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| Scritto da Claudio Bellotti | |||
| Lunedì 08 Settembre 2008 08:54 | |||
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alla vigilia di un autunno decisivo
Alla vigilia di una stagione decisiva per il nostro partito, vorrei
tornare sulla questione del lavoro, anche riferendomi a due interventi
recenti: l’intervista del compagno Zipponi (Liberazione 7 agosto) e
l’articolo del segretario Ferrero (24 agosto).
Il nostro partito ha il dovere di mettere sotto la lente d’ingrandimento non solo dati economici o analisi della condizione sociale, ma anche i processi e i percorsi che segnano l’evoluzione della coscienza di massa. Su questo il nostro congresso nazionale ha potuto dire poco, e per buone ragioni: prima di costruire andavano sgomberate tante macerie che ostruivano la vista e la nostra azione. Ora però non ci possiamo fermare, la svolta a sinistra è ancora una frase e dobbiamo essere tutti coscienti che il partito non si risolleva a forza di slogan. Più di tutti debbono esserne coscienti quei compagni che a Chianciano si sono ritrovati nella proposta maggioritaria. 1. Se è vero che uno dei nodi della nostra crisi è la rottura fra sinistra e classe lavoratrice, è da qui che si riparte. Nonostante tutto e tutti la materialità dello sfruttamento continua a generare conflitto e presa di coscienza. In questi anni vertenze come quelle dei grandi call center (vedi Atesia, ma non solo) sono state significative non solo per il loro contenuto rivendicativo, ma perché nell’esigere il riconoscimento del proprio lavoro come lavoro subordinato, quei lavoratori hanno rivendicato la demistificazione della loro condizione sociale, il riconoscersi come parte di una classe. Ci sono centinaia di migliaia se non milioni di lavoratori in questo paese, in effetti una nuova generazione proletaria, che hanno attraversato o attraverseranno in futuro percorsi simili. Rompiamo lo schema fallimentare (e oggi per di più impraticabile) della sponda istituzionale, per calarci fino in fondo in questo processo sul quale si può imperniare la ricostruzione anche di una nuova generazione di militanti e dirigenti per il nostro partito, che lo sappiano pervadere della loro radicalità. 2. Centralità della questione salariale. Il crollo dei salari reali cree non solo una situazione sociale intollerabile, ma da compromette seriamente la capacità di resistenza dei lavoratori su altri terreni: diritti, sicurezza, precariato, sia dentro che fuori dal posto di lavoro.È sufficiente oggi parlare di difesa del contratto o battersi per i rinnovi nelle diverse categorie? A mio avviso no: in fin dei conti è stata proprio la gabbia concertativa che a partire dal 1992-93 è stata imposta sul sistema della contrattazione a portare i salari italiani ai posti più bassi in Europa. Tutti i dati lo confermano, a partire da quelli dell’Ires-Cgil.
Oggi siamo al salto di qualità e a dire “vogliamo tutto” sono i padroni. La risposta necessita di un intervento su vari livelli, e la premessa è l’elaborazione di una piattaforma all’altezza. Salario ai disoccupati, salario minimo legale intercategoriale, nuova scala mobile e azione contrattuale sono terreni che debbono essere connessi non in qualche convegno, ma in una strategia che parta dalle condizioni sul campo, in un contesto che favorevole non è. Non esistono scorciatoie bisogna cercare tutti i varchi attraverso i quali il conflitto possa esprimersi lavorando per allargarli, dal contratto del commercio, chiuso senza la firma della Cgil, alla lotta per la sicurezza, alle vertenze dei precari, investire con metodo su ognuna di queste; una scintilla dopo l’altra, alla fine anche la legna più bagnata può prendere fuoco. Solo su questa base anche le campagne generali possono uscire da una dimensione puramente propagandistica È chiaro che dobbiamo lottare con tutte le nostre forze affinché il maggiore sindacato italiano si sottragga a questa morsa e si disponga a una seria resistenza; è altrettanto chiaro che questo implica non un conflitto con la Cgil, ma certo un forte conflitto anche dentro la Cgil, fatto salvo il principio che se nulla si muove nei luoghi di lavoro, nel conflitto sociale, ogni altra battaglia ne risulterà compromessa. Questo credo sia il senso di quanto scritto nel documento votato a Chianciano. A quanto pare questo ha molto turbato il compagno Zipponi, che vede l’autonomia della Cgil insidiata da quella risoluzione e da “componenti interne minoritarie e residuali”.
Si tranquillizzi: se mai il Prc ha condotto operazioni spregiudicate all’interno della Cgil, questo non è avvenuto certo sotto la spinta di minoranze estremiste, ma per mano dei suoi più autorevoli dirigenti (do you remember Area dei comunisti…?); Zipponi all’epoca non era iscritto al nostro partito, impegnato com’era nell’organizzare manifestazioni in difesa dell’allora governo Prodi contro i rischi di rottura da parte del Prc; qualche compagno della componente “Rifondazione per la sinistra” può forse metterlo al corrente. (pubblicato su Liberazione del 7 settembre 2008)
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