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| Scritto da Alessandro Giardiello | |||
| Sabato 10 Giugno 2006 05:01 | |||
Il dibattito dopo l’entrata al governo
Con l’elezione di una rappresentanza parlamentare che non ha precedenti nella storia del Prc (41 deputati e 27 senatori), si apre nel partito la discussione sugli organigrammi, resa necessaria dal fatto che circa l’80% del gruppo dirigente centrale è ormai composto da compagni che hanno incarichi istituzionali.
Si comincia dalla testa. Come i lettori avranno appreso dai giornali, Franco Giordano è stato eletto segretario del partito in seguito alle dimissioni di Fausto Bertinotti, che è andato ad occupare lo scranno più alto di Montecitorio. L’elezione al Cpn è avvenuta con 139 voti a favore, 47 astensioni, 9 schede nulle. 7 voti sono andati a Ferrando che si è candidato a segretario pur avendo annunciato pochi giorni prima la scissione dal Prc.
Dissensi nella maggioranza e nell’Ernesto
Su Giordano si sono verificati dissensi anche nella maggioranza congressuale. Alfonso Gianni e Ramon Mantovani hanno osservato che altre erano le premesse che avevano ispirato il congresso. In effetti, nella sua relazione a Venezia, Bertinotti aveva lasciato intendere che il suo successore sarebbe stato Gennaro Migliore. Secondo Gianni “la figura del nuovo segretario non avrebbe dovuto provenire dall’album di famiglia, né del vecchio Pci, né da quello della Fgci degli anni ’80”. Mantovani, sulla stessa lunghezza d’onda, ha fatto riferimento ai “protagonisti di Genova”, gli unici, a suo dire, che sono stati in grado di lavorare in modo collettivo, cosa che non è mai riuscita al gruppo dirigente del partito. A rispondergli con toni piuttosto accesi, tra gli altri, proprio i dirigenti più giovani (Pecorini, Assennato, De Palma e lo stesso Migliore). Nel dibattito si è registrata l’astensione dell’Ernesto e di Sinistra Critica. Una mozione congiunta a firma Grassi, Cannavò considera l’astensione un segnale di apertura teso a verificare la disponibilità di Giordano a garantire una “gestione unitaria del partito”, che tradotto in termini comprensibili significa richiedere l’entrata delle minoranze in segreteria nazionale. La segreteria andrà rinnovata in quanto almeno quattro degli attuali otto membri andranno ad occupare posizioni istituzionali (Bertinotti alla presidenza della Camera, Ferrero ministro al Welfare, Sentinelli viceministro agli esteri, Migliore capogruppo alla Camera). Da registrare che circa la metà dei componenti del Cpn della seconda mozione non ha seguito le indicazioni di Grassi. Giavazzi, Valentini ed altri compagni hanno espresso un voto favorevole a Giordano sulla base di una presunta prospettiva unitaria che dovrebbe prevedere “il superamento delle mozioni congressuali”. Secondo i compagni nell’ultimo periodo si sono prodotti fatti “straordinari” che giustificano il superamento delle divergenze che si erano espresse a Venezia.
La nostra posizione
Per quanto ci si sforzi non vediamo quali fatti straordinari si sarebbero prodotti da mettere in discussione le divergenze del congresso. Al contrario, caso mai le divergenze si sono approfondite. A Venezia si è discusso di molte questioni ma il punto centrale è stato certamente il governo. La verifica su questo la faremo a partire da ora dopo la striminzita vittoria dell’Unione e la nascita dell’esecutivo guidato da Prodi, dove per la prima volta un ministro, un viceministro e 5 sottosegretari di Rifondazione siederanno al fianco di rappresentanti del grande capitale quali Padoa Schioppa e Amato, oltre allo stesso Prodi. Continuiamo a pensare, come abbiamo argomentato al congresso e nei documenti presentati al Cpn nell’ultimo anno che questa coalizione non è in grado di infliggere un colpo decisivo alle destre, né tanto meno è in grado di produrre quelle politiche riformiste, di distribuzione del reddito, di lotta alla precarietà e difesa del welfare che pure in tanti si aspetterebbero dopo il massacro sociale che ha schiacciato i lavoratori negli ultimi 15 anni. Da qui la nostra contrarietà alla candidatura Giordano. Non si tratta di un giudizio sulla persona, ma di una semplice valutazione politica. Giordano, aldilà di considerazioni di tipo anagrafico che lasciano il tempo che trovano, è una figura di totale ed assoluta continuità con la segreteria di Fausto Bertinotti. Come ha detto lo stesso Mantovani, se c’è un rilievo che non può essere fatto al nuovo segretario è sulla linea politica, in quanto Giordano non ha mai espresso una sola critica alle scelte della maggioranza, neanche su questioni secondarie. A differenza di quello che pensano molti compagni delle minoranze (soprattutto nell’Ernesto) non è questo il momento di fare “sintesi” ma piuttosto insistere sulla critica intransigente alla linea di maggioranza in difesa dell’autonomia dei comunisti. È questo quello che si aspettano migliaia di militanti che al congresso si sono battuti contro la linea governista. Quando saranno visibili gli effetti di questa politica il disagio e la ricerca di un’alternativa si generalizzerà in tutto il partito anche tra quei compagni che al congresso hanno sostenuto le posizioni di maggioranza. È questa la prospettiva sulla quale stiamo lavorando e investendo tutti i nostri sforzi. Il partito sarà sottoposto a pressioni gigantesche da parte dei grandi potentati economici ed è molto concreto il rischio di un progressivo adattamento a quelle politiche di rigore rivendicate (il giorno stesso in cui è stata data la fiducia alla Camera) da Padoa Schioppa e giustificate come è ovvio dalla “grave situazione dei conti pubblici”. D’altra parte se non si esce dalla logica delle compatibilità è inevitabile che si cercherà di far trangugiare ai lavoratori la minestra rancida di sempre e Damiano, nuovo ministro del lavoro, è già all’opera per chiedere la collaborazione ai sindacati. Non c’è, purtroppo, alcun “pericolo” che il governo dell’Unione possa uscire dai binari di Maastricht, per quanti salti mortali possano fare Ferrero e gli altri compagni che hanno assunto responsabilità di governo. C’è solo un modo per evitare questa sciagura, si chiama lotta di classe. Non aiuta il fatto che i lavoratori vedano nel governo delle facce che potevano considerare “amiche”. Ma non sarà questo a fermare le mobilitazioni che rispondono alla grave situazione in cui versano ormai milioni di persone in questo paese.
La sinistra europea: l’ennesima bolla di sapone?
Nel frattempo è stata rinviata di un mese la Conferenza nazionale che dovrebbe dar vita alla Sezione Italiana della Sinistra europea. Ci sono problemi e difficoltà come ha riconosciuto a denti stretti la stessa maggioranza. Una serie di soggetti che si erano dichiarati disponibili a far parte della Se hanno preteso che il partito si sciogliesse nella nuova formazione politica. Su questo la maggioranza, almeno per ora è indisponibile. Rinunciare alla falce e martello rischia di rappresentare un gigantesco autogol anche sul piano elettorale e questo conta anche per chi si muove in una logica riformista. Alla fine si è deciso di andare avanti con quei soggetti che ci stanno e non pongono ultimatum. Non è molto per ora, ci sono le poche sezioni della Se che si sono formate in giro per l’Italia (per quanto ci risulta una trentina circa) a cui si aggiunge l’associazione di Folena, Uniti a Sinistra e altre associazioni minori e singole personalità che non si capisce quanti militanti possano portare al nuovo soggetto politico. La speranza diffusa è che la nascita del partito democratico possa aprire maggiori spazi per la sinistra europea. Per la verità il percorso verso il partito democratico, per quanto abbia avuto una accelerazione resta piuttosto accidentato come dimostrano le recenti polemiche tra Fassino e Rutelli sulla selezione della leadership del nuovo partito. La sezione italiana della Sinistra europea rischia di essere l’ennesima montagna che partorisce il topolino. Ma su questo torneremo più approfonditamente in futuro.
Continuare la nostra lotta all’opposizione
Come compagni della quinta mozione continueremo a lavorare per la costruzione della Rifondazione Comunista misurandoci con la maggioranza e le altre minoranze del partito sui prossimi passaggi cruciali, primo fra tutti il finanziamento della missione militare in Afghanistan, dove un voto favorevole dei nostri parlamentari sarebbe assolutamente inaccettabile. Da questo punto di vista abbiamo registrato con non poca preoccupazione che un ordine del giorno presentato al Cpn da Ferrando e da noi sostenuto contro il finanziamento alle missioni militari all’estero non sia stato approvato dalla maggioranza che gli ha contrapposto un altro Odg molto più blando. Ancora più preoccupante il fatto che l’Ernesto e Sinistra Critica abbiano votato l’Odg della maggioranza. Vedremo come andrà a finire visto che Malabarba ha dichiarato dal sito della Sinistra Critica che la sua area è indisponibile a votare i finanziamenti alle missioni militari all’estero. Auguriamoci che sia tutto il partito a seguire questa linea. Ma le pressioni sono molto forti e persino Bertinotti in una battuta al Cpn di aprile ha affermato: “E allora, facciamo cadere il governo?”. In questa fase critica ogni posizione politica verrà messa a nudo con maggiore rapidità rispetto al passato, non c’è più spazio per gli equilibrismi ed è in fasi come queste che certezze consolidate possono crollare e una minoranza può crescere molto rapidamente se rifiuta il terreno dell’opportunismo e si batte coerentemente contro l’omologazione di un partito che è nato per difendere gli interessi dei lavoratori, degli sfruttati, dei più deboli e non quelli dei banchieri e della borghesia. 5 giugno 2006
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