Sostienici
Ultimi articoli
Prossime iniziative
-
-
Per il partito di classe
-
Che succede in Fiat?
-
Assemblea della seconda mozione
-
Assemblea della seconda mozione
Mailing list
| Il nostro Odg conclusivo al Comitato politico nazionale del 13-14 giugno 2009 |
|
|
|
| Prc | |||
| Scritto da FalceMartello | |||
| Lunedì 15 Giugno 2009 10:57 | |||
|
Chianciano addio?
Il comitato politico nazionale del 13-14 giugno ha visto il gruppo
dirigente dividersi su quattro diverse posizioni. Il documento Ferrero
e della maggioranza della segreteria nazionale ha raccolto 88 voti, 36
sono andati agli ex-vendoliani (Rocchi-Rinaldi), 10 al nostro documento
(sostenuto anche da Marco Veruggio), 2 a Franco Russo.
Così per la prima volta dal congresso è stata sancita la rottura della maggioranza di Chianciano e un avvicinamento della seconda mozione alle posizioni del segretario. Il terreno su cui Ferrero vuole riportare la discussione nel partito è la formazione dell’ennesimo contenitore: il polo della sinistra d’alternativa. Ovviamente in pieno stile bertinottiano non è stato chiarito ai militanti e ai dirigenti di questo partito se si tratta di una federazione, di una rete, di un coordinamento o di chissà quale altra diavoleria, tutto quello che sappiamo è che non si tratta di un partito, né di un patto di unità di azione (come aveva proposto la nostra area). A luglio si terrà la prima assemblea delle forze che dovrebbero dare vita a questo Polo e contemporaneamente nascerà il coordinamento (ad ogni livello) delle forze che hanno sostenuto la lista anticapitalista. Si dice che questo polo sarà autonomo dal Pd e non “strategicamente alternativo” come si diceva nel documento di Chianciano. Un arretramento ulteriore. Non sorprende dunque che Ferrero sia sempre più vicino ai vendoliani rimasti nel partito, non a caso si parla di un’entrata della mozione due in segreteria nazionale. Questa entrata non si è realizzata in questo Cpn ma sarà la prossima riunione a prendere la decisione definitiva. Li si vedrà se Chianciano è stata definitivamente affossata (come gridano a gran voce i vendoliani) e nascerà una nuova maggioranza, realizzando con un anno di ritardo la linea che Grassi aveva proposto a Chianciano (ai tempi contrastata da Ferrero che ancora non era stato eletto segretario). Sta ai militanti che più hanno creduto nella svolta a sinistra battersi per evitare che la sconfitta elettorale si trasformi in un vero e proprio ritorno al passato “arcobalenista”.
Il testo che segue è il documento presentato in quella sede dalla nostra area.
---
Il risultato elettorale ci consegna i seguenti punti di bilancio. Sul piano europeo emerge clamorosamente il crollo della socialdemocrazia, l’avanzata di forze di destra e di estrema destra, un dato non disprezzabile della sinistra comunista e di alternativa in diversi paesi (Francia, Germania, Portogallo, Grecia, Repubblica Ceca, Olanda, Danimarca). L’elevatissimo astensionismo deriva non solo da una protesta generica, ma anche da un netto sentimento di ostilità verso l’Unione europea, vista a ragione come fucina di provvedimenti antipopolari, fatti di privatizzazioni, precarizzazione, politiche monetarie restrittive, ecc. A questo sentimento non solo non risponde la socialdemocrazia, che del processo di integrazione capitalistica della Ue è uno dei protagonisti più convinti, ma neppure un generico europeismo di sinistra che alla prova dei fatti si dimostra o inesistente, o semplice appendice di istituzioni percepite come lontane e ostili ai bisogni popolari.
Sul piano italiano si segnalano: 1) La battuta d’arresto della Pdl e di Berlusconi, inserita tuttavia in contesto di tenuta della maggioranza di governo con la crescita della Lega e di una forte avanzata sul terreno delle amministrative. 2) La netta perdita del Pd (oltre quattro milioni di voti), che subisce inoltre l’avanzata di IdV, partito che ha avuto la crescita massima rispetto al 2008 sia in termini assoluti che percentuali. 3) Un aumento del voto a sinistra dal 5 al 7 per cento complessivo. 4) Un recupero della nostra lista, che in termini assoluti sfiora le cifre dell’Arcobaleno e le supera di poco in percentuale. Il mancato raggiungimento del quorum non può essere semplicisticamente ascritto alla divisione, pur essendo evidenti le gravi responsabilità di chi ha promosso nei mesi scorsi la scissione nel nostro partito. Il vero punto di fondo non è stata una errata “composizione” delle forze in campo, bensì il fatto che non è ancora risolto il nodo cruciale che abbiamo davanti, ossia la costruzione di una forza di sinistra capace di essere strategicamente esterna al bipolarismo e capace di tradurre e far vivere questa prospettiva in programmi, iniziativa politica e rapporti di massa sufficienti a generare anche un positivo riscontro elettorale.
In questo senso la battaglia condotta a Chianciano per la sopravvivenza del Prc non è ancora né conclusa né vinta. L’aver salvaguardato l’esistenza del partito è stato un risultato fondamentale, che tuttavia può assumere pieno significato solo se viene investito in una nuova stagione di conflitto sociale nelle difficili condizioni determinate dalla crisi.
Lavoriamo per suscitare una vera e propria rinascita del marxismo nella forma delle letture concrete della crisi, non solo della sua dinamica economica ma anche delle sue ricadute sul piano dei rapporti internazionali, della struttura sociale, del movimento operaio, della morfologia delle classi e del conflitto, ecc. Si tratta di un terreno decisivo per dare al percorso della Rifondazione comunista un respiro e una capacità egemonica all’altezza della sfida.
Rifondazione comunista investe innanzitutto sulla propria capacità di inserirsi nel conflitto sociale, dando risposta a quella domanda spesso inespressa ma fortissima di punti di riferimento che possano contribuire all’organizzazione politica, sindacale, sociale dei lavoratori e di tutti i soggetti colpiti dalla crisi e dall’offensiva reazionaria in atto. Non c’è altra strada feconda per valorizzare quanto di buono fatto in questo anno e da ultimo nella campagna elettorale. Il rapporto con le altre forze della sinistra di alternativa va impostato nei termini trasparenti di un patto di unità d’azione, sia su singole battaglie, sia su campagne di carattere generale. Fuori da questo c’è solo una riedizione di percorsi già sperimentati e falliti in anni recenti in Italia e non solo, dalla Sinistra europea in Italia a Izquierda Unida.
Il voto a sinistra (due milioni di voti in queste europee, ma potenzialmente anche di più) non può essere semplicemente fagocitato dal Pd con una riedizione della “vocazione maggioritaria”. Il risultato elettorale di Sinistra e Libertà fornisce al Pd lo strumento necessario per garantire che il voto di sinistra possa essere mantenuto nell’orbita di un centrosinistra riveduto e corretto. Su questo punto il conflitto fra noi e quanti, a partire da SeL, intendono inserirsi in questa prospettiva rimane aperto non può essere aggirato. La questione delle alleanze anche a sinistra si subordina quindi all’assunzione di una prospettiva strategicamente alternativa al Pd, e non di semplice “autonomia”, al di fuori della quale ci possono essere solo equivoci e una subalternità di fondo. L’offensiva del governo è riuscita finora sostanzialmente ad affermarsi sia contro l’Onda che contro le mobilitazioni della Cgil, della Fiom e del sindacalismo di base. Sarebbe fuorviante attribuire questo esito alla presunta irrappresentabilità del conflitto sociale, tanto più se questa viene declinata in termini puramente elettorali. La risposta va invece cercata analizzando lo scarto drammatico fra la portata dell’attacco da un lato e la inadeguatezza della risposta sul piano tanto programmatico che delle forme di lotta. Questo chiama in causa soprattutto l’opposizione condotta dalla Cgil, che ha scontato in primo luogo la completa inadeguatezza dell’impostazione programmatica (basti ricordare che per tutto l’autunno il gruppo dirigente confederale ha contrapposto a governo e Confindustria la famigerata piattaforma unitaria Cgil-Cisl-Uil per la riforma del modello contrattuale). In secondo luogo si è dimostrata a dir poco insufficiente una pratica conflittuale basata su alcune scadenze generali (lo sciopero generale di dicembre, la manifestazione di aprile), completamente scollegate da una strategia di costruzione del conflitto dal basso, a partire dai punti più critici e potenzialmente più esplosivi. Questi limiti sono resi ancora più drammatici dalla profonda crisi strategica e di riferimenti politici di fondo generata nella Cgil dalla costituzione del Pd. Le elezioni hanno dimostrato una drammatica assenza di rappresentanza politica del mondo del lavoro, evidenziata dalla capacità di insediamento fra i lavoratori della Lega e, in misura minore dell’Italia dei Valori, a ulteriore conferma delle nostre debolezze su questo terreno decisivo.
Nei prossimi mesi gli effetti sociali della crisi precipiteranno ulteriormente. Di fronte a situazioni di autentica disperazione sociale che si andranno a creare, la lotta, per essere credibile ed efficace, deve assumere necessariamente forme radicali, ad oltranza, di vera e propria resistenza di popolo attorno a quelle aziende e settori che rischiano la desertificazione produttiva e la disgregazione sociale. L’iniziativa del partito va pienamente dispiegata su questo terreno, lavorando sistematicamente e con pazienza alla costruzione dei quei legami politici e sociali che rendano possibile portare il conflitto su questo piano. Non si tratta di voler sopperire volontaristicamente alle difficoltà della fase, bensì di porre nel vivo del conflitto quale esso realmente si manifesta (e non solo in un dibattito pubblico più o meno anestetizzato, o in occasione di scadenze generali) il ruolo che come partito vogliamo svolgere, ma anche tutti i nodi irrisolti nella posizione degli altri soggetti in campo: sindacati, forze politiche, ecc. Il partito necessita di una profonda riorganizzazione. Non possiamo più permetterci un funzionamento e degli assetti interni che troppo spesso vanificano e disperdono lo sforzo generoso dei nostri militanti.
Le decisioni assunte lo scorso autunno, quando abbiamo stabilito responsabilità e assetti nazionali, in larga parte non hanno prodotto i risultati necessari. Il nostro assetto fatto di ben 49 dipartimenti nazionali strutturati in 6 aree facenti capo ad altrettanti membri della segreteria, si è dimostrato elefantiaco, poco produttivo e viziato dall’equilibrismo delle componenti che rende scarsamente esigibile un bilancio trasparente del lavoro svolto. Permangono invece distacco fra gruppo dirigente e corpo del partito, autoreferenzialità, prevalere di una concezione distorta e spesso d’immagine e “convegnistica” della funzione dirigente. Vanno completamente riorganizzati tanto i dipartimenti, riducendone il numero, che la stessa Direzione nazionale. Dobbiamo selezionare i responsabili in una discussione trasparente su quanto fatto fin qui. La nuova Direzione nazionale va costruita in modo che chi ha responsabilità nazionali ne faccia obbligatoriamente parte, pur mantenendo le proporzioni fra le aree politiche, la presenza di territori, ecc.
Il nord del paese non è una realtà geografica, ma politico-sociale, nella quale siamo in forte sofferenza e dalla quale non possiamo prescindere se vogliamo costuire un partito in grado in futuro di sfidare con efficacia tanto l’egemonia berlusconiana e leghista che le suggestioni del “Pd del nord” e i potenti blocchi di potere che innervano entrambi questi schieramenti. - Il referendum truffa del 21 giugno, sul quale è necessario condurre una campagna astensionista politicamente qualificata, in particolare contro la posizione ultra-maggioritaria assunta dal Pd. - Riguardo all’iniziativa contro la crisi economica, oltre alle campagne nazionali già avviate (salario sociale, ammortizzatori sociali, intervento pubblico, nazionalizzazione del credito, petizione, ecc.) è necessario individuare in tutti i territori alcuni punti chiave di crisi industriale e produttiva, attorno ai quali avviare un intervento sistematico a 360 gradi, fatto di presenza quotidiana, elaborazione di piattaforme e proposte specifiche, momenti di unificazione (coordinamenti di aziende in crisi, comitati territoriali di sostegno alle vertenze occupazionali, ecc.). Dobbiamo porci l’obiettivo di dislocare il partito attorno ad almeno un centinaio di queste realtà su tutto il territorio nazionale, intrecciando circoli, federazioni, livello nazionale, gruppi di intervento specifici, ecc. - Sulla base di questo lavoro va anche preparata in tempi brevi la conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori.
- la questione della ricostruzione post-terremoto in Abruzzo, alla quale si somma la provocazione di convocare il G8 all’Aquila, rende necessaria non solo la risposta in termini di manifestazioni di protesta, ma anche di elaborazione di una proposta complessiva che a partire dalla situazione abruzzese parli a tutte le realtà in conflitto sul territorio (No Ponte, No Tav, ecc.) nella prospettiva di una battaglia nazionale contro le grandi opere speculative e per una forte politica pubblica legata alla tutela e alla messa in sicurezza del territorio degli insediamenti.
Claudio Bellotti, Dichiarazione di voto sulla conferma della segreteria La votazione sui documenti politici ci mostra una diversa articolazione del nostro dibattito. Si ripropone quindi la stessa segreteria, ma in un contesto politico diverso. Data la mia critica alla proposta politica qui emersa, ritengo che la proposta di gestione unitaria si configuri di fatto come transizione verso un’altra linea politica, peraltro apertamente rivendicata dai compagni della mozione 2. Sono favorevole alla riconferma, ma mi asterrò su questo mandato che prefigura il netto rischio di affossamento del congresso di Chianciano.
Leggi anche:
|








