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“Non si torna indietro dal tema della rivoluzione”
Partiamo dalla crisi in corso…
La dinamica della crisi nasce da una enorme compressione salariale, nella quale l’Europa ha ridotto i salari per esportare, cosa che in parte ha funzionato, e le esportazioni sono state assorbite soprattutto dagli Stati Uniti che hanno comprato a credito. In altre parole aprire i cordoni della borsa col credito è stato fondamentale per garantire la tenuta della crescita, la lunga “tirata” della crescita capitalistica. Quando il meccanismo è diventato insostenibile si è determinata la crisi negli Usa che poi a cascata si allarga in tutto il mondo.
Il nodo dei bassi salari è quindi all’origine della crisi e se viene messo in discussione può essere uno dei possibili elementi di fuoriuscita da essa. In questo senso c’è un elemento strutturale.
Io credo che sia una crisi del neoliberismo, cioè della forma specifica che il capitalismo ha assunto negli ultimi vent’anni. Una crisi di una forma specifica dell’accumulazione capitalistica che ora provano a gestire come ristrutturazione interna dei rapporti di potere; interna a questo tentativo di ristrutturazione è anche la logica da grande coalizione, da unità nazionale, che già emerge negli Usa e che si affaccia adesso anche in Italia mentre in Germania è già presente da tempo.
La questione invece, è come fare entrare il mondo del lavoro, gli alti salari, la redistribuzione del reddito e la ricostruzione del peso della politica e della democrazia dentro le scelte economiche. Questo è il punto di scontro.
Ma è credibile oggi un recupero delle politiche keynesiane?
Esiste intanto un problema relativo ai limiti dello sviluppo, che rendono impossibile l’applicazione integrale di quel modello. Il problema è la regolazione politica e razionale, e quindi democratica, dell’economia, e dentro questa il nodo della riduzione dell’orario di lavoro, del modello di sviluppo, del rapporto fra produzione e ambiente. L’idea del keynesismo inteso come sviluppo economico illimitato non è all’ordine del giorno. Penso che ci sia il rischio di un’uscita a destra dalla crisi, cioè un intervento della mano pubblica nell’economia in una funzione di riduzione della democrazia e di irrigidimento delle gerarchie sociali, governato attraverso la guerra fra poveri.
Oppure puoi avere un’uscita da sinistra, nella quale la regolazione politica dell’economia si sposa con la redistribuzione del reddito, del lavoro e con un’aumento della democrazia e della partecipazione. In entrambi i casi però non si tratterebbe di gestire un grande sviluppo, bensì una fase nella quale uno sviluppo di grande scala non è ipotizzabile, anche per limiti fisici.
Rifondazione è ancora un partito che cerca la sua strada? E in che direzione guarda?
Col congresso sono stati posti dei presupposti, che in parte sono stati anche un recupero di elementi che si erano smarriti come ad esempio la questione della rifondazione comunista come tema in campo. Inoltre si sono fissati alcuni elementi resi possibili anche dalle esperienze e dagli errori precedenti. In primo luogo questa scelta che abbiamo denominato “in basso a sinistra”, ossia la centralità della ricostruzione della politica nei meccanismi di partecipazione e di protagonismo dal basso, che era un tema già presente da Genova in avanti, ma che va declinato non solo nei termini del movimento, ma anche nell’attenzione alle condizioni di vita quotidiane, da cui l’attenzione al mutualismo, al come vivono le persone, ai nodi di fondo dei rapporti sociali. C’è poi l’elemento della svolta a sinistra intesa come opposizione di sistema, come condizione per avere quell’autonomia indispensabile alla costruzione di un blocco sociale di alternativa, di poter declinare l’ipotesi dell’alternativa e della transizione, se quest’ultimo termine non è troppo impegnativo.
Sono dei presupposti che indicano una direzione di marcia. Abbiamo individuato quindi un filo da tirare, dopodiché la costruzione concreta dei percorsi, la verifica della loro praticabilità, la correzione di questi percorsi, è tutto ancora da fare.
Il congresso è finito, ma le costituenti attraversano ancora il dibattito nelle loro varie versioni, sia quella di sinistra che l’unità comunista.
A me sembra che l’esito del congresso abbia tolto spazio a queste proposte. Se avesse vinto la mozione 2 entrambe si sarebbero realizzate.
Ma possono ancora realizzarsi…
Sono certamente in campo, il punto è se noi siamo capaci di mettere al centro il tema della rifondazione comunista, che è il nodo fondamentale, e di farlo mettendo contemporaneamente in campo una capacità di lavoro unitario di costruzione dell’opposizione, che per me riguarda tutta la sinistra, cioè la costruzione di percorsi sociali, culturali, per i quali non vedo lo sbocco politico unitario, ma che vedo invece come un elemento unitario forte che può permettere di salvare il bambino, e cioè la tensione unitaria e la necessità di fare massa critica sufficiente a contrastare i progetti governativi e confindustriali, buttando via però l’acqua sporca, ossia quell’idea da partito unico che c’è in entrambe le proposte e che vede come elemento salvifico l’aggregazione per linee ideologiche, con lo stesso vizio di politicismo.
È stato detto che sarebbe assurdo rifare oggi il congresso di Livorno del 1921. Che senso ha oggi parlare di distizione o conflitto fra riformisti e rivoluzionari?
La differenza tra socialisti e comunisti storicamente ruota attorno al tema della rivoluzione, tra la concezione che vede un accumulo di forze che quasi naturalmente fa transitare il capitalismo in socialismo, e quella che mette al centro il punto della rottura, che io declinerei non solo sul terreno dello Stato, ma in primo luogo nei rapporti di produzione e quindi sul meccanismo dello sfruttamento intrinseco alla divisione del lavoro capitalista e alla riproduzione di gerarchie sociali interne al meccanismo di valorizzazione del capitale. Quell’intuizione storica del comunismo secondo me continua ad essere valida e non si deve tornare indietro da essa, dal tema della rivoluzione, salvo ripercorrere percorsi che già abbiamo visto dove portano.
Peraltro in Italia è esistita storicamente una tradizione interna alla sinistra, parlo di un pezzo della sinistra socialista, del sindacalismo di sinistra negli anni ’50 e ’60, di esperienze come i “Quaderni Rossi”, che si definivano in un certo senso “socialcomunisti” perché accettavano la rivoluzione russa come elemento di discrimine, e però rifiutavano lo stalinismo, una posizione che peraltro mi trova molto in sintonia.
Il tema della rifondazione comunista è esattamente questo, le due parole si valorizzano a vicenda, l’una senza l’altra non ha molto senso. Si deve porre il tema della rivoluzione, e quindi di quel passaggio epocale rappresentato dalla rivoluzione russa, ma devi assolutamente fare i conti con quegli errori drammatici che hanno screditato la parola comunismo, oltre a produrre un sistema sociale non particolarmente auspicabile.
Qual è la cosa che più manca oggi a Rifondazione?
Una cultura politica diffusa in grado di applicare creativamente l’intuizione della linea. Se c’è un limite di questa maggioranza è che pur avendo individuato una linea politica su cui concorda, ha al suo interno una quantità di culture politiche non solo diverse, che di per sè non sarebbe negativo, ma anche relativamente incomunicanti, come eredità della situazione passata nella quale le aree interne diventavano partiti diversi. Per me se c’è una sfida,
oltre a quella di rimettere in campo il partito, è quella di costruire un dibattito anche culturale che non comporti immediati schieramenti di scelte politiche, che permetta di tematizzare la rifondazione come terreno di ricerca comune. Una rivista del partito, ad esempio, ossia della rifondazione comunista, sarebbe un punto importante.
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