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Comitato Politico nazionale 22-23 aprile 2006
La conferma della vittoria dell’Unione e della sua entrata al governo rende
necessaria un’analisi realistica delle condizioni materiali che saranno alla
base della sua azione.
Le linee del governo non saranno determinate in primo luogo dalla volontà
dei gruppi dirigenti, ma dalle necessità imposte dalla situazione economica.
La crisi dell’economia italiana deve essere analizzata attentamente dal
partito. Le direttive più o meno esplicite provenienti dai centri del
capitalismo internazionale (Fmi, Financial Times, ecc.) indicano la volontà di
esercitare una forte pressione sul prossimo governo. Non si può minimizzare
tutto questo limitandosi a definirle manovre speculative o politiche. La crisi
del capitalismo italiano ha basi strutturali, la debolezza del sistema
produttivo è stata messa a nudo dopo l’entrata nell’euro.
L’Italia è un’economia relativamente debole (sul piano europeo) che è
stata forzatamente inserita in un mercato dove concorrenti più agguerriti la
stanno stritolando e colonizzando. In questo senso il paragone con le crisi
subìte in passato dai paesi “dollarizzati” come l’Argentina non è del
tutto improprio. Inoltre la bomba ad orologeria della finanza pubblica
(aggravata dalle ultime misure del governo di destra) potrebbe scoppiare anche
in tempi brevi. L’economia italiana può trovarsi in una crisi produttiva e
finanziaria paragonabile a quella del 1992-93, che portarono alla svalutazione
della lira. La differenza è che essendo oggi interna all’euro, l’unica via
di sfogo sarà in un attacco diretto e violento ai salari, ai diritti e alla
spesa sociale.
Sono questi gli elementi di fondo che detteranno il corso del prossimo
governo. Questa situazione implica che già dopo un breve tempo le pressioni
della classe dominante potrebbero farsi intollerabili.
Il processo di radicalizzazione della destra, la spinta reazionaria impressa
da Berlusconi particolarmente nell’ultima fase della sua campagna elettorale,
va compreso in questo quadro. Non si tratta solo delle vicende
politico-economiche del capo di Forza Italia, ma di una spinta che pervade tutt’ora
larghi settori della borghesia, in particolare i settori medio-bassi, a una
soluzione autoritaria della propria crisi di competitività.
La campagna elettorale ha messo a nudo con chiarezza il reale stato di cose:
non avremo una destra “normale” in un paese “normale”, ma una destra
reazionaria che punta a una dimensione di massa, in un paese in crisi profonda.
Berlusconi ha interpretato con chiarezza e determinazione lo scontro in
termini di lotta di classe, di difesa rabbiosa e spregiudicata degli interessi
della sua base elettorale. Non si è perso nei minuetti procedurali e
istituzionali, ma ha martellato, con tutti i considerevoli mezzi a sua
disposizione, il messaggio centrale: chi ha qualcosa da perdere, voti per me. Ai
possidenti, ai ricchi, agli evasori fiscali, a tutti i privilegiati grandi e
piccoli, ha gridato forte “se perdo, perderete tutti voi!”. Un messaggio
rivolto non solo ai ricchi e ricchissimi, ma anche a quei settori di ceto medio
e medio-basso che in questi anni hanno visto erodersi i propri redditi, ai quali
ha offerto la più classica delle risposte: prendersela con chi sta sotto di
loro. Ai professionisti ai quali ha detto “i vostri figli devono stare un
gradino sopra ai figli degli operai!”.
La presenza delle forze fasciste nella sua coalizione serviva non solo a
raccogliere una manciata di voti in più, ma anche a veicolare quella parte del
messaggio che non si poteva esprimere apertamente: di fronte al degrado sociale
che ha colpito tante aree del paese, è legittimo prendersela con gli immigrati,
con gli omosessuali, con i tossicodipendenti, con tutti i “diversi”.
È con questo messaggio che la destra tenta, in parte con successo, di
riconquistare settori popolari. E questo messaggio si sentirà tanto più forte
nei prossimi mesi, quando tenteranno di mobilitare la piazza contro il governo
delle sinistre amiche dei banchieri e agli ordini di Bruxelles e di Francoforte.
Ricordiamo che la sinistra non conquista il voto operaio per diritto divino,
già in passato nella storia la delusione verso governi riformisti ha spinto a
destra settori proletari, particolarmente nelle situazioni di crisi sociale
profonda.
A questi pericoli non sono state poste alternative credibili per il partito.
“Grande riforma”, partecipazione, “governo allargato” sono parole. Già
nella fase dell’elaborazione del programma abbiamo potuto verificare come la
tanto evocata discussione di massa sul programma non si sia mai materializzata.
Vi sono certo grandi attese di cambiamento fra milioni di votanti dell’Unione,
ma queste attese andranno inevitabilmente a infrangersi sulla realtà dell’azione
di un governo che, anche se lo volesse, avrà margini di autonomia ridottissimi
rispetto ai dettami della Confindustria e della classe dominante.
Prodi sarà a capo di un governo debole, continuamente sottoposto a pressioni
e incursioni dal suo lato destro, particolarmente al Senato, dove pochi voti
mancanti saranno sufficienti a fargli mancare la maggioranza. Sarà un ricatto
permanente. A questo si aggiungerà la pressione della grande borghesia. Ora i
portavoce di Confindustria cominceranno a dire che la situazione economica è
seria (e certo lo è), che bisogna risanare i conti pubblici con nuove misure di
lacrime e sangue, che “i mercati” e “l’Europa” ce lo chiedono; diranno
che se Prodi non può assolvere da solo a questi compiti, deve essere
ragionevole e cercare accordi con settori del centrodestra. Al di là della
disponibilità o meno di Prodi a tali manovre, è chiaro che questi discorsi
troveranno più di una eco nell’Unione.
Certamente Prodi non è disponibile ad operazioni di Grande Coalizione che
significherebbero la fine del suo governo. Questo non significa tuttavia che
queste operazioni siano impossibili in futuro, al contrario. Per questo il
partito non può assumere la posizione di incatenarsi a Prodi e al suo governo,
una linea che equivale a restare disarmati di fronte all’inevitabile esplodere
delle contraddizioni interne alla coalizione.
È invece necessario avviare una svolta generale nell’orientamento del Prc.
Per sconfiggere la destra è necessario sconfiggerla nel paese, cioè lavorare
per la ripresa delle mobilitazioni su un piano più alto, riallacciare i fili
partendo dai punti alti delle lotte di questi anni, dai metalmeccanici alla
Valsusa, non per una utopica e impossibile “pervasione” del governo, ma per
generalizzarne le lezioni, per proporne l’esempio a tutti i lavoratori, per
far sì che domani in Italia si lotti come si sta facendo in queste settimane in
Francia, e che su quelle basi si edifichi quella indispensabile alternativa
politica a sinistra, riproponendo la prospettiva comunista come unica reale
alternativa alla crisi del capitalismo e a un “riformismo” che in realtà
non è altro che la subordinazione ai diktat della classe dominante.
È questa la bussola che proponiamo per riorientare l’azione del partito
nella fase convulsa che si apre. Oggi più che mai vale la considerazione che
per i lavoratori non ci sarà alcun “governo amico”. Questo è l’unico
punto di partenza realistico per riorientare l’azione del Prc.
Una svolta profonda come quella che è necessaria non può essere
improvvisata in pochi giorni; tuttavia possiamo e dobbiamo sottoporre al partito
e alla nostra base di riferimento un bilancio trasparente di questa campagna
elettorale: la collaborazione di classe, incarnata dall’alleanza con l’Unione,
si è dimostrata incapace di dare il colpo decisivo alla destra perché non può
aggredirne le basi sociali e di consenso, che non possono essere distrutte solo
con le argomentazioni di tipo democratico (conflitto d’interessi, il “ritorno
alla normalità”, ecc.) ma solo attraverso un riscatto dei lavoratori e di
tutti i settori sfruttati che rompano le compatibilità imposte da questo
sistema e da decenni accettate dalla sinistra e dal sindacato.
Claudio Bellotti, Simona Bolelli, Alessandro Giardiello, Jacopo Renda
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