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| Il Prc e il dibattito sulla missione in Afghanistan |
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| Prc | |||
| Scritto da Claudio Bellotti | |||
| Lunedì 24 Luglio 2006 11:43 | |||
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Il 17 luglio scorso la Direzione nazionale del Prc si è riunita per deliberare in merito all’atteggiamento da tenere in parlamento nel dibattito sulle missioni militari italiane all’estero. Abbiamo già in precedenza precisato la nostra opinione generale sul tema: la nostra posizione era e rimane che il Prc doveva opporsi al rifinanziamento della missione in Afghanistan, una missione di guerra, un’occupazione militare a tutti gli effetti, in sostegno di un regime fantoccio che si regge solo sulle armi Nato, in un contesto in cui il paese è percorso da venti di rivolta, da una ripresa militare e politica dei talebani, dall’opposizione armata di altri signori della guerra che per un periodo erano venuti a patti con le potenze occupanti. La guerra in Afghanistan non è in realtà mai finita, si era solo assopita e ora si risveglia coinvolgendo il confinante Pakistan, una potenza nucleare sull’orlo della completa destabilizzazione a causa delle opposte, intollerabili pressioni alle quali è sottoposta. Il regime pakistano è stretto fra la pressione implacabile degli Usa (i quali si fidano sempre meno di Musharraf e lavorano a possibili alternative), e la sua tradizionale politica (espressa in particolare nell’esercito e nei potenti apparati dei servizi segreti) di rapporti amichevoli con l’Afghanistan, retrovia da mantenere amica per non distrarre forze dal sempre aperto conflitto con l’India; un regime in crisi permanente, disprezzato dalle masse che lo considerano, a ragione, venduto agli americani…
La ripresa del conflitto in Afghanistan Parte importante del dibattito sulle missioni militari è la fitta cortina fumogena che definisce tali spedizioni come missioni “di pace”. Una breve occhiata ai titoli delle agenzie e dei media internazionali riguardo l’Afghanistan può aiutarci a capire il reale stato di fatto. Limitiamoci ai resoconti di un paio di giornate. 21 luglio - Incursione Usa fà 10 vittime. Un’indagine ordinata dal presidente Hamid Karzai ha scoperto che 10 civili sono stati uccisi durante un’incursione Usa contro i talebani la scorsa settimana nell’Afghanistan meridionale (AFP) 21 luglio - Combattenti talebani hanno teso un agguato a una pattuglia canadese con razzi e armi leggere… (CanWest) 21 luglio - Commando olandese uccide 18 combattenti nemici che avevano preso posizione sulle colline che dominavano un accampamento olandese nell’Afghanistan meridionale (AP) 21 luglio – Un soldato della Coalizione è stato ucciso oggi nel distretto di Sharana, provincia di Paktika, da razzi e colpi di mortaio sparati da estremisti (Centcom) 20 luglio – Esplosione distrugge un veicolo a Kabul durante la visita del capo della Nato. Un afghano è stato ucciso giovedì quando un’esplosione ha colpito un veicolo a Kabul, poche ore dopo l’arrivo del segretario generale della Nato che discute un’espansione della missione di peacekeeping da parte dell’Alleanza nel sud martoriato dalla violenza (Reuters) Ogni settimana, ogni giorno, sono decine gli episodi come quelli qui riportati. Questo è il reale stato delle cose in Afghanistan: una guerra aperta, nella quale gli Usa stanno insistendo affinchè i loro alleato Nato aumentino il loro impegno per permettere loro di concentrarsi in Iraq.
La mozione d’indirizzo “Ma tutto questo lo sappiamo bene”, protestano i compagni della maggioranza del Prc. “Tutti sappiamo che in Afghanistan c’è una guerra e che bisogna uscirne. Il problema è come arrivarci: se oggi facciamo cadere il governo o permettiamo che la maggioranza cambi natura inglobando qualche transfuga del centrodestra, la sinistra sarà emarginata e non riusciremo più a strappare nulla. Invece oggi incassiamo l’Iraq e domani torneremo ad insistere per uscire anche dall’Afghanistan”. Stanno realmente così le cose? O non si tratta invece del classico dito che si concede per poi vedersi mangiare tutto il braccio? La maggioranza del Prc ha molto insistito sulla necessità che il governo mettesse per iscritto con una mozione d’indirizzo le linee guida della propria politica estera. Anzi, su questo il segretario Giordano ha fatto risuonare accenti autocritici: dovevamo farlo prima, ha detto, perché questo avrebbe permesso di comprendere meglio il nostro voto favorevole al decreto sulle missioni. Andiamo dunque a leggere la famosa mozione (meritoriamente pubblicata da Liberazione il 15 luglio). Il grosso del testo è costituito da massicce dosi di camomilla mescolata a frasi altisonanti quanto innocue: la vocazione di pace del popolo italiano, solidarietà, multiculturalismo, prevenzione dei conflitti, attenzione alle nazioni emergenti, società civile, organizzazioni non governative e soprattutto tante, tantissime Nazioni Unite. Curiosa è poi la tendenza a impegnarsi solennemente su questioni sulle quali il governo italiano ha poca o nulla voce in capitolo: dalla riduzione degli arsenali nucleari fino alla proposta (della quale i compagni della maggioranza per motivi del tutto oscuri vanno particolarmente orgogliosi) di costituire “un contingente militare di pronto intervento per mantenere pace e sicurezza internazionale alle dirette dipendenze della Segreteria generale (dell’Onu)”. Vi sono tuttavia punti assai più critici su cui fermare l’attenzione. Uno riguarda “l’apprezzata professionalità, riconosciuta competenza e capacità di relazioni umane delle Forze armate” nello svolgimento delle missioni all’estero. Non vorremmo che diventasse la didascalia di qualche filmato sui 30mila colpi sparati dai nostri soldati durante la “battaglia dei tre ponti” a Nassirya o peggio, per chi ha la memoria più lunga, delle immagini di certi soldati italiani ritratti con prigionieri somali legati mani e piedi, mentre brandivano cavi elettrici. Sull’Afghanistan la mozione riporta le seguenti valutazioni. “In Afghanistan agli aspetti positivi del risveglio democratico del popolo afgano, visibile in particolar modo nella rinnovata partecipazione femminile alla vita sociale e politica, e l’allontanamento della dittatura integralista dei Talebani si affianca una situazione di evidente criticità, caratterizzata dalla difficoltà di stabilizzazione e rafforzamento delle istituzioni democraticamente elette, dalla persistenza di aree ancora controllate dai Talebani e altri gruppi armati, dalla permeabilità dei confini del paese a infiltrazioni di gruppi terroristici”. Eccetto le ultime righe, si tratta di una serie di colossali menzogne. Non c’è in Afghanistan alcun risveglio democratico, c’è solo un governo fantoccio che non controlla neppure Kabul, disprezzato fino al punto che per tentare di recuperare un minimo di credibilità il suo presidente Karzai ultimamente ha chiesto agli Usa e ai loro alleati di fare più attenzione e cercare di uccidere un po’ meno civili. Avere messo la firma e la faccia del Partito della rifondazione comunista su queste falsità è imperdonabile, ed è incomprensibile che due dei i cosiddetti deputati “ribelli” (Burgio e Pegolo) abbiano votato a favore della mozione, mentre un terzo (Cannavò) si assentava dal voto. Stabilita questa solida base di menzogne che fà da cornice al decreto di finanziamento, ci si può poi prodigare in promesse davvero a buon mercato: commissioni per il monitoraggio, proposte di conferenze internazionali e addirittura (audacia!) una “valutazione sulla prospettiva di superamento della missione Enduring Freedom in Afghanistan”…
Il “pericolo centrista” Fin qui i contenuti. Ma che dire dei rapporti di forza e del quadro politico? I compagni della maggioranza ci dicono: “Chi vota contro apre la porta alle manovre “neocentriste”, ossia a chi intende lavorare per sostituire i voti di Rifondazione e della sinistra con voti provenienti dal centrodestra. Noi dobbiamo batterci contro queste manovre che puntano a spostare a destra il quadro politico. I parlamentari “dissenzienti”, invece, sia pure loro malgrado spalancano le porte a questi disegni”. La descrizione del meccanismo politico è indubbiamente realistica. Quello che invece è del tutto arbitraria e la ricostruzione delle forze motrici. Per essere più chiari, diciamo che i compagni della maggioranza confondono clamorosamente la causa con l’effetto. Le manovre centriste non nascono perché qualche parlamentare del Prc è in disaccordo col governo, e neppure perché al Senato c’è una maggioranza risicata di soli due voti. Si tratta, al contrario, di un progetto da tempo coltivato da un settore importante della borghesia italiana. Quasi un anno fa, quindi ben prima delle elezioni politiche, la nostra area esprimeva la seguente valutazione al riguardo: “Al tempo stesso la classe dominante prepara una futura alternativa, non più attraverso un Berlusconi ormai logorato, ma attraverso le mille manovre centriste attraverso le quali non solo ricicleranno parte della casa delle libertà in dissoluzione, ma potranno in futuro esercitare una forte attrazione anche su settori dell’Unione. Di fatto, anche in caso di vittoria elettorale dell’Unione ci troveremo ben presto sottoposti a un ricatto crescente, sostenuto dalla minaccia (assai credibile) di creare una nuova maggioranza senza il Prc o altri settori della sinistra che si dimostrassero indisponibili a seguire fino in fondo la linea padronale di Prodi. Su questa via non solo non saremo noi a condizionare il centrosinistra, ma al contrario l’esperienza di governo rischia di frantumare l’intera sinistra.” (Ordine del giorno proposto al Comitato politico nazionale del 17-18 settembre 2005) E ancora, qualche mese dopo: “L’Unione verrà inevitabilmente lacerata da queste opposte pressioni, il nostro partito sarà di fronte all’alternativa: o subire politiche per noi inaccettabili, o aprire un conflitto che però a quel punto si svilupperebbe nelle condizioni per noi più sfavorevoli, con il rischio concreto che dopo essersi compromesso con la partecipazione al governo il partito venga poi emarginato dalla maggioranza imbarcando settori dei centristi del Polo.” (Cpn del 22 gennaio 2006) Richiamiamo queste nostre posizioni passate solo perché dimostrano che il tema fosse ben presente già da tempo, almeno a chi volesse usare gli occhi per guardare il mondo reale e non cullarsi nel mondo dei sogni. Altrettanto noti sono gli interpreti principali di questa prospettiva politica, da Montezemolo a Mario Monti. Ebbene, di fronte al pericolo di una nuova maggioranza in parlamento, che proponga politiche peggiori di quelle di Prodi e D’Alema, cosa propone la segreteria del Prc? Semplicemente questo: piegarsi, ingoiare i bocconi amari, limitare i danni, perseguire il meno peggio e… attendere che per un qualche inspiegato miracolo dopo tante amarezze si approdi nella Terra promessa della “grande riforma” prospettata da Bertinotti nell’ultimo congresso del partito. La verità è che questa prospettiva non ha alcun fondamento reale, in questi mesi su tutte le questioni fondamentali che hanno visto il Prc e il settore centrista dell’Unione su posizioni differenti, è stato il nostro partito a fare le concessioni maggiori. Lo sbocco di questo processo è evidente: Rifondazione si logorerà in una serie di battaglie parlamentari e nel governo dalle quali ben poco si potrà trarre. Il partito perderà la sua credibilità e la sua autorevolezza, i suoi legami nella società verranno indeboliti, i militanti demotivati… e quando la nostra capacità di reazione sarà ridotta ai minimi termini, non appena sia necessario verremo cacciati dal governo senza avere alcuna possibilità di far valere le nostre ragioni.
La posizione di Grassi e Cannavò Questo è il reale stato dei rapporti di forza nell’Unione, il resto sono chiacchiere. Proprio per questo ci sono sembrate del tutto inadeguate le posizioni assunte nella Direzione nazionale del Prc dalle aree critiche (Ernesto ed Erre) che pure abbiamo sostenuto nella loro intenzione di votare contro la missione in Afghanistan. L’approccio di questi compagni è guidato da una logica puramente dimostrativa, positiva nella misura in cui rompe il clima di unità nazionale sulla politica estera, ma del tutto incapace di proporre alcuna via d’uscita dalla difficile situazione nella quale il partito viene a trovarsi. La mozione a firma Grassi-Cannavò presentata nella Direzione del 17 luglio dichiara quanto segue: “Il Prc non intende mettere in discussione l’attuale quadro di governo, ma solo ribadire con fermezza il proprio rifiuto della guerra come elemento costitutivo della propria identità e della propria agenda che viene prima delle tattiche parlamentari. Per questo la Direzione nazionale del Prc invita il governo a un gesto di disponibilità, modificando il provvedimento relativo alle missioni internazionali permettendo così, con una scelta sul merito, la compattezza della sua maggioranza parlamentare”. Il punto è ribadito con chiarezza ancora maggiore nel passaggio sulla politica economica: “Il governo Prodi è nato per operare una discontinuità con le politiche liberiste del passato: questa discontinuità non può contemplare tagli allo stato sociale, compressioni delle condizioni di vita dei lavoratori, riduzioni dei servizi pubblici…”. Pensino e scrivano quello che vogliono i compagni Grassi e Cannavò, le cose stanno esattamente all’opposto. Il governo Prodi è nato per garantire la continuità delle politiche confindustriali e nononostante le intimazioni dei compagni, può contemplare (e lo fa quasi ogni giorno) politiche antioperaie e antisociali. La posizione dei compagni ha solo una logica: preparare le condizioni per una ritirata all’ultimo momento, cosa che a quanto pare potrebbe concretizzarsi nei prossimi giorni attraverso la richiesta della fiducia in Senato da parte del governo. Una conclusione che lascia aperti tutti i problemi emersi nell’aspro dibattito di queste settimane. Non è difficile prevedere che lo scontro si riproporrà in termini analoghi quando si dovrà discutere di legge finanziaria, di precarietà, di privatizzazioni, e via di seguito. Le promesse di cui Bertinotti e la maggioranza del partito sono stati così prodighi negli scorsi due anni verranno rapidamente a scadenza come cambiali non pagate. D’altra parte il problema si pone anche per i parlamentari “ribelli”: mettere in campo una ripetizione di quanto è avvenuto in queste settimane assumerebbe a quel punto il carattere di una pura e semplice pantomima, secondo il detto “tanto tuonò che mai non piovve”… Il Prc è in un vero e proprio ginepraio. Non se ne esce né raccontando favole sul paese che va a sinistra, come si legge tutti i giorni su Liberazione, né con gesti più o meno eclatanti che possono far rumore per un giorno o una settimana, che possono anche aiutare a suscitare un dibattito, ma che al momento della resa dei conti non spostano i rapporti di forza reali. Si illude chi pensa che basti gettarsi nelle piazze con la parola d’ordine “abbasso il governo! Rifondazione ha tradito!” per ottenere un’eco e una mobilitazione significativa. Se in questo momento non ci sono mobilitazioni significative è anche perché tutt’ora esiste un’aspettativa fra larghi settori di massa rispetto a questo governo. Pur senza farci condizionare da illusioni e attese, sarebbe infantile non tenerne conto e soprattutto non tenere conto del fatto che si tratta di una fase transitoria, che necessariamente dovrà lasciare il passo a nuovi stati d’animo e a una nuova disponibilità a lottare in prima persona una volta che appaia chiaro come le speranze di risolvere i problemi delegando al governo non portano a nulla di buono. Il problema non è quindi di far cadere domattina il governo Prodi, ma di riconquistare innanzitutto l’autonomia politica e d’iniziativa del nostro partito, anche attraverso passaggi quali il ritiro della delegazione dal governo. Le rotture e le prese di posizione parlamentari, in particolare da parte dei compagni che hanno una posizione critica rispetto alla linea del partito, hanno un senso se inserite in una strategia complessiva che unisca la battaglia politica nel partito ad un lavoro sistematico e organizzato di intervento di massa, fra i lavoratori, i giovani, nei movimenti di lotta, per fare irrompere nel dibattito e nello scontro quei milioni di persone che negli scorsi cinque anni hanno lottato contro il governo Berlusconi e che oggi ripongono in questo governo aspettative che fatalmente andranno deluse. Il nostro invito non è a voltare le spalle alla sinistra e al Prc, ma al contrario a esigere, con la forza e le buone ragioni espresse in cinque anni di grandi lotte, che la sinistra, e Rifondazione in primo luogo, rompa con un’alleanza innaturale, non accetti i bocconi avvelenati che vengono da questo governo e si faccia carico senza ambiguità e cedimenti delle istanze dei lavoratori.
22 luglio 2006
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