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| Scritto da Claudio Bellotti | |||
| Giovedì 23 Novembre 2006 07:39 | |||
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Obiettivi e metodi della nostra battaglia nel Prc
La prima cosa che salta agli occhi è la difficoltà del Prc ad ottenere seri risultati sui terreni che sono stati propri delle nostre battaglie degli scorsi anni. La legge finanziaria in discussione in queste settimane è piena di regali alle imprese (che, come dice lo stesso ministro Padoa Schioppa, sono le principali beneficiarie), gli attacchi alla scuola e all’università stanno suscitando l’opposizione di docenti e studenti; si tagliano fondi a comuni e regioni, ma i soldi alle scuole private sono intoccabili mentre le spese militari vengono significativamente aumentate. Ma l’aspetto che più deve farci riflettere è che finora nessuna delle battaglie avanzate dal Prc è riuscita a vincere la resistenza del resto dell’Unione. Sulla missione in Afghanistan non siamo passati. Di lotta al precariato non se ne parla, il governo rimane saldamente ancorato alla politica concertativa della “buona flessibilità” sbandierata da Fassino e dal ministro Damiano. Sulla politica economica è stata respinta la proposta di dimezzare la portata della manovra e di “spalmarla” su due anni. Il decreto antisfratti varato dal ministro Ferrero (che era un decreto niente affatto risolutivo, che si limitava a tamponare le situazioni di emergenza più gravi) è affondato in Senato. Sull’immigrazione non passano nemmeno le proposte minime, come quella di regolarizzare quegli immigrati che già lavorano in Italia e che avevano fatto domanda di permesso di soggiorno, ma che erano rimasti fuori dalle quote stabilite dalla Bossi-Fini. Queste non sono opinioni, è la dura realtà. E le elezioni regionali in Molise sono un motivo di allarme particolarmente per il Prc, che perde il consigliere che aveva eletto nel 2001, e raccoglie solo 4.442 voti contro i 10mila delle elezioni politiche e i 6.640 delle precedenti regionali. Questi dati devono imporre a tutti i militanti del partito una seria riflessione.
Il pensiero ispiratore comune a questo piccolo arcipelago di forze, per quanto sia eterogeneo e attraversato da aspri conflitti interni, è quello di portare le masse in piazza contro il governo. Questa strategia si è concretizzata in diverse manifestazioni: 29 settembre contro la precarietà, 30 settembre contro le missioni militari, e altre. La cosa che balza agli occhi è che la partecipazione a queste mobilitazioni oscilla fra qualche centinaio e qualche migliaio di persone (al di là delle moltiplicazioni delle cifre che appaiono nei comunicati ufficiali). Stiamo quindi parlando di cifre che sono frazioni infinitesimali rispetto alle manifestazioni che abbiamo visto negli anni del governo Berlusconi. Sarebbe bene domandarsi il perché. I milioni di lavoratori e di giovani che erano scesi in piazza contro la guerra, per l’articolo 18, negli scioperi generali non sono né scomparsi, né pacificati e soddisfatti. E tuttavia dobbiamo guardare in faccia la realtà: il governo Prodi, grazie alla copertura offerta dai partiti della sinistra e dai vertici sindacali, può usufruire di una certa autorità di fronte ai lavoratori. Non si può certo dire che dilaghi l’entusiasmo, anzi. Ma sarebbe il colmo dell’infantilismo chiudere gli occhi di fronte al fatto che settori importanti stanno dando tempo al governo per vedere quello che farà. L’appello a scendere in piazza contro il governo non ha nessuna presa per due semplici motivi. Primo: è del tutto evidente che il governo non può cadere per mobilitazioni così marginali, a prescindere dalla correttezza o meno delle piattaforme su cui vengono convocate. Secondo: non si vede alcuna alternativa credibile. Se domani cade il governo possono succedere solo due cose: o si forma un governo di unità nazionale, o torna al potere la destra. Nessuna di queste due alternative può esercitare alcuna attrattiva per i lavoratori, che non possono in nessun modo pensare che questi esiti creerebbero condizioni migliori per difendere i propri diritti o per condurre lotte offensive. Per questo motivo, le iniziative di questo genere non hanno alcuna seria capacità di espansione. Parlano quasi esclusivamente a chi è già convinto. I compagni che si sono messi su questa strada si accorgeranno ben presto che a forza di gridare nel deserto “abbasso il governo” finiranno col restare senza voce. Da questa strategia non può nascere nessun “vero partito comunista”, ma solo cento e una varietà di gruppi in conflitto tra loro, con l’inevitabile corollario di polemiche, scissioni e scomuniche che non possono che respingere gli attivisti migliori.
Questa conclusione è radicalmente sbagliata. Le contraddizioni non si manifestano solo con scioperi, manifestazioni e lotte di piazza. Una serie di cause concorrono, come abbiamo detto, a ridurre l’attivismo su questo terreno. D’altra parte l’idea che i lavoratori siano sempre sulle barricate a lottare è solo una caricatura. Le masse lottano solo se vi sono costrette dalle circostanze e soprattutto se non vedono altra alternativa possibile. Ora, dopo cinque anni di Berlusconi, stanno dando un certo margine a questo governo. Ma le contraddizioni rimangono, le attese, le speranze e la rabbia che hanno alimentato il ciclo di lotte degli scorsi anni non sono scomparse. Una delle forme nelle quali inevitabilmente si manifesteranno sarà nel dibattito e nelle divisioni che inevitabilmente emergeranno in tutte le organizzazioni della sinistra che oggi sostengono Prodi, così come nei sindacati. Il governo Prodi va incontro a un inevitabile fallimento. Le contraddizioni del capitalismo italiano non consentono di condurre una vera politica di riforme che possa dare risposte credibili alle attese e alle necessità di milioni di lavoratori. La svolta che a milioni hanno cercato nelle elezioni non arriverà. Questo significa che ad un certo punto, che può anche essere non molto lontano, i lavoratori giungeranno alla conclusione che mandare via Berlusconi col voto non è stato sufficiente. Una parte può cadere nella disillusione o dare ascolto alle sirene demagogiche della destra e persino dell’estrema destra, ma un settore maggioritario si porrà l’obiettivo di intervenire direttamente per “farsi sentire”, per contrastare l’egemonia delle posizioni borghesi all’interno del governo.
Speranze illusorie? In larga misura sì. Aspettative destinate ad andare deluse? Certamente. Ma crediamo che il nostro posto sia all’interno di questo percorso di presa di coscienza, per quanto possa essere tortuoso. Le prese di posizione delle “avanguardie illuminate” che si trovano in cento per dirsi per la millesima volta che Prodi è un borghese e che il Prc sta tradendo le attese della sua base, per poi andarsene a dormire con la coscienza a posto, non ci interessano e soprattutto non avvicinano di un millimetro la soluzione dei nostri problemi. La partecipazione dei Ds, del Pdci e di Rifondazione al governo, così come l’appoggio del gruppo dirigente della Cgil ha conseguenze ben precise riguardo il suo futuro, perché implica che di fronte a una mobilitazione consistente non potrà limitarsi ad andare avanti come se nulla fosse, come invece Berlusconi ha potuto fare (anche grazie al ruolo di freno giocato dalla direzione della sinistra, che fece tutto il possibile per dare alle lotte un carattere prelentemente dimostrativo, rifiutando di porsi l’obiettivo di cacciare la destra con le lotte di piazza). La borghesia è ben cosciente di questa situazione. Quando gli organi padronali si lamentano che la finanziaria è stata scritta “da Prodi, Bertinotti e Epifani” non lo fanno perché pensano veramente che il governo farà “piangere i ricchi”, ma perché si rendono contro della debolezza intrinseca di un governo che se si trovasse privo, per esempio, dell’appoggio della Cgil si troverebbe a rischio di caduta nel giro di pochi giorni. Per questo fanno di tutto per frustrare qualsiasi ipotesi di riforme, anche le più ridotte, anche quelle che di per se stesse non comporterebbero veri problemi per la borghesia: perché ne temono l’effetto politico, perché temono che legittimando le speranze di un cambiamento si aprirebbero le dighe a un’ondata di rivendicazioni in tutta la società, dai precari agli immigrati, dai senza casa agli studenti. Per questo i giornali parlano ogni giorno delle varie manovre parlamentari per disegnare ipotetiche nuove maggioranze, per cambiare la legge elettorale, per preparare la scialuppa di salvataggio nel caso che il governo Prodi si dimostrasse inaffidabile o troppo esitante nell’eseguire le richieste di lorsignori. È qui la contraddizione sulla quale dobbiamo agire. Siamo stati e siamo contro la politica di Prodi e della sua coalizione. Abbiamo sostenuto e sosterremo qualsiasi mobilitazione si ponga l’obiettivo di contrastare gli effetti negativi della sua politica, lo abbiamo fatto il 4 novembre, lo faremo il 17 novembre nella giornata di mobilitazione di scuole e università. Ma il nostro obiettivo non è solo quello di chiamarci fuori, dichiarando che non siamo d’accordo e che abbiamo le mani pulite. Il nostro obiettivo non è che rompa con Prodi qualche avanguardia più o meno consistente, ma che a rompere con Prodi sia l’insieme del movimento operaio, che la sinistra, e il Prc innanzitutto, riconquisti la propria autonomia e indipendenza, che i lavoratori si riapproprino della Cgil perché porti avanti con coerenza le battaglie necessarie.
Nella Cgil le divisioni saranno ancora più evidenti, la Fiom è stata duramente criticata dalla maggioranza per aver organizzato il 4 novembre a Roma. Ma questo è solo l’inizio: qualcuno può seriamente credere che i lavoratori accetterebbero in silenzio una nuova controriforma delle pensioni, o la devastazione di quel che resta del sistema contrattuale, senza aprire bocca solo per far piacere a Prodi o a Epifani? È chiaro che non può andare così. O lo stesso gruppo dirigente della Cgil deciderà di mettersi di traverso a questi progetti, o inevitabilmente ad un certo punto si svilupperà un’opposizione dal basso, dalle Rsu, dai territori, dalle categorie più combattive. Per quanto potrà essere complicata e tortuosa, l’evoluzione del rapporto tra il movimento operaio e questo governo è inevitabilmente tracciata: dalle speranze alla critica, dall’attesa più o meno fiduciosa a un nuovo protagonismo, dalla delega alla lotta per la difesa dei nostri interessi. Il processo può assumere un ritmo più o meno rapido a seconda di molti fattori, ma la direzione sarà questa. Da questo punto di vista il dibattito interno di Rifondazione comunista assume una importanza strategica. Il congresso del 2005 vide oltre il 40 per cento degli iscritti sostenere le diverse mozioni di opposizione. Oggi, a oltre un anno da quel congresso, il quadro appare notevolmente mutato. Come si è detto, gran parte della ex mozione 3 si è scissa dal partito. La principale delle aree di opposizione, l’Ernesto, che nel 2005 raccoglieva circa il 26 per cento del sostegno, attraversa oggi una vera e propria fase di disgregazione politica. Un settore ha rotto con quest’area e si è unito alla corrente di maggioranza; un altro settore, del quale fa parte anche lo stesso Claudio Grassi, è chiaramente sempre più incline a cercare un sistema di quieto vivere all’interno del partito, attenuando la propria critica, mentre altri compagni rifiutano l’ipotesi di un accordo con la maggioranza e vorrebbero perseguire una opposizione più radicale. Questo processo investe pesantemente il partito a livello locale, dove non si contano, particolarmente in regioni come la Calabria o la Sardegna, dove l’Ernesto contava su un appoggio particolarmente consistente, i casi di abbandono da parte di militanti di quest’area verso la maggioranza. Non è forse fuori luogo ricordare quanto scrivevamo a questo proposito qualche mese fa: “Uscire dal Prc è un grave errore, una scelta che sottrae forze militanti a un partito che inevitabilmente sarà attraversato da forti dibattiti nei prossimi anni. Questo è tanto più vero considerato che la crisi di prospettiva coinvolge anche le altre minoranze interne al Prc, l’Ernesto ed Erre. Entrambe, infatti, si trovano in una situazione fortemente contraddittoria, chiamate inevitabilmente a gestire le scelte dell’Unione (considerata la loro presenza nei gruppi parlamentari), ma soprattutto messe in difficoltà da un problema di fondo: passato ormai da tempo il congresso, passate anche le elezioni, non è più il momento dei distinguo tattici o delle proclamazioni generali: la linea decisa al congresso di Venezia non solo è maggioritaria, ma è pienamente operante: si può accettarla, magari tentando di condizionare questa o quella sfumatura; oppure si può contrastarla, come noi riteniamo si debba fare, proponendone una alternativa; le vie di mezzo condannano al rischio della confusione politica e dello sfilacciamento organzzativo.” (FalceMartello n. 192, aprile 2006) Qui aggiungiamo solo che la crisi che si sta aprendo all’interno dell’Ernesto può avere un risvolto positivo se permetterà che emergano quelle forze più militanti e combattive, che sono consistenti in quell’area, liberandole dalla tutela di un gruppo dirigente nel quale l’istituzionalismo ha sempre imperato. La prospettiva assai ottimista di queste aree, che ritenevano che attraverso la presenza di loro rappresentanti in parlamento avrebbero potuto condizionare la linea del partito, si è dimostrata fallimentare e a essere condizionati sono stati loro: la “ribellione” sul voto sull’Afghanistan è rientrata sotto la pressione del voto di fiducia. Sul Libano l’Ernesto sostiene la missione mentre Cannavò di Sinistra Critica si è limitato a uscire dall’aula. Ora si ripropone lo stesso problema sulla finanziaria: Cannavò dichiara oggi che così com’è non la voterebbe, ma cosa accadrà al momento decisivo e in particolare in Senato, dove come è noto la maggioranza dell’Unione è risicatissima? Il problema va preso alla radice: la rappresentanza parlamentare ha senso se è legata a una prospettiva politica e ad essa viene subordinata. Se si perde di vista questo assunto fondamentale, si finisce inevitabilmente col cadere in una pura logica d’immagine, per cui il problema non è più come usare il terreno parlamentare a favore di una battaglia politica, ma come “salvare la reputazione” di un deputato o di un senatore. Non è quindi sorprendente se anche all’interno dell’area di Sinistra critica si sia sviluppato un dibattito assai confuso sul futuro del Prc e della loro stessa componente. Si parla di “fine del ciclo della rifondazione comunista” e di “avvio di un ciclo di ricomposizione di una sinistra di governo”, di prospettive di “ricomposizione della sinistra di classe” e di costruire una associazione che dovrebbe essere “interna ed esterna al Prc”. Formulazioni ambigue che possono essere tirate in ogni direzione e che semineranno confusione in particolare fra i compagni più giovani. Altro deve essere il nostro compito. Le forze che si sono riconosciute nella nostra battaglia al congresso (e che da allora si sono accresciute in modo importante) non servirebbero a nulla se venissero ingabbiate in una battaglia puramente propagandistica o di immagine o se venissero impegnate in un dibattito insensato se restare nel Prc o abbandonarlo, come se i processi storici dipendessero dalla volontà di questo o quel piccolo gruppo. Il futuro del Prc si deciderà nella lotta di classe, nell’esplodere inevitabile delle gigantesche contraddizioni che questo governo sta accumulando e che si scaricheranno in primo luogo sulla sua sinistra. Questa è la prospettiva, questo è lo scenario nel quale ci apprestiamo a intervenire. Non permetteremo che i portavoce del governismo imperante ci chiudano in una qualche riserva indiana, tantomeno ci richiuderemo con le nostre stesse mani. Abbiamo senso della misura e sappiamo che la nostra influenza è ancora limitata, ma questo non ci deve spingere a una visione riduttiva o testimoniale dei nostri compiti: la tendenza marxista nel Prc ha senso di esistere solo se si pone l’obiettivo di diventare domani maggioranza e forza dirigente nel partito e nel movimento operaio. Abbiamo dimostrato fin qui la nostra capacità di intervento sia nel dibattito politico che nella battaglia sul campo, nel lavoro quotidiano di costruzione nelle fabbriche, fra gli studenti, gli immigrati, sui territori. Sarà immergendoci nel flusso che si prepara che potremo elevarci all’altezza dei compiti posti dalla crisi strategica e organizzativa della rifondazione comunista.
15/11/2006
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