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Osservazioni sulle ultime svolte di Bertinotti
Il segretario del Prc Fausto Bertinotti ha lanciato un’altra svolta, anzi
“la svolta delle svolte” come dice lui. Anche questa volta non lo ha fatto
dalle colonne di Liberazione, il quotidiano del partito, tanto meno ha
scelto come occasione una riunione dei massimi organismi dirigenti del Prc. Ha
preferito annunciarla con interviste concessa a La Stampa e Il
Manifesto.
Anche se molte di queste affermazioni sono state poi corrette o addirittura
smentite, ci permettiamo comunque di entrare nel dibattito perché esse
riflettono una linea di tendenza che si sta affermando all’interno della
maggioranza del partito e preparano il campo all’accettazione, da parte del
gruppo parlamentare di Rifondazione, delle politiche del futuro governo di
centrosinistra, anche quelle più indigeste per il movimento dei lavoratori e
per le fasce meno abbienti della popolazione.
Lavoro o lavoratori?
Cominciamo con l’analisi di una di queste dichiarazioni, non perché sia in
sé più grave delle altre; anzi a prima vista potrebbe sembrare innocua e
addirittura condivisibile. Ma essa contiene in sé e premette tutte le altre:
“Dobbiamo mettere al centro non più il lavoro ma i lavoratori” (La
Stampa, 20 marzo). A tanti lavoratori che faticano da mattina a sera (o
notte) e stentano ad arrivare a fine mese con lo stipendio, parole come queste
possono suscitare simpatia. Ma in realtà esse contengono un’idea la cui
conseguenza è il rifiuto radicale di Marx e di tutta la tradizione comunista
che a Marx si riferisce. Qui il compagno Bertinotti introduce infatti una
contraddizione tra il ruolo che il lavoro ha nella filosofia marxista e l’importanza
della classe lavoratrice. Nel 1847, Marx ed Engels, in una delle loro primissime
opere come comunisti, L’Ideologia Tedesca, spiegavano che il lavoro è
il modo in cui l’umanità diventa tale; il lavoro è quello che ci distingue
dal resto del regno animale, è la nostra capacità di cambiare l’ambiente che
ci circonda per migliorare le condizioni della nostra esistenza. Il lavoro per
Marx ed Engels è produzione, è quello che ci consente non solo di riprodurre
le condizioni della nostra esistenza (ovviamente anche un animale può farlo) ma
anche di sviluppare le forze produttive. Questo nessun animale al di fuori dell’uomo
è in grado di farlo: per esempio certe scimmie usano rametti per “pescare”
le formiche nel loro nido; ma poi buttano il rametto una volta mangiato. L’uomo
non solo conserva i suoi utensili ma è capace di utilizzarli per costruire
strumenti più efficaci: è capace di scheggiare una pietra e poi di mettere la
pietra scheggiata su un bastone di legno, è capace di usare la lancia anche per
uccidere ma anche catturare animali e fargli trainare l’aratro… fino all’automazione
moderna. Ma l’uomo per quanto impensabile come specie senza il
lavoro-produzione, non è per Marx ed Engels solo questo: per produrre l’uomo
deve per forza interagire con altri simili, creando dei rapporti di produzione.
E’ su questi rapporti di produzione che sono plasmate le nostre esistenze, il
nostro modo di pensare e di agire, il modo in cui si sono costruite e
differenziate i vari tipi di società umana. Su questi rapporti di produzione,
nel loro svilupparsi e modificarsi inarrestabile, si è plasmato anche il
capitalismo moderno, con la sua divisione in classi, con lo sfruttamento e l’alienazione.
Tentare di contrapporre il lavoro ai lavoratori significa cercare di
contrapporre quest’ultimi alla chiave della comprensione del loro sfruttamento
e della loro alienazione. Vuol dire eliminare la base teorica che ci dice che
questa società capitalista, è solo un passaggio miserabile della civiltà
umana e che dovrà lasciare il passo ad un nuovo modo di produrre e di
associarsi per produrre. Come tutte le forme di produzione che l’hanno
preceduto, il capitalismo dovrà soccombere a forze che ha esso stesso
scatenato: la produzione su larga scala, ormai mondiale, con la sua esigenza di
pianificazione. Questa pianificazione contrasta con gli interessi
particolaristici dei capitalisti e può essere esercitata solo sotto il
controllo di coloro che su scala mondiale producono; quei produttori universali,
quei lavoratori salariati evocati dal capitalismo, sfruttati e alienati dal
capitalismo e che il capitalismo dovranno abbattere per dare un futuro all’umanità.
Chi vuole togliere questa comprensione e questa prospettiva ai lavoratori non
può poi affermare candidamente, come fa Bertinotti, che la sinistra “dovrà
magari recuperare il Marx della critica allo sfruttamento e all’alienazione”
(Ibidem).
Bertinotti continua affermando che Marx si dovrà “oltrepassarlo.
Immettere dentro di sé elementi nuovi, la comunità, la persona, la libertà
appunto”. Qui troviamo tutta la sua incapacità di riconoscere il nocciolo
del marxismo, il ruolo del lavoro, o la sua volontà di nasconderlo dietro un
polverone di confusione, gli impedisce di prendere in considerazione la grande
mole di opere dedicate da Marx ed Engels proprio ad analizzare il destino della
comunità, della persona e della libertà non nell’astrattezza delle
declamazioni poetiche, ma come si venivano a configurare nella realtà materiale
della storia. Una realtà materiale determinata in ultima analisi da quei
rapporti di produzione, dal quel modo di essere del lavoro umano che Bertinotti
si sforza di mettere nell’ombra.
Questo atteggiamento intellettuale di Bertinotti non è casuale; infatti l’analisi
di Marx ed Engels è ben di più di “una critica allo sfruttamento e all’alienazione”(ibidem):
è un’analisi finalizzata all’abbattimento del capitalismo, alla fine dello
sfruttamento e dell’alienazione. Questo è quello che Bertinotti rifiuta
risolutamente: ”l’idea della partecipazione critica anziché del dominio
delle forze organizzate” (Manifesto, 22 marzo). Questo linguaggio
è volutamente astratto e fumoso, ma suona come: “compagni facciamo pure
chiacchiere, ma la proprietà dei grandi mezzi di produzione non si tocca!”
Uguaglianza o libertà?
Anche la critica di Bertinotti allo stalinismo in realtà non è affatto
tale, bensì implica il rifiuto che il capitalismo venga abbattuto e che i
lavoratori instaurino il loro potere facendola finita con quello dei
capitalisti. “Lo stalinismo […] cioè la conquista del potere”
(Ibidem). Ci dispiace constatare che il compagno Bertinotti falsifica la storia
anche recente del movimento operaio: “Nella nostra storia troppo spesso l’uguaglianza
ha fatto premio sulla libertà”. Si fatica a crederlo, ma si riferisce
proprio all’esperienza stalinista: ”Nel socialismo realizzato […] in
realtà ha prevalso l’uguaglianza fino a sterminare la libertà”. Ma di
quale uguaglianza parla Bertinotti? Non si ricorda le feroci disparità
salariali e di condizioni di vita di quei paesi? Non si ricorda dei burocrati
stalinisti che rivaleggiavano in lusso con i capitalisti occidentali mentre i
salari dei lavoratori languivano a livelli ridicoli per i loro colleghi dei
paesi capitalisti? Non si ricorda, non si vuole ricordare, o non ha mai letto
Marx ed Engels quando spiegavano che libertà ed uguaglianza sono strette tra
loro da un legame indissolubile? La mente innovativa di Bertinotti non è mai
stata sfiorata dall’idea che la burocrazia stalinista potesse imporre i suoi
privilegi proprio soffocando la libertà?
“Penso che si debba avere un’idea della trasformazione come elemento
processuale” (Ibidem): a questo conducono i grandi sforzi di innovazione
teorica di Bertinotti: rispolverare il riformismo classico di Bernstein, che
proponeva una lenta evoluzione del capitalismo in comunismo. Idee vecchie di
oltre cent’anni, allora prodotto dell’illusione che il capitalismo in
crescita potesse continuare a migliorare, di riforma in riforma, le condizione
di vita della classe lavoratrice. La storia, con due guerre mondiali e gli
orrori del fascismo, si è già occupata di screditare queste concezioni. Ora di
fronte alla crisi economica, ai crescenti attacchi dei capitalisti alle nostre
condizioni di vita, di fronte al dilagare della politica guerrafondaia del
capitalismo, non c’è nemmeno bisogno di scomodare la storia.
Da Marx, Bertinotti ci vuole rimandare a Bernstein: dalla rifondazione
comunista alla sua negazione. Ma i suoi desideri non sono necessariamente la
realtà. Tra gli uni e l’altra stanno i militanti del partito e quegli
attivisti del movimento operaio che nel prossimo futuro cercheranno in
Rifondazione Comunista un punto di riferimento politico contro le politiche
antioperaie del governo. La lotta per la difesa delle condizioni di vita dei
lavoratori per un periodo sarà anche la lotta per restituire il Prc alla idee
del marxismo.
12 Aprile 2006
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