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Prc verso il congresso - Un po’ di chiarezza sull’appello di Firenze PDF Stampa E-mail
Prc
Scritto da Dario Salvetti (Cpf Firenze)   
Venerdì 16 Novembre 2007 09:46


Sul Manifesto e su Liberazione è apparso un appello rivolto ai militanti del Prc firmato da una serie di iscritti di Rifondazione di Firenze, dal titolo: “Un congresso per rilanciare i movimenti e l’autonomia del Prc”.

Nella parte iniziale del testo si può leggere:“Solo il confronto limpido e democratico su precise proposte politiche, anche diverse o alternative tra di loro, che non mimetizzi, ma evidenzi le opzioni oggi esistenti nel partito e nello stesso gruppo dirigente, sulle principali questioni che abbiamo di fronte, potrà determinare scelte chiare” . Si tratta di una delle frasi più azzeccate e con cui più concordiamo.

Crediamo però che il testo in questione faccia poca giustizia alla proclamata necessità di chiarezza. C’è chi vi ha letto infatti un appello contro l’entrata del Prc nella giunta regionale Toscana, chi un invito all’unità delle opposizioni al prossimo congresso, chi la richiesta di un congresso a tesi, chi una mozione per la presentazione di un documento congressuale alternativo a quelli esistenti, chi ancora un appello per l’uscita del partito dal Governo. Fenomeno strano perché, a ben vedere, l’appello in sé non esplicita nessuna di queste richieste e nessuno di questi propositi. Chi scrive ha avuto il privilegio di partecipare sin dall’inizio alle riunioni dei circoli di Firenze in opposizione all’entrata del Prc nella giunta toscana di Martini. Tanto ho condiviso quella battaglia, tanto ho ritenuto che quest’appello non ne sia la continuazione conseguente.

Alleanze caso per caso e paletti programmatici


Come dicevano i latini “ogni scritto ha un proprio destino”. Sfogliando le oltre 1000 firme raccolte, non può non sorgere una domanda: com’è possibile che un appello nato formalmente dalla lotta in Toscana contro l’entrata del Prc nell’alleanza con l’Unione finisca contemporaneamente per essere considerato valido da compagni che in altre regioni appoggiano le alleanze con l’Unione? Com’è possibile che questo appello nasca in opposizione al gruppo regionale toscano e venga firmato dal consigliere regionale del Friuli dove il partito è in alleanza con il confindustriale Illy? Può darsi che tutto questo sia frutto di una mera incomprensione, che si sia spiegato male chi l’ha scritto o l’abbia inteso male chi l’ha letto. E’ molto più probabile, invece, che questa apparente contraddizione sia invece figlia di una linea politica precisa,  della cosiddetta linea delle alleanze “caso per caso” e dei “paletti programmatici”. Parte dei promotori dell’appello e parte dei suoi sottoscrittori non nega di principio la condizionabilità della coalizione di centrosinistra, semplicemente subordina un’eventuale alleanza al rispetto di precisi impegni programmatici.

Non ci è dato sapere dove questo schema teorico abbia finora funzionato, dove i presunti paletti abbiano retto all’interno di un’alleanza con l’Unione, ma nei fatti è questa la linea che attualmente il partito applica a livello nazionale. Il continuo richiamo al programma di cui oggi si riempie la bocca Giordano è precisamente la traduzione tardiva nella pratica della linea congressuale della vecchia seconda mozione. E’ su questa base che Grassi e gli attuali compagni di Essere Comunisti sono rientrati in maggioranza. Ma questo, lungi dal dimostrare la correttezza delle tesi della vecchia seconda mozione congressuale rispetto alla prima, dimostra semmai la scorrettezza di entrambe: pur nominalmente diverse, entrambe hanno condotto allo stesso identico errore.

L’appello non ci sembra uscire da questo tracciato. Dopo aver descritto in maniera assolutamente efficace l’effetto disastroso della nostra partecipazione al Governo, ammettendo che “i problemi all'interno del governo Prodi sono cominciati sin dall'inizio” si limita a constatare che “la partecipazione del Prc a questo Esecutivo non può che essere subordinata all'ottenimento, ora e in questi mesi,  di una svolta reale nei contenuti della politica di governo, definendo precisi obiettivi e provvedimenti”. Le cose sono due; se si tratta di una frase retorica, un modo per convincere i nostri simpatizzanti ed elettori che Rifondazione può uscire dal Governo non su condizioni pregiudiziali ma sulla base del mancato ottenimento dei suoi obiettivi, si tratta di una considerazione totalmente fuori luogo. Un congresso infatti non ha il compito di giocare con le ipotesi ma di provare a tracciare una strategia in base all’analisi delle prospettive. Se gli estensori del documento sono invece seriamente convinti che “ora e in questi mesi” il Governo Prodi possa dare vita ad una “svolta reale”, sono totalmente fuori strada.

Rimarrebbe da spiegare infatti perché il partito finora non abbia ottenuto alcuno spostamento a sinistra dell’Unione e su quale base si pensa che possa ottenerla nei prossimi mesi: se il centrosinistra è condizionabile, cosa deve fare il partito per condizionarlo? E soprattutto quali sono oggi le misure che giustificherebbero una rottura con Prodi? Stringi, stringi, i limiti e i paletti che si vuole porre alla permanenza del partito nel Governo finiscono sempre per essere rimandati ad un orizzonte indefinito. Non potrebbe essere altrimenti, qualsiasi limite si ponga nel rapporto con il Partito Democratico è destinato ad essere risucchiato dalla logica del meno peggio o a portare ad un’immediata rottura con Prodi.


Ci si potrebbe obiettare che nessuna linea effettiva è in realtà esposta nell’appello, che non si parla di paletti né di alleanze caso per caso. E’ vero, nei fatti nessuna proposta viene avanzata. Ma quando una linea è dominante, non negarla apertamente equivale in ultima analisi ad accettarla passivamente. A scanso di equivoci, comunque, è necessario dire che chi scrive ha partecipato fino all’ultima riunione di stesura dell’appello, ponendo come condizione per la propria firma l’inclusione nel testo di una chiara opposizione alla continuazione della permanenza del partito nel Governo Prodi. E’ sulla base del costante rifiuto di questa richiesta che ho deciso infine di non aderire.

Unità delle opposizioni?


Il testo inizialmente rivendica di essere promosso da compagni “già sostenitori di diverse mozioni”. L’enfasi non è casuale: tra gli obiettivi vi è implicitamente quello di creare una pressione dal basso per unificare le aree congressuali esistenti. Pur comprendendo i propositi assolutamente nobili da cui si muove, non possiamo nascondere come la via scelta ci appaia assolutamente inadeguata. Da sempre prima di unirsi, sarebbe necessario “delimitarsi”.

Sarebbe necessario, cioè, esplicitare quali delle vecchie differenze congressuali si considerano venute meno e quali invece permangono. Altrimenti il rischio è che si voglia l’unificazione solo per dotarsi di un’area congressuale algebricamente più numerosa. Ma si vorrà riconoscere che si tratterebbe di una motivazione non politica, più dettata dalla volontà di trovare una scorciatoia alla crescita che da quella di fornire al partito un’alternativa complessiva. Un’area unificata su queste basi finirebbe per dividersi in mille pezzi di fronte alla prova degli avvenimenti. E questo potrebbe avvenire molto prima di quanto i promotori dell’appello sospettino. L’algebra può essere una disciplina affascinante, ma in politica è necessario dotarsi di una matematica un po’ più complessa che comprenda che la somma di forze divergenti non determina un’addizione ma una sottrazione.

Un documento dal basso di solito viene promosso quando non si ritiene di essere rappresentati da nessuno dei documenti nazionali esistenti. All’ultimo Cpn ne sono stati presentati ben quattro: quello della maggioranza, quello di Pegolo (che contemporaneamente ha firmato l’appello di Firenze), di Sinistra Critica e il documento di FalceMartello (Bellotti, Giardiello, Bolelli, Iavazzi Renda,). Perché i promotori dell’appello di Firenze non ritengono di essere rappresentati da nessuno di questi? Quali delle divergenze con tali documenti ritengono accantonabili e quali ritengono fondamentali? Questa è l’unica via per porre seriamente la questione dell’unità.

Nel corso della lotta contro l’entrata del Prc nella giunta toscana Martini abbiamo votato più e più volte documenti unitari. Lo stesso si è ripetuto a livello nazionale quando si è trattato di spingere il partito a fare campagna per il no nel referendum sul welfare. Non c’è stato al contrario nulla da unificare quando alla conferenza d’organizzazione di Carrara siamo stati gli unici a votare contro il documento di Giordano, né quando per tre Cpn consecutivi i compagni dell’Ernesto si sono sistematicamente rifiutati di presentare un testo alternativo a quello della maggioranza. Sappiamo, ad esempio, quali siano le sofferenze interne con cui il compagno Giannini vota le misure del Governo Prodi, ma avremmo preferito che queste sofferenze si esplicitassero nella consegna delle proprie dimissioni da senatore. Lo stesso vale per i critici interni alla maggioranza: “percepiamo” il loro disagio a livello nazionale, ma siamo tormentati dalla necessità di mostrare questo disagio a coloro che ancora non hanno sviluppato le nostre capacità extra-sensoriali.

La questione ci appare semplice: dal nostro punto di vista il compito fondamentale dei comunisti nel prossimo congresso sarà quello di lottare per affermare la totale indipendenza di Rifondazione dal Partito Democratico. E in diverse zone d’Italia addirittura questo compito rischia di passare non da un’alleanza con l’area dell’Ernesto, ma da una battaglia contro tale area. Non è così in Emilia dove quest’area di opposizione esprime il capogruppo alla regione, in una situazione di perfetta alleanza con l’Unione?

Come si lotta contro lo scioglimento del partito?


A ben vedere rimane un unico forte argomento a favore dell’unità delle opposizioni: la necessità di contrastare lo scioglimento del partito. Anche se così fosse, ci apparirebbe un po’ un’argomentazione da governo di salvezza nazionale, dove le differenze vengono accantonate in nome della sopravvivenza comune.

Le spinte liquidazioniste interne al partito hanno assunto una forza non indifferente: esse si alimentano della moderazione della linea attuale, del contatto che parte del gruppo dirigente coltiva con la vita istituzionale e con il resto dell’Unione. Se i compagni pensano di sconfiggere simili tendenze riaffermando in continuazione al prossimo congresso che “il simbolo non si tocca”, faranno un cattivo servigio a sé stessi, al simbolo e alla lotta contro il liquidazionismo. La maggioranza avrà gioco facile a scansare le loro argomentazioni rassicurando che “nessuno ha in mente di sciogliere Rifondazione”. La scarsa efficacia con cui gli stessi compagni hanno contrastato l’idea della Sinistra Europea dovrebbe pur aver insegnato qualcosa.

Un partito può essere sciolto nella pratica mille volte prima che tale stato di cose trovi l’ufficialità. Il Pci fu negato decine di volte dalla moderazione dei propri vertici prima che i propri vertici trovassero la forza e la legittimazione per negarne ufficialmente l’esistenza. Il togliattismo ha preso oggi la forma peculiare della difesa della simbologia esteriore del comunismo, ma nel suo nocciolo interno coltiva tutti i germi destinati a disgregare l’esistenza autonoma di una forza comunista. Abbiamo molto da imparare da Diliberto: abbiamo da imparare esattamente come non si difende l’immagine del comunismo. Si può votare il bombardamento di Belgrado o il rifinanziamento alle truppe in Afghanistan e correre sulla piazza rossa ad omaggiare un Lenin imbalsamato nella pratica e nella teoria: il liquidazionismo interno a Rifondazione trae la propria forza proprio dai limiti di questo atteggiamento. Forze vive, al contrario, si addensano attorno alle idee di Lenin: siamo sicuri che anche partendo dal guscio esteriore dei simboli, sapranno recuperare il nocciolo reale delle idee del marxismo.

 

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