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| Scritto da Alessandro Giardiello Responsabile nazionale Partito sui luoghi di lavoro | |||
| Lunedì 20 Ottobre 2008 07:50 | |||
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La nuova Rifondazione comunista è ancora tutta da costruire. Chianciano ha fermato l’ipotesi peggiore. Ma la migliore è ancora su un pezzo di carta. Per molti dirigenti della nuova maggioranza la svolta al congresso è stata come una vacanza estiva: bella e inebriante, ma quando l’estate finisce si torna alla vita di tutti i giorni: gli accordi con il centrosinistra, la politica istituzionale, la comoda e rassicurante routine di sempre. Il nostro obiettivo è spezzare questa logica. Consolidare la svolta, esserne i guardiani, i più convinti sostenitori e soprattutto costruire il partito nei luoghi di lavoro, far pesare sopra ogni altra cosa la voce dei lavoratori. Emarginare i burocrati e i carrieristi, dare spazio ai settori proletari e combattivi del partito, rivolgendosi soprattutto all’esterno. Da quando la direzione nazionale, lo scorso 22 settembre, ha deciso di affidarmi la responsabilità di costruire il partito nei luoghi di lavoro ho iniziato a mettere mano alla situazione del nostro radicamento. Le cifre mostrano le difficoltà. Nell’ultima e forse unica assemblea dei circoli aziendali che il partito ha organizzato a livello nazionale nel marzo del 1998 risultavano esserci nazionalmente 148 circoli aziendali per un totale di 4.021 iscritti (il dato del ’97 era di 95 circoli per 3.047 iscritti). Oltre 10 anni di “innovazione” hanno fatto precipitare il dato, in particolare negli ultimi due anni del governo Prodi. Ci sono oggi una settantina di circoli in tutta Italia di cui una parte in forte crisi e a rischio di chiusura. In tutto forse 1.500 iscritti. Ovviamente la presenza del partito nei luoghi di lavoro non si riduce ai circoli aziendali, esistono vari nuclei disseminati sul territorio nazionale di cui non è mai stata fatta una mappatura e che costituisce uno dei principali compiti a cui mettere mano nelle prossime settimane. L’8 ottobre si è tenuta una prima riunione nazionale del Prc sui temi del lavoro. Alla riunione erano presenti una dozzina di compagni tra cui Roberta Fantozzi e Claudio Bellotti, della segreteria nazionale, rispettivamente a capo dell’area lavoro-welfare e del radicamento sociale. Si è valutato che, evitando un approccio pansindacale, il partito debba riprendere in mano il proprio programma e ragionare su una proposta complessiva da rivolgere al mondo del lavoro. Si è parlato a questo proposito di organizzare seriamente (e con un percorso democratico a differenza del passato) la Conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti per il mese di marzo del 2009. Ciò non impedirà alle situazioni più avanzate di organizzare delle conferenze locali già prima, in accordo con i segretari e i responsabili lavoro delle federazioni e a livello regionale. Nel frattempo il partito convocherà un primo attivo per preparare la campagna d’autunno e lanciare una campagna in difesa del Contratto nazionale di lavoro. Si discuterà inoltre della possibilità di indire dei referendum su temi sociali ad esempio l’abolizione della legge 30, terreno che ha visto già muoversi alcuni sindacati di base. Su questo punto si è deciso di approfondire la discussione visto l’insidiosità del terreno referendario su temi sociali di questa portata. Inoltre a livello europeo ci si farà carico di avanzare con la Sinistra Europea una campagna contro la precarietà e la legge sull’orario di lavoro (esteso a 65 ore settimanali). Per quanto riguarda la struttura si è proposto di rilanciare i coordinamenti di settore del Prc (che in molte realtà sono entrati in crisi). Già l’11 ottobre si sono riuniti l’attivo dei trasporti e il coordinamento nazionale Poste, al quale ho partecipato traendone una valutazione positiva. Il compagno Michele Cimabue, che occupa la posizione di coordinatore, ha relazionato mettendo in evidenza le priorità: la crisi dei mercati internazionali congela il tentativo di privatizzare BancoPosta. Rimane in ogni caso l’obiettivo strategico del governo: traghettare l’azienda verso Banca Intesa di Passera, uomo di riferimento del Pd. La base dell’accordo tra Berlusconi e Veltroni è fatta sulla pelle dei lavoratori Alitalia perchè in cambio di Poste, Passera ha garantito i capitali per l’operazione Cai. Il governo raschia il barile e saccheggia un’azienda che nel 2006 e 2007 ha accumulato profitti record (oltre 1,3 milardi di euro in due anni). È del tutto evidente quali sono le enormi potenzialità di BancoPosta che ha 14mila sportelli sul territorio nazionale e un rapporto consolidato e tradizionale con le classi popolari che nessuna banca è mai riuscita a conquistare. Le fondazioni bancarie private possiedono già oggi un 30% di Poste ed è questa la ragione per cui Abi ha permesso a Poste in questi anni di avanzare sul terreno bancario. Se la vogliono prendere. Ed è questa una prospettiva che va assolutamente evitata. Da un punto di vista di classe non solo una banca di queste caratteristiche potrebbe sbaragliare le banche private (fornendo servizi migliori a prezzi inferiori) ma manterrebbe un’utilità sociale se si mantenesse pubblica e sotto il controllo democratico dai lavoratori. I compagni avevano ad esempio avanzato un progetto di accesso al credito per i precari. Un terreno interessante su cui è necessario continuare a lavorare. Il coordinamento Poste ha oggi una presenza distribuita sul territorio nazionale: ci sono circoli operanti a Roma, Milano, Bologna, Venezia, Firenze e La Spezia (seppure questi ultimi due con qualche difficoltà) e dei nuclei operativi di compagni in Sicilia (in particolare a Messina dove opera il responsabile regionale) e a Trieste. A Perugia sembra essere sorto un nuovo circolo mentre ci sono delle situazioni interessanti da costruire o ricostruire a Brescia, Foggia, Napoli (con un comitato di precari) e a Torino. Per quanto riguarda l’industria mi limito a segnalare alcune proposte di lavoro: il 9 ottobre ho avuto un primo incontro con il circolo Avio-Fiat Auto di Pomigliano d’Arco. I compagni nonostante le enormi difficoltà hanno mostrato di voler costruire il partito in fabbrica. In Fiat si prepara l’ennesima ristrutturazione (che solo a Pomigliano dovrebbe portare a una riduzione della pianta organica da 4.200 a circa 3mila lavoratori). I compagni hanno in mente vari progetti tra cui una Conferenza di programma che assume un’importanza estrema essendo quello di Pomigliano l’unico circolo che il partito mantiene a livello nazionale nel gruppo Fiat. Si tratta di concentrare molti sforzi sul settore industriale dove dovranno essere messe a frutto tutte le competenze disponibili. Ci sono buone notizie a questo proposito che arrivano dalle federazioni rispetto alla costruzione di nuovi circoli nell’industria (si pensi in Emilia alla recente nascita dei circoli Terim, Inalca e Bonfiglioli con i quali ho in programma degli incontri nelle prossime settimane) e alla possibilità che a Taranto si formi un circolo all’Ilva. Un terreno questo dove il partito sta investendo molto e che ha visto recentemente delle iniziative con la compagna Fantozzi e il segretario, Paolo Ferrero. Non è che un inizio. Lavoro da fare ce n’è molto e per questo c’è bisogno di disponibilità, aiuto o anche solo informazioni. Facciamo diventare il radicamento sociale il fiore all’occhiello del nostro partito come è sempre stato per i comunisti e deve continuare ad essere in futuro. Solo con l’afflusso di nuove forze e facendo in modo che i lavoratori si approprino realmente del partito è possibile dare corpo al cambiamento. La mia funzione ha senso solo in questa ottica. Colgo l’occasione per ringraziare le compagne e i compagni che mi hanno sostenuto e incoraggiato per coordinare questa difficile ma entusiasmante impresa collettiva.
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