in ogni caso chiusa. E’ necessaria una scelta chiara
di collocazione sociale e di orizzonte strategico in ogni paese e su scala
mondiale. Non è sufficiente una critica del liberismo senza schierarsi
apertamente a fianco dei lavoratori e delle loro lotte. Non è sufficiente una
critica dei poteri dominanti del mondo senza schierarsi al fianco dei popoli
dominati. Su ogni terreno l’alternativa tra opzioni riformiste e
anticapitaliste, pacifiste o antimperialiste, sarà posta dai fatti nel
dibattito stesso del movimento.
I comunisti possono e debbono
impegnarsi su un terreno più difficile ma più avanzato perché un ampio settore
della giovane generazione maturi una coscienza politica rivoluzionaria e di
classe. Per questo la costruzione di una tendenza rivoluzionaria internazionale
nel movimento antiglobalizzazione è tanto più oggi una necessità inaggirabile.
PROGRAMMA
TRANSITORIO
La
stessa ricomposizione del blocco sociale alternativo richiede l’elaborazione di
un sistema di rivendicazioni e di un metodo che sappiano connettere gli
obiettivi immediati dell'azione alla prospettiva unificante dell’alternativa
anticapitalistica. Superando quelle concezioni neoriformistiche che, in forme
diverse, ripropongono la vecchia separazione tra “programma minimo” (obiettivi
immediati) e “programma massimo” (socialismo), cara alla II Internazionale di
fine Ottocento inizio Novecento e contro la quale nacque il movimento
comunista.
La svolta d’epoca attuale rende del
tutto improponibile la vecchia separazione tra programma minimo e programma
massimo del movimento operaio. Entro la crisi capitalistica ogni obiettivo
immediato, ogni reale movimento di massa tende a cozzare con le ristrette
compatibilità del capitale. Mentre la coscienza politica delle masse e dei loro
stessi movimenti di lotta, tanto più dopo le sconfitte subite, è profondamente al
di sotto delle implicazioni oggettive delle loro esigenze.
Questa contraddizione di fondo
riattualizza la concezione comunista del programma di transizione: di un
programma che sia capace di individuare un ponte tra coscienza attuale delle
masse e necessità della rottura anticapitalistica.
Il programma transitorio non può
ridursi ad uno schema scolastico e rigido. Ed anzi per sua stessa natura esso
richiede un’articolazione duttile, capace di rapporto con la concreta dinamica
della lotta di classe. Ma l’essenziale è il suo metodo: è la riconduzione agli
scopi rivoluzionari di tutta la politica quotidiana, in ogni ambito di
insediamento sociale, territoriale, sindacale, fuori da ogni logica
settorialista, localista o sindacalista. Proprio per questo non si può
richiedere a un programma di transizione il rispetto delle compatibilità: al
contrario esso si fonda sul presupposto che le esigenze generali delle masse
sono, in questa epoca di crisi, incompatibili con la struttura capitalistica
della società.
Oggi l'aggravarsi della crisi
capitalistica mondiale, il riemergere su scala internazionale di una diffusa
spinta di classe, l'affacciarsi del movimento antiglobalizzazione, definiscono
un nuovo quadro di riferimento per l'articolazione di un programma transitorio:
non come astratta accademia ma in risposta ai nuovi livelli di scontro sociale
e alle nuove domande che milioni di giovani si pongono.
Sul versante centrale della lotta di
classe l'aggravarsi della crisi capitalistica pone l'esigenza obiettiva di un
più elevato livello di risposta: sia in relazione all'unificazione
internazionale delle lotte, sia in rapporto al programma d'azione del movimento
operaio internazionale.
Le rivendicazioni tradizionali,
cosiddette difensive, attorno ai temi della salvaguardia dei salari, del posto
di lavoro, delle protezioni sociali, conservano naturalmente, tanto più oggi,
tutta la loro immediata centralità. Ma domandano un riferimento unificante e di
prospettiva, che metta apertamente in discussione le basi capitalistiche della
regressione sociale e indichi un'alternativa complessiva. Per esemplificare:
a) L'attacco internazionale
all'occupazione ripropone in tutta la sua valenza storica l'obiettivo della
riduzione generale dell'orario di lavoro per l'intera classe lavoratrice
mondiale, fuori da ogni logica di negoziazione con la flessibilità e
interamente pagata dai profitti. Non si tratta di ridurre la tematica
dell'orario a semplice rivendicazione sindacale o, peggio, di affidarla a
governi borghesi presunti "riformatori", ma invece di assumerla come
obiettivo generale anticapitalistico. "Il lavoro che c'è va distribuito
fra tutti sino al completo assorbimento dei disoccupati": questa
rivendicazione di scala mobile delle ore di lavoro prefigura in definitiva
un'organizzazione socialista dell'economia basata su un principio di
razionalità elementare che l'irrazionalità del capitalismo ignora. Per questo
essa va posta con forza nella giovane generazione operaia internazionale: come
strumento di esemplificazione "popolare" di un'alternativa di
sistema.
b) La precarizzazione mondiale del
lavoro, come asse strategico dell'attacco capitalistico, richiede una risposta
generale di carattere internazionale. Una pura attestazione difensiva categoria
per categoria, Paese per Paese; logiche di negoziazione e scambio tra
"lavoro minimo" e sussidio (work to welfare); rappresentano forme
diverse di accettazione del terreno posto dall'avversario. I comunisti debbono
invece avanzare, in ogni Paese, un complesso di rivendicazioni unificanti:
l'abolizione di tutte le leggi di precarizzazione e discriminazione del lavoro,
a partire dal principio universale "a parità di lavoro parità di
salario"; un salario minimo garantito intercategoriale per tutti i
lavoratori e le lavoratrici, al di là di ogni barriera nazionale, settoriale,
aziendale; un salario garantito ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima
occupazione, fuori da ogni scambio col lavoro "minimo" (cioè
precario). L'insieme di queste rivendicazioni non solo indica un possibile terreno
di ricomposizione strategica tra lavoratori e disoccupati, ma perciò stesso
cozza frontalmente con le politiche strutturali del capitale internazionale in
crisi, assumendo tanto più oggi un'obiettiva valenza anticapitalistica.
c) La chiusura di aziende e le relative
espulsioni di mano d'opera, portato naturale della crisi capitalistica e dei
processi di ristrutturazione indotti dalla competizione globale pone un
problema centrale di orientamento del movimento operaio. La moltiplicazioni di
azioni di resistenza, in ordine sparso, o, peggio, la logica delle burocrazie
sindacali di svendita negoziata e "ammortizzata" dei posti di lavoro,
azienda per azienda, settore per settore, hanno accompagnato in questi anni nei
vari Paesi il processo di arretramento del movimento operaio, delle sue
conquiste sindacali, della sua stessa forza sociale. E' decisiva l'unificazione
internazionale delle lotte di resistenza attorno a un possibile obiettivo
unitario da perseguire in ogni Paese: la nazionalizzazione, senza indennizzo, e
sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici delle industrie che
licenziano. In Francia, attorno al caso Danone, settori rilevanti di giovane
generazione operaia hanno impugnato in manifestazioni di massa questa
rivendicazione elementare: "licenziare i licenziatori". I comunisti
possono e debbono assumerla e rilanciarla come indicazione esemplare: che lega
la domanda concreta e drammatica della difesa del lavoro alla messa in
discussione della proprietà capitalista.
Più in generale, questo metodo
transitorio può e deve rispondere da un versante di classe all'insieme delle
domande emergenti dai nuovi movimenti e dalla giovane generazione,
riconducendole sempre alla questione decisiva della proprietà e del potere. Ad
esempio:
1) La domanda di protezione sanitaria,
di sicurezza alimentare, di risanamento e qualità ambientale è espressa
dall'insieme del movimento antiglobalizzazione internazionale e incontra un
sostegno vastissimo nell'opinione pubblica dei lavoratori e dei consumatori.
Eppure la risposta programmatica che le leadership egemoni del movimento danno
ai problemi che esse stesse denunciano resta interna ad una logica riformista:
campagne di educazione pubblica della proprietà a "comportamenti
umanitari", campagne anti-marchio, di boicottaggio, di "consumo
critico". L'elemento comune di tali proposte che pure racchiudono una
critica positiva del profitto, è la rimozione strategica del nodo della
proprietà e della lotta di classe. E questo le condanna ad un vicolo cieco
strategico che contrasta con la loro apparente concretezza o visibilità
mediatica. La stessa Naomi Klein riconosce esplicitamente questa impasse con
grande onestà intellettuale (v. "No Logo"). I comunisti devono allora
elevare nel movimento l'ordine di riflessione e di indirizzo ricollocando le
tematiche poste sul terreno degli obiettivi anticapitalisti. Ad esempio:
a) L'apertura dei libri contabili delle
industrie farmaceutiche e delle industrie alimentari, perché siano aboliti quei
segreti commerciali, industriali, finanziari che nascondono alla società le
speculazioni del profitto.
b) La rivendicazione della
nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo sociale delle industrie
farmaceutiche, agroalimentari e inquinanti a partire dai grandi colossi monopolistici
dei rispettivi settori: perché salute e alimentazione, beni elementari della
vita, siano recuperati al controllo pubblico.
c) L'abolizione dei brevetti: perché i
brevetti sono un sequestro per il profitto di pochi di scoperte utili o
decisive per la vita di tutti; la loro abolizione è condizione decisiva per un
controllo e uso sociale della scienza.
2) La domanda di pace e antimilitarista
sarà alimentata sempre più dalla prevedibile piega degli avvenimenti mondiali.
Anche su questo terreno l'impostazione pacifista delle leadership egemoni del
movimento, oltre a rimuovere la dimensione antimperialista e ad avallare la
funzione dell'ONU rimuove ogni terreno programmatico di fondo che leghi
l'istanza di pace alla lotta per l'abbattimento degli interessi capitalistici
che sospingono la guerra. I comunisti devono muovere invece da un'angolazione
opposta. Oggi lo sviluppo dell'industria bellica e il suo crescente livello di
concentrazione capitalistica (in USA, in Europa, in Giappone) è sospinto sia dal
rilancio imperialistico, sia dalla ripresa del keynesismo militare in funzione
anti-crisi. Nella più ampia mobilitazione unitaria contro la guerra, si tratta
allora di porre apertamente la questione dell'industria militare e degli
interessi di guerra avanzando rivendicazioni conseguenti:
a) L'apertura dei libri contabili delle
industrie di guerra e delle attività connesse alle speculazioni di guerra:
perché l'intera società ha diritto di vedere e di leggere i cinici
arricchimenti di tanti capitalisti "patrioti" grazie ai bombardamenti
umanitari sulle popolazioni povere del pianeta.
b) La nazionalizzazione senza
indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori dell'industria militare: perché
è condizione elementare di igiene sociale oltre che di una possibile riconversione
a produzioni civili con piena garanzia per l'occupazione dei lavoratori.
3) La lotta contro la povertà dei
cosiddetti Paesi del Terzo mondo è uno degli elementi di massima attenzione e
aggregazione nel movimento antiglobalizzazione su scala mondiale. Ma un
significativo settore dell'intellettualità dirigente del movimento propone una
visione riduttiva del problema e soprattutto suggerisce terapie devianti. O
soluzioni regressive di tipo precapitalistico, che indipendentemente dal loro
dubbio realismo finirebbero addirittura col peggiorare le condizioni di vaste
masse (v. le soluzioni neo-protezionistiche di Latouche); o soluzioni
velleitarie per di più integrabili e in parte integrate in modo subalterno
nell'economia capitalistica (v. il commercio equo e la finanza equa); oppure
ancora politiche di compromesso negoziale con l'imperialismo (come il sostegno
alla negoziazione del debito da parte di Giubileo 2000). I comunisti, nel
mentre costruiscono una sintonia profonda con la sensibilità di milioni di
giovani impegnati nella lotta alla povertà, possono e debbono contrastare
queste false soluzioni, avanzando, entro una prospettiva generale di
riorganizzazione socialista dell'economia del mondo, precise rivendicazioni
transitorie:
a) l'abolizione reale e totale del
debito pubblico dei Paesi dipendenti: perché se il debito è un cappio al collo
di quei Paesi la sua negoziazione si rivela un secondo cappio, attraverso lo
scambio tra riduzione del debito e certezza del pagamento, tra riduzione del debito
e cessione di pacchetti azionari strategici (come la stessa Susan George ha
dovuto riconoscere).
b) L'esproprio sotto il controllo dei
lavoratori e dei consumatori dei 200 colossi multinazionali che sono al vertice
dell'economia mondiale: perché sono gli agenti diretti e i massimi beneficiari
delle politiche di rapina e di saccheggio internazionale. Non vi sarà alcun
riscatto dalla povertà, nessun nuovo modello di economia sostenibile nel mondo,
senza rimuovere l'enorme potere di quei colossi. Paese per Paese va sviluppata
una vasta campagna per l'apertura dei loro libri contabili, la trasparenza dei
loro conti bancari, la nazionalizzazione dei loro beni.