Tesi per il V Congresso del PRC
UN PROGETTO COMUNISTA RIVOLUZIONARIO NELLA NUOVA FASE
STORICA
INTRODUZIONE
- SINTESI
Il capitalismo mondiale riversa sempre
più la propria crisi sulla condizione generale dell’umanità, minacciando una
vera e propria regressione storica di civiltà. La ripresa delle guerre che ha
segnato l’ultimo decennio -prima in Irak, poi nei Balcani, oggi in
Afghanistan-, ne è il riflesso materiale e simbolico.
La rappresentazione della cosi detta
“globalizzazione” capitalistica come avvento di un “nuovo capitalismo” capace
di superare le sue antiche contraddizioni, è stata smentita dalla realtà.
La crisi che da un quarto di secolo
segna l’economia del mondo non solo non è superata ma si ripropone oggi nella
forma classica della recessione.
Le contraddizioni tra i blocchi
capitalistici non solo non si sono dissolte in un “impero” indistinto e
omogeneo ma si ripropongono acuite dopo il crollo dell’URSS e sotto la spinta
della crisi.
La contraddizione tra capitale e
lavoro, lungi dall’essere superata o ridimensionata, è riproposta nella sua
centralità dalla crisi e dalla nuova competizione globale capitalistica.
Lo stesso sviluppo del militarismo e
della guerra in corso -con i suoi effetti regressivi sul terreno delle libertà
democratiche e delle conquiste sociali- è inseparabile dal contesto generale
della crisi capitalistica. Lungi dall’essere un conflitto tra “due
fondamentalismi” ideologici (il Mercato e il Terrore) è una guerra
dell’imperialismo contro i popoli oppressi: mira al controllo del Medio Oriente
e dell’Asia centrale; vuole intimidire i movimenti di liberazione nazionale (a
partire dal popolo palestinese); mira a contrastare la recessione economica col
grande rilancio delle spese militari; risponde all’interesse dell’imperialismo
americano a controbilanciare l’ascesa economica europea con il rilancio della
propria indiscussa egemonia militare.
In definitiva, a dieci anni dal crollo
dell’URSS, la ricomposizione capitalistica dell’unità del mondo non si è
affatto tradotta in un universo pacificato e più stabile, ma in
un’accentuazione della crisi internazionale.
Questo quadro generale di crisi e
regressione rivela una volta di più il carattere utopico di ogni progetto
riformistico.
L’idea di "governi
riformatori" favorevoli ai lavoratori; di un possibile capitalismo “equo”
imbrigliato dalle regole di una “società civile progressista”; di una riforma
pacifista dell’ordine mondiale, fondata su una rivalutazione dell’ONU e
sospinta dalla cultura gandhiana della "non-violenza", rappresentano,
oggi più che mai, un’illusione impotente. Non una via concreta di costruzione
di un altro mondo possibile, ma la rassegnazione di fatto a questo mondo reale,
seppur nutrita di sogni.
Il V Congresso del nostro partito è
chiamato dunque a rimuovere e a contrastare ogni utopia riformista assumendo un
nuovo orizzonte strategico, apertamente anticapitalista e rivoluzionario.
Un altro mondo è possibile. Si chiama
Socialismo. Non si tratta solo di evocarne il nome ma di recuperarne il
programma generale quale unica vera risposta alla crisi dell’umanità.
Solo l’abolizione della proprietà
privata, a partire dai duecento colossi multinazionali che oggi dominano
l’economia del mondo. Solo una economia mondiale democraticamente pianificata
liberata dal dominio del profitto; solo la conquista del potere politico da
parte delle classi subalterne come leva decisiva della transizione, possono
creare le condizioni di un nuovo “modello di sviluppo”: che liberi nuove
relazioni tra gli uomini e i popoli, un nuovo rapporto dell’uomo con
l’ambiente, un controllo degli indirizzi e delle applicazioni della scienza in
funzione delle qualità della vita quale nuova frontiera del progresso.
Recuperare e attualizzare dunque il programma originario del comunismo e della rivoluzione
d'Ottobre come scenario di liberazione dell’umanità, scevro da ogni retaggio
burocratico staliniano, è compito centrale dei comunisti e del nostro partito.
Assumendolo come bussola di una nuova impostazione strategica che riconduca gli
obiettivi immediati di ogni lotta e di ogni movimento alla necessità della
rivoluzione sociale.
Peraltro proprio l’inizio di ripresa
oggi della lotta di classe e dei movimenti di massa nel mondo (ciò che nel
partito abbiamo chiamato “il disgelo”) -sintomo dopo vent’anni dalla crisi di
egemonia delle politiche dominanti - rappresenta una straordinaria occasione di
rilancio della prospettiva socialista presso la giovane generazione, come
risposta rivoluzionaria nel cuore dei movimenti, alle loro stesse domande sociali
ambientali, democratiche, di pace, tutte incompatibili, nelle loro istanze
profonde, con l'attuale ordine borghese. Non si tratta allora di abbandonarsi
alla mistica retorica dei movimenti, tantomeno di disperdere la centralità di
classe: si tratta di ricondurre il prezioso sentimento antiliberista della
giovane generazione ad una chiara prospettiva di classe anticapitalista. La
sola che possa offrire un futuro ai movimenti stessi; la sola che possa
svilupparli oggi sul terreno della mobilitazione contro l’imperialismo e la
guerra fuori da ogni illusione pacifista; la sola che possa fondare il
riferimento alla classe operaia a al mondo del lavoro nella sua nuova
composizione ed estensione, quale soggetto centrale del blocco storico
alternativo. Da qui la necessità di una battaglia nei movimenti per l’egemonia
di classe: che non è autoimposizione burocratica ma lotta aperta e leale per la
prospettiva socialista contro quelle culture neoriformiste che conducono i
movimenti stessi nel vicolo cieco della sconfitta. Il complesso lavoro di
rifondazione di un’internazionale comunista e rivoluzionaria che assuma la
battaglia per l’egemonia anticapitalistica su scala mondiale è tanto più oggi
una necessità di fondo per i comunisti.
Ma questa nuova impostazione strategica
implica una svolta profonda di linea e di scelte sul piano nazionale. Entro il
nuovo scenario politico italiano, la ripresa delle dinamiche di movimento sul
versante operaio e giovanile e la crisi verticale e deriva liberale dei D.S.,
creano le condizioni di un forte e necessario rilancio del nostro partito quale
unico possibile riferimento politico alternativo per vasti settori di
lavoratori e di giovani. Ma ciò implica un nuovo indirizzo di fondo del PRC.
Per 10 anni il nostro partito ha respinto la proposta di costruzione del polo
autonomo di classe per perseguire una linea di “condizionamento” dell’apparato
D.S. e delle sue coalizioni (polo progressista e centrosinistra) sulla base di
un “programma di riforme”: sia dal governo, che dall’opposizione, sia sul piano
nazionale che sul piano locale. E' onesto riconoscere che questa linea ha
registrato un sostanziale fallimento. Essa infatti non ha dato risultati: né
dal punto di vista della costruzione del PRC e della sua influenza elettorale e
di massa; né soprattutto dal punto di vista degli interessi e delle prospettive
del movimento operaio, che proprio il Centrosinistra e l’apparato D.S., alfieri
degli interessi della grande borghesia per tutta la precedente legislatura
hanno condannato alla sconfitta sociale e politica. L'unico effetto pratico
della linea di "contaminazione" del centrosinistra è stato, al
contrario, il coinvolgimento del PRC per metà della legislatura dell'Ulivo nel
sostegno a politiche antioperaie e antipopolari (varo del lavoro interinale col
"Pacchetto Treu", privatizzazioni, tagli della spesa sociale) del
tutto opposte alle ragioni sociali del nostro partito.
La prospettiva avanzata per il dopo
Berlusconi di un "governo della sinistra plurale" sulla base di un
"programma riformatore", non solo rimuove ogni bilancio ma ripropone
di fatto l'ispirazione fallita di dieci anni. E’ quanto viene esplicitato nel
documento precongressuale votato dalla maggioranza del partito nel CPN di
ottobre che afferma: “(…) questo non significa che non si possa costruire una
sinistra plurale, in Italia e in Europa, capace di proporsi il tema della
conquista della maggioranza dei consensi e della candidatura al governo ai fini
di realizzare un programma riformatore, ma vuol dire che per arrivarci bisogna
battere strade diverse da quelle della tradizionale politica unitaria, in primo
luogo facendo irrompere nell’intero campo delle sinistre e dei rapporti tra di
loro, la novità e la rottura del movimento.” Non solo quindi si preserva il
riferimento all’esperienza negativa della gauche plurielle di Jospin ma la
ripropone con un apparato D.S. che nella sua larga maggioranza ha rotto con la
funzione della stessa socialdemocrazia. Assumere questa prospettiva come
finalità di sbocco dei movimenti significherebbe contraddire le potenzialità
anticapitaliste dei movimenti stessi e subordinarli ad un accordo coi liberali.
Il V Congresso respinge dunque questa
prospettiva politica a partire da una svolta di fondo: quella della costruzione
del PRC attorno alla linea del polo autonomo di classe e anticapitalistico,
alternativo sia al Centrodestra reazionario sia al Centrosinistra liberale.
Questo orientamento implica innanzitutto una coerenza di collocazione politica
del nostro partito come forza di opposizione. Non può esservi contraddizione
tra le ragioni sociali che il PRC esprime e la sua collocazione politica
istituzionale: ciò vale in prospettiva sul piano nazionale, come vale anche sul
piano locale dove va superata la collaborazione di governo nelle giunte di Centrosinistra,
a partire dalle Regioni e dalle grandi città, dove siamo di fatto subordinati a
politiche e interessi del tutto estranei alle ragioni dei lavoratori. Ma più in
generale la proposta del polo autonomo di classe è rivolta all'insieme del
movimento operaio e dei movimenti di massa. L'esperienza dell’ultima
legislatura, ha dimostrato a milioni di lavoratori il disastro sociale e
politico della collaborazione del movimento operaio con le forze sociali e
politiche del Centro Borghese. “Rompere col Centro” non è allora una petizione
astratta: fa leva sull’esperienza di massa per rivendicare l’autonomia di
classe dei lavoratori e delle lavoratrici di fronte agli interessi delle altre
classi e delle loro rappresentanze. Per dire che solo una mobilitazione indipendente
dei lavoratori e dei movimenti sul terreno anticapitalistico può difendere le
loro ragioni e aprire il varco ad un’alternativa vera.
Questa esigenza di autonomia è più
attuale che mai. Di fronte alle destre e a Berlusconi tutte le forme di alleanze
con le forze di Centro hanno fallito. Solo la grande mobilitazione indipendente
della classe operaia nel '94 riuscì a piegare il governo Berlusconi e a porre
le condizioni della sua caduta. Il nostro partito deve costruire tra le masse
la memoria di questa esperienza, e assumerla come riferimento per la propria
azione.
Il nuovo governo Berlusconi ha un
insediamento sociale e istituzionale più forte che nel 94; ma proprio per
questo la sua eventuale stabilizzazione, come si è visto a partire da Genova,
comporta un rischio di trascinamento reazionario più elevato. Il PRC non può
vivere allora la propria opposizione come routine istituzionale combinata con
l’affidamento alla spontaneità dei movimenti. Ha l’onere di una proposta al
movimento operaio e della costruzione attiva di uno sbocco politico. In questo
senso il V Congresso del PRC assume l’obiettivo della cacciata del governo
Berlusconi-Bossi- Fini per una alternativa di classe come terreno di
mobilitazione unitaria del movimento operaio e dei movimenti di massa e di
tutte le tendenze politiche e sindacali che su di essi si basano. Perché solo
una vera esplosione sociale concentrata contro il padronato e il governo delle
destre può realmente scompagnare lo scenario politico italiano e porre le condizioni
dell'alternativa di classe.
Da qui la proposta di una vertenza
generale attorno ai temi di un forte aumento salariale per tutto il lavoro
dipendente, del salario minimo garantito intercategoriale, di un vero salario
garantito ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione,
dell’abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro (v. “Pacchetto Treu”
e le ulteriori leggi in materia introdotte dal governo Berlusconi) con
l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori precari, della
riduzione generalizzata dell’orario. Questa proposta di mobilitazione può e
deve essere avanzata dal nostro partito in tutti i luoghi di lavoro, in tutte
le organizzazioni sindacali, sul territorio, nello stesso movimento
antiglobalizzazione: sostenendo le tendenze interne del movimento che già oggi
spingono per un suo impegno diretto a fianco dei lavoratori e delle
lavoratrici. E' proprio dalla ricomposizione unitaria di lotta della giovane
generazione, dal versante operaio in primo luogo come dal versante
antiglobalizzazione che può innescarsi la dinamica dell’esplosione sociale
contro il governo delle destre e le classi dominanti. Ricondurre a questo
sbocco tutto il lavoro di massa del partito, estendere il quadro delle
rivendicazioni ad ogni settore sociale colpito dalle politiche dominanti (v.
Immigrazione e Scuola), collegare il quadro delle rivendicazioni immediate a un
programma più generale di rottura con la proprietà capitalistica e lo Stato,
sviluppare in ogni movimento la coscienza politica anticapitalistica, questo è
l’impegno necessario dell’opposizione comunista per l’alternativa di classe.
E in questo ambito il nostro partito
non può teorizzare un principio di adattamento silenzioso nei movimenti
affidandosi passivamente a orientamenti e scelte delle loro direzioni ma deve
elaborare capacità di proposta su scelte politiche piccole e grandi, in
funzione della prospettiva anticapitalistica. La tematica delle forme di lotta,
a partire dalla necessaria difesa del diritto di manifestare in piazza, contro
ogni tentazione di ripiegamento; le questioni legate all’autodifesa di
manifestazioni pacifiche e di massa contro le aggressioni violente da qualunque
parte provengano; la tematica delle forme di organizzazione dei movimenti e del
loro sviluppo democratico oggi centrale nel movimento antiglobalizzazione: sono
terreni su cui il nostro partito non può tacere in nome di un blocco
incondizionato con le direzioni egemoni dei movimenti. Ma deve avanzare
indicazioni, certo collegate alla sensibilità degli interlocutori e alla
concretezza dei problemi, ma sempre ispirate a un unico criterio di fondo: lo
sviluppo della forza autonoma delle classi subalterne e dei movimenti di massa
in direzione di un’alternativa di società e di potere. Come affermava Rosa Luxemburg:
“Lo scopo finale resta l’anima della
nostra lotta. La classe operaia non deve porsi [nell’ottica di chi dice] ‘Lo
scopo finale non è niente, è il movimento che è tutto.’ No, al contrario: il
movimento in quanto tale, senza rapporto con lo scopo finale, il movimento come
fine in sé non è niente, è lo scopo finale che è tutto.” (1898).
Solo questo programma di alternativa
anticapitalistica fonda la ragione politica organizzativa del partito nel suo
rapporto con i movimenti e la lotta di classe. Un partito che si viva come pura
rappresentanza istituzionale di domande sociali, in funzione di una prospettiva
di governo riformatore, si priva di una funzione strategica indipendente e
perciò mette a rischio, al di là di ogni intenzione, la ragione stessa della
sua esistenza. Privo di uno specifico progetto anticapitalistica il partito
smarrisce la ragione di una propria distinzione rispetto al movimento. E così
l’invito dell’apertura al movimento, in sé importantissima, si trasforma in un
rischio di dissoluzione nel movimento stesso, o di trasformazione delle proprie
strutture in indistinti “luoghi di movimento”. Il risultato paradossale non è
così il rafforzamento del partito nel movimento ma all’opposto un principio di
dispersione delle forze e di loro sradicamento: a tutto danno sia del partito
che del movimento stesso, privato di un riferimento organizzato capace di
indicazione e proposta.
La logica proposta dalla maggioranza
dirigente del PRC va dunque esattamente capovolta. Il partito ha sì l’esigenza
prioritaria di partecipazione piena ai movimenti, senza distacchi dottrinari e
anzi con la massima concentrazione in essi delle proprie forze. Ma ne ha
esigenza come partito cioè come
specifico progetto collettivo anticapitalista e rivoluzionario: ciò che richiede
una specifica strutturazione, specifici strumenti che possano organizzare nei
movimenti, a partire dalla classe operaia, la battaglia collettiva per quel
progetto. Ed anche il più ampio sviluppo della democrazia interna del partito,
condizione decisiva dell’elaborazione collettiva e della stessa formazione dei
quadri. In questo senso la funzione d’avanguardia del partito non come
imposizione burocratica, ma come progetto programmatico su cui sviluppare
consenso ed egemonia, è la condizione stessa del suo radicamento e
rafforzamento organizzativo.
CRISI
DELL'UMANITA'
I
dieci anni che sono trascorsi, dopo la svolta d’epoca segnata dal crollo
dell’URSS, hanno interamente smentito le profezie liberali che accompagnarono
quell’evento. Il capitalismo mondiale riversa sempre più la propria crisi sulla
condizione generale dell’umanità, minacciando una vera e propria regressione
storica di civiltà. La ripresa della guerra che ha segnato l’ultimo decennio
-prima in Irak, poi nei Balcani, oggi in Afghanistan- col suo carico di morti e
distruzioni ne è il riflesso materiale e simbolico.
La perdurante crisi economica
capitalistica, le ripetute sconfitte del movimento operaio degli anni '80 e
'90, il venir meno col crollo dell'URSS di un contrappeso statuale per quanto
distorto alla potenza dell’imperialismo, i vasti processi di restaurazione
capitalistica che hanno investito, in forme diverse, vaste aree del mondo,
hanno prodotto come effetto congiunto un arretramento delle condizioni di vita
e di lavoro della maggioranza dell’umanità.
Nei paesi imperialisti di tutti i
continenti (USA, Europa, Giappone), la caduta dei salari, il degrado del
lavoro, lo smantellamento progressivo delle protezioni sociali, descrivono nel
loro insieme un attacco profondo ai livelli acquisiti di sicurezza sociale.
Nei paesi a capitalismo restaurato
(Russia ed est Europa) o in via di restaurazione (Cina) la reintroduzione del
dominio del mercato procede alla distruzione di ogni forma di difesa sociale
producendo un drammatico salto regressivo nella vita di centinaia di milioni di
uomini e di donne.
Nel blocco dei paesi dipendenti, interi
continenti, a partire dall’Africa e da larga parte dall’America Latina,
conoscono una ulteriore precipitazione della condizione di massa, assieme ad un
aggravamento dei livelli di dipendenza coloniale dall’imperialismo.
Più in generale l’intera dimensione
della vita è investita da una profonda tendenza regressiva, segnata dal
moltiplicarsi dei sintomi del degrado, dell’intolleranza, dell’irrazionalismo.
Il ritorno della guerra, che ha
costellato il decennio, è il riflesso eloquente di questa drammatica
regressione. Anche solo venti anni fa la previsione di una guerra nel cuore
dell’Europa sarebbe apparsa un fantasioso azzardo. Venti anni dopo non solo la guerra
ritorna materialmente nello stesso vecchio continente, col suo carico terribile
di morte e distruzione (Balcani): ma si rilegittima progressivamente
nell’immaginario collettivo di settori di massa. Ed oggi il potente rilancio
del militarismo internazionale a guida anglo-americana, trainato dalla guerra
imperialistica all’Afghanistan, lo stesso riarmo della Germania e del Giappone,
segnano anche simbolicamente la svolta d’epoca del nostro tempo.
Su un altro piano, si fanno di anno in
anno più drammatiche le manifestazioni e le conseguenze della crisi ambientale
planetaria, una drammatica conferma dell'incapacità dell’attuale ordine sociale
di operare in modi non distruttivi nei confronti dell’ambiente. E le
conseguenze sociali di questa crisi tendono sempre più a combinarsi con quelle
della crisi sociale e politica in cui sprofondano molti paesi del cosiddetto
Terzo mondo, ciò che provoca vere e proprie “catastrofi umanitarie” e sospinge
masse crescenti di uomini e di donne a migrare in una sorta di disperata “fuga
per la sopravvivenza”.
Per la prima volta dal dopoguerra, ad
ogni latitudine del mondo, l’orizzonte delle nuove generazioni non si presenta
come orizzonte di progresso ma come preannuncio di nuove regressioni. Non si
tratta peraltro di uno scenario eccezionale. Al contrario, se guardiamo le cose
col raggio di visuale del lungo periodo osserviamo il ritorno del capitalismo
alla normalità storica del proprio declino. Ciò che semmai è superata è
l’eccezionalità di quella parentesi storica postbellica che agli occhi di più
generazioni era apparsa la norma.
CRISI
CAPITALISTICA E "GLOBALIZZAZIONE"
Le
tesi emergenti negli anni Novanta circa la nascita di "un nuovo
capitalismo" capace di superare le sue antiche contraddizioni, sono state
smentite dalla realtà. La crisi economica capitalistica ripropone più che mai
l'attualità della lettura marxista della "globalizzazione" fuori da
ogni "apologia" del capitale.
Negli anni Novanta -sullo sfondo del
crollo dell'URSS, dell'arretramento del movimento operaio, della prosperità
economica USA, di una vasta innovazione tecnologica- è venuta affermandosi una
rappresentazione dominante della realtà del mondo come
"globalizzazione", spesso intendendo con questo termine l'emergere di
un "nuovo capitalismo", strutturalmente diverso dal capitalismo
"tradizionale" e per questo capace di superare le proprie vecchie
contraddizioni. Nella versione liberista il mito della globalizzazione è stato
impugnato come annuncio di una nuova era di prosperità. Nella versione opposta
di tanta parte del pensiero critico alternativo come l'avvento di una nuova
dominazione totalizzante. Nell'un caso come nell'altro il nuovo capitalismo è
stato presentato come l'alba di un nuovo regno e come riprova del fallimento o
dell'invecchiamento della lettura marxista.
Queste rappresentazioni ideologiche
hanno per molti aspetti capovolto la realtà delle cose: e la realtà ha finito
col confutarle.
L'economia capitalistica internazionale
vive da un quarto di secolo un'onda lunga di crisi, segnata dall'esaurimento
storico della spinta propulsiva del secondo dopo-guerra e dal prevalere di una
spinta alla stagnazione. La caduta del saggio medio del profitto su scala
mondiale ne rappresenta il riflesso.
A partire dall''89-'91, il crollo
dell'URSS e i processi di restaurazione capitalistica che si sono affermati
nell'insieme dell'Est europeo, assieme alle emergenti tendenze
restaurazionistiche che si sono sviluppate in altri Paesi non capitalistici
(Cina) hanno configurato certamente un processo di ricomposizione capitalistica
dell'unità del mondo. Ma la riconquista compiuta o tendenziale, di tanta parte
del pianeta non ha significato il rilancio storico dell'economia capitalistica.
L'Est europeo, più che volano di un nuovo sviluppo economico internazionale,
rappresenta in larga misura una semicolonia del sottosviluppo: la massiccia
concentrazione di miseria sociale e il basso livello di consumi che ne deriva
rappresentano un freno all'espansione del mercato capitalistico. Parallelamente
la forte riduzione dei margini di manovra dei Paesi dipendenti, conseguente al
crollo dell'URSS, ha finito con l'integrarli più direttamente nella stagnazione
mondiale: così il sottoconsumo del Terzo mondo sospinto dal calo o dal crollo
delle materie prime ha costituito un ulteriore fattore della stagnazione
medesima. Complessivamente, nonostante l'espansione del mercato capitalistico,
il peso del commercio internazionale nell'economia mondiale è analogo a quello
del 1914. Così nonostante i nuovi processi di decentramento internazionale
della produzione, le stesse multinazionali concentrano tuttora il grosso del
proprio volume di investimenti entro il perimetro degli Stati dominanti e dei
propri mercati regionali piuttosto che in un mondo indifferenziato. La
globalizzazione economica dunque ha investito essenzialmente non la produzione
reale ma l'economia finanziaria, dove ha realmente raggiunto un livello
storicamente nuovo: ma proprio l'espansione abnorme del parassitismo
finanziario -che conferma oltre le sue stesse previsioni, l'analisi di Lenin
dell'imperialismo- riflette la crisi del saggio medio di profitto nella
produzione. Come all'inizio del Novecento lungi dall'essere misura della
prosperità capitalistica, il parassitismo dei rentier è figlio della crisi di
stagnazione e concausa della stessa.
La forte concentrazione di innovazione
tecnologica (rivoluzione informatica) e la diffusione di nuove forme di
organizzazione del lavoro (il cosiddetto toyotismo) si collocano e si spiegano
in questo contesto. Come in altre epoche storiche (si pensi allo sviluppo del
fordismo negli anni Venti-Trenta), l'innovazione tecnologica intensa e le nuove
sperimentazioni nell'organizzazione produttiva non promanano dal benessere del
capitalismo ma dalla sua crisi: come tentativo di rilancio del saggio di
profitto attraverso l'incremento di produttività e la configurazione di nuovi
mercati trainanti. Ma contrariamente all'ottimismo borghese degli anni Novanta,
la rivoluzione informatica e le sue applicazioni tecnologiche, per quanto rilevanti
non hanno esercitato la forza di trascinamento economico che potevano avere, in
un altro contesto, le ferrovie del secolo scorso o l'automobile degli anni
Cinquanta. Non solo non hanno garantito l'uscita dalla stagnazione ma, oltre
una certa soglia, hanno concorso paradossalmente ad aggravarla: la crisi
profonda della new economy oggi nel cuore del capitalismo americano, è
esattamente un'espressione classica di sovrapproduzione i cui effetti recessivi
più generali sono direttamente proporzionali all'intensità dello sviluppo
economico precedente del settore. La teoria di un "nuovo capitalismo"
capace di superare il ciclo economico non poteva trovare smentita più
clamorosa.
IMPERIALISMO
L'imperialismo
è, oggi più che mai, il quadro dominante della realtà del mondo. Le tesi del
suo superamento in direzione di una globalizzazione indistinta non trovano
alcuna conferma nel mondo reale. Riattualizzare l'analisi marxista
dell'imperialismo oggi, nelle sue profonde contraddizioni e sullo sfondo
dell'attuale instabilità internazionale è condizione decisiva per la
comprensione delle tendenze storiche future.
Negli anni Novanta in significativi
settori intellettuali della "sinistra critica" e nella stessa
Direzione nazionale del nostro partito, è venuta emergendo la tesi del
superamento della categoria stessa dell'imperialismo in direzione della
rappresentazione di un "impero" globale, omogeneo ed uniforme, a
esclusiva dominazione nord-americana, capace di dissolvere ruolo e funzioni dei
vecchi Stati nazionali. Da qui anche la rappresentazione dell'Europa come
semplice articolazione subalterna dell'Impero e la relativa rivendicazione di
una sua autonomia su base "sociale e democratica".
Questa concezione generale da un lato
si basa su un'incomprensione profonda della complessità del mondo
contemporaneo; e dall'altro lato, negando il carattere imperialistico
dell'Europa, disorienta gravemente la stessa azione politica dei comunisti.
Lungi dal ricomporre le contraddizioni
intercapitalistiche, il crollo dell'Urss dell'89-'91 le ha in qualche modo
liberate, entro uno scenario storico profondamente nuovo. I giganteschi
processi di restaurazione capitalistica nell'Est europeo e, in forma
incompiuta, nella stessa Cina, i nuovi rapporti di forza nei confronti dei
Paesi dipendenti, la necessità di ridefinire complessivamente equilibri
geostrategici e zone di influenza, hanno alimentato inevitabilmente una nuova
competizione mondiale tra gli Stati capitalistici dominanti. E i terreni della
competizione stanno interamente dentro il quadro storico dell'imperialismo:
riguardano il controllo dei mercati di sbocco, i settori di investimenti e di
esportazione del capitale, il controllo di materie prime e mano d'opera a basso
costo, i livelli di concentrazione monopolistica del capitale finanziario, il
controllo politico-militare delle aree strategiche.
La superiorità oggi dell'imperialismo
USA è obiettivamente indiscutibile: sia sul versante della concentrazione di
capitale finanziario, sia sul versante della forza militare, dove proprio il
crollo dell'URSS ha rafforzato il tradizionale primato americano e il suo
impiego criminale nel mondo. Ma l'Europa è tutt'altro che una semplice area
dipendente. All'opposto, sia la vasta restaurazione capitalistica nell'Est
Europa e nei Balcani, sia il declino non congiunturale del Giappone, hanno
alimentato un vero e proprio sviluppo dell'imperialismo europeo come polo
economico concorrente con gli USA. La stessa costruzione dell'Unione Europea a
partire dal '92, lungi dal rappresentare un puro fatto di ingegneria
istituzionale "non democratica e liberista", ha costituito e
costituisce il tentativo strategico, non privo di contraddizioni, di assicurare
all'imperialismo europeo un quadro politico unificante all'altezza delle sue
nuove ambizioni. Il potente sviluppo dei livelli di concentrazione
monopolistica europea in settori strategici (banche, assicurazioni,
telecomunicazioni, industria militare…) che proprio il quadro di Maastricht ha
incoraggiato; l'egemonia economica europea (in particolare tedesca e italiana)
nella penisola balcanica e nell'Est Europa; le nuove entrature
dell'imperialismo europeo nei Paesi arabi e in Medio-Oriente (v. Irak e Iran) e
in larga parte dell'America Latina; il decollo di un militarismo europeo con lo
sviluppo del progetto della difesa comune descrivono, nel loro insieme, un
nuovo e più forte posizionamento europeo negli equilibri mondiali.
Il forte sviluppo dell'iniziativa
bellica dell'imperialismo USA negli anni Novanta (in Irak, nei Balcani, in
Afghanistan) è stato ed è anche un tentativo di riequilibrare con la propria
egemonia militare l'ascesa economica europea e di limitare il nuovo spazio di
manovra della UE. Di converso la partecipazione dei Paesi europei alle imprese
militari a egemonia americana non ha rappresentato un puro atto di
"servilismo", ma la volontà di partecipare alla conquista di bottini
coloniali precostituendo le migliori condizioni per il proprio interesse
imperialistico nel momento della loro spartizione. Anche l'unità d'azione dei
Paesi imperialistici maschera dunque, come sempre, la loro competizione. E i
diversi Stati nazionali capitalistici, lungi dall'essere assorbiti da
un'indistinta globalizzazione, costituiscono lo strumento decisivo -politico,
diplomatico, militare ma anche economico- delle diverse borghesie
imperialistiche concorrenti.
Peraltro proprio il quadro delle nuove
contraddizioni intercapitalistiche sospinge l'emergere di nuove potenze
regionali o di nuove ambizioni. L'imperialismo britannico lavora a utilizzare
le contraddizioni tra USA e UE ponendosi come crocevia delle relazioni
diplomatico-militari tra i due poli ai fini del proprio rafforzamento. La
Russia borghese di Putin entra nel varco aperto dalla competizione tra USA ed
UE per rilanciare un proprio spazio strategico internazionale. La burocrazia
cinese a sua volta mira a capitalizzare il declino del Giappone per investire
la propria eccezionale potenza economica in un disegno di egemonia su larga
parte dell'Asia: entro un progetto di restaurazione capitalistica interna che,
ancora incompiuto, pone incognite serie sulla futura stabilità sociale e
politica di quel Paese.
In definitiva l'intero quadro
internazionale capitalistico porta il segno dominante non dell'omogenea
uniformità "unipolare", ma di una crescente instabilità potenziale.
GUERRA
La
ripresa della guerra e delle guerre negli anni Novanta ha caratteri e finalità
imperialistiche. Non riflette un generico "fondamentalismo del mercato
globale" contrapposto al "fondamentalismo del terrore". Riflette
il grande rilancio delle politiche coloniali del capitalismo, liberate dal
crollo dell'URSS, sospinte dalla crisi economica internazionale, alimentate
dalle stesse contraddizioni tra i diversi blocchi capitalistici. Oggi la guerra
contro l'Afghanistan rientra pienamente in questo quadro. Per questo la lotta
contro la guerra e "per la pace", va assunta dai comunisti come lotta
di massa anticapitalistica oltre un puro orizzonte pacifista. Senza alcun
avallo al ruolo filo-imperialistico dell'ONU e senza riconoscere
all'imperialismo alcun "diritto di polizia internazionale".
Dopo il crollo dell'URSS, il ricorso
alla guerra ha costituito uno strumento centrale di definizione del nuovo
ordine imperialistico del mondo. La guerra all'Irak, alla Serbia,
all'Afghanistan riflettono ad un tempo la nuova potenza dell'imperialismo e la
nuova instabilità del mondo: entro una relazione contraddittoria in cui il
dispiegamento della forza più criminale dell'imperialismo è anche la risposta
alla sua crisi di egemonia, alla difficoltà di riorganizzare sotto il proprio
controllo un assetto stabile dei nuovi equilibri mondiali.
I fatti d'America dell'11 settembre e i
successivi sviluppi si collocano in questo quadro generale: e vanno analizzati
col metodo marxista, non con le categorie dell'impressionismo o del pacifismo
astratto.
L'atto terroristico di New York e più
in generale il terrorismo panislamista non riflettono semplicemente un
principio ideologico ("il fondamentalismo del terrore"):
rappresentano una risposta distorta e inaccettabile alla barbarie
capitalistica, in particolare alla oppressione criminale dei popoli del
Medio-Oriente, a partire dalla nazione araba e dal popolo palestinese. Una
barbarie la cui portata e i cui crimini a tutte le latitudini del mondo sono
infinitamente più grandi del peggiore atto terroristico. Il fondamentalismo
islamico è da sempre storicamente un avversario delle aspirazioni sociali e
democratiche dei popoli oppressi e della nazione araba. Per questo, nel
contesto dell'ordine mondiale del dopo-guerra, esso è stato ripetutamente
sostenuto dalle potenze coloniali contro i movimenti di liberazione e le
tendenze laico-democratiche dei Paesi dipendenti. Dopo il crollo dell'URSS il
fondamentalismo islamico ha perso la propria funzionalità filo-occidentale e si
è trasformato in un fattore obiettivo di destabilizzazione. Parallelamente la
crescente disperazione sociale e politica di larghi settori di masse oppresse,
unita alla più organica subalternità all'imperialismo dei regimi borghesi
arabi, ha purtroppo trasformato di fatto il fondamentalismo nel canale distorto
di una pressione diffusa di rivolta.
La reazione militare degli Stati
dominanti ai fatti dell'11 settembre ha qui la propria radice. Come nel '91
contro l'Irak, come nel '98 contro la Serbia, la guerra contro l'Afghanistan
non riflette un astratto "fondamentalismo del mercato" e una
"risposta sbagliata" al terrorismo. Rappresenta invece la volontà di
riaffermare il controllo imperialistico sul mondo contro ogni fattore possibile
di ingovernabilità. Da qui il tentativo di utilizzare l'atto terroristico
dell'11 settembre e le sue enormi ricadute emotive come occasione di rilancio
degli interessi imperialistici in aree strategiche del pianeta.
Molteplici sono le finalità concrete
dell'operazione:
a) consolidare ed estendere il
controllo diretto su Medio-Oriente ed Asia centrale, zona cruciale per gli
equilibri internazionali;
b) intimidire i movimenti di
liberazione dei Paesi dipendenti;
c) colpire il movimento operaio
internazionale, compreso quello occidentale, cogliendo il pretesto della guerra
per operare massicce ristrutturazioni (con licenziamenti di massa), attaccare
diritti sociali e cercare di disperdere la ripresa internazionale dei movimenti
di lotta;
d) combattere la recessione economica
con il rilancio delle spese militari.
Entro questo quadro di finalità comuni
imperialistiche (sostenute per interesse proprio dalla Russia borghese e dalla
burocrazia cinese) si conferma il quadro mobile delle contraddizioni
internazionali: tra l'imperialismo americano e l'imperialismo europeo; tra
l'imperialismo britannico e l'Europa continentale; tra l'area di testa
dell'imperialismo europeo (Germania, Francia e Inghilterra) e l'imperialismo
italiano; tra la nuova Russia di Putin e gli interessi contraddittori di USA ed
Europa; tra le mire nuove della Cina e l'espansione imperialistica in Asia
centrale. Ciò che ancora una volta configura non un quadro pacificato di
globalizzazione unipolare ma, all'opposto, la nuova instabilità mondiale e il
peso in essa degli interessi statuali nazionali e/o di area.
In questo quadro generale il PRC deve
ridefinire la propria impostazione politica di fronte alla guerra. Importante e
preziosa è stata ed è l'opposizione del nostro partito all'intervento militare
in Serbia ed oggi in Afghanistan. Ma va superato l'approccio pacifista in
direzione di una chiara battaglia antimperialistica. L'appello all'ONU, al
"diritto internazionale", all'intervento alternativo di "polizia
internazionale" sono stati e sono profondamente errati. L'ONU ha sostenuto
e coperto lungo tutto l'arco degli anni Novanta le peggiori piraterie
dell'imperialismo sino a promuovere l'odioso embargo genocida anti-irakeno.
Esso non rappresenta né può rappresentare, neppure in forma distorta, la cosiddetta
sovranità internazionale. In una società di classe e tanto più nell'epoca
dell'imperialismo non è mai esistito e non potrà esistere un diritto
internazionale neutro, al di sopra delle classi e degli Stati. Il diritto
internazionale è solo la copertura giuridica degli interessi degli Stati
dominanti. E l'unico diritto che gli Stati dominanti esercitano e rivendicano è
il diritto a piegare col terrore ogni forma di resistenza al proprio dominio
sul mondo.
Per questo i comunisti devono
sviluppare la lotta contro la guerra come lotta di classe anticapitalistica ed
antimperialistica al fianco dei popoli oppressi aggrediti. Non vi è alcuna
"polizia internazionale" da rivendicare "contro il
terrorismo"; l'unica polizia internazionale da invocare contro la barbarie
del capitalismo è la prospettiva rivoluzionaria internazionale delle masse
oppresse. Che è l'unica vera risposta alternativa al fondamentalismo
terrorista.
UTOPIA
DEL RIFORMISMO
L’idea
della riforma sociale e umanitaria del capitalismo, da sempre fallita, è oggi
più utopica che mai. L’idea di “governi riformatori” che in Italia, in Europa,
nel mondo possano operare una riforma antiliberista in ambito capitalistico,
costituisce oggi più che mai non solo un’illusione ma una trappola per le
classi subalterne e i movimenti. Il sostegno che il PRC ha dato all'esperienza
di governo francese della "gauche plurielle" ha costituito un errore
profondo. Proprio la svolta storica del nostro tempo ripropone l'attualità di
una rottura strategica col riformismo come fondamento decisivo di una
rifondazione comunista rivoluzionaria.
L'attuale quadro internazionale
conferma più che mai l'esaurimento di uno spazio storico riformistico.
Già l’esperienza storica di due secoli
avvalora la posizione originaria di Marx e del marxismo rivoluzionario contro
ogni illusione riformistica e “governativa”. E smentisce nella maniera più
radicale la svolta strategica impressa dallo stalinismo al movimento comunista
internazionale a partire dalla metà degli anni Trenta attorno alla prospettiva
dei cosiddetti "governi riformatori" o di "democrazia
progressiva". Quand’anche consentiti da condizioni eccezionali di
prosperità economica e da grandi movimenti di massa, i governi riformatori sono
stati sempre, senza eccezione, avversarsi dei lavoratori: le stesse concessioni
riformatrici, talora strappate dalla pressione di massa, sono state elargite in
funzione del contenimento delle spinte più radicali dei movimenti e della
conservazione della società borghese. Proprio per questo lungi dal rappresentare
una fase della transizione al socialismo, i governi riformatori hanno spesso
spianato la strada a svolte reazionarie o a profondi arretramenti del movimento
operaio. Così è stato per i governi riformatori di fine '800, primo '900
(giolittismo); così è stato per i governi riformatori di “fronte popolare”
negli anni 30 (v. Francia e Spagna). Così è stato per i governi riformatori in
Europa nei primi anni 70 (v. Portogallo).
Ma tanto più oggi l’illusione
governista è smentita alla radice dall’assenza di uno spazio storico
riformistico. La crisi capitalistica e il crollo dell’URSS, nella loro
combinazione, hanno eroso i presupposti materiali delle concessioni
riformatrici in Occidente quali erano maturate nel secondo dopoguerra. Ovunque
le classi dominanti lavorano a riprendersi con gli interessi quanto in
precedenza avevano concesso. Ovunque i governi borghesi – siano essi di
centrodestra, di centrosinistra o socialdemocratici – gestiscono le medesime
politiche antipopolari, di restrizioni e sacrifici per le grandi masse.
Ovunque, anche se in forme e con intensità diverse, i vecchi partiti riformisti
del movimento operaio assumono culture e pose liberali in rottura con la
propria stessa tradizione. Ovunque l’eventuale presenza al governo di “partiti
comunisti” non solo non muta per nulla l’indirizzo strategico del governo ma
corresponsabilizza quegli stessi partiti a pesanti politiche
controriformistiche esponendoli al logoramento dei loro rapporti di massa.
In particolare va riconosciuto
onestamente, in questo quadro, il profondo errore compiuto dal nostro partito
nel sostegno all'esperienza del governo Jospin in Francia.
L'analisi proposta dal IV Congresso del
PRC a sostegno della "anomalia francese" è stata smentita dai fatti.
Come sono state smentiti l'elogio della legge francese sulle 35 ore e più in
generale le ripetute esaltazioni del governo Jospin sul nostro quotidiano di
partito ("Svolta a sinistra in Francia", "Un socialista in
Europa"…). In realtà il governo Jospin ha gestito e gestisce gli interessi
organici dell'imperialismo francese sia sul piano interno (con il record di
privatizzazioni e una politica di flessibilità a favore del padronato) sia sul
piano della politica estera (con l'attiva gestione degli interventi di guerra
nei Balcani e in Afghanistan). Lungi dal rappresentare un'alternativa
antiliberista, esso rappresenta un governo controriformatore, basato su un
liberismo temperato: ciò che spiega sia la crescita della contestazione sociale
delle politiche del governo, sia la crisi drammatica del PCF che sostiene
criticamente quelle politiche. L'aver assunto a riferimento la sinistra plurale
francese è stato tanto più paradossale a fronte del fatto che l'unica sinistra
che oggi cresce in Europa è quell'estrema sinistra francese che si oppone al
governo della sinistra plurale.
Pertanto proprio la profondità della
crisi capitalistica e la svolta storica del nostro tempo ripropone l’attualità
di una rottura strategica col riformismo come fondamento decisivo di una vera
rifondazione comunista. Non solo come recupero della posizione originaria del
marxismo e di rottura reale con la tradizione staliniana. Ma come risposta
necessaria oggi alla barbarie del capitalismo, alla regressione di civiltà che
la sua crisi trascina.
ATTUALITA'
DEL SOCIALISMO
Il
rilancio internazionale di una prospettiva socialista e rivoluzionaria, nella
sua complessità, è il tema centrale, sinora rimosso, dalla rifondazione.
"Un altro mondo è possibile": non come riforma del capitale ma come
alternativa di sistema. come socialismo. Esso non risponde ad una petizione
“ideologica”, né riguarda solamente l’identità dei comunisti: ma invece
risponde all’interesse generale delle classi subalterne, dei popoli oppressi,
della larga maggioranza dell’umanità.
La crisi congiunta di capitalismo e
riformismo rilancia l’attualità storica della prospettiva socialista come unica
via d’uscita dalla crisi dell’umanità.
Nel quadro della crisi capitalistica e
del dominio dell’imperialismo, tutte le questioni decisive che attengono alla
condizione del genere umano e al suo futuro, non solo non possono trovare
soluzione, ma sono destinate ad aggravarsi. Di converso tutte le esigenze e
domande di emancipazione e liberazione cozzano sempre più entro la morsa della
crisi con la proprietà borghese e la natura borghese dello Stato.
Le domande sociali più elementari
(difesa dei salari, salvaguardia o conquista del lavoro, difesa delle
protezioni sociali) si scontrano ovunque, quotidianamente, con gli opposti
imperativi del profitto e della competizione globale.
Le rivendicazioni nazionali dei popoli
oppressi, a partire dal popolo palestinese, confliggono sempre più, tanto più
dopo il crollo dell’URSS, col monopolio del controllo imperialistico sul mondo
e col più stretto allineamento ad esso delle stesse borghesie nazionali dei
Paesi dipendenti.
Le rivendicazioni ambientaliste sono
frustrate dalla crescente assimilazione della natura al mercato capitalistico e
dallo spietato abbattimento dei costi indotto dalla crisi.
Le rivendicazioni di pace e
antimilitariste confliggono più che mai coi venti di guerra del capitale, con
le nuove rincorse coloniali, con il keynesismo militare degli Stati
imperialisti.
Le stesse domande democratiche cozzano
con le restrizioni delle libertà, le nuove spinte xenofobe, l’involuzione del
diritto trascinati dalla crisi sociale e dalle intossicazioni belliciste.
Su ogni terreno e da ogni versante
tutte le petizioni di progresso richiamano oggi obiettivamente un nuovo ordine
del mondo, una nuova organizzazione della società umana, liberata dal
capitalismo e dalle sue compatibilità. Non si tratta di chiedere al capitale di
essere sociale, democratico, ambientalista e pacifico. Si tratta di impugnare
ogni rivendicazione di classe, democratica, ambientalista, di pace, contro il
capitale per il suo rovesciamento.
"Un altro mondo è possibile”. Non
come riforma del capitale, del tutto utopica e impossibile invece. Ma come
socialismo: come abolizione della proprietà capitalistica; come acquisizione
alla proprietà sociale dei mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio;
come organizzazione di una economia mondiale democraticamente pianificata in
cui lo stesso modello di sviluppo possa essere ridefinito in base al primato
della qualità della vita, dei bisogni sociali, della relazione con l’ambiente e
tra i popoli. Nulla è più irrazionale di un sistema economico in cui la
crescita della povertà (recessione e disoccupazione) viene determinata da un
eccesso di ricchezza prodotta (sovrapproduzione). Nulla è più ipocrita di una celebrata
"democrazia" internazionale in cui un pugno di duecento colossi
multinazionali in lotta per il controllo dell'economia del mondo concentra
nelle proprie mani un potere incontrollato e incontrollabile. Solo una
rivoluzione socialista può cancellare queste autentiche mostruosità.
Lo stesso sviluppo impetuoso della
scienza e della tecnica (nel campo dell’informatica, della biotecnologia…) pone
più che mai l’esigenza di un nuovo ordine sociale mondiale. Asservite alla
proprietà privata e agli imperativi del profitto, le innovazioni tecnologiche e
scientifiche, fonte potenziale di nuovi orizzonti di progresso, si tramutano
paradossalmente in strumenti di nuova subordinazione e di nuovo colonialismo
(v. i brevetti).
Peraltro lo stesso indirizzo della ricerca
scientifica e tecnologica, le sue strutture di gestione e finanziamento sono
sempre più incorporati al capitale finanziario e ai consigli d’amministrazione
delle grandi imprese, e quindi subordinati alle leggi capitalistiche. Solo
un’economia democraticamente pianificata può dunque segnare una svolta storica
nel rapporto tra l’umanità e la scienza. Solo abolendo la proprietà privata,
solo affermando il controllo sociale di produttori e consumatori su “cosa,
come, per chi produrre”, in ogni Paese e su scala mondiale; sarà possibile
liberare le straordinarie potenzialità della scienza per la vita della specie.
In definitiva il superamento della
proprietà privata e del mercato - cioè l’essenziale del programma del Manifesto
di Marx ed Engels - resta inevitabilmente un punto centrale della prospettiva
comunista.
Certo: il recupero di questo programma
generale non esaurisce, ovviamente, la rifondazione comunista. Il programma
marxista va infatti continuamente sviluppato, arricchito sulla base dei
mutamenti storici prodottisi e delle grandi esperienze del movimento operaio di
questo secolo. Ma proprio l’aggiornamento del programma presuppone prima di
tutto il suo recupero e il suo riscatto dalle profonde distorsioni di cui è
stato oggetto.
IL
NODO DEL POTERE
Un’economia
democraticamente pianificata presuppone e richiede la conquista del potere
politico da parte delle classi subalterne. Rimuovere la questione del potere,
aggirare la questione della sua conquista e della rottura rivoluzionaria dello
Stato borghese, significa rimuovere, al di là delle parole, la prospettiva
socialista e l'idea stessa di rivoluzione. In questo senso il PRC è chiamato a
superare il richiamo gandhiano alla "non violenza" come proprio
riferimento culturale.
Nell’ultimo decennio diverse tendenze
politico-culturali “neoriformistiche” hanno teso a teorizzare il superamento
degli Stati nazionali e del loro potere come corollario del "nuovo
capitalismo". Ne è scaturita l’esplicita cancellazione del tema stesso del
potere politico e della sua conquista (v. Revelli), in nome del recupero più o
meno aggiornato di antiche suggestioni “cooperativistiche”, quale leva di
“un’altra società possibile”. In realtà queste teorie non solo non sviluppano
il marxismo ma regrediscono a un premarxismo ingenuo, talora subalterno nelle
traduzioni pratiche alle stesse politiche liberiste (v. il ruolo del Terzo
settore come frequente surrogato del servizio pubblico e luogo di
concentrazione di manodopera flessibile).
Invece natura e crisi del capitalismo contemporaneo
e dell’imperialismo ripropongono più che mai il tema dello Stato e del potere
come nodo strategico decisivo. Contro l’ipocrisia ideologica del liberismo, gli
Stati nazionali e i governi borghesi che li gestiscono sono e restano un
supporto decisivo del profitto: sia nella promozione attiva delle politiche di
flessibilità, privatizzazione, compressione salariale e di spesa sociale; sia
nell’espansione abnorme del sostegno finanziario diretto al capitale in crisi
come si evince oggi sempre più scopertamente dal nuovo corso della politica
economica americana. Ma soprattutto la ripresa del militarismo e le politiche
di restrizioni antidemocratiche e di repressione diretta sul versante interno
dell’ordine pubblico -connesse alla crisi di consenso sociale- ripropongono
oggi più che mai il cuore autentico e profondo della natura dello Stato
borghese: quello di “un corpo d’uomini in armi” (Engels) detentore del
monopolio della violenza: contro i popoli oppressi del mondo e contro le classi
subalterne nelle stesse metropoli imperialistiche. L’esperienza della
repressione di Genova ne è un manifesto vissuto. Come lo sono le politiche di
terrore dispiegate dall’imperialismo, in tempi di guerra come “di pace”.
Nessun nuovo ordine sociale, nessun
socialismo, potrà affermarsi all’ombra dell’apparato dominante dello Stato
borghese. Né è pensabile che quell’apparato possa essere strumento delle classi
subalterne nella transizione ad una società di liberi e di eguali. Al contrario
la rottura dell’apparato statale e il suo rovesciamento rappresentano la
condizione necessaria di un processo di liberazione sociale. In questo senso la
rottura dell'apparato statale borghese è il principio fondante della concezione
stessa della rivoluzione. E viceversa l'evocazione della categoria della
rivoluzione fuori dal richiamo strategico alla rottura rivoluzionaria con lo
Stato si riduce ad una "frase scarlatta" priva di ogni contenuto
reale.
Il PRC è dunque chiamato a superare il
richiamo gandhiano alla "non violenza" come principio culturale di
riferimento. In primo luogo questo riferimento, coerentemente assunto,
costituirebbe un atto di rottura con la storia stessa della lotta di classe
come leva universale del progresso: ed in particolare con due secoli di lotta
del movimento operaio e dei popoli oppressi contro il capitalismo e
l'imperialismo. L'esercizio della forza delle classi subalterne ha costituito e
costituisce nella storia del mondo un ricorso spesso insostituibile per
difendere o conquistare libertà democratiche elementari, diritti sindacali,
conquiste sociali, autodeterminazioni nazionali. Equiparare la violenza delle
classi dominanti e la violenza delle classi subalterne in nome di un indistinto
rifiuto della "violenza" in generale, significherebbe attestarsi su
un pacifismo metafisico. Ma soprattutto la metafisica della "non
violenza" costituisce un fattore di rottura con la prospettiva stessa
della rivoluzione. L'apparato dello Stato borghese si è sempre contrapposto e
si contrapporrà sempre con tutti i mezzi disponibili, alla prospettiva di
emancipazione delle classi subalterne. E questo tanto più nell'epoca
dell'imperialismo, del rilancio del militarismo, del diffuso rafforzamento
delle tendenze repressive (v. Genova). Per questo il problema della forza resta
inscritto, in tutta la sua complessità, nell'orizzonte strategico della
rivoluzione. Pensare di eluderlo attraverso il richiamo filosofico alla
"non violenza" significherebbe riproporre vecchie illusioni
riformistiche che grandi masse e i comunisti stessi hanno già pagato a caro
prezzo: come nel Cile del 1973. Forte naturalmente è la denuncia delle teorie e
pratiche del terrorismo, così come, su un piano diverso, di culture e pratiche
violentiste di tipo nichilistico-distruttivo (Black Block). Ma questa denuncia
va mossa non da un'angolazione pacifista, tantomeno da un'identificazione nello
Stato o nella sua azione repressiva, bensì da un'angolazione rivoluzionaria: da
una politica protesa a costruire nelle lotte di classe la consapevolezza
profonda della necessità strategica della rivoluzione come processo di massa, e
proprio per questo irriducibilmente avversa a forme d'azione che invece
rafforzano lo Stato, danneggiano i movimenti, distorcono l'identità stessa
della prospettiva rivoluzionaria nella percezione della maggioranza dei
lavoratori e dei giovani.
RIVOLUZIONE
D'OTTOBRE E DEGENERAZIONE BUROCRATICA
Il
recupero del programma della rivoluzione d'Ottobre è condizione decisiva della
rifondazione. Ciò che è fallito nell'URSS non è la pianificazione economica
dello Stato ma la gestione burocratica dell'economia pianificata. Ciò che è
fallito nell'URSS non è il potere dei lavoratori ma la casta burocratica che
l'ha distrutto.
La rifondazione comunista deve
recuperare a pieno il programma originario della Rivoluzione d’Ottobre.
Ciò che è fallito nell'URSS non è la
pianificazione economica di Stato al posto del mercato capitalistico. Al
contrario l’esproprio della borghesia e la concentrazione nelle mani dello
Stato delle leve della produzione ha garantito a quelle popolazioni grandi
conquiste sociali, non a caso oggi nel mirino della restaurazione
capitalistica. La insospettabile Banca Mondiale oggi dichiara: "La pianificazione ha dato risultati
impressionanti: crescita della produzione, industrializzazione, educazione di
base, cure sanitarie, abitazione e lavoro per l'intera popolazione… Nel sistema
a pianificazione i Paesi del COMECON erano società con alto livello di
educazione… Anche in Cina i livelli dei risultati educativi erano, e sono
ancora, eccezionali se comparati con i Paesi in via di sviluppo… In URSS e nei
Paesi del COMECON le aziende erano spinte ad impiegare il massimo di persone
possibile, e perciò era molto più comune avere scarsità di mano d'opera che
disoccupazione…"
Ciò che è fallita è la gestione
burocratica dell’economia pianificata, che ha espropriato progressivamente i
lavoratori e i loro organismi democratici di ogni funzione di gestione e
controllo, a tutto vantaggio di uno strato sociale privilegiato e parassitario.
Uno strato sociale che ha concluso la sua parabola storica trasformandosi in
agente della restaurazione capitalistica e, quindi, in una nuova classe
borghese sfruttatrice. Un processo che ha confermato la validità dell’analisi
marxista sulla degenerazione dell’URSS così sintetizzata da Trotsky nel 1938: “Il pronostico politico ha un carattere
alternativo: o la burocrazia, diventando sempre di più l’organo della borghesia
mondiale nello Stato operaio, distrugge le nuove forme di proprietà e respinge
il Paese nel capitalismo, o la classe operaia schiaccia la burocrazia e si apre
una via verso il socialismo.” (Programma di transizione).
E ancora: ciò che è fallito in URSS non
è la conquista del potere politico, la rottura della macchina statale borghese,
il potere dei soviet. Ed anzi il superamento rivoluzionario della falsa
democrazia borghese e la costruzione di una democrazia nuova e superiore ha
rappresentato non solo un’esperienza storica straordinaria ma anche un
riferimento decisivo, teorico e pratico, per la stessa nascita del movimento
comunista di questo secolo. Ciò che è fallito al contrario, è il potere di una
burocrazia che ha via via smantellato la democrazia dei soviet e del partito,
trasformando la dittatura del proletariato nella dittatura della burocrazia sul
proletariato. I suoi crimini efferati contro lavoratori e comunisti, nell'URSS
e nel movimento comunista internazionale, non hanno rappresentato una astratta
patologia del "potere" in quanto tale: ma un mezzo brutale di difesa
del privilegio burocratico contro il programma originario della rivoluzione
d'Ottobre. Per questo rimuovere la categoria stessa della conquista
rivoluzionaria del potere politico nel nome della "rottura con lo
stalinismo" significherebbe paradossalmente celebrarne, di fatto, la
vittoria postuma.
Occorre invece trarre le lezioni
dall'esperienza dell'URSS, rilanciando il programma fondamentale di Lenin e
Trotsky e, in Italia, di Gramsci: quello che combina l’abolizione della
proprietà borghese con la costruzione di un nuovo potere, della democrazia dei
consigli. Una democrazia che ridefinisce natura e soggetto del potere, supera
la scissione tra masse e istituzioni, abolisce i privilegi dei rappresentanti
eletti, sancisce la revocabilità permanente di questi ultimi. Una democrazia
che supera e rimuove quella rete di poteri legali e illegali, palesi e occulti,
che restano il cuore di ogni democrazia borghese come strumento di
intimidazione permanente contro i lavoratori. Una democrazia, infine, che è
superiore proprio perché supera e rimuove la separatezza burocratica dello
Stato borghese e perché coniuga il rispetto del pluralismo politico con il
carattere pubblico della proprietà.
In definitiva, dal fallimento dello
stalinismo occorre uscire non in direzione di un "socialismo di sinistra"
riformistico-pacifista, ma nella direzione opposta della rifondazione comunista
rivoluzionaria.
CENTRALITA'
STRATEGICA DELLA CLASSE OPERAIA
La
classe operaia e il mondo del lavoro, nella sua nuova composizione ed
estensione, rappresenta il soggetto centrale di una prospettiva socialista. La
crisi di egemonia del liberismo e l'affacciarsi di una giovane generazione di
lavoratori segnano l'attuale disgelo delle lotte, che conferma e rilancia le
grandi potenzialità del movimento operaio. A sua volta la classe lavoratrice
potrà assolvere il ruolo storico di “classe generale” solo ricomponendo su un
terreno anticapitalistico l’insieme delle domande di emancipazione e
liberazione.
Nell’ultimo decennio in particolare,
più in generale negli ultimi vent’anni, sullo sfondo dell’avanzata
capitalistica i circoli dominanti internazionali hanno dispiegato una vasta
offensiva politico-culturale tesa ad affermare la crisi strutturale o la
"scomparsa" della classe operaia. Non solo la socialdemocrazia
internazionale, ma vasti settori politici e intellettuali della stessa
“sinistra critica” hanno accolto e riproposto, in forme diverse, questa
leggenda. Lo stesso nostro partito, che pur ha respinto giustamente le
conclusioni ultime di quella impostazione non ha sviluppato contro di essa una
controffensiva adeguata.
La realtà mondiale smentisce
radicalmente la propaganda dominante. Lungi dal registrare la scomparsa o il
ridimensionamento della classe lavoratrice, lo scenario mondiale è segnato da
un vasto processo di proletarizzazione che accresce complessivamente la massa
sociale del lavoro dipendente modificando al tempo stesso la sua composizione.
Nei paesi imperialistici la riduzione del livello di concentrazione della
classe operaia industriale, colpita da una vasta offensiva capitalistica, si
combina con processi di proletarizzazione di vasti settori impiegatizi nel
campo dell’istruzione, dei servizi, dei trasporti, delle assicurazioni e del
credito, delle comunicazioni, e con una integrazione nel lavoro salariato, nella
forma particolarmente oppressiva del precariato, di settori crescenti di
giovani disoccupati. Gli stessi rapporti di lavoro para-subordinato formalmente
autonomo sono di fatto espressioni di lavoro salariato. Nei paesi dipendenti lo
stesso processo internazionale di decentramento produttivo determina una
massiccia concentrazione di classe operaia industriale, spesso sottoposta ai
più classici meccanismi di sfruttamento taylorista. Complessivamente dunque la
stessa classe operaia dell’industria conosce sul piano mondiale un’indubbia
estensione.
Ugualmente infondata è la teoria della
crisi di ruolo della classe operaia e della marginalizzazione della lotta di
classe. La contraddizione tra capitale e lavoro permea come non mai tutti gli
ambiti della società capitalistica contemporanea. Da un lato la crisi
capitalistica spinge le classi dominanti ad una continuità della propria
offensiva centrale contro il lavoro, al di là di ogni variazione del ciclo
economico congiunturale. Dall’altro lato il mondo del lavoro, che pur ha subito
ripetute sconfitte e un arretramento profondo negli anni 80 e 90, conserva un
gigantesco potenziale di lotta: nessuna delle principali sconfitte subite negli
ultimi vent’anni è stata determinata di per sé dalla cosiddetta "crisi strutturale
della classe lavoratrice" bensì dalle responsabilità politiche e sindacali
delle sue burocrazie dirigenti. Certo ogni volta la sconfitta subita, con
l'arretramento sociale e gli effetti di demoralizzazione che ne conseguivano si
rifletteva sui rapporti di forza e spesso indirettamente sulla composizione
sociale proletaria. Ma non era quest'ultima a determinarla, semmai ne era in
larga parte determinata. La lotta di classe, entro la contraddizione tra
capitale e lavoro, resta dunque più che mai l’asse centrale di formazione,
scomposizione, ricomposizione dei blocchi sociali e dei rapporti di forza in
ogni paese capitalistico e su scala internazionale.
Peraltro contro ogni profezia
disfattista (v. Marco Revelli), la tendenza alla ripresa del movimento di classe
segna oggi, in forme diverse, larga parte del quadro mondiale. Già negli anni
90, pur in un contesto complessivamente negativo, le mobilitazioni operaie
sviluppatesi nell’Europa capitalista (Italia '94 e Francia '95) e in Asia
(Corea '95) indicavano le potenzialità dell’azione sociale concentrata e di
massa del movimento operaio, smentendo radicalmente le tesi sociologiche di
tanta parte della letteratura “postfordista”. Oggi l’affacciarsi di una nuova
generazione operaia su scala internazionale si accompagna ad una ripresa più
visibile e diffusa delle lotte dei lavoratori. Il “disgelo” è un fenomeno
mondiale ed ha una base materiale profonda: la crescente crisi di egemonia
delle politiche liberiste, dopo vent’anni, presso la maggioranza della popolazione
mondiale. Le classi dominanti hanno accresciuto per vent’anni il proprio potere
sui lavoratori e il proprio dominio nella società: ma a scapito del consenso
sociale. Il loro potere è aumentato, la loro egemonia si è ridotta. Ed oggi la
crisi di egemonia della borghesia internazionale alimenta una nuova reazione di
lotta che trova nei giovani lavoratori la propria leva naturale. Milioni di
giovani lavoratori e lavoratrici non si rassegnano più ad un futuro peggiore di
quello dei loro padri. Ed il capitale in crisi non ha nulla da offrire loro se
non un peggioramento ulteriore delle condizioni di lavoro e di vita. Questa
contraddizione segnerà nel profondo tutta la prossima fase storica. Il rilancio
e l’estensione delle mobilitazioni di classe, al di là delle imprevedibili
dinamiche contingenti e dei possibili riflussi temporanei, tenderà a pervadere
lo scenario internazionale.
Il rilancio di una prospettiva
socialista e rivoluzionaria può e deve trovare la propria radice centrale in
questa ripresa del movimento operaio internazionale, quale soggetto centrale
dell'alternativa anticapitalistica.
Ciò non significa né deve significare
un ripiegamento "operaistico-sindacalistico". Il movimento operaio
internazionale potrà configurarsi come leva centrale di un’alternativa
rivoluzionaria alla condizione di non limitarsi ad una pura azione sindacale o
di fabbrica: ma ricomponendo su un terreno anticapitalistico e di classe
l’insieme delle domande di emancipazione e liberazione, l’insieme dei soggetti
portatori di tale domande su scala mondiale.
Sotto questo profilo le cosiddette
teorie del "policentrismo" (abbracciate dallo stesso PRC), che
assimilano la contraddizione tra capitale e lavoro all'insieme indistinto delle
altre contraddizioni (ambientali, di pace, di genere…), capovolgono il nodo
strategico reale. Non si tratta di accostare alla "cultura di classe"
la "cultura ambientale", la "cultura di genere", la
"cultura di pace" spesso assunte nella loro espressione ideologica
neoriformistica. Si tratta, all'opposto, di sviluppare l'egemonia
anticapitalistica e di classe sul terreno dell'ambiente, della pace, della
liberazione della donna, entro un processo di ricomposizione unificante per
l'alternativa di sistema.
MOVIMENTO
ANTIGLOBALIZZAZIONE
L'affacciarsi
di una giovane generazione sul terreno della lotta (movimento
antiglobalizzazione), ripropone tanto più oggi l’attualità del rilancio di una
prospettiva storica rivoluzionaria. La conquista della giovane generazione alla
prospettiva socialista è un compito difficile ma decisivo della Rifondazione.
La nascita e lo sviluppo del movimento
antiglobalizzazione su scala mondiale non è separato dalla ripresa della lotta
di classe. Riflette la stessa crisi di egemonia del liberismo che alimenta la
ripresa delle lotte sociali. Così come riflette quello stesso risveglio di ampi
settori di giovani, che segna la svolta nella mobilitazione dei lavoratori. La
stessa composizione sociale del movimento è spesso segnata da un’ampia presenza
di giovani precari.
Ma l’importanza del movimento
antiglobalizzazione non è data solo dal sintomo che riflette, ma dalle
conseguenze che produce. Le mobilitazioni massicce contro i vertici
capitalistici internazionali, lungo l’itinerario di Seattle, Praga, Nizza,
Genova, hanno mostrato con grande potenza simbolica alle classi subalterne del
mondo intero che le politiche dominanti possono essere contestate, che una
massa crescente di giovani ne fa oggetto di una aperto rifiuto. Questo fatto ha
favorito un consenso largo e diffuso attorno alle ragioni del movimento, un
salto netto della sensibilità critica antiliberista di ampi settori di massa;
un incoraggiamento obiettivo alla stessa ripresa di lotta della classe operaia
in molti paesi. Peraltro in diversi Paesi, le mobilitazioni antiglobalizzazione
hanno visto, in forme diverse, la partecipazione diretta di settori di classe e
di loro organizzazioni sindacali e/o politiche. Più in generale il movimento
antiglobalizzazione ha capitalizzato e incanalato in un quadro largo tutte le
istanze di contestazione dell’attuale ordine del mondo (sociali, democratiche,
ambientali, di pace) da un lato riflettendo, dall’altro incentivando un
mutamento diffuso della percezione pubblica del capitalismo. Le potenzialità
anticapitaliste di questo movimento, per quanto latenti, sono dunque di grande
rilevanza.
Tuttavia limitarsi alla lode del
movimento antiglobalizzazione o addirittura promuovere un culto della sua
spontaneità, come di fatto fa oggi il nostro partito, costituisce un errore
profondo. Decisiva infatti è e sarà la direzione di marcia del movimento, in
ordine agli orientamenti programmatici che vi prevarranno, alle scelte
politiche che ne derivano, al segno di egemonia sociale che esse riflettono.
Larga parte delle culture oggi egemoni
nel movimento antiglobalizzazione internazionale sono di tipo neoriformistico.
Non si tratta di “disprezzarle” ma di coglierne la radice storico/sociale e la
ricaduta profondamente negativa per le ragioni del movimento stesso. Sullo
sfondo dell'arretramento del movimento operaio degli anni '80-'90, entro una
situazione storica segnata congiuntamente dalla crisi di egemonia del liberismo
e dalla crisi di credibilità del "socialismo" (nella sua
rappresentazione storica ereditata) si è determinato un vasto campo di sviluppo
di culture “critiche” del capitalismo ma non anticapitaliste: di culture e
“programmi” tesi a ricercare un altro mondo possibile entro il capitalismo e
non in alternativa ad esso.
Queste culture politiche non sono
omogenee ed anzi sono segnate da differenze profonde: comprendono tendenze
apertamente collaborative con forze e istituti del capitalismo mondiale in una
logica di pressione critica sul loro operato; tendenze neokeynesiane votate
alla ricerca di una razionalizzazione antispeculativa del capitale (v. i
vertici di ATTAC); tendenze basate sulle esperienze di terzo settore e sul
recupero culturale di antiche suggestioni cooperativistiche (neoproudhoniane);
tendenze anarco/ribelliste portatrici di una sorta di “neo-luddismo ” (Black
block). Ma il loro tratto comune è o la ricerca illusoria di un capitalismo
“equo”, o la rivendicazione di un proprio spazio antagonistico all'interno del
capitalismo: comunque la negazione di una prospettiva socialista e della
centralità della contraddizione tra capitale e lavoro come leva di
un’alternativa sociale. In questo senso tali culture minacciano di deviare
l’anticapitalismo latente del movimento e i sentimenti antiliberisti di milioni
di giovani verso un orizzonte al tempo stesso utopico e subalterno: ostacolando
obiettivamente lo sviluppo della coscienza politica del movimento e la sua
convergenza di lotta con la classe operaia internazionale e con i movimenti di
liberazione dei popoli oppressi.
I comunisti debbono radicarsi a fondo
nel movimento antiglobalizzazione, partecipare attivamente alla sua costruzione
e alle sue strutture, legarsi profondamente ai sentimenti di massa
antiliberisti, cogliendone le straordinarie potenzialità: ogni atteggiamento di
distacco, di sufficienza dottrinaria verso il movimento va contrastato
apertamente. Ma la lotta contro le posizioni riformiste, per un’egemonia
alternativa è la ragione stessa della presenza dei comunisti nel movimento.
Egemonia non è né predicazione ideologica né imposizione burocratica: egemonia
è lotta aperta per la conquista politica e ideale del movimento a un programma
anticapitalista; per collegare tutte le ragioni di fondo che il movimento
esprime, nel vivo della sua esperienza quotidiana (ragioni sociali, ambientali,
democratiche, di pace) alla prospettiva socialista; per ricondurre di
conseguenza tutte le istanze di fondo del movimento all’incontro strategico con
la classe operaia. L’affermarsi nel movimento antiglobalizzazione di
un’egemonia anticapitalistica della classe operaia, quale soggetto centrale di
un blocco storico alternativo su scala mondiale, è tanto più oggi una esigenza
vitale per il movimento stesso. Il nuovo scenario di guerra imperialistica pone
il movimento di fronte a una prova impegnativa che richiede un salto di
coscienza politica e di orizzonte. Lo scontro tra imperialismi e popoli
oppressi tenderà ad aggravarsi. Lo scontro di classe sul fronte interno tenderà
ovunque ad inasprirsi. Il movimento non può più vivere di iniziative
simboliche, di critiche intellettuali delle ingiustizie del mondo, di ricette
accademiche utopiche o minimali, senza rischiare di logorare la propria forza.
Né può affidarsi ad una pratica generica di "disobbedienza". Una
pagina del movimento si è in ogni caso chiusa. E’ necessaria una scelta chiara
di collocazione sociale e di orizzonte strategico in ogni paese e su scala
mondiale. Non è sufficiente una critica del liberismo senza schierarsi
apertamente a fianco dei lavoratori e delle loro lotte. Non è sufficiente una
critica dei poteri dominanti del mondo senza schierarsi al fianco dei popoli
dominati. Su ogni terreno l’alternativa tra opzioni riformiste e
anticapitaliste, pacifiste o antimperialiste, sarà posta dai fatti nel
dibattito stesso del movimento.
I comunisti possono e debbono
impegnarsi su un terreno più difficile ma più avanzato perché un ampio settore
della giovane generazione maturi una coscienza politica rivoluzionaria e di
classe. Per questo la costruzione di una tendenza rivoluzionaria internazionale
nel movimento antiglobalizzazione è tanto più oggi una necessità inaggirabile.
PROGRAMMA
TRANSITORIO
La
stessa ricomposizione del blocco sociale alternativo richiede l’elaborazione di
un sistema di rivendicazioni e di un metodo che sappiano connettere gli
obiettivi immediati dell'azione alla prospettiva unificante dell’alternativa
anticapitalistica. Superando quelle concezioni neoriformistiche che, in forme
diverse, ripropongono la vecchia separazione tra “programma minimo” (obiettivi
immediati) e “programma massimo” (socialismo), cara alla II Internazionale di
fine Ottocento inizio Novecento e contro la quale nacque il movimento
comunista.
La svolta d’epoca attuale rende del
tutto improponibile la vecchia separazione tra programma minimo e programma
massimo del movimento operaio. Entro la crisi capitalistica ogni obiettivo
immediato, ogni reale movimento di massa tende a cozzare con le ristrette
compatibilità del capitale. Mentre la coscienza politica delle masse e dei loro
stessi movimenti di lotta, tanto più dopo le sconfitte subite, è profondamente al
di sotto delle implicazioni oggettive delle loro esigenze.
Questa contraddizione di fondo
riattualizza la concezione comunista del programma di transizione: di un
programma che sia capace di individuare un ponte tra coscienza attuale delle
masse e necessità della rottura anticapitalistica.
Il programma transitorio non può
ridursi ad uno schema scolastico e rigido. Ed anzi per sua stessa natura esso
richiede un’articolazione duttile, capace di rapporto con la concreta dinamica
della lotta di classe. Ma l’essenziale è il suo metodo: è la riconduzione agli
scopi rivoluzionari di tutta la politica quotidiana, in ogni ambito di
insediamento sociale, territoriale, sindacale, fuori da ogni logica
settorialista, localista o sindacalista. Proprio per questo non si può
richiedere a un programma di transizione il rispetto delle compatibilità: al
contrario esso si fonda sul presupposto che le esigenze generali delle masse
sono, in questa epoca di crisi, incompatibili con la struttura capitalistica
della società.
Oggi l'aggravarsi della crisi
capitalistica mondiale, il riemergere su scala internazionale di una diffusa
spinta di classe, l'affacciarsi del movimento antiglobalizzazione, definiscono
un nuovo quadro di riferimento per l'articolazione di un programma transitorio:
non come astratta accademia ma in risposta ai nuovi livelli di scontro sociale
e alle nuove domande che milioni di giovani si pongono.
Sul versante centrale della lotta di
classe l'aggravarsi della crisi capitalistica pone l'esigenza obiettiva di un
più elevato livello di risposta: sia in relazione all'unificazione
internazionale delle lotte, sia in rapporto al programma d'azione del movimento
operaio internazionale.
Le rivendicazioni tradizionali,
cosiddette difensive, attorno ai temi della salvaguardia dei salari, del posto
di lavoro, delle protezioni sociali, conservano naturalmente, tanto più oggi,
tutta la loro immediata centralità. Ma domandano un riferimento unificante e di
prospettiva, che metta apertamente in discussione le basi capitalistiche della
regressione sociale e indichi un'alternativa complessiva. Per esemplificare:
a) L'attacco internazionale
all'occupazione ripropone in tutta la sua valenza storica l'obiettivo della
riduzione generale dell'orario di lavoro per l'intera classe lavoratrice
mondiale, fuori da ogni logica di negoziazione con la flessibilità e
interamente pagata dai profitti. Non si tratta di ridurre la tematica
dell'orario a semplice rivendicazione sindacale o, peggio, di affidarla a
governi borghesi presunti "riformatori", ma invece di assumerla come
obiettivo generale anticapitalistico. "Il lavoro che c'è va distribuito
fra tutti sino al completo assorbimento dei disoccupati": questa
rivendicazione di scala mobile delle ore di lavoro prefigura in definitiva
un'organizzazione socialista dell'economia basata su un principio di
razionalità elementare che l'irrazionalità del capitalismo ignora. Per questo
essa va posta con forza nella giovane generazione operaia internazionale: come
strumento di esemplificazione "popolare" di un'alternativa di
sistema.
b) La precarizzazione mondiale del
lavoro, come asse strategico dell'attacco capitalistico, richiede una risposta
generale di carattere internazionale. Una pura attestazione difensiva categoria
per categoria, Paese per Paese; logiche di negoziazione e scambio tra
"lavoro minimo" e sussidio (work to welfare); rappresentano forme
diverse di accettazione del terreno posto dall'avversario. I comunisti debbono
invece avanzare, in ogni Paese, un complesso di rivendicazioni unificanti:
l'abolizione di tutte le leggi di precarizzazione e discriminazione del lavoro,
a partire dal principio universale "a parità di lavoro parità di
salario"; un salario minimo garantito intercategoriale per tutti i
lavoratori e le lavoratrici, al di là di ogni barriera nazionale, settoriale,
aziendale; un salario garantito ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima
occupazione, fuori da ogni scambio col lavoro "minimo" (cioè
precario). L'insieme di queste rivendicazioni non solo indica un possibile terreno
di ricomposizione strategica tra lavoratori e disoccupati, ma perciò stesso
cozza frontalmente con le politiche strutturali del capitale internazionale in
crisi, assumendo tanto più oggi un'obiettiva valenza anticapitalistica.
c) La chiusura di aziende e le relative
espulsioni di mano d'opera, portato naturale della crisi capitalistica e dei
processi di ristrutturazione indotti dalla competizione globale pone un
problema centrale di orientamento del movimento operaio. La moltiplicazioni di
azioni di resistenza, in ordine sparso, o, peggio, la logica delle burocrazie
sindacali di svendita negoziata e "ammortizzata" dei posti di lavoro,
azienda per azienda, settore per settore, hanno accompagnato in questi anni nei
vari Paesi il processo di arretramento del movimento operaio, delle sue
conquiste sindacali, della sua stessa forza sociale. E' decisiva l'unificazione
internazionale delle lotte di resistenza attorno a un possibile obiettivo
unitario da perseguire in ogni Paese: la nazionalizzazione, senza indennizzo, e
sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici delle industrie che
licenziano. In Francia, attorno al caso Danone, settori rilevanti di giovane
generazione operaia hanno impugnato in manifestazioni di massa questa
rivendicazione elementare: "licenziare i licenziatori". I comunisti
possono e debbono assumerla e rilanciarla come indicazione esemplare: che lega
la domanda concreta e drammatica della difesa del lavoro alla messa in
discussione della proprietà capitalista.
Più in generale, questo metodo
transitorio può e deve rispondere da un versante di classe all'insieme delle
domande emergenti dai nuovi movimenti e dalla giovane generazione,
riconducendole sempre alla questione decisiva della proprietà e del potere. Ad
esempio:
1) La domanda di protezione sanitaria,
di sicurezza alimentare, di risanamento e qualità ambientale è espressa
dall'insieme del movimento antiglobalizzazione internazionale e incontra un
sostegno vastissimo nell'opinione pubblica dei lavoratori e dei consumatori.
Eppure la risposta programmatica che le leadership egemoni del movimento danno
ai problemi che esse stesse denunciano resta interna ad una logica riformista:
campagne di educazione pubblica della proprietà a "comportamenti
umanitari", campagne anti-marchio, di boicottaggio, di "consumo
critico". L'elemento comune di tali proposte che pure racchiudono una
critica positiva del profitto, è la rimozione strategica del nodo della
proprietà e della lotta di classe. E questo le condanna ad un vicolo cieco
strategico che contrasta con la loro apparente concretezza o visibilità
mediatica. La stessa Naomi Klein riconosce esplicitamente questa impasse con
grande onestà intellettuale (v. "No Logo"). I comunisti devono allora
elevare nel movimento l'ordine di riflessione e di indirizzo ricollocando le
tematiche poste sul terreno degli obiettivi anticapitalisti. Ad esempio:
a) L'apertura dei libri contabili delle
industrie farmaceutiche e delle industrie alimentari, perché siano aboliti quei
segreti commerciali, industriali, finanziari che nascondono alla società le
speculazioni del profitto.
b) La rivendicazione della
nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo sociale delle industrie
farmaceutiche, agroalimentari e inquinanti a partire dai grandi colossi monopolistici
dei rispettivi settori: perché salute e alimentazione, beni elementari della
vita, siano recuperati al controllo pubblico.
c) L'abolizione dei brevetti: perché i
brevetti sono un sequestro per il profitto di pochi di scoperte utili o
decisive per la vita di tutti; la loro abolizione è condizione decisiva per un
controllo e uso sociale della scienza.
2) La domanda di pace e antimilitarista
sarà alimentata sempre più dalla prevedibile piega degli avvenimenti mondiali.
Anche su questo terreno l'impostazione pacifista delle leadership egemoni del
movimento, oltre a rimuovere la dimensione antimperialista e ad avallare la
funzione dell'ONU rimuove ogni terreno programmatico di fondo che leghi
l'istanza di pace alla lotta per l'abbattimento degli interessi capitalistici
che sospingono la guerra. I comunisti devono muovere invece da un'angolazione
opposta. Oggi lo sviluppo dell'industria bellica e il suo crescente livello di
concentrazione capitalistica (in USA, in Europa, in Giappone) è sospinto sia dal
rilancio imperialistico, sia dalla ripresa del keynesismo militare in funzione
anti-crisi. Nella più ampia mobilitazione unitaria contro la guerra, si tratta
allora di porre apertamente la questione dell'industria militare e degli
interessi di guerra avanzando rivendicazioni conseguenti:
a) L'apertura dei libri contabili delle
industrie di guerra e delle attività connesse alle speculazioni di guerra:
perché l'intera società ha diritto di vedere e di leggere i cinici
arricchimenti di tanti capitalisti "patrioti" grazie ai bombardamenti
umanitari sulle popolazioni povere del pianeta.
b) La nazionalizzazione senza
indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori dell'industria militare: perché
è condizione elementare di igiene sociale oltre che di una possibile riconversione
a produzioni civili con piena garanzia per l'occupazione dei lavoratori.
3) La lotta contro la povertà dei
cosiddetti Paesi del Terzo mondo è uno degli elementi di massima attenzione e
aggregazione nel movimento antiglobalizzazione su scala mondiale. Ma un
significativo settore dell'intellettualità dirigente del movimento propone una
visione riduttiva del problema e soprattutto suggerisce terapie devianti. O
soluzioni regressive di tipo precapitalistico, che indipendentemente dal loro
dubbio realismo finirebbero addirittura col peggiorare le condizioni di vaste
masse (v. le soluzioni neo-protezionistiche di Latouche); o soluzioni
velleitarie per di più integrabili e in parte integrate in modo subalterno
nell'economia capitalistica (v. il commercio equo e la finanza equa); oppure
ancora politiche di compromesso negoziale con l'imperialismo (come il sostegno
alla negoziazione del debito da parte di Giubileo 2000). I comunisti, nel
mentre costruiscono una sintonia profonda con la sensibilità di milioni di
giovani impegnati nella lotta alla povertà, possono e debbono contrastare
queste false soluzioni, avanzando, entro una prospettiva generale di
riorganizzazione socialista dell'economia del mondo, precise rivendicazioni
transitorie:
a) l'abolizione reale e totale del
debito pubblico dei Paesi dipendenti: perché se il debito è un cappio al collo
di quei Paesi la sua negoziazione si rivela un secondo cappio, attraverso lo
scambio tra riduzione del debito e certezza del pagamento, tra riduzione del debito
e cessione di pacchetti azionari strategici (come la stessa Susan George ha
dovuto riconoscere).
b) L'esproprio sotto il controllo dei
lavoratori e dei consumatori dei 200 colossi multinazionali che sono al vertice
dell'economia mondiale: perché sono gli agenti diretti e i massimi beneficiari
delle politiche di rapina e di saccheggio internazionale. Non vi sarà alcun
riscatto dalla povertà, nessun nuovo modello di economia sostenibile nel mondo,
senza rimuovere l'enorme potere di quei colossi. Paese per Paese va sviluppata
una vasta campagna per l'apertura dei loro libri contabili, la trasparenza dei
loro conti bancari, la nazionalizzazione dei loro beni.
LIBERAZIONE
DELLA DONNA
La
Rifondazione può e deve recuperare la tematica decisiva della liberazione della
donna, entro la prospettiva del comunismo. Contro ogni sua riduzione
economicistica così come, all'opposto, contro ogni sua deriva idealistica.
Contro ogni sua riduzione
economicistica, la rifondazione deve riconoscere apertamente la specificità dell’oppressione
femminile, che per le donne proletarie si somma allo sfruttamento di classe.
Un’oppressione che, attraverso la schiavitù domestica, è organicamente
funzionale alla riproduzione capitalistica.
Al tempo stesso la rifondazione è
chiamata a criticare e respingere le teorie idealistiche oggi presenti in una
parte rilevante del pensiero femminista che concepiscono l’oppressione
femminile come fatto dovuto all’imposizione da parte dell’uomo sulla donna del
proprio codice simbolico. Questa tesi, che rimuove l’origine storica (comunque
complessa) dell’oppressione femminile per attribuirla ad una radice in ultima
analisi biologica, spesso riduce la liberazione della donna ad una rivoluzione
simbolica e culturale (la riappropriazione del proprio linguaggio rimosso)
separandola di fatto da un contenuto sociale, e prescindendo in tal modo da un
terreno concreto di lotta.
Al contrario, il rilancio di una
prospettiva di liberazione della donna è inseparabile da una lettura di classe
del mondo contemporaneo. La crisi congiunta di capitalismo e riformismo si
scarica con raddoppiata violenza sulla condizione delle donne. Nei paesi
imperialisti disoccupazione di massa, precariato, flessibilità, privatizzazione
dei servizi, riguardano spesso prima di tutto la popolazione femminile. Nei
Paesi dell'Europa orientale, sottoposti all'introduzione brutale delle leggi
del mercato, si registra un drastico abbassamento del livello di vita delle
donne. Nei Paesi del cosiddetto Terzo e Quarto mondo, guerre e miseria provocate
e fomentate dalle politiche neocolonialiste dell'occidente, aggravate dal
fondamentalismo religioso dei Paesi a regime teocratico (Iran e Afghanistan…)
rendono la condizione della donna letteralmente disumana. Le donne immigrate in
particolare rappresentano internazionalmente l'anello più debole della catena
dell'oppressione femminile. Ovunque l’arretramento del movimento operaio
trascina con sé conquiste sociali e democratiche delle donne, strappate nella
precedente fase di ascesa. E la distruzione di tali conquiste ha esteso e
acuito l’oppressione femminile nella sua stessa specificità.
Non a caso oggi, mentre procede lo
smantellamento dei sistemi pubblici di wellfare, conosce un forte rilancio
l’ideologia familistica che esalta la “naturale” vocazione femminile per il
lavoro di cura, allo scopo di scaricare di nuovo sulle donne il peso delle
persone inferme, anziane, disabili, ecc. di cui si vuole sgravare il bilancio
pubblico e in ultima analisi l’impresa.
Proprio per queste molteplici ragioni
la svolta d’epoca di fine secolo rilancia lo stretto vincolo tra liberazione
delle donne e alternativa anticapitalistica.
La ripresa di un forte movimento di
liberazione della donna su scala internazionale, che intrecci rivendicazioni
democratiche e di genere e lotta all’oppressione sociale, è una componente
decisiva del rilancio di una prospettiva socialista. Al tempo stesso solo una
prospettiva socialista, che spezzi il dominio del capitale nel mondo, può
creare le condizioni necessarie, non sufficienti, per un’effettiva liberazione
delle donne dalla loro specifica oppressione. Per questo liberazione della
donna e lotta di classe sono inscindibili nell'ottica della prospettiva
rivoluzionaria.
Duplice è allora il compito della
Rifondazione: sviluppare nel movimento operaio la coscienza dell'essenzialità
della liberazione della donna contrastando ogni forma di pregiudizio;
sviluppare nel movimento delle donne la consapevolezza della centralità della
lotta di classe e del movimento operaio come riferimento strategico per la
propria liberazione: promuovendo in questa prospettiva il massimo impegno nella
lotta quotidiana delle donne per la difesa e l’ampliamento dei propri diritti
sociali e di genere.
INTERNAZIONALE
COMUNISTA
La
rifondazione comunista si presenta più che mai come necessità internazionale:
come rifondazione di un'internazionale comunista basata sul programma del
marxismo rivoluzionario, capace di raggruppare su questo programma tutte le
organizzazioni e correnti rivoluzionarie del movimento operaio e
antimperialista del mondo.
L'approfondirsi della crisi sociale e
politica mondiale e l'attualità storica della prospettiva socialista quale
unica risposta reale e progressiva; lo scarto ampio tra le potenzialità
anticapitaliste inscritte nella ripresa dei movimenti e i limiti della loro
coscienza politica, ripropongono oggi più che mai come questione centrale la
prospettiva della rifondazione di un'internazionale comunista rivoluzionaria:
quale strumento indispensabile di direzione alternativa, di sviluppo della
coscienza politica di massa, di ricomposizione anticapitalistica
dell'avanguardia.
Il movimento marxista si è sempre
concepito come movimento internazionale non solo sul piano della prospettiva
strategica ma anche sul piano organizzativo. Proprio il carattere
internazionale del programma comunista fondava necessariamente il carattere
internazionale del partito dei comunisti. Già il Manifesto di Marx ed Engels
del 1848 fu redatto quale piattaforma internazionale di un'associazione
internazionale di lavoratori (Lega dei Comunisti). Così il carattere
internazionale del partito fu riaffermato con la I Internazionale (1864-1876) e
con la II Internazionale (nata nel 1889). La deriva riformista di quest'ultima,
culminata nell'appoggio ai crediti di guerra da parte della sua maggioranza
(1914), fu contrastata dalla sinistra rivoluzionaria dell'Internazionale
(guidata da Lenin, Trotsky, Luxemburg, Liebnecht) che già nel 1915 lanciò la
prospettiva di una nuova internazionale rivoluzionaria: quella Terza Internazionale
comunista che sarà formalmente costituita dopo la vittoria della rivoluzione
russa (salutata da Lenin come "iniziò della rivoluzione mondiale").
Lo stalinismo ruppe radicalmente con la
tradizione internazionale del marxismo rivoluzionario: con la sua tradizione
programmatica e, quindi, con la sua tradizione organizzativa. A partire
dall'inedita teoria antimarxista del "socialismo in un solo Paese"
-espressione ideologica degli interessi di un nuovo strato sociale burocratico-
lo stalinismo condusse l'Internazionale prima alla collaborazione di classe e
di governo con le "borghesie progressiste" (i "fronti
popolari"), poi al suo scioglimento formale nel 1943. La rappresentazione
dello stalinismo come una sorta di fondamentalismo dogmatico marxista
-rappresentazione prevalente nella maggioranza uscente del PRC- si rivela
dunque, anche da questo versante, l'esatto capovolgimento della verità storica.
Oggi non c'è rottura vera e profonda
con lo stalinismo senza recuperare la prospettiva dell'internazionale comunista
come partito mondiale della classe lavoratrice. Il rifiuto di assumere questa
prospettiva, persino come terreno di discussione, ha rappresentato e
rappresenta un errore profondo della maggioranza dirigente del PRC. Sia che il
rifiuto muova da culture di tipo "campista", che assumono come asse
di prospettiva internazionale l'alleanza inter-statuale
"antimperialista" tra Russia, Cina e India, prospettiva del tutto
priva di una base di classe e radicalmente smentita dalla presente guerra. Sia
che il rifiuto muova -come prevalentemente avviene- dalla sovrapposizione di
vecchie posizioni della socialdemocrazia di sinistra (i "governi
riformatori") con vecchie suggestioni della "nuova sinistra"
antileninista, così da combinare l'enfasi movimentista con il sostegno al
governo Jospin.
In realtà solo una svolta strategica e
programmatica del PRC può recuperare la prospettiva dell'internazionale: una
prospettiva che è parte ineliminabile della rifondazione. L'internazionale per
cui lavorare non può che essere un raggruppamento ampio e democratico ma su
chiare basi politiche. Come affermava Lenin: "senza teoria rivoluzionaria
non c'è movimento rivoluzionario". Un'internazionale comunista non potrà
quindi che basarsi sulla teoria e sulle posizioni programmatiche del marxismo
rivoluzionario, posizioni sostenute in particolare nel loro sviluppo storico,
dai grandi teorici del marxismo: Marx, Engels, Lenin, Trotsky, Luxemburg e, in
Italia, Gramsci. Posizioni teoriche e programmatiche che vanno ovviamente
sempre aggiornate sulla base dell'evoluzione storica, ma come dichiarava
Gramsci "sulle loro proprie basi" e non contro di esse.
La difficoltà della rifondazione di
un'internazionale rivoluzionaria su base ampia è stata documentata
dall'esperienza storica di decenni. Ma questa difficoltà non deve costituire
una remora bensì uno stimolo a perseguire tale prospettiva, tanto più nel
contesto storico nuovo che si dischiude, certo complesso ma anche ricco di
nuove potenzialità.
Dopo il crollo dell'URSS vasti processi
di ricomposizione investono le rappresentanze politiche del movimento operaio.
Le vecchie direzioni del movimento operaio e antimperialista hanno fatto
completa bancarotta, documentata una volta di più dal dramma della guerra. La
crescente ribellione delle classi subalterne e dei giovani del mondo contro
l'attuale ordine internazionale pone tanto più oggi l'esigenza di un punto di
riferimento rivoluzionario. Al "capitale globale" può e deve
contrapporsi il partito globale della classe operaia e della sua avanguardia.
Il PRC deve dunque avanzare al più
presto una proposta di discussione organizzata finalizzata al raggruppamento
internazionale, sulle basi indicate, dell'insieme delle organizzazioni e
correnti rivoluzionarie del movimento operaio ed antimperialista del mondo.
IMPERIALISMO
ITALIANO
Il
capitalismo italiano ha carattere imperialistico. Negli anni Novanta la
transizione alla Seconda Repubblica e l'integrazione nell'imperialismo europeo
hanno trainato l'allargamento delle sue basi materiali e una sua più forte
proiezione internazionale.
Il capitalismo italiano da molto tempo
non solo non rappresenta più un “capitalismo straccione” ma partecipa al
consesso dei Paesi dominanti su scala mondiale e quindi alla spartizione di
materie prime, zone di influenza, aree di dominio. In questo quadro le
pressioni della crisi capitalistica internazionale, il crollo dell'URSS, lo
sviluppo del polo imperialistico europeo hanno esercitato un effetto decisivo
sulla crisi della I Repubblica a partire dal ‘92. Da un lato, la crisi
capitalistica internazionale e il rilancio delle contraddizioni
interimperialistiche hanno indotto l’imperialismo italiano ad affrontare il
fardello strutturale dei propri “ritardi” e “distorsioni”. Dall’altro lato, il
crollo dell'URSS ha dissolto, parallelamente, il vero fondamento storico della
discriminazione borghese verso il vecchio gruppo dirigente del PCI in ordine al
suo possibile accesso al governo: perciò stesso ha consentito al capitale
finanziario un distacco dalle proprie vecchie rappresentanze della I
Repubblica, e l’avvio di una profonda ricomposizione dei propri assetti
politici e istituzionali.
Sul piano economico la grande borghesia
ha consolidato, in misura rilevante, nel decennio trascorso, le proprie basi
materiali. Il processo di privatizzazione di settori strategici dell’economia
come il credito, l’energia e le telecomunicazioni, la ristrutturazione e
concentrazione del sistema del credito, concorrono a rafforzare la base del
capitale finanziario e il peso specifico dei grandi monopoli, principali
beneficiari delle privatizzazioni. Al momento del varo della “moneta unica”
europea l’imperialismo italiano si presenta con un peso strutturale
sensibilmente accresciuto, cui corrisponde, non a caso, un’accresciuta proiezione
nella politica estera.
Parallelamente, la borghesia italiana
ha dovuto affrontare il problema dell'impatto sociale delle politiche indotte
dal suo ulteriore salto imperialistico. L’impoverimento materiale e la
frammentazione di vasti settori di classe; le dinamiche di proletarizzazione di
strati inferiori della piccola borghesia; il precipitare delle condizioni
sociali di vaste masse del Mezzogiorno; configurano, agli occhi della
borghesia, la massa critica potenziale di una pericolosa esplosione sociale.
Peraltro la divaricazione che investe la piccola e media borghesia nel quadro
dell’integrazione europea, con l’emergere soprattutto al Nord-Est di un suo
strato superiore arricchito, autonomistico e corporativo, produce elementi di
contraddizione nuova nello stesso blocco sociale dominante.
ANNI
NOVANTA E CENTROSINISTRA
Il
centrosinistra non ha rappresentato semplicemente una cattiva politica della
"sinistra italiana" ma ha costituito un'espressione politica
dell'imperialismo italiano e il suo investimento strategico degli anni Novanta.
L'insieme dei governi di centrosinistra ha configurato il più pesante attacco
sociale alle classi subalterne degli ultimi trent'anni, organizzando così la
rivincita di Berlusconi. La coalizione col centro borghese ha così condannato
il movimento operaio a una pesante sconfitta sociale e politica.
Negli anni Novanta entro la scelta
bipolare, il centrosinistra si è configurato come riferimento privilegiato
delle grandi famiglie capitalistiche: ciò in funzione della pacifica
subordinazione del movimento operaio alle compatibilità della crisi e
dell'integrazione europea. Il personale politico di centrosinistra seppur
diversamente organizzato era già riferimento essenziale della borghesia
italiana nel ‘92 e nel ‘93 allorché i governi Amato e Ciampi iniziarono la
“transizione” italiana. La sconfitta del polo dei progressisti e la vittoria
delle destre nel 94 rappresentò un momento di contraddizione che indusse la
borghesia per un breve periodo a verificare sul campo la carta Berlusconi. Ma
anche in quel breve passaggio il rapporto del capitale finanziario con le
destre fu di utilizzo strumentale, non di riferimento strategico. E proprio la
sconfitta strategica del primo governo Berlusconi - rivelatosi incapace di
gestire sia una concertazione stabile, sia uno scontro risolutivo vincente - ha
riattivato l’investimento borghese nel centrosinistra: nel governo Prodi, nel
governo D’Alema, nel governo Amato.
Il centrosinistra non ha dunque
rappresentato semplicemente una cattiva politica del movimento operaio e della
"sinistra italiana", ma un'espressione politica della grande
borghesia. A sua volta l'apparato DS, come architrave del centrosinistra, ha
costituito un tassello decisivo del disegno borghese degli anni Novanta: quale
mezzo di arruolamento subalterno nel centrosinistra di una parte importante
delle masse lavoratrici.
E' sbagliato affermare semplicemente
che "il centrosinistra ha fallito". Dal punto di vista della
borghesia i governi di centrosinistra hanno tutti rappresentato eccellenti
comitati d'affari. Sia in ordine alle politiche di sostegno economico diretto
alle grandi imprese (incentivazioni, rottamazioni…). Sia in ordine ai loro
interessi strutturali e strategici in campo nazionale e internazionale (precarizzazione
del lavoro, privatizzazioni…). Sia in ordine, in particolare, alla
preservazione di una straordinaria pace sociale.
E' vero invece che proprio l'organicità
delle politiche borghesi del centrosinistra ha minato progressivamente le sue
basi politiche e sociali.
Sul piano politico, proprio
l'evoluzione liberale della socialdemocrazia DS e la crescente ramificazione
delle sue relazioni dirette coi poteri forti, ha acuito progressivamente la
concorrenza interna tra apparato DS e centro borghese tradizionale dell'Ulivo:
la lotta per l'egemonia di un costituendo "partito democratico" quale
rappresentanza centrale con base di massa della borghesia italiana ha
rappresentato un elemento di instabilità tellurica della coalizione.
Ma soprattutto sul piano sociale le
politiche del centrosinistra hanno logorato progressivamente la base su cui si
reggeva. Il blocco tra grande borghesia e burocrazia del movimento operaio
organizzato si è rivelato incapace di egemonia nella società italiana. Da un
lato ha amplificato gli spazi di fronda di settori organizzati di piccola e
media borghesia industriale contro i cosiddetti privilegi delle grandi imprese
e i favori particolari loro accordati dai governi dell'Ulivo o dalla burocrazia
CGIL. Dall'altro lato la profonda demotivazione della base di massa del
centrosinistra, prevalentemente concentrata nel lavoro dipendente ha prodotto
fenomeni crescenti di passivizzazione politica, distacco, rifiuto.
La vittoria del Polo delle Libertà il
13 maggio è dunque la capitalizzazione della crisi del corso politico dominante
di un decennio (del Polo progressista e del centrosinistra) e del suo blocco
sociale. Proprio per questo la vittoria di Berlusconi e la nuova stagione
politica che apre, ripropone una lezione antica, inscritta in tutta la vicenda
del Novecento e nella stessa storia del movimento operaio italiano: ogni
collaborazione di classe col centro borghese è fattore di sconfitta per i
lavoratori e le lavoratrici. Sia dal punto di vista sociale e sindacale, sia
dal punto di vista politico più generale. E' un fatto: l'alleanza col centro
che doveva "battere la destra" le ha spianato la strada. Questa è la
lezione del decennio. E' una lezione che accusa gli apparati dirigenti dei DS e
dei sindacati come autentici organizzatori della sconfitta. Ma è una lezione
che interroga inevitabilmente, su un piano diverso, anche il corso politico di
dieci anni del nostro partito.
BILANCIO
DI LINEA DEL PRC
Il
ciclo lungo della politica del PRC, segnato dalla ricerca del condizionamento,
pervasione, contaminazione prima del “polo progressista” poi del
Centrosinistra, ha registrato un sostanziale insuccesso; sia dal punto di vista
dell’interesse generale del movimento operaio, sia dal punto di vista della
costruzione del nostro partito. E’ la verifica del fallimento nel quadro
nazionale, di una politica riformista, e la misura della necessità di una
svolta.
Dopo dieci anni della nostra storia un
bilancio di fondo non è più rinviabile.
Il nostro partito, con la sua stessa
nascita ha costituito sicuramente un importante argine ai processi di riflusso
dei primi anni 90 e un fattore prezioso di ricomposizione politica di forze
d’avanguardia. Il nostro partito ha resistito positivamente ai ripetuti
tentativi di annientamento istituzionale che si sono susseguiti negli anni 90
(specie da parte dei vertici di D.S. e del Centrosinistra). Tuttora il PRC
rappresenta, nell’attuale panorama politico, il riferimento naturale e prezioso
di dinamiche di movimento, tra i lavoratori e i giovani, altrimenti prive di
sponde, o comunque di riferimenti più consistenti e credibili.
Ma un bilancio serio ed onesto non può
davvero ridursi a questo. Un partito comunista non può concepirsi come fine di
se stesso ma come strumento di classe in funzione di un progetto di egemonia
alternativa. E ciò chiama in causa inevitabilmente il bilancio di dieci anni
dell'indirizzo politico prescelto.
Per dieci anni, in forme e in contesti
diversi, la maggioranza dirigente del PRC ha costantemente respinto la proposta
di costruzione del partito come forza strategicamente alternativa,
contrapponendovi la scelta di fondo di una politica di pressione e
condizionamento “riformatore” dell’apparato D.S. e degli schieramenti politici
dell’alternanza borghese (prima il polo progressista, poi il centrosinistra).
Questa politica non ha avuto
un'applicazione lineare ed anzi ha registrato lungo il suo corso svolte brusche
e cambi repentini di collocazione parlamentare (dall’opposizione alla
maggioranza di governo e dalla maggioranza di governo all’opposizione). Ma ha
mantenuto costante la propria rotta strategica di fondo. Infatti ogni volta le
stesse collocazioni di opposizione sono state finalizzate a riaprire il varco a
ricomposizioni di governo (potenziali o reali) con lo schieramento dell'alternanza.
Così è stato in occasione della formazione del polo progressista nella
primavera del '94 attorno ad un programma elettorale comune di governo. Così è
stato nel '95-'96 nel brusco passaggio dall’opposizione radicale al governo
Dini alla realizzazione di una maggioranza di governo con Prodi e Dini. Così è
stato, dopo lo strappo col governo Prodi: col tentativo prima di ricomporre la
vecchia maggioranza di governo dopo una auspicata fase di “decantazione”; poi
dopo il fallimento imprevisto di quel tentativo (e la precipitazione dello
scontro con il governo D’Alema sulla guerra nei Balcani) con la realizzazione
di 14 accordi regionali di governo (su 15) in occasione delle elezioni
amministrative del 99, operazione di evidente proiezione politica nazionale ma
distrutta dalla sconfitta clamorosa del Centrosinistra. Persino dopo il
tramonto ormai inevitabile di quella prospettiva di ricomposizione, la scelta
della non belligeranza verso il centrosinistra nelle elezioni politiche, e
l'estensione delle collaborazioni locali di governo con l'Ulivo sancivano in
forme diverse la continuità di fondo di un indirizzo strategico.
Questo indirizzo si è rivelato
profondamente errato. Rivendicato in nome di un principio di “realismo” e di
“concretezza” dei possibili risultati, esso non ha prodotto alcun risultato
concreto e reale. La ricerca della contaminazione riformatrice prima del polo
progressista, poi del Centrosinistra, sia dal governo che dall’opposizione, è
stata smentita dalla deriva liberale D.S., dai legami di fondo del
Centrosinistra con la borghesia italiana. Di più: quella ricerca si è
convertita, entro un passaggio drammatico, in un risultato opposto: nella grave
corresponsabilizzazione di governo del nostro partito per oltre metà della
legislatura precedente nel momento più intenso della sua politica antipopolare:
con gravi effetti non solo sulla
condizione materiale dei lavoratori ma sulla stessa evoluzione dei rapporti di
classe (calo verticale delle ore di sciopero e stabilizzazione della pace
sociale). Peraltro la continuità della nostra collaborazione di governo nelle
giunte locali di Regioni e grandi città ha riproposto su un piano diverso, la
continuità di una nostra concertazione politica di privatizzazioni, riduzioni
delle spese sociali, politiche di flessibilità che è del tutto contraddittoria
col nostro ruolo nazionale di opposizione.
L’indirizzo prescelto ha mancato
inoltre lo stesso obbiettivo di crescita del nostro partito. Rivendicato
formalmente anche in funzione di un’espansione del consenso elettorale e del
radicamento sociale del PRC, questo indirizzo ha mancato entrambi gli
obiettivi. Dopo 10 anni il partito ha registrato un risultato elettorale
obiettivamente inferiore ha quello della sua nascita. E questo certo in anni
difficili, ma anche sullo sfondo di un passaggio storico che ha visto la
massima deriva e crisi dei DS, la massima esplosione della sua crisi politica e
del suo insediamento organizzato. Lo spazio liberato a sinistra dei D.S. non è
stato capitalizzato dal PRC. Gli stessi straordinari sorpassi realizzati nel
'93 come “cuore dell’opposizione” nelle città operaie di Torino e Milano,
misura di una grande potenzialità, sono stati successivamente dispersi dalla
politica ondivaga degli anni seguenti. E il mancato sviluppo di un’egemonia
alternativa nelle classi subalterne non ha rappresentato solamente un
insuccesso del nostro partito, ma un fatto carico di conseguenze pesanti
sull’intera situazione italiana: come la rivincita del centrodestra documenta.
SUL
"GOVERNO DELLA SINISTRA PLURALE"
La
prospettiva avanzata del governo della sinistra plurale sulla base di un
programma riformatore come soluzione post-Berlusconi non solo nega la necessità
di un bilancio ma ripropone, nella sua sostanza di fondo, la politica di 10
anni. Il fatto di perseguirla dal versante dei movimenti, non solo non muta la
sua natura, ma rappresenta un danno profondo per i movimenti stessi e per il
futuro delle loro ragioni.
La proposta strategica della sinistra
plurale di governo rappresenta un errore profondo ed è gravida di grandi rischi
per il nostro stesso partito. Dopo aver perseguito per dieci anni senza
successo la contaminazione prima del polo progressista poi del Centrosinistra,
non possiamo riproporre, come se nulla fosse accaduto, il medesimo indirizzo di
fondo; se non ripercorrendo un sentiero già battuto e già fallito. Non solo in
Italia ma nel mondo.
Sul piano nazionale l'esperienza della
sinistra plurale è già stata vissuta dal nostro partito in occasione del blocco
col Polo progressista del '94 (DS, Verdi, Rete di Orlando, PRC). Il programma
testuale su cui si realizzò (v. Liberazione, 4/2/94) rivendicava entro
"una competizione per il governo del Paese" "una presenza
autorevole e solida dell'Italia sui mercati e nel contesto internazionale"
e l'appello "a quelle forze del mondo imprenditoriale che hanno a cuore la
crescita sociale, civile, democratica dell'Italia". Su questa base
proponeva di "coniugare l'equità sociale con le ragioni dell'efficienza e
del mercato" di "promuovere quando sia il caso le
privatizzazioni", di operare il "risanamento del disavanzo che
implicherà austerità" seppur con
"l'impegno a garantire che i sacrifici siano ripartiti con
giustizia". La vittoria elettorale di Berlusconi impedì la sperimentazione
di questo programma di governo, preservando il PRC all'opposizione sino al '96.
Ma quel programma rifletteva e riflette l'unico profilo possibile di una
sinistra plurale di governo con l'apparato DS: quello che subordina gli
interessi del movimento operaio alle esigenze del capitalismo italiano.
Sul piano internazionale l'esperienza
in corso della sinistra plurale di governo in Francia (PS-PCF- Verdi) è stata
ed è inequivocabile. Se il primo governo della sinistra plurale francese
('81-'83) sotto la guida di Mitterand aveva accompagnato austerità e sacrifici
dei lavoratori col linguaggio formale della tradizione riformista, il governo
Jospin ha accompagnato austerità e sacrifici col linguaggio liberale
(temperato) delle privatizzazioni e della flessibilità. E' la riprova che nel
quadro attuale della crisi capitalistica e della competizione globale, un
governo di "sinistra plurale" non differisce, nella sostanza del suo
indirizzo, da un ordinario governo borghese liberale. Anche per questo aver
invocato dopo le ultime elezioni politiche un "Mitterand italiano",
aver a lungo esaltato il governo Jospin (che "contesta l'intera logica
della flessibilità e introduce direttamente nell'economia il parametro della
difesa degli interessi dei lavoratori" come dichiara il segretario del PRC
sull'editoriale di prima pagina del 29/9/99) ha rappresentato un errore
profondo che è giusto riconoscere.
In Italia oltretutto la prospettiva
della sinistra plurale di governo avrebbe oggi un profilo ancor più arretrato
che in Francia o rispetto allo stesso Polo progressista del '94. A differenza
del partito di Jospin, l’apparato D.S., nella sua larga maggioranza, ha rotto
con il ruolo e funzione di socialdemocrazia per progettarsi come rappresentanza
diretta della borghesia italiana, in concorrenza aperta con la Margherita e, su
un altro versante, con Forza Italia. Una coalizione di “sinistra plurale” in
Italia sarebbe dunque di fatto la la riproposizione di un Centrosinistra.
Il fatto di perseguire la prospettiva
del governo riformatore di sinistra plurale come sbocco dei movimenti e della
loro azione “contaminante” non muta minimamente la valenza negativa della
proposta. Anzi, per molti aspetti, l’aggrava. Invece di orientare il lavoro di
massa in direzione dell'autonomia dei movimenti dal Centro borghese liberale,
assume i movimenti come leva di pressione sull’apparato D.S. e dell'Ulivo.
Invece di liberare il movimento e i movimenti da ogni illusione di poter
contaminare i liberali, si promuove nel movimento quella stessa illusione. E’
l’esatto capovolgimento di una politica autonoma di classe. E soprattutto è un
danno profondo al movimento e alle sue ragioni: perché nessuna delle ragioni di
fondo dei movimenti di massa, sia dal versante operaio, sia dal versante
antiglobalizzazione, potrebbe trovare soddisfazione in un governo borghese di
sinistra plurale.
Per l'insieme di queste ragioni, quella
prospettiva va apertamente ed esplicitamente respinta dal V Congresso del
nostro partito.
POLO
AUTONOMO DI CLASSE
Il
V congresso del PRC assume come nuovo asse strategico della politica del
partito lo sviluppo dell’indipendenza del movimento operaio da ogni forza della
borghesia: ciò che significa l’autonomia strategica da ogni espressione vecchia
e nuova del Centro borghese (Centrosinistra e/o apparato liberale di D.S.), la
rottura con ogni ipotesi di governo di alternanza con tali forze, l’assunzione
della prospettiva dell’alternativa anticapitalistica e di classe quale sbocco
strategico dell’opposizione di massa e della ricomposizione nelle lotte del nuovo
blocco storico
L’esperienza politica di 10 anni del
nostro partito l’analisi di classe della situazione politica, la ripresa dei
movimenti di massa, richiedono nel loro insieme, una svolta politica di fondo
del nostro indirizzo: una svolta che assume come asse di fondo l’autonomia del
movimento operaio e dei movimenti di massa da ogni forza della borghesia, e
quindi la rivendicazione di un polo autonomo di classe, apertamente
contrapposto alle classe dominanti e alle loro alternanti espressioni di governo
(Centro destra e Centrosinistra). La politica del “polo autonomo di classe” non
riguarda solamente la certezza e chiarezza di una collocazione strategica
autonoma di opposizione del nostro partito rispetto ai due poli borghesi
d’alternanza, ciò che pure ne rappresenta una condizione necessaria. Riguarda
innanzitutto una linea di proposta tra le grandi masse che recupera un
principio elementare del marxismo: la contrapposizione degli interessi dei
lavoratori e , di tutti i soggetti di un blocco sociale alternativo agli
interessi delle classi dominanti, e di tutte le loro rappresentanze politiche
in funzione della prospettiva della rivoluzione sociale. La rottura col
“Centro” in ogni sua espressione, vecchia o nuova, non è solo dunque un
principio vincolante per il PRC, ma una rivendicazione fondamentale dei
comunisti nei movimenti. Non solo non ha una valenza di autorecinzione settaria
ma indica nell’autonomia del movimento operaio e dei movimenti di massa il
terreno stesso della loro più larga unità di lotta contro la borghesia per
l’alternativa anticapitalistica.
La proposta del polo autonomo di classe
alternativo è tanto più attuale dopo la lunga stagione del centrosinistra:
milioni di lavoratori e lavoratrici sono stati subordinati all'Ulivo nel
momento stesso in cui questi costituiva il canale prescelto di rappresentanza
della borghesia italiana. Milioni di lavoratori e lavoratrici hanno
sperimentato il fallimento sociale e politico della collaborazione con la
borghesia. La rivendicazione della rottura col Centro può dunque far leva su
questa viva esperienza e aprirsi un ampio varco nella giovane generazione che
rialza la testa.
Peraltro ogni giorno dimostra, anche
dopo l’affermazione del governo di centrodestra, la relazione organica
dell’Ulivo con le classi dominanti. La politica bypartisan verso Berlusconi,
commissionata dai poteri forti della società italiana, la rivendicazione di una
politica “più liberista” di quella praticata dal governo, su terreni strategici
per l'accumulazione capitalistica (v. privatizzazioni); il voto a favore della
guerra imperialista in Afghanistan accompagnata dall'assunzione del ministro
FIAT Ruggiero come interlocutore privilegiato (v. vicenda Airbus) non indicano
“errori” o “divergenze strategiche” con i comunisti: indicano la base materiale
di interessi nella quale il centrosinistra affonda le proprie radici. Una base
materiale di riferimento che non cambia col passaggio “all’opposizione”, ma che
anzi resta l’ancoraggio indissolubile della prospettiva borghese cui "l’opposizione"
viene finalizzata. Per questo la rottura con il centrosinistra rappresenta una
permanente necessità di classe per l’insieme del movimento operaio e dei
movimenti di massa.
CRISI
E DERIVA DS
L'apparato
burocratico DS, da sempre agenzia della classe dominante nel movimento operaio,
ha oggi rotto nella sua maggioranza con la stessa funzione e ruolo di
socialdemocrazia per avviare la mutazione del partito verso una forza liberale
borghese in rappresentanza diretta di poteri forti della società. Questa
evoluzione rafforza la necessità di un politica di polo autonomo di classe in
alternativa ad ogni ipotesi di sinistra plurale. La crisi verticale del D.S.
che a quella evoluzione si accompagna, crea uno spazio storico nuovo per lo
sviluppo autonomo del partito comunista e di una sua egemonia alternativa.
I DS attraversano la crisi più profonda
della loro storia politica. Questa crisi non nasce dalla gravità della
sconfitta elettorale o dall'esito fallimentare della prima esperienza di
governo. Nasce dal fatto che quella sconfitta si produce nel momento più
delicato di un processo di mutazione storica dei DS: da partito
socialdemocratico, strumento di controllo del movimento operaio per conto della
borghesia, a partito democratico liberal borghese rappresentanza diretta di
poteri forti della società.
La prolungata esperienza di governo dei
DS nel corso degli anni Novanta è stata il volano di quel processo di
mutazione. Sullo sfondo della crisi della Prima Repubblica, della crisi della
rappresentanza politica centrale della borghesia italiana, dell'investimento
strategico del grande capitale nel centrosinistra l'apparato burocratico DS ha
conosciuto, a partire dal '95, una straordinaria moltiplicazione, ad ogni
livello, delle proprie relazioni materiali con le classi dominanti. Una
maggioranza larga della burocrazia dirigente del partito ha così assunto
progressivamente come obiettivo strategico la propria trasformazione in
rappresentanza politica centrale (con base di massa) del grande capitale in
Italia. Il congresso del Lingotto ha simbolicamente coronato questo nuovo
orizzonte liberale. E la rottura con la funzione di socialdemocrazia non si
riduce a puro fatto politico-culturale ma si accompagna a mutamenti rilevanti
circa la costituzione materiale del partito, le sue relazioni con le
organizzazioni di massa, il suo rapporto con le dinamiche della lotta di classe
e col suo stesso insediamento territoriale di massa. Ciò non significa la
scomparsa di ogni eredità della socialdemocrazia (presenza nel quadro attivo
del movimento operaio, rapporto con l'apparato sindacale, presenza all'interno
dello stesso apparato DS di tendenze socialdemocratiche quali l'area di
Socialismo 2000 e la Sinistra Ds). Significa che quelle presenze e funzioni,
per quanto rilevanti, non sono più il baricentro del partito né la base
materiale della relazione dei DS con la borghesia. L'aperto contrasto tra
l'apparato DS e la burocrazia CGIL, la sostanziale marginalità del ruolo dei DS
rispetto alle dinamiche dei nuovi movimenti di classe (metalmeccanici) e
giovanili (antiglobalizzazione) sono un riflesso dello strappo compiuto. La
vittoria congressuale larga di Fassino e D'Alema nella burocrazia del partito
tanto più dopo il passaggio all'opposizione misura la consistenza delle basi materiali
dello strappo. Peraltro tutto l'orientamento attuale dell'apparato DS, dal
pronunciamento atlantista a sostegno della guerra fino all'apertura alla
Confindustria sulla liberalizzazione dei licenziamenti resta attestato non solo
sulla prospettiva dell'alternanza di governo ma sulla ricerca e preservazione
delle relazioni materiali con la borghesia: una sorta di comitato ombra degli
affari borghesi in attesa di chiamata. Pertanto la caratterizzazione dei DS
come "sinistra moderata", da sempre improprio, è tanto più oggi
totalmente errata.
Ma se è chiaro il distacco dalla
socialdemocrazia incerto è il lido d'approdo dei DS. La perdita della sponda di
governo, lo sviluppo di una nuova temibile concorrenza sul versante del centro
borghese (Margherita), i fenomeni di lacerazione interni allo stesso apparato
liberale del partito, pongono nel loro insieme ostacoli nuovi sul terreno della
continuità del progetto borghese liberale. La ricomposizione del blocco
industriale attorno al governo Berlusconi è un ulteriore fattore di crisi del
progetto dalemiano. Tutto ciò non produce un ripiegamento di tale progetto
(reso difficilmente reversibile dalle sue stesse radici nel partito) ma certo
lo espone ad un più alto rischio di fallimento sullo stesso versante borghese.
Nel mentre il suo ostinato perseguimento moltiplica i fenomeni di scollamento
del vecchio insediamento sociale dei DS.
La deriva DS verso il liberalismo
borghese, la crisi verticale che a questa deriva si accompagna, misurano
congiuntamente la necessità della politica di un polo autonomo di classe e un
nuovo spazio storico per la sua costruzione.
Larghi settori di massa vivono oggi
drammaticamente non solo il tradimento delle proprie direzioni ma il processo
di crisi e dissoluzione della loro vecchia rappresentanza politica. La stessa
ripresa dei movimenti sul versante operaio e giovanile, nel mentre coinvolge
forze crescenti del popolo della sinistra ne accentua lo sbandamento politico e
moltiplica nuove domande di riferimento. Il nostro partito può e deve
rispondere a questa domanda nel segno della più ampia apertura di massa, con la
proposta del polo autonomo di classe. Questa proposta offre un riferimento
alternativo alla crisi di rappresentanza del movimento operaio, indicando ad
ampi settori di massa una via d'uscita da quella crisi: quello della rottura
con l'apparato liberale DS e dell'Ulivo in funzione dell'autonoma unità di
lotta contro il governo Berlusconi e la borghesia italiana. In questo senso la
rivendicazione del polo autonomo di classe sul terreno anticapitalistico
rappresenta uno strumento di costruzione dell'egemonia alternativa dei
comunisti tra le classi subalterne e nei loro movimenti.
PRC
E GIUNTE LOCALI
Lo
sviluppo della politica del polo autonomo di classe e del blocco sociale
alternativo implica la chiarezza e coerenza di una collocazione del PRC
all’opposizione, anche sul piano locale; da qui il necessario superamento delle
collaborazioni locali di governo tra PRC e Centrosinistra a partire dalle
Regioni e dalle grandi città. Una svolta tanto più attuale sullo sfondo del
sostegno dell’Ulivo alla guerra e dello sviluppo del federalismo istituzionale
liberista.
Lungo l’itinerario di dieci anni il
nostro partito ha realizzato e perseguito come costante la linea della
collaborazione di governo col Centrosinistra sul terreno delle amministrazioni
locali. E’ una linea che da un lato ha mancato l’obiettivo dichiarato di
“battere le destre” come rivela la disfatta di tante coalizioni di governo tra
Ulivo e PRC nelle elezioni amministrative del 16 aprile 2000 (a partire dalla
Regione Lazio). Dall’altro lato -e soprattutto- ha corresponsabilizzato il PRC
nella gestione e concertazione locale delle politiche liberiste in aperta
contraddizione con le ragioni sociali del nostro partito. La nuova politica di
polo autonomo di classe anticapitalistico richiede dunque una svolta profonda
della nostra politica locale.
Il Centrosinistra a livello locale non
è altra cosa dal Centrosinistra nazionale: linee programmatiche, riferimenti
sociali, metodi di governo sono inevitabilmente omogenei. Spesso anzi negli
anni 90 proprio le amministrazioni locali dell’Ulivo hanno rappresentato
laboratori d’”avanguardia” nella sperimentazione delle politiche liberiste.
L’avvento del governo Berlusconi col
passaggio dell’Ulivo all’”opposizione” non ha minimamente mutato il profilo
delle scelte locali del Centrosinistra. Proprio il tentativo dell'Ulivo di
riaccreditarsi come carta di ricambio per la borghesia sul piano nazionale
passa anche per l’uso delle proprie amministrazioni locali, spesso esibite come
modello di efficienza manageriale a fronte delle presunte incertezza del Polo
(v. privatizzazioni). Più in generale le giunte locali diventano più che mai,
proprio oggi, uno strumento importante di consolidamento o ritessitura delle
relazioni dell’Ulivo coi poteri forti della società italiana.
Lo sviluppo del federalismo
istituzionale liberista, varato dall’Ulivo e ulteriormente aggravato dal nuovo
governo Berlusconi, concorre a rafforzare ed estendere gli indirizzi liberisti
delle amministrazioni locali. Il vecchio argomento della distinzione di piano
tra politiche nazionali e politiche locali (da sempre infondato), è oggi
demolito alla radice dalla nuova realtà. Il trasferimento ai governi regionali
di larga parte delle voci e materie relative al così detto stato sociale farà
degli esecutivi regionali di Centrosinistra i nuovi agenti della concertazione
nazionale col governo delle destre e al tempo stesso una prefigurazione
sperimentale sempre più ampia dell’alternanza nazionale di governo.
Peraltro la dislocazione diffusa dei
governi locali dell’Ulivo a sostegno delle scelte di guerra congiunte
dell’Ulivo e del Polo (v. da ultimo il documento a favore dell’aggressione
americana all’Afghanistan da parte del governo regionale Umbro che vede la
partecipazione del PRC) sono l’ulteriore e più clamorosa riprova dell’omogeneo
carattere di fondo, nazionale e locale, del liberalismo borghese.
Il nostro partito è chiamato anche su
questo terreno a una svolta netta. Tanto più oggi il PRC non può assumere la
centralità dell’opposizione alla guerra dichiarando che con la guerra “nulla
sarà come prima” e poi continuare a sorreggere “come prima” governi regionali
schierati con la guerra. Il PRC non può assumere la centralità del movimento
dichiarando che dopo Genova nulla sarà come prima e poi continuare a sostenere
come prima giunte contrapposte o latitanti verso istanze del movimento (a
partire dalla giunta di Genova)
E’ necessario un coerente orientamento
di fondo: la collocazione dei comunisti all’opposizione anche sul piano locale
a partire dalla regioni e dalle grandi città.
Diversa è ovviamente la situazione -ad
oggi eccezionale- in cui i comunisti fossero parte essenziale di giunte locali
che si pongono realmente sul terreno dell’alternativa anticapitalistica: ove
diventa fondamentale un’azione di opposizione al governo nazionale fortemente
legato agli interessi di classe fuori da ogni falsa neutralità istituzionale.
PER
LA CACCIATA DEL GOVERNO BERLUSCONI
Il governo Berlusconi si
configura come governo reazionario, che tende a risolvere le sue contraddizioni
in un nuovo attacco generale al movimento operaio. L’opposizione del nostro
partito al governo Berlusconi-Bossi-Fini non può avere carattere ordinario, ma
può e deve porre apertamente l’obiettivo della sua cacciata sull’onda di una
grande mobilitazione operaia e popolare. Assumendo l’obiettivo della cacciata
del governo non come fine a sé ma come leva dell’alternativa anticapitalistica
di classe.
Il governo del Polo delle Libertà ha un
carattere diverso dal primo esecutivo Berlusconi ('94). Sul piano politico
registra un salto notevolissimo dell'insediamento di Forza Italia, un rapporto
più stabile con la Lega, un vasto raccordo con amministrazione locali omogenee.
Sul piano sociale conosce, a differenza del 94, il sostegno della grande
industria: che pur avendo sostenuto il centrosinistra per tutta la precedente
legislatura, pur avendo lavorato per la riconferma dell’ulivo, ha scelto di
investire, dopo l’esito del voto, nel nuovo governo Berlusconi attraverso
l’ingresso diretto di propri esponenti (Ruggiero): consapevoli della maggior
forza del nuovo governo e quindi dell’opportunità di utilizzarlo, ma con la
precisa volontà di porlo sotto la tutela del proprio personale fiduciario. Dal
canto suo il governo lavora a conciliare la difesa degli interessi affaristici
e familistici della Fininvest e di ambienti malavitosi del capitale con la
rappresentanza generale dell'interesse borghese.
Il programma del nuovo Esecutivo ha un
carattere obiettivamente reazionario: esso estende e sviluppa in forma
concentrata le linee di governo della legislatura precedente, sia sul piano
sociale, sia sul piano istituzionale. Sul piano della politica estera, il più
stretto fiancheggiamento della politica estera americana convive, non senza
contraddizioni, con la continuità della collocazione strategica
nell’imperialismo europeo (presidiata in particolare dalla FIAT e dal suo
ministro Ruggero).
La linea di gestione di questo
programma generale non ha ancora conosciuto un assestamento stabile, oscillando
tra la ricerca di un rapporto concertativo con le organizzazioni del movimento
operaio e tentativi di affondo diretto. Tuttavia pesa l’effetto di
trascinamento di una contraddizione obiettiva: da un lato la necessità politica
di finanziare un blocco sociale tanto esteso quanto contraddittorio e costoso;
dall’altro lato la necessità di farlo entro le compatibilità del patto di
stabilità europeo e sullo sfondo della crisi economica internazionale. Questa
contraddizione alimenta tensioni crescenti nello stesso blocco sociale
berlusconiano (come tra industria e
Confcommercio in fatto di politiche fiscali). Ma proprio per questo spinge il
governo lungo la china dello scontro sociale col blocco avversario: perché solo
l’affondo contro il lavoro dipendente può contenere le spinte centrifughe del
blocco dominante e allargare i margini di una mediazione al suo interno.
Peraltro la paralisi subalterna della CGIL e la crisi e complicità del
centrosinistra incoraggiano l’offensiva sociale. E il contesto internazionale
di guerra, con i suoi possibili effetti diversivi, ha suggerito al governo una
anticipazione dei tempi d’attacco. Non a caso l’affondo su contrattazione,
sistema pensionistico, sanità e scuola è già iniziato, culminando nell’attacco
all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: e tenderà a combinarsi con nuove
politiche di restrizioni antidemocratiche, nel campo dei diritti sindacali e
nella gestione dell’ordine pubblico. L’aperto cavalcamento da parte di AN delle
spinte più reazionarie dell’apparato repressivo dello Stato come è emerso dai
fatti di Genova, è la misura e l’anticipazione di una tendenza profonda che è
incoraggiata dalla stessa composizione del nuovo governo. In conclusione: più si
stabilizza l’attuale governo più esso tenderà a precipitare “a destra” le sue
contraddizioni politiche e sociali.
L'obiettivo della cacciata del governo
Berlusconi risponde dunque a un interesse generale del movimento operaio e di
tutto il blocco sociale alternativo. Risponde all'interesse comune di liberare
il campo da un'obiettiva minaccia reazionaria. Assumere questa parola d'ordine
non significa nutrire illusioni o avanzare previsioni. La maggio forza del
secondo governo Berlusconi, i colpi subiti dal movimento operaio nella
legislatura precedente, le stesse dinamiche internazionali concorrono a
favorire la tenuta dell'esecutivo. E tuttavia un partito comunista non può
determinare livello e obiettivi della propria proposta di opposizione in base
alla constatazione delle difficoltà di partenza. Può e deve assumere come base
di riferimento le necessità del movimento operaio e agire come fattore attivo
di controtendenza.
Peraltro, nonostante le difficoltà,
vasti sono gli spazi per la costruzione di un'opposizione radicale di massa al
governo delle destre. Nonostante il suo più forte insediamento, il governo
Berlusconi non è nato sull'onda di un'espansione del consenso nella società
italiana, ma sullo sfondo di un arretramento della coalizione delle destre
rispetto al '94 e al '96. Parallelamente, nonostante i colpi subiti si
moltiplicano nell'ultima fase i segni di ripresa del movimento operaio a
partire dalla grande mobilitazione dei metalmeccanici con l'affacciarsi sul
campo di una nuova generazione operaia. E questa ripresa di classe, seppur
fragile ancora, si combina a sua volta con la continuità e lo sviluppo di un
movimento antiglobalizzazione, prevalentemente giovanile, che ha acquisito in
Italia un carattere di massa più ampio che in altri Paesi europei. Inoltre, in
particolare a ridosso dei fatti di Genova, si è sviluppato un processo di
attiva sensibilizzazione antigovernativa di settori rilevanti di popolo della
sinistra, a sostegno del movimento antiglobalizzazione e richiamati da una
sincera preoccupazione democratica (v. le manifestazioni del 24 luglio). Tutti
questi fattori non innescano di per sé meccanicamente l'opposizione di massa al
governo, ma misurano un potenziale di controffensiva al suo programma
reazionario che si appoggia su una base sociale e politica più ampia che in
passato. Il nostro partito ha il compito di raccogliere e sviluppare queste
potenzialità, ricomponendole attorno a un programma e a un obiettivo di sbocco
unificante.
Per questo, tanto più oggi, non
possiamo attestarci sulla routine dell'opposizione parlamentare combinata con
la lode della spontaneità dei movimenti. Ma dobbiamo favorire entro
l'esperienza viva dei movimenti, le condizioni di un'esplosione sociale
concentrata contro le classi dominanti e il loro governo. Solo un'esplosione
sociale concentrata può ribaltare i rapporti di forza tra le classi e aprire il
varco dell'alternativa anticapitalistica. E solo un'alternativa
anticapitalistica può rispondere realmente alle ragioni di fondo delle classi
subalterne e delle loro lotte. La rivendicazione della cacciata del governo
Berlusconi può e deve essere interna alla prospettiva anticapitalistica, come
una delle leve della sua maturazione. Per questo essa va posta apertamente
all'interno dei movimenti, senza forzature "politiciste" ma senza
autocensure, in un rapporto vivo con la dinamica obiettiva delle loro lotte.
OPPOSIZIONE
DI CLASSE A BERLUSCONI E VERTENZA GENERALE
La
classe operaia e il mondo del lavoro è il soggetto centrale dell'opposizione a
Berlusconi e la leva del suo possibile ribaltamento. Ma alla condizione di
ricomporre nella lotta, sul terreno di una vertenza generale unificante, un
proprio polo di classe indipendente, alternativo al centrosinistra liberale.
L'esperienza stessa degli anni Novanta
reca un insegnamento prezioso per i comunisti e per il movimento operaio
italiano. Solo il movimento operaio, con la sua azione di classe concentrata, è
stato capace di arrestare l'ascesa di Berlusconi, incrinare il suo blocco
sociale, porre le condizioni della sua caduta: è l'esperienza dell'autunno '94.
Questa lezione va recuperata alla memoria di vaste masse e assunta come bussola
di una nostra nuova politica di fronte al secondo governo delle destre.
La ricomposizione di un movimento
unitario di lotta della classe lavoratrice non ha solo valenza sindacale ma una
valenza politica generale. Per questo la proposta di una vertenza generale
unificante del mondo del lavoro e dei disoccupati può e deve costituire l'asse
immediato di intervento del nostro partito sul terreno del rilancio di
un'azione di classe indipendente. Non si tratta di elencare in modo ordinario
gli obiettivi della nostra opposizione di partito. Si tratta di selezionare un
insieme combinato di rivendicazioni per lo sviluppo dell'opposizione di massa,
per una sua espressione radicale e concentrata, per la riunificazione in essa
del blocco sociale alternativo. La proposta di una vertenza generale del mondo
del lavoro e dei disoccupati, nella prospettiva dello sciopero generale contro
governo e padronato, risponde tanto più oggi a questa necessità.
La rivendicazione di un forte aumento
salariale unificante per tutto il lavoro dipendente è tanto più oggi in diretta
contrapposizione alla politica di attacco alla contrattazione nazionale promossa
dal nuovo governo. La rivendicazione dell'abolizione del "Pacchetto
Treu" e di ogni forma di lavoro precario (a partire dall'assunzione a
tempo indeterminato di tutti i precari attuali), cozza frontalmente più che mai
con la linea strategica di frantumazione del lavoro dipendente. La richiesta
del salario minimo garantito intercategoriale
(quantificabile in 1000 Euro al netto di ogni trattenuta, punto di
riferimento anche per le pensioni dei lavoratori) per l'insieme del lavoro
dipendente si contrappone tanto più
oggi alla politica di regionalizzazione salariale incorporata al federalismo
liberista. La rivendicazione del riconoscimento ed estensione dei diritti
sindacali a tutti i lavoratori subordinati, indipendentemente dal tipo di
contratto e dalla dimensione dell'impresa, è in aperta collisione con i
programmi congiunti di Confindustria e governo, a partire dall'attacco
all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. La rivendicazione di un vero
salario garantito per i disoccupati e i giovani in cerca di prima occupazione
(quantificabile nell’80% del salario minimo intercategoriale o di quello
contrattuale precedentemente percepito), finanziato in primo luogo con
l’abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese, fuori da ogni logica di
compromesso col lavoro "minimo" cioè precario, contrasta con le
politiche di precarizzazione dilagante e indica un'arma di resistenza al
ricatto della scelta tra disoccupazione e supersfruttamento. La riduzione
generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario senza flessibilità e
annualizzazione, con l’abolizione dello straordinario, indica l’unica via per
una lotta efficace contro la disoccupazione di massa. La rivendicazione di una
tassazione progressiva di grandi rendite, profitti, patrimoni ("paghi chi
non ha mai pagato") come fonte di ampliamento e riqualificazione della
spesa sociale (a partire dalla sanità e dalla scuola) può e deve contrapporsi
alla linea governativa di detassazione dei profitti pagata dalla distruzione
dello stato sociale.
Questa piattaforma rivendicativa
immediata non va considerata come piattaforma chiusa, o come piattaforma
sostitutiva delle specifiche rivendicazioni di settore e di movimento. Ma va
assunta nella sua logica di fondo di piattaforma unificante cui ricondurre
l'intervento di massa dei comunisti: nei movimenti, sul territorio, nelle
organizzazioni di massa. La sua funzione è di far leva sulla piattaforma
reazionaria di padronato e governo per contrapporvi la radicalità speculare di
una piattaforma di classe alternativa. E di far leva su una piattaforma di
classe alternativa per unire attorno alla classe lavoratrice tutti i settori e
frammenti delle masse subalterne: al di là di una pura logica sindacale, e
contro l'attuale dinamica di frantumazione.
In questo quadro e su questo terreno il
PRC avanza la proposta più generale del fronte unico di classe contro il
governo Berlusconi e il padronato. Il suo significato è semplice: se il governo
ricompone oggi attorno a sé l'unità d'azione della borghesia, occorre
realizzare la più ampia unità d'azione dei lavoratori e delle lavoratrici
contro il governo e il blocco di interessi che lo sostiene. Si tratta di
rivendicare la più ampia unità di lotta dei lavoratori, al di là di ogni
barriera politica e sindacale, favorendo ovunque possibile la convergenza
nell'azione su un comune programma. Più in generale va rivolto un appello a
tutte le forze e tendenze che si richiamano al movimento operaio perché
convergano nell'azione attorno a un programma di classe indipendente, in aperta
rottura con le forze del centro borghese. Se la subordinazione del movimento
operaio al centro borghese ha preparato in cinque anni la vittoria di
Berlusconi, solo la rottura col centro borghese può consentire al movimento
operaio di cacciare Berlusconi. La proposta incalzante di unità d'azione del
movimento operaio contro il governo va quindi apertamente contrapposta ad ogni
proposta frontista con le forze borghesi. La lotta per l'egemonia di classe
nell'opposizione al governo delle destre in alternativa al centrosinistra
borghese, definisce esattamente il nuovo campo di battaglia dei comunisti.
RIFONDAZIONE
SINDACALE
E’
necessario sviluppare una battaglia organizzata classista sia nella Cgil che
nel sindacalismo di base extraconfederale nella prospettiva della “Costituente
di un sindacato classista, unitario, confederale, democratico, di massa. E’ necessario al contempo la lotta per lo
sviluppo di strutture di autorganizzazione di massa (dai coordinamenti dei
delegati ai comitati di lotta e di sciopero, ai consigli).
E’ necessario realizzare una svolta
profonda della nostra politica sindacale. Essenziale è innanzitutto un giudizio
inequivoco sulla natura delle burocrazie sindacali, vere agenzie della classe
dominante all’interno del movimento operaio. La politica di concertazione dei
gruppi dirigenti confederali e segnatamente della Cgil non rappresenta
semplicemente una “politica sbagliata” per quanto grave. Riflette la natura
profonda degli apparati burocratici del sindacato: un “ceto politico”, e una
corrispondente struttura, la cui azione permette il perpetuarsi del dominio di
classe del capitale.
Il primo dovere del nostro partito è
quindi quello di superare l’ottica sino ad ora perseguita di “spostare a
sinistra l’asse della Cgil”. All’opposto il PRC è chiamato ad assumere come
nuovo asse della propria politica sindacale una lotta aperta per cacciare la
burocrazia dal movimento sindacale, a partire da un giudizio di
“irriformabilità” delle strutture.
Ciò non esclude il lavoro dei comunisti
nelle organizzazioni tradizionali e segnatamente nella Cgil. Ma certo implica
il completo abbandono di ogni logica di pressione, fosse pure radicale, sulle
burocrazie dirigenti, e lo sviluppo di un’aperta opposizione di classe capace
di sfidare le “regole” dell’apparato sindacale e di configurarsi come
riferimento autonomo per l’insieme dei lavoratori/lavoratrici. Anche l’apertura
di parziali contraddizioni all’interno dell’apparato e la necessità imposta
dalla presenza del governo del centrodestra non mutano questo quadro generale.
Sabbatini e la burocrazia FIOM, diventate troppo facilmente un punto di
riferimento e un interlocutore privilegiato per la attuale maggioranza del
partito, non esprimono una contrapposizione strategica alla linea di
collaborazione di classe di Cofferati (espressa anche sul terreno della
guerra). Le cui ultime prese di posizione non costituiscono che l’espressione
tattica della autodifesa obbligata di una burocrazia socialdemocratica di
fronte ad un attacco che mira a ridurne drasticamente il ruolo nella
concertazione. Concertazione che viene riconfermata come asse strategico della
burocrazia CGIL proprio in rapporto all’offensiva governativa in atto. Come per
il gruppo di maggioranza delle Commisiones Obreras in Spagna l’obiettivo di
Cofferati è quello della realizzazione di un quadro concertativo anche col
governo di centrodestra: l’unico problema è che Berlusconi non è Aznar e ciò
rende difficile la praticabilità dell’obiettivo.
La costituzione nella CGIL della nuova
area di Lavoro e Società-Cambiare rotta è certamente un fatto positivo, perché
supera la precedente situazione di divisione essenzialmente indotta da una
pratica del nostro partito non basate su presupposti di linea
politico-sindacale, ma sulla necessità di avere un settore “fedele” alla
politica del partito, in particolare
nel momento della sua
partecipazione alla maggioranza di centrosinistra (non a caso le condizione di una riunificazione delle aree della
sinistra sindacale si sono poste a
partire dalla nostra rottura col governo Prodi). Tuttavia la positività è solo organizzativa. Infatti non viene
tratto nessun bilancio della incapacità
sia dell’area di “Alternativa Sindacale” che dell’”Area dei comunisti in CGIL”
di rappresentare una conseguente opposizione di classe alla linea
collaborazionista della maggioranza della Cgil. Incapacità riconfermata di
fronte al tradimento del movimento antigovernativo rappresentato dallo
‘sciopericchio’ di dicembre 2001. Mostrando infatti tutti i suoi limiti
riformisti Lavoro e Società – Cambiare rotta invece di contrapporsi
frontalmente si è adattata in maggioranza alle scelte della burocrazia
dirigente.
E’ necessario quindi lavorare allo sviluppo di un’area
coerentemente classista, basata sui militanti comunisti ma aperta
all’aggregazione di altri settori indipendenti, che si candidi all’egemonia
sull’insieme della sinistra della confederazione, e si basi su un programma
d’azione anticapitalistico in aperta opposizione ai gruppi dirigenti.
Parallelamente il PRC deve lavorare ad
un collegamento costante, nell’azione, tra questa sinistra rifondata della Cgil
e i compagni/e comunisti/e che sviluppano la propria azione nel sindacalismo di
base extraconfederale: un sindacalismo che configura, com’è ovvio, un quadro
d’intervento più avanzato sul terreno degli obiettivi politico-sindacali e che,
tuttavia, su basi diverse, è anch’esso segnato da limiti reali, ben oltre il
suo limite di influenza: quali, ad esempio, la tendenza cronica alla
frammentazione. In questo quadro la battaglia per l’unificazione del
sindacalismo di base extraconfederale è un’azione che va sviluppata come
centrale nella prossima fase da parte dei militanti comunisti in esso inserito.
Il PRC non può illudersi di superare
“per decreto” l’attuale dislocazione dei militanti comunisti in diverse
organizzazioni sindacali: è questa una realtà sancita e “legittimata” sia
dall’obiettiva complessità della questione sindacale, sia dalla concreta
vicenda del sindacalismo italiano, e che solo lo sviluppo della lotta di classe
e l’esperienza della lotta antiburocratica potrà consentire di superare in
avanti. Il PRC può e deve invece, da subito, indicare l’asse generale di
proposta e le basi programmatiche che debbono unire i militanti sindacali
comunisti, siano essi collocati nel sindacato confederale o nella sinistra
extraconfederale di base.
L’asse generale che il V Congresso
avanza è la proposta della “costituente di un sindacato classista, unitario,
confederale, democratico e di massa”.
Con questa indicazione i comunisti si
rivolgono all’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici per realizzare la loro
unità , sulle basi più larghe, in una confederazione sindacale unitaria,
fondata sulla democrazia dei lavoratori e sulla difesa dei loro autonomi
interessi, in rottura con le attuali burocrazie dirigenti. Ciò significa
avanzare la prospettiva di una unità dal basso, a partire da assemblee unitarie
di iscritti (e non) nei luoghi di lavoro. Le forme di articolazione di questa
proposta generale potranno variare in rapporto allo sviluppo concreto della
situazione. Ma essa assume come riferimento centrale la lotta dei comunisti per
l’egemonia sulle masse politicamente e sindacalmente attive: fuori sia da una
logica di autoghettizzazione su basi puramente sindacalistiche, sia da una
logica di subalternità agli attuali apparati sindacali.
In questa prospettiva di lavoro comune
è necessario un coordinamento dei militanti sindacali comunisti al di là delle
diverse appartenenze di sigla. Un coordinamento che deve porsi da ora come
ambito unificante del nostro dibattito sindacale, ai vari livelli territoriali
e nei diversi settori.
Parallelamente, sulla base della
proposta della “costituente”, dobbiamo lavorare al raggruppamento unitario di
un settore più largo, che vada al di là dei soli militanti comunisti,
costruendo, nei luoghi di lavoro, ovunque possibile, “comitati per la
rifondazione sindacale”, che coinvolgano attivisti sindacali di diversa
appartenenza, e cerchino di configurarsi come punto di riferimento per l’azione
antipadronale e antiburocratica.
E’ altresì importante che il PRC lavori
al rilancio del movimento dei delegati Rsu. Un coordinamento permanente della
sinistra larga degli eletti/e nelle Rsu su un programma immediato di natura
classista può essere, infatti, uno strumento importante di lotta
antiburocratica e per lo sviluppo del movimento di massa. Da questo punto di
vista va dato il pieno appoggio all’iniziativa unitaria del sindacalismo
classista che ha visto un suo primo importante momento nell’incontro dei/delle
delegati/e sindacali del 1 dicembre 2001 a Bologna e che vedrà il successivo
passaggio con l’assemblea dell’11 gennaio 2002 a Milano.
Infine, pur considerando centrale la
lotta nelle organizzazioni sindacali, i comunisti debbono evitare qualsiasi
tipo di formalismo. In particolare, nei momenti di ascesa della lotta, sia
generali che particolari, è decisivo lavorare allo sviluppo di forme di
autorganizzazione di massa, sia nella forma di comitati di lotta, sia nella
forma ben più elevata di strutture elette e controllate democraticamente
(comitati di sciopero, consigli). E’ in definitiva in queste strutture, più che
nelle organizzazioni sindacali, che si giocherà la battaglia dei comunisti per
la conquista della maggioranza della classe.
SCUOLA
La scuola è un terreno
nevralgico dell'attacco dominante. Ma è anche un settore strategico per la
ricomposizione del blocco sociale alternativo.
Il governo Berlusconi punta ad un
autentico salto delle politiche reazionarie contro l'istruzione pubblica.
Ancora una volta eredita le politiche sviluppate dalla legislatura di
centrosinistra e i loro punti di sfondamento (si pensi alle scelte del governo
D'Alema nel '98 in ordine alla parità scolastica) per estenderle e
radicalizzarle contro l'insieme dei lavoratori della scuola e degli studenti, e
contro l'interesse sociale delle classi subalterne. La scuola pubblica è
colpita innanzitutto dai nuovi tagli operata dalla Finanziaria, direttamente
travasati in investimento di guerra (5 mila mld); dalla programmata riduzione
delle spese per il personale della scuola nell'arco di cinque anni, connessa
anche ad una riduzione secca dell'occupazione nel settore; dall'estensione dei
processi di "autonomia finanziaria" legati alla riduzione dei fondi
pubblici; dalla programmata riduzione, da cinque a quattro anni,
dell'istruzione superiore combinata con l'equiparazione della formazione
professionale a liceo e istituti professionali, in funzione degli interessi
d'impresa. Parallelamente il governo delle destre assume la rappresentanza
diretta del blocco d'interessi della scuola privata, in piena sintonia col
Vaticano, come articolazione del proprio blocco sociale di riferimento. La
politica dei buoni scuola tende a generalizzarsi anche a livello territoriale
per opera dei governi regionali. E il federalismo regionalista sottraendo allo
Stato l'esclusiva competenza in fatto di istruzione cerca di produrre un vero e
proprio sfondamento sia sul terreno della privatizzazione della scuola pubblica
sia sul terreno complementare del privilegiamento della scuola privata e
confessionale.
Questo attacco alla scuola pubblica,
combinato con l'analoga politica universitaria, è destinato tuttavia ad
incontrare resistenze sociali crescenti. La scuola è il terreno su cui le
politiche liberiste, persino nella fase della loro ascesa generale, hanno
maggiormente faticato a conquistare un consenso sociale maggioritario. Oggi,
nella nuova fase aperta dalla crisi più generale dell'egemonia liberista, la
scuola si conferma come uno dei possibili terreni centrali di resistenza e
controffensiva. La ripresa delle lotte degli insegnanti negli ultimi anni (dopo
il lungo periodo di stasi intercorso dopo la stagione dell'87-'88) è
rivelatrice di una controtendenza in atto, tanto più significativa a fronte
della frammentazione della rappresentanza sindacale. Parallelamente, proprio
l'affacciarsi di una nuova generazione sul terreno delle lotte trova un
significativo riflesso nella ripresa del movimento degli studenti e soprattutto
nel maturare al suo interno di più visibili spunti di politicizzazione.
L'intersezione frequente tra movimento degli studenti e movimento
antiglobalizzazione è sotto questo profilo indicativa.
Tanto più oggi i comunisti devono
assumere la scuola come uno dei terreni prioritari di ricomposizione di un
blocco alternativo anticapitalistico. Per questo il nostro partito non può
limitarsi a sostenere e rivendicare lo sviluppo del movimento e dei movimenti
contro le politiche reazionarie sull'istruzione, cosa naturalmente preziosa e
insostituibile. Ma deve combinare la propria partecipazione alla costruzione
attiva del movimento con una assunzione di responsabilità di proposta in
funzione della ricomposizione unitaria della lotta e della costruzione di uno
sbocco.
Occorre innanzitutto lavorare a una
piattaforma unificante delle mobilitazioni che favorisca la ricomposizione di
lotta tra insegnanti e studenti e leghi le rivendicazioni immediate a un
programma più complessivo di alternativa di classe. La rivendicazione degli
aumenti salariali per i lavoratori della scuola, della riduzione del numero
massimo di alunni per classe e di classi per insegnante; lo sviluppo e
risanamento delle strutture scolastiche; l'estensione della scuola pubblica (a
partire dalla scuola per l'infanzia) e del suo servizio in rapporto alla popolazione
adulta, agli immigrati, agli anziani; vanno nel loro insieme collegate
all'obiettivo dell'abolizione di ogni forma di finanziamento diretto o
indiretto, anche a livello di giunte locali (di centrodestra e centrosinistra),
alla scuola privata e confessionale, alla prospettiva di una riacquisizione su
basi pubbliche e gratuite di tutta l'istruzione, alla rivendicazione della
tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite e profitti, come fonte di
finanziamento della scuola. Così la lotta contro lo smantellamento degli organi
collegiali -promosso dal governo Berlusconi- va sviluppata non in una logica
difensiva e conservativa ma in nome di una proposta di controllo sociale
sull'istruzione pubblica basata sulla partecipazione degli insegnanti, degli
studenti, dell'insieme della popolazione scolastica in alternativa al controllo
delle imprese e dei loro interessi.
Congiuntamente i comunisti debbono
avanzare la proposta di una unificazione del movimento studentesco in atto sul
terreno dell’autorganizzazione democratica. Una situazione di atomizzazione del
movimento e delle occupazioni, senza piattaforma unificata, senza un quadro
democratico di verifica della rappresentatività delle diverse posizioni e
proposte, sarebbe priva di sbocchi vincenti. Ed anzi spianerebbe la strada,
come l’esperienza insegna, ai vertici dell’Uds e al relativo riflusso del
movimento. Si può invece imparare dall’esperienza degli studenti francesi:
proporre che ogni assemblea di scuola occupata designi democraticamente i propri
delegati, permanentemente revocabili, e che i coordinamenti dei delegati, ai
vari livelli, sino al livello nazionale siano la sede democratica di
definizione della piattaforma rivendicativa del movimento. Solo così il peso
delle diverse posizioni, organizzazioni ed aree sarà misurato dall’effettivo
livello di rappresentatività democratica. Solo così potrà svilupparsi una
vertenza nazionale vera tra movimento e governo. Solo così le stesse forme di
lotta e la loro continuità saranno finalizzate su obiettivi chiari,
rappresentativi, verificabili.
INTERVENTO NEL
MOVIMENTO ANTIGLOBALIZZAZIONE IN ITALIA
Il
movimento antiglobalizzazione in Italia ha conseguito una reale dimensione di
massa e racchiude rilevanti potenzialità anticapitalistiche. Ma è decisiva la sua
convergenza di lotta con la classe operaia come condizione dell'affermazione
delle sue stesse ragioni. Lavorare nella classe operaia per l'assunzione delle
istanze del movimento antiglobalizzazione entro un programma di classe.
Lavorare nel movimento antiglobalizzazione per la sua aperta proiezione di
lotta verso il movimento operaio entro il conflitto centrale tra capitale e
lavoro. Questa è oggi una necessità centrale della battaglia di egemonia dei
comunisti per la ricomposizione di un blocco sociale anticapitalistico. Ma
richiede un impegno di lotta, entro la costruzione del movimento, contro le
posizioni prevalenti nelle sue attuali direzioni.
Il movimento antiglobalizzazione ha
conquistato un ruolo obiettivo di grande rilevanza nello scenario italiano. Più
che in altri Paesi europei esso ha conseguito una reale dimensione di massa, in
particolare tra i giovani, testimoniata dalla grande manifestazione di Genova;
ha coinvolto reali settori di avanguardia della classe lavoratrice e delle sue
rappresentanze sindacali; ha esercitato ed esercita un rilevante impatto
politico sull'intera situazione nazionale. Più in generale esso si circonda di
una diffusa simpatia popolare, quale effetto indiretto della crisi di egemonia
del liberismo presso ampi settori di massa. Per questo il movimento rivela un
potenziale prezioso di ulteriore espansione, che gli eventi di guerra non hanno
pregiudicato.
Ma proprio questa realtà e potenzialità
sottolineano i problemi irrisolti dell'orientamento del movimento. La sproporzione
tra il livello complessivamente arretrato della coscienza politica diffusa del
movimento e l'elevato livello di scontro con l'apparato dello Stato e lo stesso
governo, documentata dai fatti di Genova; lo scarto tra l'elementare pulsione
critica antiliberista e il livello di confronto imposto dalla precipitazione
della guerra imperialistica in Afghanistan, descrivono una contraddizione
obiettiva e pericolosa, in parte inscritta inevitabilmente nell'inesperienza
della giovane generazione, in parte amplificata dalla cultura
riformistico-paficista della direzione maggioritaria del movimento.
Il nostro partito, forte di una
presenza diffusa nel movimento, può e deve impegnarsi ad affrontare e superare
in avanti quella contraddizione, nell'interesse del movimento e delle sue
ragioni. Non può concepire il proprio ruolo né come pura rappresentanza
istituzionale delle istanze di movimento; né come mediatore tra movimento e
istituzioni; né come puro collante dell'unità del movimento intesa come blocco
politico-diplomatico con le componenti associative centrali della sua
leadership. Ma deve invece combinare un'azione leale di costruzione quotidiana
del movimento di massa antiglobalizzazione con un'aperta battaglia di
orientamento politico nel movimento stesso: una battaglia tesa a sviluppare la
coscienza politica del movimento sul terreno anticapitalistico e
antimperialista (v. tesi…), la sua autonomia e contrapposizione a centrodestra
e centrosinistra, la sua convergenza di lotta con la classe operaia sul terreno
del blocco sociale alternativo. Una battaglia aperta di egemonia alternativa.
L'azione di costruzione del movimento
implica innanzitutto un'aperta responsabilità di proposta sullo stesso terreno
delle forme di lotta e di organizzazione del movimento. In questo ambito va
contrastata ogni posizione, ciclicamente affiorante, che di fatto propone al
movimento una sorta di ripiegamento seminariale e un arretramento dei suoi
livelli di mobilitazione (come nella fase successiva alle manifestazioni di
Genova, alla vigilia della manifestazione di Napoli contro la NATO, in
relazione alla stessa manifestazione di Roma del 10 novembre). Va posta invece
la centralità delle manifestazioni, pacifiche e di massa, quale terreno di
lotta indispensabile ai fini dell'aggregazione, dell'impatto politico, della
stessa visibilità e popolarizzazione delle ragioni del movimento. Va affrontata
seriamente, in questo quadro, la problematica dell'autodifesa delle
manifestazioni da qualsiasi forma di aggressione, quale strumento di tutela del
carattere pacifico e di massa delle manifestazioni medesime (v. servizi
d'ordine). Va inoltre affrontata la questione dell'organizzazione democratica
nazionale di un movimento che proprio per la sua espansione, non può più
reggersi su un puro patto di vertice inter-associativo, ma deve coinvolgere
democraticamente la massa degli attivisti, oggi privi di ogni potere
decisionale, nella definizione delle scelte del movimento stesso e delle sue
rappresentanze ad ogni livello: pena il combinarsi di una crisi di democrazia,
di un'elusione delle scelte, di una debole rappresentatività delle decisioni.
Sul piano politico è necessario
sviluppare, nel movimento la proposta di convergenza di lotta con la classe
operaia, sul terreno dell'opposizione aperta al padronato e al governo
Berlusconi. Non si tratta semplicemente di rappresentare la nostra
"sensibilità" di classe entro il mosaico del movimento. Si tratta di
lottare per conquistare il grosso del movimento ad una prospettiva di classe,
quale condizione dell'affermazione delle sue stesse ragioni, e quale terreno di
valorizzazione delle sue stesse potenzialità d'impatto.
Nell'attuale quadro, il movimento
antiglobalizzazione, già forte di una diffusa simpatia in settori vasti della
società, potrebbe realmente trasformarsi nel detonatore di un'esplosione
sociale: ma alla condizione che dal movimento emerga un indirizzo nuovo e una
proposta nuova. L'incontro con i lavoratori non può ridursi ad una somma di
buone relazioni con le rappresentanze del sindacalismo di classe, né ad
un'azione di pressione su Cofferati o alla semplice registrazione dell'adesione
FIOM al GSF (che certo è importante). Ma può e deve tradursi in una pubblica
proposta di azione comune, basata su una piattaforma di rivendicazioni semplice
e unificante, che sappia stabilire un rapporto di sintonia con le domande
sociali delle più vaste masse e che proprio per questo possa sfidare all'unità
d'azione le stesse organizzazioni sindacali ponendo ognuna di fronte alle
proprie responsabilità. In questo senso la proposta della vertenza generale del
mondo del lavoro e dei disoccupati va posta apertamente non solo tra i
lavoratori ma nello stesso movimento antiglobalizzazione, indicando così da
entrambi i versanti, il possibile terreno comune di un'azione di lotta unitaria
e concentrata. La stessa prospettiva dello sciopero generale contro padronato e
governo va indicata come occasione straordinaria di una preziosa convergenza di
lotta tra lavoratori e giovani, in una dinamica di rottura con la borghesia.
La lotta per l'egemonia di classe nel
movimento antiglobalizzazione implica un'azione politica costante per la sua
autonomia e alternatività al centrosinistra borghese. L'apparato DS e le forze
dell'Ulivo lavorano a produrre un condizionamento esterno del movimento nel
tentativo di sussumerlo come fattore subalterno di una futura alternanza
liberale. L'operazione avviata in occasione della marcia Perugia-Assisi,
attraverso la piattaforma della cosiddetta Tavola della Pace, si inquadra
apertamente in questa strategia di fondo, che trova sponde e interlocutori in
settori dirigenti del movimento o risposte deboli e difensive. Il PRC può e
deve contrastare nel movimento, con tutte le proprie forze, le operazioni dei
DS e del centrosinistra. Può farlo alla condizione di rivedere a fondo
l'impostazione attuale e di prospettiva. Non si tratta di proporre ai liberali
del centrosinistra una contaminazione di movimento nella logica della sinistra
plurale. Si tratta di sviluppare nel movimento una politica di autonomia e di
rottura col centrosinistra e l'apparato DS. Non si tratta di arginare e
diplomatizzare le contraddizioni tra movimento e Ulivo, o di teorizzare la non
ingerenza in questa contraddizione (come nel caso della marcia di Perugia): si
tratta all'opposto di lavorare ad approfondirla. Combinando la più ampia
proiezione di massa verso i lavoratori e i giovani, fuori da ogni cultura
minoritaria, con la spiegazione costante dell'inconciliabilità tra le ragioni
di fondo del movimento e i custodi liberali della società borghese e della sua
barbarie. In questo quadro il voto dell'apparato DS e dell'Ulivo a sostegno
della guerra imperialista contro il popolo afghano va assunto pubblicamente
come riprova inequivocabile e definitiva di quella inconciliabilità. Più in
generale la lotta per l'egemonia anticapitalistica e antimperialistica nel
movimento antiglobalizzazione rappresenta il terreno centrale di azione per la
difesa e lo sviluppo della sua autonomia.
QUESTIONE
MERIDIONALE
Le
masse meridionali sono un alleato strategico decisivo della classe operaia
nella prospettiva anticapitalistica, ed una forza determinante per
l’affermazione di tale prospettiva. La questione meridionale si ripropone come
questione centrale della vita nazionale e uno dei punti di massima intersezione
di questione sociale e questione democratica.
Già la storia degli anni Ottanta ha
segnato la continuità del processo di emarginazione economico e sociale del Sud
all’interno della divisione nazionale e internazionale del lavoro. La svolta
degli anni Novanta e l’avvio della II Repubblica ha indotto la situazione
meridionale a una vera e propria precipitazione: il taglio dei trasferimenti
assistenziali, il disegno liberista del federalismo, la flessibilizzazione
dilagante (v. i contratti d'area esemplari di Manfredonia, Crotone,
Castellamare) si pongono su uno sfondo sociale già segnato da una profonda
deindustrializzazione e dall’ulteriore espansione di una disoccupazione di
massa, specie giovanile già da tempo drammatica. L’ingresso nell’Europa di
Maastricht consolida e accentua queste tendenze di fondo: confermando una volta
di più che là crescente marginalità dell’economia meridionale lungi dall’essere
un’espressione di arretratezza e di "ritardo" è il risvolto di una
reale integrazione nel moderno mercato capitalistico e un laboratorio di
sperimentazione delle forme più avanzate di sfruttamento.
Peraltro l’ulteriore declino del Sud
produce al suo interno una polarizzazione della ricchezza e del contrasto di
classe. Da un lato abbiamo una borghesia meridionale emergente legata alle
costruzioni, al terziario e all’economia turistica, protagonista spregiudicata
delle operazioni speculative sulle aree industriali dismesse e che moltiplica i
propri capitali attraverso i meccanismi della rendita. Al polo opposto il
pesante ridimensionamento della classe operaia industriale si accompagna ad un
processo di più ampia pauperizzazione segnato dal peso crescente dei
disoccupati, dalla precarietà del lavoro stagionale, dal declassamento del
pubblico impiego, dal supersfruttamento del lavoro femminile.
In questo quadro la criminalità
organizzata trova il suo spazio naturale di riproduzione sociale: essa si
intreccia profondamente con la borghesia meridionale di cui è organica
frazione, attraverso un complesso rapporto: da un lato esercita su di essa un
prelievo fiscale illegale e diffuso, largamente sostitutivo del fisco statale,
entrando così in contraddizione con l’interesse complessivo della borghesia
nazionale, ma dall’altro le assicura protezione sociale e credito bancario
(anche attraverso l’utilizzo di settori dello Stato). Inoltre la criminalità
agisce come ufficio di collocamento di giovani disoccupati e quindi,
paradossalmente, come ammortizzatore sociale, tanto più in una fase in cui lo
Stato borghese, da sempre esattore e gendarme, giunge a negare persino
l’assistenza. In questo quadro nessuna sentenza di tribunale o iniziativa
giudiziaria, nessun proclama solenne di lotta alla mafia possono rimuovere peso
sociale e radici della criminalità organizzata, obiettivamente incorporata al
blocco storico dominante.
Il nuovo governo delle destre
costituisce oggi un fattore di ulteriore aggravamento della situazione
meridionale. Le politiche di flessibilizzazione selvaggia del lavoro e di
attacco alle conquiste sociali ricadranno in forma concentrata sulle condizioni
materiali di ampi settori di giovani e di donne meridionali. Parallelamente il
rilancio delle politiche delle “grandi opere” mira a rafforzare il blocco
affaristico speculativo con l’aperto
coinvolgimento di settori malavitosi del capitale, a scapito dell’ambiente e
della stessa occupazione (v. ponte sullo stretto).
La piattaforma di lotta per la vertenza
generale unificante di lavoratori e disoccupati acquista dunque una valenza
centrale per le masse del Mezzogiorno. Le rivendicazioni del salario garantito
ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione, della trasformazione
dei lavoratori precari in lavoratori a tempo indeterminato, dell’abolizione del
“Pacchetto Treu” e delle leggi di flessibilizzazione del lavoro vanno assunte,
tanto più oggi, come terreno di unificazione del blocco sociale alternativo nel
sud e come ambito di ricomposizione in esso dell’egemonia di classe. In questo
senso vanno ricondotte a un programma anticapitalistico più complessivo, basato
su un vasto piano di rinascita e di sviluppo generale del Mezzogiorno, e sulla
necessita di un’azione di lotta radicale a suo sostegno da parte dell’insieme
del movimento operaio, in rottura con la logica delle politiche concertative
adottate fino ad oggi dal sindacato.
Occorre organizzare comitati di lotta
che vedano come protagonisti ovunque possibile lavoratori, disoccupati,
precari, migranti e studenti, che sostengano scelte occupazionali in netta
controtendenza con quelle attualmente dominanti, ponendo anche l’obiettivo
della nazionalizzazione delle fabbriche che licenziano, evadono, sfruttano mano
d’opera a basso costo (con scarse norme di sicurezza, bassi salari, scarsa
specializzazione, part-time, ecc. Occorre rivendicare come politica sociale per
la rinascita del Mezzogiorno l’eliminazione dei privilegi di classe della
borghesia: l’abolizione del segreto bancario, commerciale, finanziario quale
unica condizione per la lotta all’elusione ed evasione fiscale; l’imposizione
di una patrimoniale ordinaria e straordinaria sulle grandi ricchezze; la
tassazione fortemente progressiva dei profitti e delle grandi rendite;
l’abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese, vera assistenzialismo di
Stato che sottrae ogni anno all’erario pubblico decine di migliaia di miliardi.
In conclusione al blocco storico
dominante tra la grande borghesia del Nord e la borghesia meridionale, ivi
inclusa la sua frazione criminale, occorre contrapporre il blocco storico tra
la classe operaia e le masse popolari del Sud, a partire dai lavoratori e dai
disoccupati, sulla base di un programma anticapitalistico. Ed anzi questo
blocco di classe è il solo che può trasformare la questione meridionale in una
leva decisiva dell'alternativa anticapitalista.
PER
UN MOVIMENTO DI MASSA DELLE DONNE
Il
PRC può e deve impegnarsi per lo sviluppo di un movimento di massa delle donne
sul terreno della ricomposizione dell'opposizione di classe e
anticapitalistica.
Negli anni Settanta l'ascesa della
classe operaia italiana aprì un varco importante allo sviluppo del movimento
delle donne. E a sua volta la lotta delle donne fece un'irruzione forte nel
dibattito politico, nella cultura, nella società italiana, favorendo la
maturazione di una esperienza di massa più avanzata sullo stesso terreno
democratico e ottenendo anche risultati importanti, seppur limitati, dal punto
di vista del costume e del diritto (v. legislazione sulle lavoratrici madri, L.
194/78).
Con gli anni Ottanta l'arretramento del
movimento operaio trascinò con sé un'involuzione più generale della sensibilità
democratica e della coscienza di massa e, con esse, un arretramento del
movimento delle donne.
Ma soprattutto su quello sfondo si
svilupparono nel movimento femminile orientamenti culturali di distacco
progressivo dai temi sociali e di classe, di rifiuto della contraddizione
capitale/lavoro, di ripiegamento intellettualistico-elitario. Le teorie
idealistiche oggi presenti in una parte rilevante del pensiero femminista -che
riconducono l'oppressione femminile a una radice biologica e a un codice
simbolico maschile- nacquero in quel clima sociale e culturale.
Oggi l'inizio di una ripresa del
movimento operaio, la crisi di egemonia delle politiche liberiste,
l'affacciarsi di una giovane generazione, creano uno spazio nuovo per il
possibile rilancio di un movimento di massa delle donne, capace di coinvolgere
in primo luogo i settori più oppressi e sfruttati della popolazione femminile.
E tanto più oggi il PRC deve impegnarsi in questa direzione fuori da ogni
adattamento a espressioni elitarie del pensiero femminista.
Le politiche sociali dell'intera
legislatura di centrosinistra hanno determinato un attacco profondo alle
condizioni di vita di milioni di donne (Legge 40/98 del governo Prodi, Legge
Bassanini del '97 a favore della sussidiarietà, purtroppo sostenute dal voto
del PRC). Oggi il governo Berlusconi da un lato dà fiato all'arroganza del
peggiore integralismo cattolico (v. l'attacco alla 194), dall'altro innesta il
rilancio della "centralità della famiglia" su un ulteriore
smantellamento dello Stato sociale. Attraverso detrazioni fiscali e assegni
irrisori il nucleo familiare, cioè la donna, è incentivato a farsi carico di
compiti di cura prima propri del Welfare State. La privatizzazione del sistema
sanitario e degli asili nido va nella medesima direzione. Le donne sono
costrette a subire doppiamente sulla propria pelle il carico di lavoro di cura
nei confronti dei soggetti a rischio e marginalizzati di questa società
(anziani, malati terminali, sieropositivi, portatori di handicap). E questo nel
mentre subiscono come prime vittime l'attacco ai posti di lavoro
(licenziamenti) e la compressione dei salari.
Da più versanti l'oppressione di
milioni di donne ha sempre più un contenuto sociale riconoscibile e inequivoco.
Su Questo terreno va costruito un
intervento di classe teso a ricomporre la più vasta opposizione di massa, a
partire dalle donne. La lotta alle privatizzazioni e contro l'attacco allo
Stato sociale; la lotta per il diritto al lavoro e per un salario garantito
quando il lavoro non c'è; la lotta per il diritto alla salute garantito dal
servizio pubblico e gratuito; la lotta per gli asili nido e contro la chiusura
dei consultori, possono coinvolgere, in prima fila, i settori più oppressi
della popolazione femminile. Ma è essenziale che il movimento operaio assuma
queste tematiche all'interno delle proprie lotte come terreno di egemonia e
ricomposizione. E che il PRC ponga queste tematiche congiuntamente all'interno
del movimento operaio (contro ogni logica concertativa) e come ambito di
sviluppo di un movimento di massa delle donne.
Il PRC ha il compito di monitorare
tutte le espressioni di lotta delle donne, di radicarsi al loro interno, di
lavorare a estenderle e unificarle. Ma costruendo sempre una connessione viva
tra obiettivi immediati e prospettiva anticapitalistica, entro la logica
transitoria. E quindi riconducendo ogni lotta delle donne al processo più
generale di emancipazione della classe lavoratrice, per un'alternativa di
società e di potere.
INTERVENTO
SULL'IMMIGRAZIONE
Il
fenomeno dell¹immigrazione uno dei prodotti più macroscopici del carattere
ineguale e squilibrato dello sviluppo capitalistico è utilizzato dalla classe
dominante per dividere e indebolire la classe operaia.
L¹impegno
dei comunisti per i diritti sociali e politici degli immigrati e contro la
xenofobia e il razzismo è parte integrante della lotta per la ricomposizione
dell¹unità della classe e per la costruzione del blocco sociale alternativo.
Le migrazioni sono uno degli effetti
più macroscopici delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico, ed oggi
anche delle guerre e delle catastrofi ambientali.
Anche l'Italia conosce da tempo una
presenza crescente di lavoratori provenienti da Paesi dell¹Europa dell'Est e
del Terzo mondo che la classe dominante punta ad utilizzare come forza lavoro
disponibile a basso costo e con poche pretese.
Chiusura delle frontiere, flussi
programmati, controllo poliziesco sono i punti salienti delle politiche dell'immigrazione
attuate nell'ultimo decennio e condivise, al di là delle differenze di tono e
di accento, dal centrosinistra e dal centrodestra.
Lungi dal disciplinare il fenomeno,
questa linea repressiva aggrava le già difficili condizioni di vita dei migranti,
crea i cosiddetti clandestini, contribuisce a costruire una percezione distorta
dell'immigrazione come fenomeno criminale e criminogeno e ad alimentare la
xenofobia e i pregiudizi razzisti. Peraltro, la condizione di clandestinità, il
ricatto dell'espulsione, la minaccia della xenofobia sono funzionali a rendere
gli immigrati disponibili per qualsiasi lavoro e a qualsiasi condizione, a
farne cioè un elemento di indebolimento e di divisione della classe operaia.
Di fronte alla novità
dell'immigrazione, la risposta delle forze del movimento operaio è stata del
tutto subalterna alle tendenze politiche dominanti, limitandosi al più, a
generici sussulti di impegno umanitario. Anche il PRC, nel quadro dell'appoggio
al governo Prodi, porta la responsabilità della legge Turco-Napolitano che
uniforma il nostro Paese alla legislazione poliziesca di Schengen e introduce
per gli immigrati irregolari i campi di concentramento e la deportazione.
I comunisti devono essere consapevoli
che i fenomeni migratori pongono una sfida sul terreno della ricomposizione
dell'unità della classe operaia e della costruzione del blocco sociale
alternativo. Nella difesa dei lavoratori immigrati il PRC deve saper svolgere,
secondo l'indicazione leninista, la funzione del "tribuno del popolo"
che dà voce a coloro che in questa società non hanno voce perché sono i più
oppressi. Da un lato occorre battersi per realizzare l'unità fra lavoratori
stranieri e italiani, dall'altro occorre impegnarsi risolutamente contro la
xenofobia e il razzismo e per costruire la risposta militante, unitaria e di
massa alle aggressioni xenofobe.
Occorre rivendicare innanzitutto il
rispetto del diritto d'asilo, la chiusura dei cosiddetti centri di permanenza
temporanea, la regolarizzazione di tutti gli immigrati presenti sul territorio
nazionale, l'abolizione delle procedure poliziesche per il permesso di
soggiorno e di lavoro, l'attuazione di concrete misure materiali e
socio-culturali di accoglienza e integrazione; ma l'obiettivo dev'essere
l¹abolizione di tutte le restrizioni all¹ingresso e i pieni diritti di
cittadinanza, sociali e politici, per tutti coloro che cercano migliori
condizioni di vita nel nostro Paese. Nel contempo occorre battersi per
sottrarre i lavoratori stranieri al lavoro nero, ai bassi salari, al
supersfruttamento, impegnandosi per la loro sindacalizzazione e la piena
integrazione nel movimento operaio e nelle sue organizzazioni.
In questo ambito generale assume oggi
un carattere di priorità la piò ampia mobilitazione contro la legge Bossi-Fini
e l’ulteriore salto reazionario che essa configura (annullamento del diritto
d’asilo, introduzione del reato penale di immigrazione clandestina, condanna
del lavoratore migrante alla flessibilità a vita in subordine all’impresa). Ciò
che richiede, tanto più oggi, la diretta assunzione della difesa dei diritti
dei lavoratori stranieri da parte dell’insieme del movimento operaio come parte
integrante della piattaforma di lotta contro il governo per la sua cacciata.
IMPOSTAZIONE
PROGRAMMATICA DELL'ALTERNATIVA DI CLASSE
Il
PRC è e deve essere in prima fila nell’opposizione all’aggressione liberista.
Ma non può limitarsi ad una pura azione difensiva, pur prioritaria. E’ invece
essenziale collegare, ovunque possibile, l’azione di difesa e ampliamento dello
stato sociale e dei diritti con un programma anticapitalistico contro la crisi
che indichi una soluzione di classe alternativa. La
questione della proprietà e del potere non può essere solo enunciata:
dev'essere posta al centro dell'elaborazione programmatica del partito come
filo conduttore dell'intervento dei comunisti nella classe operaia.
In questi anni il nostro
partito ha assunto come proprio orizzonte programmatico d'intervento, un
orizzonte di riforma della società capitalistica in direzione di un modello di
sviluppo non liberista. Ogni rivendicazione immediata dalla tassazione dei BOT
alle 35 ore, ai diritti dei lavoratori, è stata ricondotta a un programma di
riforma indicato come terreno realistico di un'alternativa di società oggi
"possibile", e di una "sinistra plurale" di governo che la
persegua. La rivendicazione della "Tobin Tax" per un'"Europa
sociale" è l'esemplificazione attuale di questa impostazione .
Questa impostazione ad onta
del suo presunto realismo, si è rivelata nei fatti profondamente utopica.
Immaginare una soluzione riformistica complessiva, che sia ad un tempo
compatibile col capitalismo e di carattere "progressivo", significa
nelle condizioni storiche dell'oggi perseguire un'utopia. Lo riprovano le
esperienze concretamente vissute o osservate negli anni '90. Dal versante del
governo, sotto Prodi come sotto Jospin, quel programma di riforme possibili si
è capovolto in una politica controriformatrice e in una pesante
corresponsabilizzazione dei comunisti alle politiche liberiste del capitale.
Dal versante dell'opposizione quello stesso programma, sistematicamente
proposto come terreno di confronto alle forze politiche dominanti, e
all'apparato liberale dei DS non ha ottenuto neppure un ascolto. Continuare a
perseguire questa impostazione significa alimentare tra i lavoratori quelle
illusioni neoriformistiche che i comunisti in quanto tali sono chiamati a
combattere.
L'impostazione
programmatica dell'intervento di classe va allora esattamente rovesciata. I
comunisti non possono assumere come proprio orizzonte i cosiddetti obiettivi
"tangibili e possibili". Debbono invece costruire la propria politica
sulla spiegazione costante che nessun serio obiettivo di progresso sociale può
essere raggiunto e consolidato senza mettere in discussione in ultima istanza i
rapporti di proprietà e di potere. Non si tratta affatto, com'è ovvio, di
rinunciare alle rivendicazioni immediate ed elementari, che anzi vanno
articolate e ricomposte in una precisa proposta d'azione (vertenza generale).
Si tratta di spiegare, sulla base dell'esperienza pratica dei lavoratori, che
ogni riforma, ogni eventuale conquista parziale, ogni eventuale difesa di
vecchie conquiste può realizzarsi solo come sottoprodotto di uno scontro
generale con la società capitalistica e i suoi governi (comunque colorati). E
che solo la rottura dei rapporti capitalistici, solo un governo dei lavoratori
e delle lavoratrici, basato sulla loro forza organizzata, può dischiudere una
reale alternativa di società.
Ma proprio per questo va superata
ogni impostazione programmatica "compatibilista", apparentemente
concreta, concretamente astratta. E' necessario individuare su ogni terreno un
sistema di rivendicazioni che da un lato si raccordi alla specifica concretezza
dello scontro di classe e dall'altro prefiguri la necessità di uno sbocco
anticapitalistico complessivo, fuori da ogni illusione riformistica.
La difesa delle conquiste
sociali del movimento operaio dalle politiche dominanti; lo sviluppo e
l'estensione dei diritti sociali come diritti universali, rappresentano
rivendicazioni programmatiche essenziali del PRC. Ma il loro perseguimento
implica non solo la richiesta di abolizione delle controriforme liberiste
realizzate bensì una ridislocazione sul versante della spesa sociale di nuove
immense risorse. Non è realistico pensare che la rinegoziazione del patto di
stabilità entro le maglie dell'Europa imperialistica possano configurare una
risposta al problema. E' necessario invece prospettare la liberazione di almeno
trecentomila mld attraverso l'eliminazione di insopportabili privilegi di
classe della borghesia:
- l'abolizione del segreto
bancario, commerciale, finanziario, quale unica condizione concreta di una
seria lotta all'elusione ed evasione fiscale;
- una patrimoniale
straordinaria e ordinaria sulle grandi ricchezze;
- un drastico aumento della
tassazione dei grandi profitti e delle rendite, accresciuti in questi anni
dalle politiche dominanti;
- l'abolizione dei
trasferimenti pubblici alle imprese, vero e proprio assistenzialismo statale al
capitale che costa ogni all'erario pubblico decine di migliaia di miliardi;
- l'abolizione unilaterale
del debito pubblico con piene garanzie per i piccoli risparmiatori;
queste rivendicazioni
rappresentano nel loro insieme gli strumenti reali e possibili per finanziare
una nuova politica sociale al servizio delle grandi masse lavoratrici, dei
disoccupati, dei giovani, dei pensionati, della rinascita del Mezzogiorno.
Al tempo stesso, tanto più
in quest'epoca di crisi e di gigantesche concentrazioni capitalistiche, ogni
serio programma redistributivo della ricchezza cozza contro i limiti della
proprietà borghese.
Ogni disegno di nuovo
modello di sviluppo conforme ai bisogni delle masse lavoratrici, dei
disoccupati, delle popolazioni povere del Sud richiede la messa in discussione
della proprietà nei settori strategici dell'economia, nel quadro di
un'alternativa di fondo di società e di potere.
In questo senso il V
Congresso impegna il PRC a sviluppare una coerente campagna anticapitalistica
non in termini ideologici ma a partire dall'esperienza delle grandi masse. Ad
esempio: l'inquinamento dei cibi da parte della grande industria alimentare con
la copertura della Commissione Europea pone l'esigenza di un controllo dei
lavoratori e dei consumatori sulla produzione del settore e l'abolizione del
segreto commerciale quale garanzia di autodifesa sociale. Le speculazioni
dell'industria petrolifera sui prezzi della benzina richiedono l'apertura dei
libri contabili delle compagnie sotto il controllo dei consumatori e della
società. Gli scandali cronici e ripetuti della grande industria farmaceutica a
danno della salute e della vita richiedono una sua nazionalizzazione senza
indennizzo sotto controllo sociale. Ogni episodio di criminalità del profitto contro
la larga maggioranza della società va raccordato all'esigenza di una risposta
anticapitalistica quale unica soluzione di fondo.
Parallelamente la questione
della proprietà va posta all'interno delle dinamiche di lotta dei movimenti
fuori da ogni adattamento alla loro pura e semplice spontaneità. Nel movimento
per la pace, entro una più generale impostazione antimperialista, va posta la
rivendicazione dell'esproprio dell'industria bellica senza indennizzo e sotto
il controllo dei lavoratori. Nel movimento ambientalista va messa in
discussione la proprietà privata della grande industria inquinante quale
condizione di una sua reale riconversione. Più in generale la questione della
proprietà è obiettivamente posta dai movimenti di resistenza a difesa del lavoro
entro i processi di crisi e ristrutturazione: la rivendicazione della
nazionalizzazione delle industrie in crisi senza indennizzo e sotto il
controllo dei lavoratori può costituire un elemento di ricomposizione unitaria
di un fronte strategicamente centrale seppur oggi disarticolato e disperso.
Va peraltro chiarito ai lavoratori che
le nazionalizzazioni che noi proponiamo non hanno nulla a che vedere con le
vecchie cattedrali dell’industria pubblica. Infatti i comunisti: si battono per
nazionalizzazioni senza indennizzo (con la doverosa tutela dei piccoli
risparmiatori), perché l’indennizzo è già stato “pagato” dallo sfruttamento dei
lavoratori e dai trasferimenti pubblici; si battono perché contestualmente alla
nazionalizzazione siano messi in campo strumenti di controllo operaio e
popolare, terreno centrale di autorganizzazione di massa democratica e
consiliare; si battono contro ogni illusione di economia mista e di
democratizzazione del capitalismo collegando la rivendicazione delle
nazionalizzazioni alla prospettiva dell’alternativa di sistema.
RUOLO DELLA
CHIESA E BATTAGLIA ANTICLERICALE
L’opposizione
comunista deve recuperare una coerenza di proposta sullo stesso terreno sociale
delle rivendicazioni democratiche. Con l'apertura di una campagna per
l'abolizione del Concordato tra Stato e Chiesa, modificando l'orientamento
sinora assunto verso il papato e le gerarchie ecclesiastiche.
Il PRC deve aprire una grande campagna
politica per l’abolizione del Concordato tra Stato e Chiesa, modificando le posizioni
contraddittorie e confuse sino ad ora sostenute nei confronti della Chiesa
cattolica. L’avallo ripetutamente offerto ad un presunto “anticapitalismo” del
papato, in una logica di comune “ricerca” ha rappresentato un errore profondo
del nostro partito.
Il Vaticano rappresenta tuttora, come
sempre, un baluardo storico dell’ordine esistente. Gli intrecci materiali tra
gerarchie ecclesiastiche e proprietà capitalistica nel settore finanziario,
immobiliare, terriero, costituiscono la base materiale di questa funzione
conservatrice. Le formali posizione di “apertura” della Chiesa a istanze
sociali o antiglobalizzazione, così come la critica all’assolutismo del
profitto non solo non rappresentano un anticapitalismo reale ma rientrano o in
un più generale antimaterialismo ideologico o in una aperta “concorrenza” e
lotta al marxismo all’interno delle masse oppresse. Inoltre la natura
integralistica dell’istituzione ecclesiastica si esprime da sempre nelle
posizioni reazionarie del papato sul terreno dei diritti civili,
dell’autodeterminazione della donna, dei diritti degli omosessuali e delle
lesbiche, dell’istruzione. In particolare la lotta centrale delle donne per la
difesa della legge 194 trova nell’apparato della Chiesa il proprio nemico
frontale.
La saldatura politica oggi tra
interessi ecclesiastici e governo Berlusconi su molteplici terreni rafforza
sensibilmente l'importanza della lotta contro le gerarchie ecclesiastiche.
Certo il PRC non è e non deve essere un partito “ideologico”; il marxismo stesso
va concepito come programma di trasformazione, non come credo; la conquista di
settori di massa cattolici ad una prospettiva socialista è un aspetto
importante della strategia rivoluzionaria, tanto più in un contesto che vede
oggi settori cattolici di giovane generazione ben presenti nel movimento
antiglobalizzazione. Ma proprio questo implica il disvelamento delle
contraddizioni enormi tra le esigenze progressive di quei settori e la natura
reazionaria della Chiesa, a partire dalla lotta di classe e dalla stessa
battaglia per le rivendicazioni democratiche.
In questo quadro, oggi, sull’onda dello
scontro apertosi in ordine alla scuola privata e alla libertà delle donne, la
rivendicazione dell’abolizione del Concordato, della fine dei privilegi
materiali e simbolici che esso garantisce alla Chiesa, riconquista una forte
attualità.
NATURA
DEL PARTITO
La
proposta avanzata di "superamento della funzione d'avanguardia" del
partito, a favore di una sua "contaminazione" di movimento,
rappresenta un rischio serio per il PRC e un danno per i movimenti stessi. Il
bilancio decennale della nostra esperienza di partito, il varo di una svolta
politica e strategica indicano la necessità della costruzione reale del partito
comunista come strumento centrale di lotta per l'egemonia anticapitalista.
La natura del partito, la sua funzione,
le sue forme d’organizzazione e di vita, non sono separabili dal programma che
il partito persegue e dai caratteri della sua politica. Ed anzi: programma e
politica del partito selezionano inevitabilmente la sua stessa natura.
Lungo l’itinerario di dieci anni sullo
sfondo delle scelte politiche e istituzionali compiute o perseguite e della
rimozione di un progetto strategico anticapitalista, il nostro partito ha
progressivamente accumulato un insieme di patologie largamente riconoscibili:
la ciclica scissione delle rappresentanze istituzionali dal partito, a vari
livelli; uno scarso coinvolgimento dei militanti nella definizione ed
elaborazione delle scelte, una insufficiente trasparenza, agli occhi degli
iscritti, del confronto politico interno al partito; il mancato sviluppo di una
robusta rete di quadri, una crisi profonda e perdurante del radicamento sociale
e di classe. In altri termini, il nostro partito ha difeso la sua propria esistenza,
ma per molti aspetti non si è costruito. Si è riprodotto come importante luogo
d’aggregazione, come strumento di mobilitazione, come presenza politica
istituzionale, ma non ha sviluppato una vita collettiva di partito, né una
incidenza reale sulla dinamica della lotta di classe.
Da questo bilancio dovrebbe derivare la
necessità di una svolta, tesa a rimontare il tempo perduto, in direzione della
centralità della costituzione del partito e di una nuova politica che la
trascini; una politica di alternativa anticapitalistica e di corrispondente
egemonia nei movimenti. La sola politica che possa motivare realmente, al di là
degli appelli, una cultura
d’organizzazione, formazione, militanza, radicamento..
Invece la proposta che viene avanzata
ha un segno esattamente opposto: da un lato riconferma la continuità della
linea politica e strategica, sul piano nazionale e locale; dall’altro lato,
propone una maggiore diluizione del partito nei movimenti entro un attacco
diretto, come mai in precedenza, alla concezione stessa dell’”egemonia”. La
tesi del “definitivo superamento” della funzione “d’avanguardia” del partito,
il concetto di “pari dignità” tra sedi di partito e luoghi di movimento, la
critica esplicita allo stesso concetto di “circolo” e di “federazione" da
aprire invece alla “contaminazione” dei movimenti configurano nel loro insieme
una linea di tendenza profondamente negativa. Invece che sviluppare finalmente
una linea di egemonia del partito nei movimenti, si teorizza per la prima volta
un principio di egemonia dei movimenti sul partito. E così l’invito
dell’apertura ai movimenti, in sé importantissimo, si trasforma in un rischio
di dissoluzione nel movimento stesso o di trasformazione delle proprie
strutture in indistinti luoghi di movimento. Il risultato paradossale, non è il
rafforzamento del partito nel movimento ma all’opposto, un principio di
dispersione delle forze e di loro ulteriore sradicamento a tutto danno sia del
partito che del movimento stesso.
PARTITO,
EGEMONIA, MOVIMENTO
E’
necessario costruire il PRC come partito comunista nell’accezione leninista e
gramsciana di intellettuale collettivo, impegnato nella lotta per l’egemonia
anticapitalistica nella classe operaia e nei movimenti di massa. Il recupero e
attualizzazione della concezione leninista del partito è parte decisiva della
costruzione reale del PRC, tanto più nella stagione della ripresa dei
movimenti. Fuori e contro la cultura gramsciana dell'egemonia, ogni difesa
della "forma partito" si riduce a evocazione debole e retorica.
La lotta di classe e i movimenti di
massa sono la leva centrale della trasformazione socialista: ciò significa che
il lavoro di massa per la promozione dei movimenti di lotta, la loro estensione
e sviluppo; il lavoro di radicamento profondo nei movimenti e nella loro
dinamica, sono compiti elementari di un partito comunista. Ogni esternità ai
movimenti di massa, ogni atteggiamento di distacco -comunque motivato-
rappresenta non la “difesa” del partito ma, all’opposto, la compromissione di
un progetto anticapitalista cioè della ragione stessa del partito comunista.
Per questo simili atteggiamenti vanno seriamente contrastati, sul piano
culturale e politico, all’interno del PRC.
Ma l’inserimento profondo nei movimenti
va assunto come leva di una battaglia per l’egemonia, non come bandiera della
sua rimozione.
Nella concezione leninista e gramsciana
-antitetica alle impostazioni teoriche e pratiche dello stalinismo- “egemonia”
non significa “controllo amministrativo”, pretesa di un “primato” del partito
all’interno dei movimenti. All’opposto essa significa lotta politica e ideale,
libera e leale, per la conquista dei movimenti a una prospettiva
rivoluzionaria: in aperta contrapposizione a direzioni politiche e culturali
burocratico-riformistiche. Fuori da questa azione si disperde la ragione stessa
di un partito comunista, e si compromettono le ragioni di fondo dei movimenti
stessi. L’intera esperienza del 900 dimostra infatti che i più grandi e
radicali movimenti di massa, privi di una direzione rivoluzionaria cosciente e
sotto l’egemonia di forze riformiste sono destinati in definitiva alla
sconfitta. L’antica teoria revisionistica di fine 800 secondo cui “il movimento
è tutto, il fine è nulla” (Bernstein) è stata confutata radicalmente dalla
storia. Non può essere riproposta, in nessuna forma, come principio “nuovo”
della rifondazione comunista.
L'argomento avanzato secondo cui la
concezione leninista e gramsciana dell’egemonia sarebbe oggi superata in quanto
basata sulla separatezza antica tra “movimenti prepolitici” e “dottrina” (a
fronte invece dell’anticapitalismo latente dei movimenti attuali) fraintende
radicalmente sia il passato che il presente.
La rappresentazione dei movimenti come
massa apolitica e del partito come “dottrina” distorce in modo caricaturale la
concezione marxista sia dei movimenti che del partito. Ogni movimento di lotta
delle classi subalterne, anche limitato, racchiude una potenzialità politica:
muove pulsioni e idee nuove, sviluppa l’esperienza dei protagonisti,
arricchisce la loro consapevolezza. In questo senso ogni movimento di lotta
rivela un naturale “anticapitalismo latente”. La funzione decisiva del partito,
non è di portare dall'esterno del movimento apolitico, la scolastica della
dottrina: ma di far leva, nel profondo del movimento, sui sentimenti
progressivi che esso esprime e sulla dinamica viva di lotta che li accompagna,
per sviluppare l'anticapitalismo latente del movimento in coscienza politica
anticapitalista. Questo salto della coscienza non si produce “spontaneamente”.
Richiede il lavoro metodico del partito, perché solo il partito comunista
detiene una memoria storica delle lezioni della lotta di classe che nessun
movimento contingente può possedere; solo il partito comunista può basarsi su
un progetto strategico complessivo che nessun movimento può avere e che da
nessun movimento si può pretendere; solo il partito comunista può lottare in
forma organizzata e concentrata per liberare i movimenti dal controllo di
vecchi apparati o dalle influenze culturali neoriformiste che ipotecano la loro
sconfitta. La funzione d’avanguardia del Partito come “intellettuale
collettivo” trova in questo compito decisivo la propria radice.
Peraltro lungi dall’essere superata, la
concezione leninista del partito è tanto più attuale nel momento storico
attuale. In una situazione segnata da un lato dalla ripresa dei movimenti della
nuova generazione e dall'altro dal retaggio della lunga cesura storica tra
marxismo rivoluzionario e giovani la funzione del partito è più che mai
decisiva come costruttore di coscienza, come portatore nei movimenti di una
visione politica complessiva, di un metodo marxista di lettura e comprensione
della realtà.
Parallelamente proprio i processi
frantumazione della classe, sotto il peso delle sconfitte profonde degli ultimi
vent’anni- processi spesso addotti a sostegno del "tramonto" del
partito ne riprovano più che mai la funzione centrale: come fattore di
controtendenza, di ricomposizione sociale del blocco alternativo e in esso di
un egemonia di classe anticapitalistica.
A sua volta così come il partito è lo
strumento decisivo dell’egemonia, solo la politica dell’egemonia fonda la
ragione robusta di un partito comunista. Fuori e contro la concezione leninista
e gramsciana dell’egemonia ogni difesa della “forma partito” per quanto
sincera, si riduce a evocazione rituale.
RIFORMA DEL
PRC, NON DILUIZIONE NEL MOVIMENTO
Proprio
perché portatore nei movimenti di un progetto anticapitalista e rivoluzionario
il partito non può diluire le proprie strutture nei luoghi di movimento: ma
invece deve difenderle e svilupparle nella loro specificità, come strumento di
intervento di massa. Ciò che richiede una riforma profonda dell’attuale
costituzione materiale del PRC.
Un partito comunista come
“intellettuale collettivo” ha l’esigenza centrale di sviluppare la propria
organizzazione, nella sua autonomia, quale strumento d’azione nella lotta di
classe. La tesi avanzata circa “la pari dignità” tra luoghi di partito e luoghi
di movimento in una logica di osmosi reciproca e di reciproca “contaminazione”
è, in questo senso profondamente regressiva. Perché dissolve in una astratta
equivalenza di valori un’obiettiva diversità di funzioni e di assetti. Non si
tratta di attentare all’autonoma sovranità dei movimenti e delle loro strutture,
che va invece rispettata e difesa. Né si tratta di negare l'apporto che
l’esperienza di movimento può portare alla formazione del partito, che invece
può e deve arricchirsi di ogni viva relazione di massa. Si tratta invece di
portare nel profondo dei movimenti e delle loro autonome sedi, entro la
partecipazione attiva alla loro costruzione, il progetto rivoluzionario dei
comunisti. E per questo è indispensabile l’organizzazione del partito
comunista, il suo sviluppo autonomo, il suo radicamento organizzato, come fatto
rigorosamente distinto dal movimento. Senza la comprensione e assimilazione
collettiva di questa relazione tra organizzazione d’avanguardia ed azione di
massa il PRC è destinato ad oscillare, nella sua vita concreta, tra distacco
istituzionale dai movimenti e dissoluzione politica del proprio ruolo in essi a
favore di un ingenuo movimentismo. E spesso a combinare entrambi gli aspetti.
L'assunzione della politica
dell’egemonia anticapitalista nei movimenti richiede a sua volta una riforma profonda
del nostro partito.
Va affermata innanzitutto la concezione
di un partito certo capace di presenza istituzionale, ma non istituzionalista.
Un partito che quindi non finalizza la politica al voto ma chiede il voto a una
politica: che non subordina la propria azione di massa alla propria
rappresentanza istituzionale ma subordina la propria rappresentanza all’azione
di massa, allo sviluppo dell’opposizione sociale, alla ricomposizione di un
blocco anticapitalista.
Il carattere di massa del partito sta,
prima di tutto, in questa sua proiezione quotidiana verso la conquista delle
classi subalterne: da qui la necessità di un radicamento sociale nei luoghi di
lavoro e sul territorio, della costruzione e formazione dei militanti e dei
quadri, del controllo vigile e costante sui propri rappresentanti
istituzionali, che vanno considerati a tutti gli effetti rappresentanze del
partito nelle istituzioni e non delle istituzioni nel partito. Infine va
affrontato con serietà e concretezza il problema della costruzione organizzata
del partito. A questo proposito occorre educare il partito e i suoi organismi
dirigenti a tutti i livelli a formulare progetti definiti, concreti e
verificabili, in funzione del radicamento sociale e della vitalità delle
strutture, fuori da ogni mera proiezione d’immagine o di mero inseguimento
delle scadenze elettorali.
DEMOCRAZIA
DEL PARTITO
Questa
riforma politica profonda della nostra concezione e costruzione del partito
richiama una riforma altrettanto profonda della sua democrazia, quale terreno
decisivo della stessa rifondazione comunista.
Abbiamo bisogno di rendere tutti i
compagni “padroni di casa” nel proprio comune partito: di incoraggiare, non
emarginare, le disponibilità dei giovani compagni; di valorizzare, non di
comprimere, spirito d’iniziativa e indipendenza di giudizio, che sono lievito
indispensabile per un partito vitale; e soprattutto di rendere tutti i
militanti del partito partecipi delle elaborazioni e decisioni ai vari livelli
del partito stesso: perché gli orientamenti democraticamente definiti sono
anche quelli maggiormente sostenuti nell’azione pratica, mentre le scelte
passivamente subite, quand’anche condivise, non mobilitano le energie e
l’iniziativa.
Parallelamente va affermato il diritto
di ogni compagno del partito a conoscere il dibattito, le deliberazioni, le
posizioni diverse che emergono nel partito e di contribuirvi consapevolmente (e
non per impressioni ricevute magari dalla stampa avversaria). E’ essenziale in
questo senso uno strumento di dibattito interno nazionale, con verbali e atti
degli organismi direttivi, a partire dalla Direzione nazionale, ed un’ampia
possibilità di contributi delle federazioni, circoli, singoli o gruppi di
militanti. Al contempo Liberazione
deve essere aperto agli interventi dell’insieme del partito e rispettarne la
vita democratica, senza alcuna intromissione politica da parte di redattori o
responsabili del giornale.
E’ necessario inoltre che la formazione
dei compagni - che va assunta come tema centrale del partito - sia concepita
anche come sviluppo reale della sua democrazia interna; perché solo lo sviluppo
di conoscenze, competenze, preparazione, rafforza l’autonomia di giudizio e
quindi la libertà reale della valutazione.
Abbiamo bisogno più in generale di un
partito di liberi/e e di eguali, che fa della lotta costante al proprio interno
contro ogni forma di burocratismo e di discriminazione il codice nuovo della
propria costituzione materiale; va dunque ripristinata la facoltà di iniziativa
del circolo contro ogni forma di controllo burocratico della federazione; vanno
profondamente rivisti ruolo e natura degli attuali esecutivi regionali. Va
ripristinato e realmente affermato il diritto delle federazioni a designare
democraticamente le proprie candidature elettorali ai vari livelli, contro
logiche di imposizione da parte delle istanze superiori del partito.
Infine il nostro partito deve combinare
la necessaria unità nell’azione esterna - fondamentale in una battaglia per
l’egemonia - con la più ampia libertà di discussione interna e quindi con il
rispetto pieno dei diritti delle minoranze (a partire da quello di poter
diventare a loro volta maggioranza): solo questo rapporto di piena democrazia
interna e di pari dignità reale (non formale) tra tutte le posizioni può educare
alla concezione e alla pratica di un partito di liberi e di eguali e
soprattutto può legittimare il principio dell’unità nell’azione esterna come
principio assunto e interiorizzato dall’insieme del partito. In questo senso va
superata ad ogni livello ogni discriminazione pregiudiziale verso componenti
politiche del partito in ordine alla definizione della sua rappresentanza
istituzionale e delle sue strutture esecutive.
Peraltro l’esperienza che abbiamo
vissuto ha dimostrato che i veri rischi per l’unità del partito non stanno nel
libero e leale confronto delle opinioni politiche diverse, ma nella manovra
burocratica silenziosa, nello spirito di clan, nella logica del frazionismo
burocratico e della cordata: che magari fino al giorno prima recitava l’unanimismo
del voto e la “disciplina” di partito.
I
GIOVANI COMUNISTI
I Giovani Comunisti hanno in questa fase un grande
potenziale di crescita. Ma una battaglia per costruire l'egemonia politica tra
i giovani su un progetto di alternativa rivoluzionaria necessita di un
rafforzamento organizzativo dei GC e soprattutto del loro profilo politico
alternativo, fuori da ogni ipotesi di diluizione nelle aree astrattamente
"antagoniste" presenti nei movimenti (v. "Tute bianche")
Il V congresso di rifondazione
Comunista deve riservare alla questione giovanile una particolare attenzione,
per il ruolo strategico che essa ha assunto nello scontro di classe in Italia.
I giovani, lavoratori, studenti o
disoccupati, hanno subito più di altri il peso di dieci anni di politiche
neoliberiste che i governi succedutesi alla guida del paese hanno intrapreso.
In alcune aree del Paese, in
particolare nel Mezzogiorno, l'esercito di riserva dei senza lavoro, è in
larghissima parte composto di ragazzi e ragazze giovanissimi.
Per loro, molto spesso, l'unica
alternativa che si pone alla loro condizione sociale, è quello di accettare
lavori in nero, sottopagati, il più delle volte in settori dell'economia
controllati dalla criminalità organizzata.
Meno tragica, ma non per questo meno
pesante, è la situazione di chi un lavoro più o meno regolare riesce a
trovarlo.
Negli ultimi tempi, specialmente dopo
l'entrata in vigore del cosiddetto "Pacchetto Treu", sciaguratamente
approvato anche dal nostro partito, abbiamo assistito ad un proliferare di
forme di rapporto di lavoro atipico (CFL, apprendistato, contratti di
collaborazione coordinata, partite Iva ecc.), che per i neo assunti sono in
realtà la "tipicità" del loro ingresso nel mondo del lavoro.
Queste forme d'occupazione hanno avuto dei
costi sociali molto alti: hanno
significato bassi salari, aumento dei carichi di lavoro, minor tutela
contrattuale e sindacale, mancanza di rispetto delle condizioni igienico
sanitarie nelle fabbriche e negli uffici (si spiegano così sia l'enorme numero
di morti sia quello di feriti ed invalidi causati da incidenti sul lavoro),
insomma una situazione di perenne precarietà e di ricattabilità da parte dei
datori di lavoro.
Nel mondo della scuola, abbiamo
assistito ad un sistematico attacco all'istruzione pubblica, a tutto vantaggio
di quella privata, iniziato dai ministri ulivisti Berlinguer e De Mauro, e che
oggi è portato a compimento dal ministro Moratti.
Il progetto di parificazione tra scuola
pubblica e privata, che prevede finanziamenti statali e regionali a
quest'ultima a fronte di tagli di decine di migliaia di miliardi alla scuola
statale, la creazione di un'unica graduatoria per insegnanti pubblici e privati
(i secondi assunti in base alla fedeltà all'ideologia degli istituti privati,
quasi tutti confessionali), l'istituzione della figura del preside manager, gli
investimenti fatti dalle imprese alle università, con lo scopo di determinare
le scelte didattiche, rendono ancor più chiaro il carattere classista
dell'istruzione in Italia.
A tutto ciò si aggiunga la campagna
reazionaria che si è negli anni aperta, in materia di libertà sessuale
(omofobia, ipotesi di limitazione del diritto d'aborto, ecc.) e nella lotta al
consumo di stupefacenti, campagne rivolte in particolare contro i giovani.
Se questa è la situazione nella quale
sono costrette le giovani generazioni, non stupisce che esse stiano avendo un
ruolo di primo piano nelle mobilitazioni che segnano il "disgelo"
nella conflittualità di classe.
In questa situazione bisogna quindi che
il nostro partito, e la sua organizzazione giovanile, si dotino di un programma
politico per intervenire all'interno di questi movimenti, per svilupparvi una
battaglia d'egemonia
Se il capitalismo dimostra sempre più
la sua incapacità nel garantire un futuro alle nuove generazioni,
un'organizzazione che si batta per il suo rovesciamento e per la creazione di
un'alternativa di classe socialista, potrà rispondere alle legittime
aspirazioni dei giovani, arrivando a conquistarne politicamente la fiducia.
Per questo è necessaria una battaglia
che partendo dagli attuali livelli di coscienza presenti nei movimenti, le
leghi alla necessità di una più complessiva lotta contro il capitalismo,
spiegando come solo in una prospettiva più di cambiamento di sistema, anche le
aspirazioni per un salario adeguato, per un lavoro stabile, per una scuola non
asservita ai diktat del capitale, potranno trovare soddisfazione.
Risulta viceversa non condivisibile la
scelta recente dell'attuale gruppo dirigente dei GC di fare un blocco politico
e organizzativo con le Tute bianche (Casarini) e la Rete No Global (Caruso)
costituendo nel movimento antiglobalizzazione l'area dei "disubbidienti
sociali". Ovviamente non è in discussione la possibilità di stringere
alleanze tattiche con alcune soggettività ma vi è il rischio che, al di là
della volontà soggettiva, questa scelta metta in secondo piano l'azione per la
costruzione dell'organizzazione giovanile di rifondazione come soggetto motore
e potenzialmente egemone delle mobilitazioni in corso, specialmente in una fase
in cui le adesioni alla struttura giovanile sono in forte aumento e sarebbe
indispensabile un investimento pieno su di essa; soprattutto, questa scelta
rischia di tradursi in una diluizione subalterna delle strutture dei GC in una
aggregazione su basi politiche confuse e sbagliate -un misto di generico
"antagonismo", movimentismo antipartito e riformismo- che configurano
nei fatti i "disobbedienti" come un ostacolo e non una tappa di un
progetto per la costruzione dell'egemonia comunista tra le giovani generazioni.
E' per questi motivi che si rende
necessaria, anche in questo campo, una svolta politica del Partito e dei
Giovani Comunisti, i quali affronteranno questi temi nella loro prossima
Conferenza nazionale.