Il Prc
nella “sinistra europea”
Liquidazione
a rate?
Il
28 gennaio la Direzione nazionale del Prc è stata chiamata a pronunciarsi sulla
proposta di formare un partito della sinistra europea, proposta sottoscritta
dai rappresentanti del Prc in un incontro tenutosi a Berlino il 10 gennaio
scorso, assieme ai rappresentanti di altri 10 partiti della “sinistra
alternativa” europea.
di Claudio
Bellotti
La
lista dei firmatari è la seguente: Prc (Italia), Pcf (Francia), Pds (Germania),
Izquierda Unida (Spagna), Partito comunista austriaco, Partito comunista
slovacco, Partito del socialismo democratico (Repubblica Ceca), Partito
comunista di Boemia e Moravia, Synaspismos (Grecia), Partito della sinistra
(Lussemburgo), Partito socialista del lavoro (Estonia).
Il
voto nella Direzione è stato uno dei più divisi nella storia recente del
partito: 21 favorevoli, 17 contrari, un non partecipante al voto; il dibattito
ha mostrato oltre ogni dubbio come le recenti scelte del gruppo dirigente del
Prc si inseriscano in una vera e propria precipitazione della crisi ideologica
e di orientamento che mette ormai più di un punto di domanda sulla capacità del
partito di continuare ad esistere nella prossima fase.
La
Sinistra europea sarà un partito non comunista, né nel nome, né nella
propettiva o nei programmi. Trova così attuazione sul terreno europeo una
proposta che da tempo Bertinotti tentava senza successo di mettere in pratica
sul terreno nazionale; e non è detto che la rottura di Berlino non possa dare
presto i suoi frutti sul terreno nazionale, creando le condizioni per una
ulteriore “diluizione” del Prc nella cosiddetta sinistra d’alternativa, in
realtà nel piccolo mondo dell’intellettualità radical-progressista che si
autodefinisce “il movimento”.
Una Bad Godesberg per il Prc?
Così
come non è un caso che queste decisioni si inseriscano in un processo di vera e
propria revisione politica e ideologica che a ritmo ormai sempre più frenetico
il segretario Bertinotti e la cerchia più ristretta dei dirigenti del Prc sta
portando avanti su tutti i terreni. Capisaldi di questa revisione (almeno fino
ad oggi) sono: 1) l’adesione incondizionata alla non violenza gandhiana,
negando ogni legittimità tanto alle lotte di liberazione nazionale (si pensi
all’Iraq occupato) come pure al concetto di autodifesa che sempre il movimento
operaio ha praticato nei confronti della repressione delle classi dominanti.
2)
Una rinnovata apertura alla religione (cattolica ma non solo) fino al punto da
legittimare di fatto l’intromissione della chiesa cattolica nelle scuole
pubbliche, come dimostra la posizione assunta da Bertinotti sui crocifissi
nelle scuole (“io non li toglierei”).
3)
Una critica della Resistenza (sancita con un convegno sulle Foibe) condotta
sulla falsariga del rifiuto della “lotta per il potere” e della violenza.
Sono
questi gli approdi finali di una teorizzazione che negli ultimi anni si è
imposta nel partito, le teorie della “contaminazione” coi movimenti, il rifiuto
del concetto di egemonia, del rifiuto del “comunismo novecentesco”, e via di
seguito. Un percorso che poco per volta (e ultimamente in modo sempre più
martellante) ha quasi cancellato dal Prc, dalla sua propaganda, dal linguaggio
dei suoi dirigenti, dalle sue proposte ed elaborazioni, ogni riferimento alla
migliore tradizione comunista.
L’accusa
di liquidazionismo e di revisionismo è stata rifiutata veementemente da
Bertinotti nel corso del dibattito. Eppure tutti gli osservatori, tanto quelli
ostili quanto quelli amichevoli sono concordi nel valutare questa svolta. La Repubblica non a caso parla di una
Bad Godesberg (Bad Godesberg fu il congresso del 1959 nel quale la
socialdemocrazia tedesca abbandonò anche formalmente il riferimento al
marxismo), mentre commentatori “amici” come Revelli o Sullo (iddio ci scampi da
certi “amici”!) applaudono e aggiungono: ora potete anche togliere la falce e
il martello e la parola comunista.
La crisi del partito
La
svolta ideologica si accompagna a una crisi sempre più marcata del partito come
organizzazione. In calo gli iscritti, la militanza, in crisi profonda i Giovani
comunisti il cui gruppo dirigente dopo aver corteggiato per anni la
“disobbedienza” si trova scaricato dai vari Casarini come una scarpa vecchia,
soprattutto in calo verticale la capacità del partito di intervenire come forza
organizzata nei movimenti di lotta che continuano la loro ascesa, dalla
Basilicata ai lavoratori dei trasporti, all’Alitalia, ai metalmeccanici; nella
prassi del partito e soprattutto dei suoi gruppi dirigenti, le lotte operaie
sono qualcosa di cui parlare per conquistare popolarità a buon mercato, una
medaglietta da appendersi (“noi stiamo con i tranvieri!”), ma chi è sul campo
sa bene che a queste parole non corrisponde quasi mai una capacità di orientare
i propri militanti nelle lotte sociali, né tantomeno di far sì che il partito
conquisti militanti, autorevolezza e seguito in questi settori.
Ma
quello che più deve far riflettere è la sfiducia che permea il corpo militante
del partito stesso. Una gran parte dei compagni nelle sezioni assiste attonita
alle evoluzioni di un gruppo dirigente sempre più ristretto e palesemente
insofferente rispetto alle critiche; il corpo del partito è spettatore, o nel
migliore dei casi appoggia passivamente le continue svolte impresse da
Bertinotti, nella speranza che possano condurre ad un esito elettorale tale da
permettere la sopravvivenza del partito perlomeno come struttura.
Ed
è in effetti la prospettiva elettorale l’unico pilastro dell’accordo preso a
Berlino. Alla Sinistra europea aderiranno partiti che hanno le posizioni più
diverse e anche contrastanti. Si dice che il campo è quello delle forze che
sono contro la guerra e contro il liberismo. Ma le scelte passate, presenti e
future di queste forze dicono ben altro; il Pcf era forza di governo in Francia
durante la guerra del Kosovo nel 1999; Izquierda unida partecipa a coalizioni
di governo che si distinguono per tutto tranne che per il loro carattere
antiliberista; le divergenze sono presenti su tutti i terreni, compreso quello
dell’Euro; se domani si tenesse nei diversi paesi europei un referendum sulla
moneta unica, la Sinistra europea sarebbe incapace di assumere una posizione
comune, così come ci sono posizioni differenti sul progetto di Costituzione
europea.
Qual
è allora il collante che tiene insieme l’operazione? È appunto il collante
elettoralistico; molti dei partiti coinvolti temono che le elezioni europee di
giugno possano vederli duramente ridimensionati, e sperano che mettendo insieme
le forze si possa scongiurare il pericolo di un disastro nelle urne.
Ma
senza una prospettiva politica, senza neppure una reale condivisione,
l’operazione non farà altro che mettere insieme le diverse crisi; l’esito
rischia di essere disastroso al di là delle percentuali elettorali.
Fallimento dell’opposizione
“emendataria”
Nel
dibattito della Direzione (alla quale seguirà un Comitato politico nazionale il
6-7 marzo) sono andati al voto quattro documenti politici, espressione
dell’area “bertinottiana”, della corrente dell’Ernesto (Grassi, Sorini), di Erre
(ex Bandiera Rossa: D’Angeli, Turigliatto, Malabarba) e della minoranza
congressuale (votato quest’ultimo anche da chi scrive). Significativo è stato
anche il fatto che tutte queste componenti si siano schierate contro il
documento di maggioranza, cosa che in passato non avveniva quasi mai.
I
17 voti contrari rappresentano la sommatoria di tutte le diverse posizioni
esistenti attualmente nel Prc, e quindi ha anche motivazioni differenziate.
Resta il fatto che la storia recente di Rifondazione vede una serie di “svolte”
impresse da Bertinotti, e ad ognuna di queste corrisponde una ulteriore
divisione nella maggioranza che lo ha sostenuto al congresso. Il documento
presentato da Ferrando ha raccolto i cinque voti della minoranza congressuale,
mentre due sono andati al testo di Bandiera rossa, che critica la decisione di
Berlino sostanzialmente per l’assenza della Lcr francese e la presenza del Pcf,
oltre a lamentare l’insufficiente tasso di movimentismo e di innovazione (!).
Gli interventi dell’area dell’Ernesto
hanno criticato duramente la gestione verticistica dell’intera operazione,
l’assenza dei partiti comunisti di una serie di paesi (in particolare Grecia e
Portogallo), il fatto che la Sinistra europea non si allarghi a sufficienza
verso i partiti dell’Europa orientale. Ci è parsa tuttavia del tutto di
retroguardia la battaglia di questi compagni che hanno cercato col lanternino
le presunte differenze tra quanto attuato oggi da Bertinotti e quanto scritto
nei documenti dello scorso congresso (aprile 2002). Cari compagni che in quel
congresso avete fatto la battaglia “emendataria”, che senso ha dipanare la lana
caprina quando tutta l’azione del
gruppo dirigente bertinottiano, tutte
le prese di posizione, le elaborazioni teoriche, vanno in una sola direzione?
Ha senso dissertare sull’interpretazione autentica di tre righe di una tesi
congressuale nel bel mezzo di una campagna martellante contro tutto quello che
puzza di leninismo, di rivoluzione, di “comunismo novecentesco?”
A
noi pare evidente che la linea emendataria che avete scelto allo scorso
congresso mostri in queste settimane il suo completo fallimento, il fallimento
dell’ipotesi di condizionare una maggioranza decisa ad andare avanti come un
carro armato sulla strada scelta. E ci pare anche poco serio nei confronti dei
militanti del Prc (fra i quali tanti che hanno sostenuto le vostre tesi nel
congresso) dare un quadro riduttivo del dibattito attuale, prendere la linea
minimizzatrice del “noi siamo d’accordo
con quello che si era deciso al congresso, ma questa è un’applicazione
sbagliata”. Non è come tentare di spegnere un incendio con un innaffiatoio?
Reagire alla liquidazione!
Questo
dibattito, che può parere forse molto lontano dagli avvenimenti quotidiani, ha
in realtà un legame diretto con la prospettiva del Prc. Un partito in crisi di
militanza e soprattutto sempre più sradicato dalla classe operaia va a
trasformarsi in una struttura puramente elettoralistica, incapace di difendere
la propria autonomia politica ed organizzativa, destinata a piegarsi ad ogni
soffio di vento della “pubblica opinione”. L’operazione di “svolta ideologica”
accelera drammaticamente in questa direzione; un gruppo dirigente che dichiara
di non sapere cosa farsene dell’esperienza storica del movimento operaio, di
non sapere dove va né perché ci va, difficilmente può motivare alla militanza
una base ridotta nei numeri e in difficoltà di orientamento. Certo, si può
forse pensare che la prospettiva elettorale (con i connessi finanziamenti, ora
forse anche dall’Unione europea visto che si fonda un partito europeo) possa
essere sufficiente a garantire il futuro dell’apparato del partito; ma certo
non lo è per riconquistare la fiducia e la capacità di interloquire da vicino
con i lavoratori, i giovani, quei milioni di persone che si stanno
impetuosamente affacciando sulla scena politica.
La
nascita del partito della sinistra europea ha coinciso non casualmente con una
seria compressione della democrazia interna al Prc, persino al livello della
Direzione nazionale nessun dibattito è stato permesso se non a cose fatte. C’è
una logica, che diverrà ancora più stringente se alla Sinistra europea si
affiancherà un corrispettivo sul piano nazionale, ossia una qualche coalizione
o federazione fra il Prc e altre forze della “sinistra antagonista”. La logica
è la seguente: le decisioni si prendono fuori
dal partito e dai suoi organi dirigenti, perché bisogna essere rispettosi,
democratici e accomodanti verso i potenziali alleati, alleati che hanno molte
pretese, anzi tante più pretese di essere trattati coi guanti bianchi quanto
minori sono le forze reali che rappresentano. E la militanza? Ingoia, oppure
può provare a scrivere una lettera a Liberazione.
La
deriva in atto conferma le peggiori previsioni che avevamo avanzato negli
scorsi anni. Questa precipitosa corsa alla liquidazione deve trovare una
opposizione decisa, questa rivista e i compagni che ne sostengono il lavoro
saranno in prima fila nella battaglia per difendere e sviluppare le migliori
tradizioni rivoluzionarie del marxismo e del movimento operaio, tanto nel
dibattito interno al Prc come nelle lotte sociali ribollenti che attraversano
il nostro paese.
Sarà
in queste lotte che le posizioni marxiste trarranno alimento e forza per
tornare ad affermarsi come l’unica reale alternativa a un capitalismo sempre
più marcio e al riformismo in tutte le sue varianti.