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Rifondazione nel conflitto, il conflitto in Rifondazione PDF Stampa E-mail
Prc
Scritto da Claudio Bellotti Segreteria nazionale Prc   
Lunedì 20 Ottobre 2008 07:52

A quasi tre mesi dal congresso di Chianciano il Prc rimane un partito in mezzo al guado. La nuova maggioranza sconta tutt’ora una evidente difficoltà ad esprimere una elaborazione compiuta sia sul terreno politico-programmatico che su quello dell’intervento. Rischia di prevalere una linea minimalista, una ricerca della linea di minore resistenza che non può trarre il partito fuori dalle secche.

Dobbiamo esserne coscienti, la battaglia che abbiamo aperto a Chianciano può risultare vittoriosa solo se partiamo dai dati di fatto reali, e non dai nostri desideri. La nostra area, ricordiamolo sempre, è entrata in questa maggioranza in base ad una precisa prospettiva politica, quella della svolta a sinistra. In nessun caso la collocazione può oscurare la prospettiva.

I nodi del momento ci paiono essere i seguenti: i rapporti interni al partito; la collocazione del partito nella nuova fase segnata dalla crisi internazionale e dalla riapertura di importanti terreni di conflitto nel nostro paese; la questione della prospettiva politica del Prc e del rapporto con le forze del centrosinistra che fu.


La divisione interna al partito


La spaccatura che ha segnato Chianciano non è superata, è solo congelata. Il conflitto continua con una “guerra di attrito” condotta con sufficiente determinazione dall’area “Rifondazione per la sinistra” ed è destinato a vedere nuove esplosioni. Di questa guerra fa parte la campagna di Liberazione contro il partito. Da questo punto di vista dobbiamo tuttavia notare come la posizione più oltranzista all’interno della ex mozione 2, quella che non vede l’ora di rompere col Prc, è una posizione debole. Alzare i toni, definire la maggioranza del Prc come “scorie” di comunismo e altre simili amenità, può servire per dare tono a un’assemblea, ma non costituisce una linea politica. La linea ovviamente c’è, ma è così drammaticamente subordinata al Partito democratico che risulta impossibile esporla in modo trasparente. Insomma, Vendola e Migliore non possono fare quello che dicono (“ricostruire la sinistra”), né possono dire quello che con ogni evidenza si apprestano a fare: spaccare il Prc e approntare liste “della sinistra” con il preciso obiettivo di giovarsi delle leggi elettorali per chiudere per sempre al nostro partito la possibilità di eleggere una rappresentanza parlamentare e istituzionale in genere. Una linea disperata che non convincerà tantissimi compagni che pure al congresso hanno sostenuto Vendola.

Pertanto il pericolo di scissione può essere affrontato e depotenziato. Ad una condizione, però: che il partito assuma fino in fondo una linea di rottura politica col Pd. L’attuale posizione non fa che perpetuare una serie di errori e ambiguità che possono costarci cari. La ricerca delle alleanze locali col Pd ci espone infatti a un logoramento delle nostre ragioni politiche col rischio aggiuntivo di trovarci, dopo aver corteggiato il partito di Veltroni, ad esserne brutalmente scaricati, vuoi in nome della “autosufficienza” di infausta memoria, vuoi in favore di alleanze con altre forze di sinistra che andrebbero a sostituire quello che era il ruolo del Prc come ruota di scorta di sinistra di un centrosinistra ancora più spostato a destra.

Su questo non solo manteniamo la posizione espressa nel congresso, ma dobbiamo praticarla nelle federazioni con grande determinazione. È sintomatico che anche laddove la nostra posizione non viene raccolta anche all’interno della maggioranza, spesso si producono crisi nei governi locali come conseguenza delle scelte del Pd, che in molte realtà assume una posizione molto più intransigente precisamente in base al processo che si accennava in precedenza.

I fatti ci danno dunque ragione anche dove non prevaliamo nel dibattito, dobbiamo mettere a frutto questo vantaggio.

Né d’altra parte possiamo in alcun modo accettare l’idea che nel conflitto col Pd possiamo in qualche modo avvantaggiarci da un gioco di sponda con il partito di Di Pietro. Un conto può essere appoggiare il referendum contro il “Lodo Alfano”, sapendo che comunque non può essere quello il nostro terreno privilegiato e principale; tutt’altro conto è cercare un’alleanza con un partito apertamente reazionario, un’alleanza che non potrebbe che ripetere in forma peggiorata i disastri degli anni passati.


Inserirsi nel conflitto sociale


Il punto decisivo che qualificherà, nel bene o nel male, questa maggioranza sarà la sua capacità di inserire pienamente il Prc nel conflitto sociale che si riaffaccia nel nostro paese. Anche qui dobbiamo guardare in faccia la realtà: partiamo da molto in basso, non solo la credibilità politica del partito, ma anche la nostra capacità di impostare un intervento sistematico nel mondo del lavoro e  nella lotta di classe in tutte le sue manifestazioni è drammaticamente indebolita. E su questo terreno non ci sono scorciatoie, non si conquista il consenso operaio con i comunicati stampa o con le uscite estemporanee. Il primo obiettivo deve essere quello di motivare i compagni e le compagne, far sentire loro che esiste un gruppo dirigente che può dare loro strumenti di intervento e proposte capaci di interloquire con i lavoratori, costruire i necessari canali all’interno e all’esterno del partito che permettano di passare dalle parole ai fatti.

Qui si inserisce anche la nostra responsabilità specifica, posto che abbiamo accettato di farci carico di un’area di lavoro tutta da costruire come è quella del radicamento sociale del partito e, all’interno di questa, del dipartimento che si occuperà specificamente di organizzare la presenza del partito nei luoghi di lavoro. Siamo quindi messi alla prova su un terreno decisivo.

Il contesto ci aiuta. Il dato importante di queste ultime settimane è il riaffacciarsi del conflitto in un paese che sembrava completamente ipnotizzato da Berlusconi.

Intendiamoci: il consenso alle destre rimane alto, e non può essere eroso solo con delle manifestazioni. Non c’è oggi all’ordine del giorno la “spallata” decisiva che fa cadere il governo, dobbiamo saperlo. Il solo modo di affrontare l’avversario è con una strategia che punti a sviluppare una serie di mobilitazioni strettamente legate a piattaforme economiche e sociali chiaramente riconoscibili, sulla base delle quali si possa cominciare a scalfire e a disarticolare il blocco di consenso della destra nelle sue componenti popolari. Difesa della scuola pubblica, del contratto nazionale, dei redditi strozzati dai mutui e dal carovita, non devono essere solo parole d’ordine di propaganda, devono essere i perni sui quali incardinare una strategia di mobilitazione di massa che cresca e si allarghi, che metta in campo non solo manifestazioni e iniziative nazionali, ma che faccia dilagare il conflitto nei luoghi di lavoro e nei territori mettendo in campo tutta la necessaria radicalità, sulla base della quale possiamo non solo strappare alla destra e al Pd una parte del loro consenso, ma anche tornare a sviluppare una prospettiva anticapitalista che oggi, in pieno cataclisma economico, può tornare a parlare a milioni di persone.

Anche qui i processi apertisi ci possono aiutare. Il tentativo di governo e Confindustria di mettere la Cgil all’angolo aprono una situazione nuova nel principale sindacato italiano, nella quale dobbiamo far sentire la nostra voce con la massima determinazione. Il Pd, dal canto suo, sbanda ogni 24 ore dalle invettive antiberlusconiane a riflessi da unità nazionale in nome dei comuni interessi fra imprese e lavoratori di fronte alla crisi. In entrambe le versioni, tuttavia, il partito di Veltroni lascia scoperto il campo del conflitto sociale, che non solo non può e non vuole praticare, ma che vive (e a ragione) come una minaccia alla sua prospettiva politica di fondo.

I fatti smentiscono quindi clamorosamente chi parla di una marginalità del Prc. Esiste invece, perlomeno potenzialmente, un campo enorme nel quale dispiegare la nostra azione: dobbiamo solo alzare lo sguardo e abbracciare in pieno questa prospettiva.

 
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