La questione femminile e i comunisti
Contributo alla discussione per la conferenza dei Giovani comunisti
Le
vicende congressuali del nostro partito e il dibattito successivo ci convincono
dell'importanza di un approfondimento del senso della questione femminile per i
comunisti, in particolare nella conferenza nazionale dei Giovani comunisti.
Il
carattere dell'oppressione di genere e il suo superamento presuppongono una
analisi e un programma in aperto conflitto con il sistema capitalista sul
terreno politico, economico e ideologico. Un tema quindi decisivo che più di
altri sintetizza e dimostra in modo ineccepibile la necessità della
trasformazione rivoluzionaria della società.
Nonostante
lo sviluppo delle nostre società occidentali, permangono forti discriminazioni
salariali e di condizioni di lavoro fra i due generi, ma soprattutto pesa
esclusivamente sulle donne e in modo sempre più oppressivo, grazie alle
politiche imperanti improntate al più becero familismo, il lavoro di cura.
Queste
condizioni hanno un profondo effetto sul piano psicologico delle donne le quali
subiscono e a loro volta operano una divisione dei compiti e dei ruoli "in
automatico" fra loro e gli uomini. Il capitalismo conduce una battaglia
ideologica su questo terreno, promuovendo un mercato femminile specifico, dalle
riviste specializzate, alla moda, alla promozione di una cultura che in
generale vuole esaltare il ruolo specifico delle donne.
L'obiettivo
è evidente: chiudere una parte di società entro un ruolo definito, quello della
cura, "dell'angelo del focolare".
Come
Marx ha spiegato da tempo lo sviluppo del capitalismo pone la lotta per
l'emancipazione delle donne su basi estremamente più avanzate perché, se da una
parte la cultura patriarcale viene impugnata ed esaltata dal capitale,
dall'altra il capitale necessita di un "esercito di manodopera di
riserva", ovvero di trascinare nella produzione sociale settori sempre più
ampi di popolazione che vengono mantenuti opportunamente a condizioni diverse
per poterle sfruttare al massimo (paghe più basse, diritti minori, condizioni
peggiori). Trascinando milioni di donne nel mondo del lavoro, il capitalismo
crea così le condizioni potenziali per una loro partecipazione di massa alla lotta
politica e sociale.
Se
di ruolo specifico bisogna parlare è esclusivamente nei termini di un
intervento specifico fra le lavoratrici dovuto alla loro specifica condizione
di doppia oppressione e contro ogni forma di concezione separatista.
La
divisione dei ruoli è un effetto dell'oppressione e diventa una mezzo, con lo
sviluppo capitalistico, con il quale esso promuove la sua oppressione su tutti
gli sfruttati della terra. I comunisti si devono adoperare per rimuovere tutte
le divisioni operate dal capitale nella nostra classe e devono battersi per la
sua unità nella lotta instancabile contro il sistema capitalista.
Il
ruolo delle donne
Nel
primo documento si afferma la necessità di promuovere la partecipazione delle
donne nel movimento dei movimenti per superare la logica dell'intervento nei
movimenti improntato alla conquista del
"primato identitario" e per la "sperimentazione di forme
politiche liberate dal verticismo e dal liderismo". Abbiamo già spiegato
altrove (nel nostro 4° documento a questa conferenza) la necessità per i
comunisti di intervenire nei movimenti per promuovere le idee comuniste di
trasformazione rivoluzionaria della società, in questo senso non si tratta di
promuovere un primato di identità, ma di convincere della correttezza delle
proprie posizioni. Per quanto riguarda il carattere verticista e liderista del
movimento, siamo ovviamente d'accordo che è negativo perché annega il dibattito
sui temi politici più scottanti in pericolosi personalismi. Ma ciò che qui
viene contestato da parte dei sostenitori del 1° documento in realtà non sono i
personalismi, ma il diritto dei comunisti (e di altre tendenze politiche) di
far valere apertamente le proprie posizioni; peggio ancora, si chiamano le
donne a battersi contro questo diritto! Ovvero si chiamano le donne con il loro
"ruolo specifico" (di paciere?!, di angeli della politica?! di angeli
dei social forum?!) ad annegare il dibattito politico in un sostanziale
unanimismo paralizzante. Esito quest'ultimo in cui, nonostante gli estensori del
primo documento, ci pare stiano precipitando tutti i social forum.
Alla
crisi dei social forum si doveva rispondere in ben altro modo, proponendo un
programma politico alternativo a quelle migliaia di giovani che pure si sono
affacciati nei Social forum e che invece hanno trovato lì solo un intergruppi
che faticosamente cercava il minimo comune denominatore per non perdere per
strada qualche associazione (che comunque si sono dissociate) e perdendo però
la base più ampia dei consensi iniziali. La proposta degli estensori del
primo documento esalta il ruolo specifico delle donne in termini positivi,
nella realtà quel ruolo è quello arretrato imposto dalla condizione femminile e
nei fatti fa arretrare tutto il dibattito.
Centralità
del conflitto capitale lavoro
Il
capitalismo è un sistema che si sviluppa per contraddizioni. Promuove l'idea
dell'angelo del focolare, ma è costretto ad usare le donne come manodopera,
promuove il razzismo e le leggi contro la “mobilità umana”, ma deve basarsi su
quest'ultima per avere manodopera sottocosto, vuole la pace per poter
sviluppare il commercio mondiale, ma è costretto a fare le guerre per
conquistare nuovi mercati, e potremo andare avanti così con un lungo elenco.
Le
comuniste e i comunisti devono avvalersi degli strumenti teorici del marxismo
per potersi orientare correttamente in queste contraddizioni e comprendere qual
è il punto centrale su cui affondare il colpo decisivo, che permette cioè lo
scardinamento, l'abbattimento di questo sistema di sfruttamento. Questo punto
centrale è la proprietà privata dei mezzi di produzione perché è su di esso che
il capitale fonda il suo dominio. L'esproprio del capitale quindi è la
rivendicazione essenziale con cui i comunisti costruiscono l'alternativa al
sistema capitalista. Qualsiasi analisi che prescinde da questo aspetto centrale
deve dimostrare come è possibile assicurare le risorse materiali per affrontare
la soluzione di tutte le contraddizioni del capitalismo.
La
centralità della contraddizione capitale lavoro discende esclusivamente da qui.
Infatti la classe operaia, o meglio il lavoro salariato (tutti coloro che
vendono la propria forza lavoro, che siano precari o “garantiti”) è l'unica
forza che nel processo produttivo può mettere in discussione la proprietà
privata dei mezzi di produzione perché senza il suo lavoro il capitale non si
avvalora, cioè i padroni non fanno profitti. Altre forze non proletarie possono
costituire un fattore importante nella contestazione, ma il loro ruolo nel
processo produttivo non permette loro di mettere in discussione la proprietà e
se non si collegano alla classe operaia sviluppando un programma
rivoluzionario, inevitabilmente il carattere delle loro mobilitazioni e
contestazioni sarà transitorio. La storia, particolarmente del ’68, dell'autunno
caldo e degli anni ’70 ci pare dimostri ampiamente questo concetto.
Quindi
se i comunisti non vogliono limitarsi ad un mero ruolo di contestazione, ma si
propongono il compito rivoluzionario di offrire una soluzione alle
contraddizioni del capitalismo devono orientare le loro forze, quelle degli
studenti, degli immigrati, delle donne e di tutti i settori oppressi della
società verso il movimento operaio, affinché esso sulla base della sua
esperienza di lotte e sulla base della nostra proposta politica assuma la
prospettiva rivoluzionaria dell'esproprio dei capitalisti
e
della trasformazione rivoluzionaria della società.
Su
queste basi i comunisti devono polemizzare con quelle forze che rivendicano un
autonomia dalle lotte del movimento operaio.
Il
movimento autonomo delle donne
I
continui riferimenti al femminismo e all'opportunità che il nuovo movimento
operaio debba essere femminista ed ecologista e che sia necessario promuovere
l'autorganizzazione delle donne, “un movimento autonomo di donne che ponga
nel movimento operaio la centralità della questione di genere” (primo
documento) ci pare portino una notevole confusione rispetto ai nostri compiti.
Il
femminismo in Italia e nel mondo si è distinto per la sua frammentarietà
politica e organizzativa. La grande radicalità pure espressa da alcuni gruppi
difendeva comunque un elemento comune, quello di subordinare il conflitto
capitale lavoro a quello di genere e spesso emergeva l'accusare ai comunisti di
pensare (forse) agli operai e al socialismo e di rimandare (per certo) ad un
futuro imprecisato la soluzione dei problemi delle donne.
Invitiamo
le compagne e i compagni dei Gc a prendere le distanze da questo genere di
impostazione e a rispedire al mittente questa accusa. È precisamente non
affrontando la questione del potere politico ed economico e non orientando la
propria politica affinché la classe lavoratrice esprima il suo potenziale
rivoluzionario che si confina l'emancipazione e la liberazione delle donne in
una battaglia su un terreno esclusivamente culturale e dai contorni fumosi.
Certamente
non aspettiamo la presa del potere per avviare la lotta per la nostra
liberazione, ma non aspettiamo neppure che le donne costituiscano il loro
movimento autonomo. Ci pare che le organizzazioni separate abbiano dimostrato
tutti i loro limiti, in primo luogo l'interclassismo e l'ossessione dell'unità
fra donne hanno impedito e impediscono di sviluppare un'azione avanzata. .
Se
vogliamo mettere al centro della nostra azione la lotta per l'emancipazione
delle donne dobbiamo sviluppare un lavoro verso le lavoratrici, lavoro
sistematicamente snobbato proprio da chi parla della centralità del conflitto
di genere. Le quote garantite nella Cgil, ad esempio, non hanno impedito a
questa organizzazione di accettare politiche che colpiscono direttamente donne
sia in quanto lavoratrici (lavoro notturno, flessibilità), sia nel loro ruolo
familiare (privatizzazione e smantellamento dei servizi sociali,
dell’istruzione, della sanità, dei nidi, ecc.). Ciò che esclude le donne dalla
partecipazione non sono “gli uomini”, ma sono le burocrazie e le loro politiche
di controriforme. La nostra battaglia quindi non può essere orientata a separare
le donne dal movimento operaio, ma
al contrario a trascinarle in massa nelle organizzazioni dei lavoratori
facendone una punta avanzata nella lotta contro le politiche antipopolari e
concertative.
Questo
orientamento deve mettere al centro dell'iniziativa un piano di rivendicazioni
contro la flessibilità e il lavoro precario che colpiscono soprattutto le donne
e per la socializzazione del lavoro domestico battendosi contro ogni forma di
privatizzazione dello stato sociale, ultima di una serie le numerose proposte
di asili nidi aziendali che vengono presentati come grande conquista rispetto
alla spaventosa carenza numerica di asili comunali.
Discorso
a parte merita l'attacco pesante alla 194, che nonostante la sua gravità
rischia di non trovare una reazione di massa perché in tutti questi anni le
donne meno abbienti, le lavoratrici troppe volte si sono trovate da sole di
fronte alle ristrutturazioni dello stato sociale, della sanità, dei consultori
familiari che erano gli unici argini in difesa della salute e di una libera
sessualità delle donne. Per questa ragione la battaglia per
l'autodeterminazione delle donne deve partire da qui, dai vuoti che si sono
aperti in questi decenni, per mobilitare le lavoratrici e i lavoratori in
sostegno di un piano di rivendicazioni affinché la lotta accresca la fiducia
nelle proprie forze e nella necessità di una trasformazione rivoluzionaria di
questa società.