Dobbiamo guardare con lucidità la situazione reale. La rimonta inaspettata di Berlusconi va compresa in termini di conflitto di classe, non è la semplice fotografia di un presunto “ventre di destra” del paese, ma il risultato di uno scontro in cui Berlusconi ha interpretato fino in fondo gli interessi sociali avversi ai nostri, mentre Prodi ovviamente non poteva interpretare con la stessa decisione gli interessi dei lavoratori.
Berlusconi, al di là dell’esito del suo “assedio” al nuovo governo, ha gettato i semi avvelenati della destra del futuro: una destra reazionaria che non si fa problemi a lanciare i messaggi più aberranti per sfondare non solo fra i privilegiati, ma anche in settori popolari colpiti dalla crisi.
Il governo dell’Unione si muoverà su un sentiero molto stretto, determinato non dai progetti di questo o quel gruppo dirigente, ma da stringenti necessità economiche. Di fronte a una possibile ondata speculativa contro l’economia italiana, simile a quella del 1992-93, a cosa serve parlare di “partecipazione” o di “governo allargato”? Le decisioni verranno prese altrove e il partito si troverà in una situazione difficilissima, costretto a scegliere fra subire misure inaccettabili o essere emarginato.
Ho ben chiaro che la maggioranza non intende ripetere la rottura del ’98; ma nessuno si pone il problema che potremmo trovarci esclusi dal governo anche nostro malgrado? Aggrapparsi a Prodi è una tattica di brevissimo respiro che ci lega le mani lasciandoci senza alternative.
È necessario avviare una seria discussione, anche attraverso una conferenza d’organizzazione, che affronti il problema di garantire il funzionamento delle strutture di fronte allo spostamento di larga parte del gruppo dirigente nelle istituzioni.
Infine voglio dire che a queste difficoltà non si può rispondere con avventure scissionistiche verso il nulla, voltando le spalle a un partito che comunque - lo dimostra il voto - è stato investito di tante speranze di cambiamento.
23 aprile 2006.
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