Giovani
comunisti:
Disobbedienti
o rivoluzionari?
Per una svolta verso i
movimenti di massa
Perché questo documento?
La scelta di
presentare questo testo alla discussione della 2a conferenza nazionale dei
Giovani comunisti necessita alcune brevi spiegazioni. Gli orientamenti prevalsi
nel congresso rappresentano un forte rischio per il Prc e per i Giovani
comunisti. Rischio che, riassumendo, indichiamo in un processo di “liquidazione”
politica, organizzativa e ideologica del nostro partito. I Gc sono stati negli
ultimi anni un terreno di anticipazione di quelle “innovazioni” (che a noi
tanto nuove non paiono) poi ampiamente rilanciate nel partito.
Tuttavia
questa conferenza non deve essere una ripetizione su scala ridotta del
congresso nazionale: ne è anche la continuazione e l’approfondimento. Questo ci
pone nuovi problemi.
Il Prc e i
Giovani comunisti sono a nostro avviso su una china pericolosa lungo la quale
si sta scivolando sempre più rapidamente. Al di là delle critiche politiche,
che elaboriamo nel testo del documento, ci preme sottolineare la forte
compressione della democrazia interna che in questi anni abbiamo vissuto:
organismi dirigenti più volte rimaneggiati attraverso il sistema delle
cooptazioni, dibattito interno ridotto ai minimi termini, scelte decisive (come
quella dell’adesione ai “Disobbedienti”) assunte senza alcuna consultazione
dell’organizzazione, la conferenza nazionale scandalosamente rinviata per diverse
volte, una gestione incontrollata e del tutto informale da parte dell’Esecutivo
nazionale Gc.
Se i vertici
dei Giovani Comunisti hanno potuto fare tutto questo è anche perchè non hanno
trovato un’opposizione sufficientemente ampia e politicamente consistente.
Questo è un certificato di fallimento per tutti quei compagni che nella scorsa
conferenza del 1997 avevano diretto la battaglia politica del documento
alternativo. Una parte di quei compagni dopo il 1998 ha abbracciato le delizie
dell’“innovazione” integrandosi completamente nell’attuale maggioranza
dirigente. Il resto dei compagni, invece, rimasti in posizione critica e che
oggi firmano un altro documento alternativo (sottoscritto da Madoglio e
D’Alesio a livello nazionale) hanno dimostrato di non essere in grado di
portare la loro lotta politica su un terreno di costruzione del nostro
intervento tra le giovani generazioni.
Saremo più
chiari: la vecchia “sinistra” dei Gc si accontenta di difendere lo spazio di
una piccola tribuna, in cambio del quale si è resa disponibile ad avallare la
pratica antidemocratica che ha dilagato in questi anni: ultimo esempio il
consenso accordato lo scorso mese di ottobre all’ennesimo rinvio della
conferenza nazionale dei Gc, rinvio al quale si sono opposti unicamente i
sottoscrittori di questo documento.
Alle critiche
politiche che già avevamo sviluppato nel corso del congresso verso il documento
alternativo si aggiunge quindi un nuovo terreno di divergenza. Per noi nei
Giovani Comunisti una “sinistra” incapace di contrapporsi nei fatti (e
non solo a parole) alla gestione maggioritaria non ha ragione di esistere; così
come ne ha sempre meno una “sinistra” che per affermare le proprie posizioni si
limita a ripetere come un disco rotto in qualsiasi occasione gli “articoli
di un ennesimo catechismo comunista” (Trotskij) senza essere in grado di
mostrare sul terreno, nell’intervento quotidiano, nella costruzione dei Gc,
nelle lotte, nella capacità di avvicinare e formare nuovi compagni, la validità
della propria proposta. L’unico interesse che sembra muovere la direzione della
vecchia “sinistra” Gc è la battaglia alle assisi congressuali, quanti voti si
prendono in un congresso o quanti compagni si eleggono in un organismo di
partito. Ci pare che in questi anni sia cresciuto anche fra i compagni che si
riconoscevano nel documento di maggioranza il disagio per una gestione sempre
più verticistica dell’organizzazione.
Riteniamo a
questo punto nostro dovere presentare le nostre posizioni al dibattito della
conferenza.
L’esperienza
di questi anni ci ha convinti della necessità urgente di una svolta, sia sul
terreno politico, sia nell’orientamento, che abbandoni il terreno ristretto
della “disobbedienza” e orienti i Gc verso un intervento audace e a tutto campo
nella nuova fase di mobilitazioni di massa inaugurata dalle giornate di Genova
e proseguita nelle piazze del 23 marzo e dello sciopero generale.
Non abbiamo
“posizioni” da difendere, né un prestigio artificiale da conquistare, né
“percentuali” da raggiungere. Abbiamo solo le opinioni, le analisi, i
ragionamenti e le proposte che abbiamo maturato in anni di militanza e di
intervento nel Prc, nei Giovani comunisti, nelle lotte sindacali, studentesche,
nei movimenti. Siamo certi che tutti i compagni, quale che sia la loro collocazione
nel dibattito, le valuteranno con la stessa attenzione che riserveranno alle
posizioni provenienti dall’“ufficialità” dei Giovani comunisti.
1. Crisi
economica, imperialismo, globalizzazione
È ormai sotto
gli occhi di tutti la crisi del “nuovo ordine mondiale”. Le illusioni della new
economy sono state demolite dalla crisi economica internazionale. Otto
milioni e mezzo di disoccupati in Usa, fallimenti catastrofici (come nel caso
dell’americana Enron e della tedesca Kirch), peggioramento rapido delle
condizioni economiche in Giappone e in Europa, rischio di tracolli veri e
propri nei paesi dipendenti (come mostra l’esempio argentino): siamo di fronte
a una svolta nell’economia mondiale, una crisi che colpirà duramente in
particolare l’economia italiana, come dimostra la crisi della Fiat, e che
costringerà il padronato e i governi a nuovi e più duri attacchi alle
condizioni di lavoro e alle garanzie sociali.
La crisi
acuisce la lotta tra le varie potenze per la conquista di ogni mercato. Questo
si esprime in un generale processo di riarmo e nel ritorno delle politiche
protezioniste. La teoria maggioritaria nel nostro Partito secondo la quale non
esisterebbero più contrasti imperialistici tra le diverse potenze cozza ogni
giorno di più con la realtà. Gli Usa hanno posto il 30% di dazi sull’acciaio
europeo, a cui l’Unione Europea ha risposto minacciando dazi del 100%
sull’acciaio Usa.
Il dibattito
sull’imperialismo non ha un valore accademico. Una delle conseguenze più
importanti della teoria dell’imperialismo di Lenin era che ogni Stato
capitalista tende a sviluppare un proprio interesse proporzionale alla propria
forza militare ed economica. Da qui discendeva la necessità dei comunisti di
combattere gli interessi di ogni paese capitalista, partendo innanzitutto dal
proprio. Negare oggi il ruolo imperialista di ogni blocco capitalista,
attribuendo questo ruolo solo agli Usa, agli organismi internazionali o ad un
impero non meglio precisato, significa chiudere gli occhi di fronte al nostro
imperialismo: a quello italiano ed a quello europeo. Il nostro Partito,
infatti, invoca un ruolo più attivo dell’Europa sullo scacchiere
internazionale. Il contenuto dell’Unione Europea è un contenuto imperialista
tanto quello degli Usa. Rivendicarne un ruolo più attivo significa chiedere ad
uno dei blocchi imperialisti in lotta di armarsi meglio per poter difendere i
propri interessi economici.
La guerra tra
vari imperialismi non si combatte solo sul terreno militare o economico. Si
combatte anche sul terreno della propaganda: oggi l’Unione Europea copre i suoi
appetiti con un velo di propaganda sociale o ambientalista. Il nostro compito
non è rafforzare questo velo, ma squarciarlo. Stiamo parlando dell’imperialismo
europeo che ha smembrato la Jugoslavia, dell’imperialismo italiano con i suoi
interventi in Somalia, in Albania ecc.
2. Una
nuova ondata di lotte
La crisi
economica e le sue conseguenze sociali alimentano la crescita dei conflitti e
dell’opposizione al capitale e alle sue politiche. In America Latina prosegue
la rivoluzione argentina che dopo l’insurrezione di dicembre vede la crescita,
complessa ma indiscutibile, di forme di autorganizzazione popolare e la
generalizzazione di parole d’ordine di contenuto chiaramente rivoluzionario
come il rifiuto del debito estero e la nazionalizzazione dei centri finanziari;
in Venezuela il golpe della Confindustria sostenuto degli Usa è fallito in 48
ore di fronte alla mobilitazione popolare. In Corea proseguono le mobilitazioni
di una classe operaia che da 10 anni si oppone con tenacia agli effetti della
recessione da cui lo stesso paese non è mai realmente uscito. In Medio Oriente
la ferita sanguinante del conflitto palestinese mette in difficoltà crescente i
regimi arabi; tra le cricche reazionarie governanti in Egitto, Giordania,
Arabia Saudita e i loro popoli si sta scavando un abisso come dimostrano le
manifestazioni di massa di solidarietà al popolo palestinese. In Algeria, dopo
10 anni di guerra civile con 50.000 morti, abbiamo assistito alla mobilitazione
di massa partita dalle regioni berbere che ha portato ad Algeri oltre un
milione di manifestanti. Negli stessi Usa, dopo mesi di sbornia patriottica, il
movimento contro la guerra trova una dimensione di massa con la manifestazione
dello scorso 20 aprile.
L’Europa
sembrava fino ad oggi un’eccezione. In un clima di pace sociale sono fiorite
ogni tipo di teorizzazioni sulla fine o la “frantumazione” della classe
operaia. La realtà è che il proletariato europeo si è trovato dovunque
paralizzato dalle politiche concertative sposate dai partiti socialdemocratici
e dalle principali organizzazioni sindacali. Era inevitabile che un processo di
risveglio della classe passasse prima dalla sconfitta di tali politiche. In 14
paesi su 15 dell’Ue i partiti dell’Internazionale socialista erano al Governo
da soli o in coalizione. Oggi tutto questo entra in crisi. In Danimarca,
Italia, Austria e Portogallo la destra ha scalzato dal potere la sinistra
moderata; in Grecia ci sono stati due scioperi generali contro un Governo
guidato dalla destra socialista; in Germania le elezioni parziali in
Sassonia-Anhalt vedono un crollo della Spd. Le elezioni francesi e olandesi
sono una conferma evidente di questi processi. Chi viene oggi sconfitto nelle
elezioni europee non è la capacità di mobilitazione dei lavoratori. Vengono
sconfitte le illusioni della politica concertativa e di collaborazione di
classe. Si tratta di un processo inevitabile ed in ultima analisi fecondo. Le politiche
di pace sociale non reggono più perchè si acuisce lo scontro tra le classi. La
destra vince solo sulla base del crollo della sinistra moderata. Il futuro
europeo non è un futuro di governi di destra stabili ed egemonici, ma di
polarizzazione sociale e politica e di ripresa dei conflitti e dei movimenti a
tutti i livelli.
L’esempio
francese dimostra in modo evidente questa tesi: la crescita elettorale
dell’estrema destra rispetto al 1995 non è stata come si vorrebbe far apparire.
Il fatto che il Pcf sia crollato è la logica conseguenza dell’adattamento alle
politiche di Jospin (flessibilità, privatizzazioni a tappeto, appoggio alle
guerre in Jugoslavia e Afghanistan, corsa al “centro” nella campagna
elettorale). Come partito più a sinistra della coalizione il Pcf è stato quello
che maggiormente ha deluso il proprio elettorato; questa delusione si esprime
anche nel voto per Lutte Ouvriere e per la Lcr, un voto che per quanto
largamente di opinione dimostra la ricerca di un’alternativa anticapitalista fra
strati significativi dell’elettorato di sinistra.
3. La
questione palestinese
Negli ultimi
mesi l’attenzione dei compagni si è giustamente concentrata sulla situazione in
Palestina. Ci pare una scelta giusta, che a nostro avviso deve vedere camminare
di pari passo l’azione politica quotidiana di appoggio alla lotta del popolo
palestinese con una riflessione su quegli avvenimenti e sulle lezioni che ne
possiamo trarre.
I GC, assieme
ad altri, hanno tentato coraggiosamente di evitare il massacro contro le
popolazioni palestinesi organizzando delle forze di interposizione e delle
catene umane. Tutte quelle compagne e compagni che si sono resi disponibili per
queste azioni hanno mostrato grande coraggio (in certi casi mettendo a
repentaglio la propria vita) ma devono prendere atto che così facendo non hanno
fermato il massacro a Jenin e negli altri territori palestinesi. Si è fatto un
gran parlare della “diplomazia dal basso” ma di fronte alla guerra questi
discorsi si sono sciolti come neve al sole.
In realtà
l’uso della forza in Palestina per difendersi dall’aggressione israeliana è
inevitabile, ma questo non significa che ogni violenza sia accettabile. La
storia palestinese lo conferma tragicamente: il terrorismo individuale, gli
attentati e gli attacchi suicidi possono ottenere solo il risultato di spingere
la classe operaia israeliana nelle mani del proprio regime.
Sicuramente il
movimento operaio internazionale può giocare un ruolo (e dunque anche il Prc).
Oltre alla raccolta di fondi e generi di sopravvivenza per la popolazione
palestinese, parole d’ordine come il boicottaggio degli interessi economici
israeliani dovrebbero essere attuate dalle organizzazioni sindacali e politiche
della classe operaia e non essere lasciate semplicemente alla buona coscienza e
al “consumo critico” dei cittadini. Centrale sarebbe il coinvolgimento diretto
dei portuali, dei lavoratori dei trasporti e della grande distribuzione nel
boicottaggio economico. L’intervento dall’esterno da parte del movimento
operaio internazionale può naturalmente prevedere l’invio di delegazioni nei
territori e deve vedere in prima fila i dirigenti delle principali
organizzazioni della sinistra e del sindacato, ma deve essere diversamente
orientato con altre finalità politiche: rafforzare la critica fra i lavoratori
israeliani alla politica colonialista d’Israele, promuovere e rafforzare la
ricostruzione dei comitati dell’Intifada su basi democratiche, rafforzare i
legami diretti fra il movimento operaio internazionale e i palestinesi dei territori
e i palestinesi che vivono nei paesi mediorientali, difendere l’unità di classe
dei lavoratori palestinesi con i lavoratori dei diversi paesi arabi, sostenere
quei settori del movimento che si pongono in rottura su linee rivoluzionarie al
nazionalismo borghese e piccolo-borghese e al fondamentalismo islamico e
sostenere all’interno d’Israele i movimenti che si pongano a favore del ritiro
immediato delle truppe dai Territori. Una sconfitta dell’imperialismo
israeliano aprirebbe la strada a sviluppi rivoluzionari in tutto il Medio
Oriente e potrebbe gettare le basi per l’unica vera soluzione del problema
palestinese: la federazione socialista dell’intera regione mediorientale,
all’interno della quale venga rispettato il diritto all’autodeterminazione di tutti
i popoli della regione: curdi, palestinesi, ebrei, ecc.
La posizione
dei due popoli, due stati è inapplicabile su basi capitaliste come si è visto
dal ‘93 con gli accordi di Oslo che hanno dato vita all’Autorità nazionale
Palestinese che da embrione del tanto atteso stato palestinese si è trasformata
essa stessa in uno strumento di oppressione nelle mani della borghesia
palestinese (ben rappresentata nell’Olp di Arafat) e indirettamente
dell’imperialismo sionista.
4. La
contraddizione tra capitale e lavoro
Durante gli
anni ‘90 abbiamo assistito ad un bombardamento di teorie elaborate da svariati
intellettuali di sinistra sulla “fine della conflittualità della classe
operaia” o addirittura sulla fine della della classe operaia o sulla fine
del lavoro ed altro ancora. Si sosteneva che la precarizzazione del lavoro, le
delocalizzazione delle imprese, i nuovi metodi di produzione post-fordisti
avessero “frantumato” la classe a tal punto da renderla “aconflittuale”.
Da qui sarebbe derivata la necessità di porci alla ricerca del “nuovo
soggetto rivoluzionario” o addirittura porci noi stessi l’obiettivo di
crearlo. A queste teorie ci siamo sempre opposti. Il fatto che in Italia la
curva degli scioperi abbia toccato il minimo storico negli anni tra il ‘96 ed il
2000 era dovuto a motivi politici e non sociologici: i lavoratori italiani si
sono trovati con le proprie organizzazioni apertamente complici di una politica
di svendita sociale. La morsa della concertazione ha messo i lavoratori di
fronte al doppio compito di lottare contro il padrone e contro i propri stessi
dirigenti sindacali.
Queste teorie
non corrispondevano prima di tutto alla realtà statistica. Da un punto di vista
meramente numerico il proletariato è all’apice della sua forza. Addirittura nei
paesi Ocse, dove pure sono in atto processi di ristrutturazione, il numero dei
lavoratori dell’industria è cresciuto passando da 112 milioni nel 1973 a 113
nel 1995. Nel resto dei paesi in via di sviluppo la forza lavoro industriale è
aumentata nello stesso periodo da 285 milioni a 407. La classe operaia
industriale, comunque, non è l’unica a comporre ciò che definiamo proletariato.
Anche dove abbiamo assistito ad un calo della presenza del settore industriale,
c’è stato un processo parallelo di industrializzazione del settore terziario.
Funzioni che negli anni ‘70 venivano svolte da lavoratori isolati o addirittura
dalla piccola borghesia, oggi vengono svolte da gruppi di lavoratori sotto un
unico padrone. Pensiamo, ad esempio, ai call-center dove abbiamo assistito ad
una rapida sindacalizzazione.
Oggi i fatti
chiudono queste dispute teoriche. L’opposizione sociale nel paese è composita e
variegata socialmente e politicamente ma trova un centro, un perno attorno a
cui ruotare, trova una massa critica e un peso sociale decisivo nel momento in
cui entra in campo massicciamente il proletariato. La massa dei lavoratori
dipendenti ha mostrato una volta di più con le mobilitazioni del 23 marzo e del
16 aprile come, pur attraverso tutti i cambiamenti e le modifiche avvenute,
essa resti la forza decisiva sia numericamente che socialmente per qualsiasi
progetto di trasformazione.
Questo non
significa negare il ruolo di altre forze sociali, diverse dalla classe
lavoratrice. Qualsiasi movimento dei lavoratori che abbia un carattere
realmente di massa coinvolge e scuote anche altri settori sociali: disoccupati,
studenti, pensionati, intellettuali, ecc. Ciò che rende decisivo il ruolo dei
lavoratori è, oltre al loro numero, il loro peso sociale ed economico, la loro
possibilità di arrestare la produzione e colpire i profitti attraverso lo
sciopero. Lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale rappresenta la
condizione necessaria che consente al dominio degli sfruttatori di reggersi. La
contraddizione capitale-lavoro non è pertanto una delle tante che attraversano
la società, ma quella decisiva. Si può pensare di risolvere la questione
ambientale, ad esempio, finché tutta la produzione e quindi le scelte
ambientali decisive saranno in mano a una cricca di multinazionali, mosse
soltanto dalla necessità di accumulare profitti? Oggi la classe dei salariati è
l’unica che possa mettere in discussione, attraverso la socializzazione dei
mezzi di produzione espropriati ai capitalisti, i meccanismi dello sfruttamento
capitalistico: solo essa può mettere fine alla proprietà privata, attraverso la
collettivizzazione delle leve fondamentali del credito e della produzione e la
pianificazione dell’economia sotto il controllo di una reale democrazia
consiliare.
5. Breve
bilancio della Disobbedienza Civile
Genova è stato
un avvenimento di enorme portata. Una nuova generazione di militanti si è
formata e politicizzata in quelle settimane. Per questo a distanza di quasi un
anno, la nostra azione in quel periodo merita un bilancio. Gli organizzatori di
Genova hanno concentrato tutta la loro attenzione sulla zona rossa come simbolo
delle ingiustizie di questo sistema. Non vogliamo sottovalutare l’importanza
dei simboli ma in quel caso il simbolo ha completamente preso il sopravvento
sulla realtà. Il potere del capitalismo non risiede nelle zone rosse interdette
ai manifestanti. Risiede nella proprietà privata dei mezzi di produzione. Per
questo l’enorme energia dei militanti presenti a Genova non andava indirizzata
tutta al problema di come varcare la linea rossa, ma ad attrezzarsi perchè la
lotta alla globalizzazione capitalista riprendesse a settembre dai posti di
lavoro, ponendo la questione dello sciopero generale contro il Governo.
Una volta
eletta la zona rossa ad obiettivo, tutta la discussione è ruotata attorno a
quello. C’è chi ha teorizzato che si dovesse ingaggiare uno scontro di
carattere militare con la polizia per violare la linea rossa. In concreto
questo avrebbe voluto dire attrezzarsi per combattere con i blindati, una
prospettiva molto distante dal livello di coscienza dei manifestanti in quel
momento. C’è chi più semplicemente ha teorizzato la linea della Disobbedienza
Civile: violare la linea rossa pacificamente, subire le cariche, dimostriamo il
nostro pacifismo guadagnando un metro di zona rossa. Una ricetta per il
massacro. Come sempre i mezzi sono collegati al fine. Se il fine è ottenere una
vittoria simbolica, si può anche accettare uno scontro simbolico. Non è un
segreto per nessuno che attorno alla violazione delle zone proibite si fosse
stabilita prima di Genova una tradizione di taciti accordi tra Disobbedienti e
forze dell’ordine. Tutto questo, però, poteva ridursi ad una farsa concordata o
ad una tragedia. A Genova questi taciti accordi non sono stati rispettati dalle
forze dell’ordine. Non era difficile prevederlo, soprattutto dopo i precedenti
di Goteborg e Napoli. Dopo il danno, la beffa. Quelle giornate hanno dimostrato
la necessità di un servizio d’ordine democraticamente costituito tra i
manifestanti. Al contrario i vertici del nostro partito e i Gc hanno tratto da
quell’esperienza la lezione che non sia necessario nessun tipo di servizio
d’ordine.
Genova ha
risvegliato in ampi settori della società una discussione sulle ingiustizie di
questo sistema e su quali alternative fosse necessario contrapporgli. Questa
era la discussione su cui i comunisti dovevano entrare, con l’obiettivo di
avere una massa di attivisti che da settembre continuasse la lotta contro il
capitalismo dentro e davanti alle aziende. Concentrandoci solo sul superamento
della linea rossa, ci siamo di fatto sottratti a tale discussione lasciandone
il monopolio alle parti moderate del movimento.
6.
Pacifismo, lotta di classe, lotte di liberazione
Nell’ultimo
periodo si è affermata nel partito e nei Gc una concezione gandhiana della
lotta contro i potenti. Sono state esaltate quelle forme di protesta che hanno
caratterizzato nel passato i movimenti piccolo-borghesi (scioperi della fame,
disobbedienza non-violenta, ecc.) che nulla hanno a che fare con la tradizione
del movimento operaio, che nella lotta politica si è servito di strumenti ben
più incisivi. Nelle fasi acute dello scontro sociale di fronte alla violenza
dello Stato e del capitale le classi subalterne sono state in grado di
difendere i propri cortei, le proprie conquiste opponendo resistenza anche
fisica e dunque facendo uso della violenza (ci riferiamo ovviamente alla lotta
di massa e non al terrorismo di organizzazioni come le BR che da sempre ha
favorito la reazione e si è rivolto contro il movimento operaio). Le pagine più
eroiche della nostra storia sono state scritte nella Rivoluzione d’Ottobre,
nella Resistenza, in altre situazioni rivoluzionarie dove la violenza è stata
necessaria per liberare l’umanità dall’oppressione. Se accettassimo le
posizioni che ci propongono i compagni della maggioranza dei GC con un solo
tratto di penna dovemmo rinnegare i partigiani, le guerre d’indipendenza contro
l’oppressione coloniale e in generale ogni rivoluzione che ha attraversato il
ventesimo secolo.
Il capitalismo
non lascerà il passo al comunismo senza opporre resistenza, l’esperienza ha
dimostrato che useranno ogni mezzo per fermare ogni movimento che decida di
liberarsi dallo sfruttamento. Lo Stato è lo strumento coercitivo che difende
gli attuali rapporti di produzione o nelle parole di Engels “corpi di uomini
armati in difesa della proprietà privata”. La manifestazione di Napoli a
quella di Genova, dimostrano che per lottare contro questa società bisogna
porsi il problema di come difendersi dall’aggressione sistematica di tale ”apparato
di uomini armati”. Non porsi questo problema significa mandare allo
sbaraglio centinaia di migliaia di manifestanti, come è avvenuto a Genova, ed è
giunta l’ora di abbandonare quella sciocca demagogia contro “i servizi
d’ordine che militarizzano il movimento” e con serietà e responsabilità si
proponga al movimento un confronto democratico sul tema dell’autodifesa.
Di fronte a
una guerra o a un movimento rivoluzionario le posizioni pacifiste sono ancor
più pericolose. La situazione palestinese lo dimostra platealmente. In tutte le
lotte di indipendenza, dal Vietnam all’Algeria, all’Angola a Cuba i popoli
hanno dovuto imbracciare le armi. Anche l’indipendenza dell’India, a dispetto
delle favole sulla liberazione non violenta guidata dal mahatma Gandhi, venne
dopo un secolo di lotte sanguinose, sollevazioni, guerriglie, scioperi,
insurrezioni, e se non si proseguì oltre fu solo perchè l’imperialismo
britannico si rese conto di non poter continuare a tenere soggiogato il
subcontinente indiano. Porre in astratto la discriminante del “no alla
violenza” significa solo dire a chi è sottomesso di porgere l’altra guancia e
di accettare la sua schiavitù, aspettando che sia l’Onu o la diplomazia
internazionale a liberarlo. Purtroppo come sanno bene i palestinesi il ruolo di
queste organizzazioni non è quello di liberare i popoli ma al contrario sono un
paravento dietro cui si cela l’imperialismo.
7. Da
Genova allo sciopero generale
Genova è stata
un’anticipazione dello sciopero generale. I due processi sono collegati. Tale
collegamento va analizzato fino in fondo. Durante i cinque anni di
centrosinistra lo scontento accumulato in questa società non riusciva a trovare
nessun tipo di sbocco politico o di lotta. I partiti della sinistra moderata
erano immersi nel discredito. La via della lotta nelle scuole sembrava chiusa
dal riflusso determinatosi dopo il ciclo di lotte del ‘93-’98. La via degli
scioperi nelle aziende sembrava bloccata dalla cappa di pace sociale imposta dall’apparato
dei sindacati confederali. Il nostro Partito si era chiuso la possibilità di
raccogliere tale scontento prima per i due anni di partecipazione alla
maggioranza del Governo Prodi (votazione del Pacchetto Treu, dell’Autonomia
Scolastica, della Turco-Napolitano), in seguito a causa della scissione e
dell’emorragia di voti e militanti che non ci hanno fatto apparire come
un’alternativa praticabile. Tuttavia sotto la superficie esisteva un’enorme
malcontento accumulato che ha trovato nella protesta contro il G8 un terreno di
espressione più libero dalle macerie del centro-sinistra e dal suo apparato
burocratico.
Dopo Genova,
tuttavia, il movimento si è sviluppato per altre strade. L’entrata in scena di
settori sociali più ampi a partire dai lavoratori, ha spostato gli obiettivi e
le caratteristiche della lotta. Dalla contestazione al G8 e alla
globalizzazione si è passati alla lotta sociale contro precisi obiettivi (gli
studenti contro la riforma Moratti, i lavoratori in difesa dello Statuto dei
lavoratori, gli immigrati contro la Bossi-Fini, ecc.); proposte come la
disobbedienza, l’obiezione fiscale, la raccolta di firme per la Tobin tax sono
state oggettivamente oscurate e il movimento, proprio perché si estendeva e
assumeva un carattere realmente di massa si è espresso attraverso
un’articolazione prolungata, anche se ancora inadeguata, di scioperi e grandi
manifestazioni.
A questo si è
aggiunta l’entrata in scena del mastodontico apparato della Cgil, che ha
promosso la mobilitazione (al fine ovviamente di incanalarla e arginarla)
occupando un terreno che fino a pochi mesi prima appariva sgombro. Questa
evoluzione ha spiazzato molti Social forum e lo stesso gruppo dirigente del Prc
e dei Gc. Il fatto di aver abbracciato proprio negli scorsi mesi le posizioni
dei Disobbedienti, l’aver completamente trascurato l’intervento nella
mobilitazione sindacale, ci ha portato di fatto a voltare le spalle al
movimento di massa e ad assumervi nel migliore dei casi un ruolo di semplici
partecipanti.
Dopo Genova il
nostro gruppo dirigente non è stato in grado di capire che la mobilitazione
sarebbe continuata sul terreno della lotta di classe attraverso l’arma dello
sciopero. Siccome non abbiamo impostato nessun tipo di intervento su questo
terreno, oggi paghiamo il prezzo: altri egemonizzano la nuova ondata di
scioperi.
Un bilancio
onesto e una radicale inversione di rotta sono una necessità ormai
imprescindibile.
8.
Disobbedienza Sociale: di male in peggio
Fin dall’inizio
del movimento antiglobalizzazione, i vertici dei Gc hanno teorizzato che non
fosse necessario intervenire nel movimento portando le nostre posizioni
indipendenti ma che fosse necessario “farsi contaminare dalle posizioni
presenti nel movimento”. Si tratta di una teoria sbagliata ed ipocrita allo
stesso tempo. Sbagliata perchè un movimento di massa non è chimicamente puro.
Quando migliaia di persone si pongono il problema di cambiare la realtà,
abbracciano nuove idee portandosi dietro ancora vecchi pregiudizi. Il compito
di un’organizzazione comunista dovrebbe essere quella di far crescere le idee
più avanzate in un movimento, aiutandolo politicamente a superare quelle più
arretrate. Ipocrita perchè non ci siamo fatti contaminare dalle idee genericamente
presenti nel movimento. I nostri vertici hanno fatto una scelta di campo ben
precisa: si sono gettati a rimorchio di Ya Basta e delle Tute Bianche,
scordandosi che tali forze non sono il movimento. Sono organizzazioni
che lottano per rendere egemoniche le proprie concezioni politiche. Dove Ya
Basta e le Tute Bianche non erano presenti, i Giovani Comunisti ne hanno
diffuso attivamente le concezioni. Altro che contaminazione! È stato deciso che
l’egemonia, così come intesa da Lenin, fosse superata, mentre al contrario
fosse estremamente attuale l’egemonia praticata da Casarini.
Fare un blocco
con altre forze politiche, per i comunisti, non deve mai voler dire rinunciare
alla critica dei nostri compagni di strada. Il blocco con i Disobbedienti non è
soltanto sbagliato perchè ha sottratto i nostri attivisti ad un lavoro di
radicamento nei movimenti reali dei lavoratori italiani e stranieri, degli
studenti e dei disoccupati. È sbagliato anche perchè tacitamente accettiamo il
programma e le concezioni politiche dei Disobbedienti. Sul terreno politico
quest’ultimi teorizzano la necessità di creare un settore di mercato
alternativo che risolva alcuni problemi della società. Si tratta della teoria
del Terzo Settore mutualistico e cooperativo che si prenda cura dei servizi che
vengono smantellati con la distruzione dello stato sociale. La destra stessa
sponsorizza il Terzo Settore come metodo per giustificare lo smantellamento
dello stato sociale e l’infiltrazione dei privati nelle vecchie funzioni
pubbliche. Queste idee hanno costituito spesso il punto di contatto tra i
vertici di alcuni centri sociali e il centro-sinistra. A Trieste, ad esempio,
alcuni dei Disobbedienti hanno stretto un accordo elettorale con il presidente
uscente della Confindustria locale Pacorini. La discussione attorno a proposte
di liste dei social forum legate ai verdi si ripresenta in numerose realtà,
mostrando la logica istituzionale che domina questi settori.
Non c’è niente
da stupirsi: quello che i nostri vertici definiscono “orientamento al
movimento”, in realtà è un appiattimento al ceto politico che si proclama
Disobbediente, ma che nei fatti dimostra di essere completamente coinvolto in
una logica di pressione lobbystica nei confronti di certi settori del
centrosinistra.
Sul terreno
sindacale, i Disobbedienti teorizzano l'integrazione dei settori decisivi del
movimento operaio nel quadro dei meccanismi dell'oppressione capitalistica,
postulando di conseguenza l'esigenza di circoscrivere il proprio orientamento
verso quei settori proletari posti ai margini del movimento operaio
tradizionale dalla mancata fruizione dei suoi diritti sociali fondamentali.
Tale orientamento divide artificialmente i lavoratori precari dai presunti
"garantiti", abbandonando questi ultimi all'influenza dei vertici
delle organizzazioni sindacali tradizionali, all'interno delle quali si è
rinunciato da tempo a dare seriamente battaglia. Non solo: i Disobbedienti si
sono spinti fino a riconoscere nel gruppo dirigente della Fiom, capitanato nel
passato recente da Sabbatini, la rappresentanza legittima degli interessi
operai; con essa, di conseguenza, si sono rapportati acriticamente, mettendo
sotto silenzio qualunque critica alla condotta, di quella parte della
burocrazia sindacale che si riconosce nelle posizioni della sinistra
cofferatiana.
9.
L’involuzione di Porto Alegre e dei Social Forum
Dall’inizio
del movimento antiglobalizzazione c’è stata una contraddizione tra la carica
anticapitalista con cui migliaia di giovani hanno preso parte alle
mobilitazioni ed il programma estremamente moderato, fatto di piccole scelte
individuali e piccole riforme, assunto dalla direzione del movimento stesso. I
Gc non si sono mai inseriti in questa contraddizione, facendosi anzi
contaminare dalle idee più moderate della direzione del movimento. Questa
contraddizione tra le aspettative della base del movimento e le scelte della
direzione si è trasformata in un abisso con il Secondo Forum Sociale di Porto
Alegre.
La differenza
tra il Primo Forum ed il Secondo Forum di Porto Alegre non è stata soltanto nel
raddoppio della partecipazione ma anche nello sbarco in massa di amministratori
istituzionali, parlamentari che hanno cercato di determinare le linee
programmatiche del Forum. Questa è una lezione fondamentale per noi. Un movimento
non si sviluppa nel vuoto. Se noi rinunciamo a difendere le nostre posizioni,
altri renderanno egemoniche le proprie. La borghesia cerca di deviare tutti i
movimenti che non riesce a sconfiggere frontalmente. Nella stampa borghese si
moltiplicano le posizioni capitaliste “filantropiche” in cui varie
multinazionali e vari imprenditori consigliano quali rivendicazioni andrebbero
portate avanti per mitigare la globalizzazione. Un esempio è il Manifesto per
lo Sviluppo Durevole prodotto in Francia firmato sia da sindacalisti e membri
del Partito Comunista che industriali e banchieri tra cui l’ex direttore
dell’Fmi Camdessus. L’intento del banchiere Lion promotore di tale Manifesto è
influenzare il passaggio dalla fase di protesta alla fase propositiva del movimento.
Lo sbarco
degli amministratori e dei parlamentari si è riflesso nel manifesto
programmatico finale. Nonostante il movimento antiglobalizzazione sia stato sin
dall’inizio un movimento internazionale, si è avanzata l’idea che grossa parte
dei problemi possano essere risolti dall’amministrazione locale. Secondo il
Forum sugli Enti Locali (!!!): “le città sono chiamate ad un compito
storico: (...) contribuire alla correzione assunta dall’attuale
globalizzazione”. Questo si è riflesso nella richiesta che le municipalità
mantengano più risorse a livello locale per metterle sotto il controllo del
bilancio partecipativo. Altro che un altro mondo: questo è semplicemente
federalismo fiscale.
Anche sul
bilancio partecipativo crediamo siano state fatte alcune mistificazioni,
tingendolo di un’aura rivoluzionaria. A Porto Alegre, dove tale sistema è stato
utilizzato, la disoccupazione è comunque cresciuta arrivando al 16,9%. La quota
di bilancio su cui la popolazione può esprimersi in maniera consultiva è solo dell’8%.
In periodi di crisi del capitalismo qualsiasi bilancio (partecipato o no) non
può rispondere ai nostri bisogni fondamentali: tutti i fondi vengono
risucchiati dalle compatibilità del sistema. Se il bilancio è in rosso, perchè
l’economia rimane in mano ai capitalisti, che cosa ci troveremmo a gestire?
Decideremmo semplicemente quali servizi tagliare per primi e quali per secondi.
Non è casuale che il bilancio partecipativo sia stato riconosciuto dall’Fmi e
premiato dall’Onu.
Anche la Tobin
Tax è ben lontana dall’essere una misura che scardini il sistema finanziario
internazionale. Stiamo parlando di una minuscola tassa che, proprio per il suo
minimalismo, riesce a mettere d’accordo il grande speculatore finanziario
Soros, tutti i dirigenti delle socialdemocrazie e i dirigenti del nostro
Partito. Anche se la Tobin Tax venisse applicata non c’è nessuna garanzia che i
suoi introiti sarebbero usati per fini sociali. In secondo luogo: chi
applicherebbe e farebbe rispettare tale tassa? Tobin, l’inventore della tassa,
proponeva che fosse l’Fmi. Nessuno può pensare seriamente che questa sia una
soluzione. Emerge allora la proposta di creare un Parlamento globale. Il
parlamentarismo è una farsa a livello nazionale, figuriamoci a livello
internazionale. Mentre il Parlamento dà l’illusione a tutti i “cittadini” di
contare lo stesso, con un voto a testa, nella realtà ci sono cittadini come
Tronchetti Provera o Berlusconi che controllano le leve decisive dell’economia
(e quindi inevitabilmente dello Stato, della finanza, dell’informazione). In
Italia esiste un Parlamento, fino a prova contraria. Viene garantita la
tassazione delle grosse rendite finanziaria, delle grosse aziende? Al contrario
l’evasione fiscale per la grande borghesia è la norma, non l’eccezione.
10.
L’azione dei comunisti nel movimento
L’avanzata
delle correnti involutive nel movimento ci chiama in causa direttamente. Mentre
a parole ci siamo orientati nel movimento, nei fatti abbiamo rinunciato a
intervenire nelle sue dinamiche in modo indipendente. Esiste una corrente nel
movimento antiglobalizzazione che teorizza la necessità di correggere la
globalizzazione democratizzando gli organismi internazionali, un’altra che
difende il protezionismo in contrapposizione al liberoscambismo, un’altra
ancora che propone di creare settori di mercato alternativo basati sul
commercio equo solidale e sulle cooperative.
Il nodo
centrale posto dal movimento antiglobalizzazione è a nostro parere un altro e
deve essere tagliato alla radice. E’ il nodo della proprietà privata e del
controllo dei mezzi di produzione. Non potrà mai esistere nessuna seria forma
di controllo sociale sulla produzione e sul consumo fino a quando la gran parte
delle risorse economiche produttive del mondo saranno concentrate nelle mani di
un pugno di capitalisti. Un gruppo di 37.000 imprese con le loro affiliate
controlla il mercato mondiale. Lì sono concentrate le leve decisive
dell’economia, della finanza e della politica. Solo il proletariato mondiale
-unendo attorno a sè tutte quelle forze sociali (disoccupati, studenti,
contadini, piccola borghesia) spinte alla rovina di questo sistema- può andare
ad incidere su questo nodo, attraverso l’espropriazione delle principali
multinazionali per porle sotto il controllo dei lavoratori in un regime complessivo
di democrazia consiliare. Questo è quello che chiamiamo comunismo ed è l’unica
alternativa complessiva che tutt’oggi conosciamo a questo sistema. Il compito
dei Gc dovrebbe essere rendere egemone tale alternativa nel movimento. Egemonia
non vuol dire imporre al movimento una linea dall’alto ma vuol dire fare
emergere la prospettiva rivoluzionaria a partire dalle rivendicazioni che
sorgono dai movimenti stessi.
11. Dopo lo
sciopero generale: come continuare la lotta?
Le
mobilitazioni sindacali culminate nella manifestazione del 23 marzo e nello
sciopero generale del 16 aprile rappresentano un banco di prova decisivo del
nostro intervento. È evidente l’enorme estensione del movimento stesso, la sua
capacità di aggregare attorno ai lavoratori sindacalizzati tutti quei soggetti
che normalmente trovano maggiore difficoltà ad organizzarsi e ad esprimersi in
forma collettiva: precari, pensionati, disoccupati. Le potenzialità per
costruire un fronte sociale enormemente esteso contro il governo e le sue
politiche sono enormi.
A queste
valutazioni positive, tuttavia, dobbiamo aggiungerne altre. Il movimento, per
quanto esteso, si è finora espresso quasi esclusivamente sui terreni e nei
termini dettati da Cofferati e dal gruppo dirigente Cgil. È completamente
mancata, almeno finora, l’approfondimento del conflitto a livello di fabbrica,
di categoria, di territori, così come non emergono segni di autorganizzazione
democratica del movimento stesso.
Nonostante lo
sciopero generale, nelle aziende continuano a dominare flessibilità, precariato
e concertazione sindacale. Dobbiamo sviluppare un programma che affronti alla
radice queste contraddizioni
Necessitiamo
innanzitutto di elaborare un’agitazione a tutto campo attorno a rivendicazioni
quali:
- Abolizione
del “pacchetto Treu” e di tutte le forme di lavoro “atipico”. Trasformazione di
tutti i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato.
- Rottura
della concertazione e dei suoi vincoli nell’elaborazione delle piattaforme sindacali
a qualsiasi livello.
- Rielezione
delle Rsu in base a criteri democratici, abolizione della quota riservata nelle
Rsu, rendere i lavoratori e le assemblee protagonisti del conflitto.
- Estensione
dello Statuto dei lavoratori a tutte le aziende.
- Salario
minimo intercategoriale fissato per legge e indicizzato sull’inflazione.
- Salario
garantito per i disoccupati.
- No alla
legge Bossi-Fini; permesso di soggiorno per tutti gli immigrati, diritto di
voto dopo un anno di residenza in Italia.
- Proseguire
la lotta fino alla caduta del governo Berlusconi.
Queste
rivendicazioni devono diventare il nostro “biglietto da visita” di fronte a
quei milioni di lavoratori che si stano risvegliando nelle lotte e che domani
inevitabilmente saranno spinti a portare la lotta che oggi si esprime nelle
scadenze “generali” (23 marzo, sciopero generale) nella lotta quotidiana nelle
aziende. La prospettiva della cacciata del governo deve essere avanzata
apertamente nel movimento, come logica conclusione della nostra piattaforma e
come unico sbocco in grado di ribaltare in modo significativo i rapporti di
forza fra le classi in Italia e in Europa, mettendo in crisi non solo la destra
ma anche la sinistra moderata.
Basarci sui
giovani lavoratori, i più colpiti dalle politiche della concertazione, i più
inesperti ma anche i meno segnati dalle sconfitte passate, e sui delegati
sindacali eletti dai lavoratori per indirizzare diversamente il movimento in
campo. Questo deve essere il nostro obiettivo fondamentale, spiegando ma soprattutto
praticando l’idea che i lavoratori e i delegati sono gli unici che attraverso
la propria azione possono sbarrare la strada a qualsiasi tentativo di
insabbiare la lotta con accordi a perdere e darle invece quella profondità e
quella radicalità indispensabili per piegare governo e confindustria.
La scelta di
numerosi sindacati di base di boicottare la manifestazione del 23 marzo e di
promuovere “piazze separate” il 16 aprile dimostra una logica del tutto
minoritaria e incapace di incidere nelle dinamiche del movimento di massa.
Questa logica è la stessa che abbiamo seguito, insieme a molti Social Forum,
cercando di distinguerci dalla direzione Cgil non sul terreno programmatico, ma
solo su mere questioni di visibilità di piazza o mediatiche. Convocare cortei
nella piazza di fianco a quella della Cgil, un’ora prima, un’ora dopo, serve
realmente a poco. Anzi divide un settore di lavoratori avanzati ed i nostri
attivisti dal movimento di massa.
Dopo lo
sciopero generale, si moltiplicano i tentativi di impantanare la lotta su un
terreno istituzionale per impedire che la mobilitazione assuma un carattere
dilagante, si generalizzi e si radicalizzi. La proposta del Partito dei
referendum sociali appare in questo contesto come del tutto inadeguata alle
necessità. Anziché approfondire la spinta all’azione di massa, indica una
scadenza istituzionale, lontana nel tempo con un implicito effetto
smobilitante. Anziché approfondire la spinta di classe del movimento propone un
terreno prevalentemente di opinione. Anziché sviluppare l’autorganizzazione e
la fiducia nelle proprie forze da parte dei lavoratori, semina illusioni sulla
possibilità di ottenere i propri scopi per via istituzionale.
12.
Organizzare i precari
Dobbiamo
dedicare una particolare attenzione a quanto avviene nel mondo dei lavoratori
precari. Tra i precari si sta sviluppando chiaramente una spinta verso l’azione
collettiva in difesa dei propri diritti. Un esempio ormai noto (ma non è certo
l’unico) è quello dei Call-centers, dove si diffonde la spinta alla
sindacalizzazione. Esempi come quelli dell’Atesia di Roma e della Tim di
Bologna vanno presi come modello e generalizzati su scala nazionale.
Particolarmente significativo il caso della Tim, dove i lavoratori interinali
sono riusciti a imporre il rispetto di diritti sindacali quali le assemblee
retribuite e, caso finora probabilmente unico, l’elezione di unconsiglio dei
delegati; questa vertenza oltre a mostrare le potenzialità per l’organizzazione
degli interinali, che ha tra l’altro permesso di respingere un primo tentativo
aziendale di ritorsione con il licenziamento del nostro compagno delegato
Domenico Conte, ha anche aperto una forte contraddizione nella Cgil, alla quale
una parte degli interinali si sono iscritti, poiché di fronte allo sviluppo
della lotta in Tim la burocrazia della Camera del Lavoro di Bologna ha reagito
(con la vergognosa acquiescenza anche di nostri compagni impegnati nella
sinistra Cgil) attaccando frontalmente il funzionario del Nidil-Cgil (il
compagno Mario Iavazzi, dei Giovani comunisti di Bologna) responsabile della
vertenza tentando di rimuoverlo.
Una parte
della spinta alla sindacalizzazione si sta indirizzando alla Cgil, sia nelle
categorie che nel Nidil-Cgil, secondo una dinamica da noi prevista in passato
ma completamente ignorata dal gruppo dirigente dei Gc, che si è limitato in
questi mesi a proporre campagne di immagine con azioni simboliche davanti alle
agenzie interinali, azioni che non hanno avuto alcuna presa sui precari e che
obbediscono a una logica del tutto minoritaria e autoreferenziale, volta solo a
ottenere spazio sui media.
13. Le
lotte degli immigrati
Le
mobilitazioni degli immigrati per il permesso di soggiorno e, oggi, contro la
legge schiavista Bossi-Fini indicano un salto di qualità. Le mobilitazioni di
Brescia e Vicenza, l’alta partecipazione di immigrati tutte le manifestazioni
sindacali (e non solo) mostrano come ormai essi siano una parte integrante
della classe lavoratrice di questo paese. Gran parte degli immigrati si sono inseriti
nel tessuto produttivo, sono a stretto contatto con i lavoratori italiani, si
iscrivono al sindacato, partecipano agli scioperi. L’unità nella lotta è il
terreno decisivo per costruire una risposta efficace alle campagne xenofobe
della destra, in Italia come in Europa, campagne alle quali l’approccio del
centrosinistra, che abbina la linea del “controllo dei flussi” con proposte
caritatevoli di facciata, è del tutto incapace di porre un argine.
Se è chiaro che l’associazionismo degli immigrati ha giocato e gioca un ruolo significativo in queste mobilitazioni, è altrettanto chiaro che queste lotte possono avere uno sbocco vincente solo se si integrano nella lotta più generale dei lavoratori, delle quali possono essere un importante fermento.
Dobbiamo investire
fortemente su queste mobilitazioni, facendo della radicalità espressa da molti
immigrati un punto d’appoggio per fare avanzare programmi e posizioni più
combattive nel movimento sindacale, che in passato ha pienamente appoggiato
(come del resto lo stesso Prc) la legge Turco-Napolitano. Al tempo stesso
l’unità fra italiani e immigrati è un ponte decisivo verso le masse oppresse
dei paesi del “terzo mondo”.
14. I
nostri compiti nelle lotte studentesche
Il clima
generale di mobilitazione non tarderà ad influenzare anche le scuole. In
autunno abbiamo assistito ad un primo risveglio delle mobilitazioni
studentesche con epicentro a Roma. Quella situazione però non si è
generalizzata a livello nazionale. Nel prossimo autunno è all’ordine del giorno
la possibilità di un nuovo movimento studentesco.
Tra il 1993 ed
il 1998 il movimento studentesco delle superiori è sceso più volte in piazza
per mobilitarsi contro la privatizzazione dell’istruzione pubblica. Il conto
con cui si è chiuso quel periodo è salato: l’Autonomia Scolastica e la parità
sono passate. Tutto ciò non è una colpa da attribuire alla generosità con cui
si sono battuti gli studenti. Anzi, se non fosse stato per il movimento
studentesco, tali misure sarebbero passate diversi anni prima. La realtà è che
in quegli anni le strutture egemoni tra gli studenti hanno sottoposto il
movimento studentesco soprattutto nelle grandi città ad una ginnastica
movimentista: autogestioni e cortei si sono succeduti senza preparazione e
prospettiva, con la logica più di impressionare i mass-media che di costruire
una presenza duratura nelle scuole. Questa esperienza dimostra quanto per noi
non sia solo necessario evocare o rallegrarci della presenza di un movimento ma
trovare le vie perchè questo movimento sia vittorioso.
Tutti gli
altri documenti presentati alla Conferenza spiegano la necessità della
costruzione dei collettivi studenteschi. Noi non neghiamo questa necessità. Ma
limitarsi a dire della necessità di lavorare nei collettivi è ben poca cosa.
Collettivi nel movimento studentesco ce ne sono, ce ne sono stati e ce ne
saranno. Non è quello che manca. Mancano fondamentale due cose: un programma
che dia omogeneità d’azione a tali collettivi ed una struttura nazionale
studentesca democratica e basata su un programma combattivo che sia in grado di
unificare le singole lotte concentrando gli sforzi del movimento nel punto
decisivo al momento decisivo.
Un esempio
internazionale ci viene in aiuto: la Spagna è appena stata attraversata dal
movimento studentesco più grande degli ultimi 15 anni. L’enorme successo delle
mobilitazioni e la loro incisività è stata dovuta in grossa parte
all’organizzazione nazionale studentesca, che si ispira ad un programma
combattivo e al marxismo, il Sindicato de Estudiantes. Il movimento è nato con
una mobilitazione convocata nell’ottobre scorso dal Sindicato con 100.000
partecipanti. La contemporaneità della data e la sua portata nazionale ha fatto
sì che anche piccoli cortei locali fossero visti dagli studenti come un
successo. In seguito altre date a novembre ed a dicembre hanno segnato un
allargamento del movimento e non una sua dispersione in mille mobilitazioni
isolate. Dialogando dialetticamente con il movimento, ponendo il programma e le
scadenze di mobilitazione in votazione nelle assemblee nelle scuole e nelle
università, garantendo ad ogni corteo la diffusione di decine di migliaia di
volantini che facevano il punto della situazione e proponevano come continuare,
il Sindicato ha saputo garantire quasi tre mesi di mobilitazione ininterrotta.
Basandosi su
tale modello in diverse città i Giovani Comunisti hanno tentato di costruire
una struttura che sapesse far fare al movimento studentesco un salto di
qualità: i Comitati in difesa della Scuola Pubblica (Csp). Tale è il modello da
seguire e non quello di riprodurre nelle strutture studentesche la logica dei
Social Forum, di creare, cioè, dei “forum di strutture di movimento” che
finiscono per essere degli intergruppi destinati a trovare accordo su pochi
punti e a paralizzarsi a vicenda non appena si scende sul concreto della lotta
con tutti i problemi complessi che essa pone.
Il nostro
lavoro nelle scuole va sviluppato in primo luogo in base ad un programma
chiaro. I Giovani Comunisti possono radicarsi negli istituti, con una massiccia
campagna di propaganda attorno a queste rivendicazioni:
-totale
gratuità dello studio (dall’iscrizione a scuola fino ai libri di testo ed ai
mezzi di trasporto)
-raddoppio dei
finanziamenti destinati all’istruzione pubblica
-assunzione di
tutti i docenti precari e di nuovi docenti per garantire un tetto massimo di 20
alunni per aula
-interruzione
immediata qualsiasi convenzione tra privati e scuola pubblica
-per una
scuola democratica: abolizione della figura del preside-manager, per
sostituirlo con un coordinatore amministrativo eletto tra il corpo docente
dagli studenti e dal personale docente e non docente
-ritiro di
tutte le leggi approvate dal 1995 in poi in materia d’istruzione (parità,
Autonomia Scolastica ecc.)
-per una
scuola laica: abolizione dell’ora di religione
-se mancano i
soldi o le strutture per garantire tutto questo, si taglino le spese militari o
si nazionalizzino senza indennizzo degli istituti privati.
-rifiuto della
Riforma Moratti: no al doppio binario
-gli stage
devono essere retribuiti e controllati dalle rappresentanze sindacali e
studentesche
La teoria e la
pratica della “disobbedienza” hanno contribuito a sradicare i Gc da un
intervento sistematico nel movimento studentesco. È anche grazie ai nostri
errori passati se strutture come l’Uds o la Sinistra giovanile, che negli
scorsi anni si erano fortemente screditate per il loro appoggio al ministro
Berlinguer, oggi riconquistano terreno fra i giovani, sfruttando anche
l’appoggio e il prestigio della Cgil.
Nella
prospettiva di una mobilitazione studentesca di massa nella prossima fase,
quindi, sarà decisivo non solo avanzare un programma corretto, ma anche
proporre e praticare una strutturazione democratica del movimento, proponendo
la formazione di coordinamenti rappresentativi e democratici, basati sulle
assemblee d’istituto, come terreno comune di dibattito e di organizzazione del
movimento all’interno del quale possano confrontarsi le diverse proposte
politiche. La tradizione tipica, ad esempio, del movimento studentesco francese
di costruire coordinamenti di rappresentanti eletti e revocabili in qualsiasi
momento delle assemblee ci pare un riferimento indispensabile da avanzare nelle
fasi di mobilitazione di massa, tanto più in presenza di diverse organizzazioni
studentesche nella sinistra e della necessità di coniugare l’unità nella lotta
contro i progetti della destra alla massima democraticità del confronto
all’interno del movimento studentesco.
Di fronte
all’emergere di altre strutture studentesche di sinistra, fra le quali si
collocano anche quelle legate alla “sinistra moderata”, è decisiva
l’applicazione del fronte unico, ossia dell’unità nella lotta, senza confondere
programmi, concezioni e organizzazioni ma puntando ad ottenere la mobilitazione
più vasta all’interno della quale fare avanzare le nostre proposte. Tutte le
altre posizioni, siano queste quelle della “azioni simboliche” che nei fatti
coinvolgono solo chi è già vicino a noi, o le dichiarazioni roboanti della
volontà di “cacciare” queste organizzazioni dal movimento studentesco, portano
in realtà ad abbandonare il campo, consolandosi con dichiarazioni altisonanti,
e spalancando la strada a un’egemonia moderata nelle lotte future.
15.
Università: le possibilità di un futuro movimento
Dopo la
sconfitta del movimento della Pantera nel 1990 nelle università italiane
abbiamo assistito a 10 anni di riflusso interrotti da mobilitazioni isolate.
Anche su questo terreno però si registra una inversione di tendenza. Nella
primavera del 2001 c’è stata la lotta alla Sapienza di Roma. Nel corso del 2002
abbiamo assistito a situazioni di fermento in alcune facoltà di Sassari,
Milano, Napoli. In più d’un ateneo comunque sorgono nuovi collettivi o
avvengono piccoli episodi che segnalano lo scontento tra gli studenti. Nel
prossimo periodo i motivi che potranno scatenare la rabbia studentesca si
potrebbero moltiplicare: aumenti delle tasse dovuti a bilanci in rosso degli
atenei, numeri chiusi, riduzione degli
appelli e altre misure volte ad aumentare la selezione, sovraffollamento delle
lezioni, chiusura delle bilbioteche, creazione delle lauree specialistiche con
condizioni capestro ecc. È evidente che ci sono le possibilità per un futuro
movimento universitario. Attenderlo non ci basta. Dobbiamo prepararlo.
Alcune
rivendicazioni essenziali da avanzare sul terreno universitario sono:
-gratuità
dell’iscrizione universitaria in base al raddoppio dei finanziamenti
all’università pubblica
-abolizione
del sistema a crediti universitari
-aumento degli
appelli d’esame portandoli a 13 in tutte le facoltà a livello nazionale
-potenziamento
delle strutture ed apertura serale dei corsi e delle biblioteche per chi studia
e chi lavora
-raddoppio
degli alloggi universitari
-tutti i libri
di testo inseriti nei programmi d’esame devono essere forniti gratuitamente in
prestito dagli atenei
-annullamento
di qualsiasi convenzione con le imprese
-ritorno alla
gratuità delle mense universitarie e gratuità dell’accesso ai trasporti
pubblici
-abolizione
dei numeri chiusi
-borse di
studio per tutte le famiglie al di sotto del reddito medio che ne facessero
richiesta.
Dieci anni di
riflusso nelle università hanno lasciato ben poco delle precedenti strutture
studentesche. Un lavoro sistematico di spiegazione, propaganda e organizzazione
fra i settori più sensibili alle nostre posizioni è una premessa indispensabile
per affrontare la prossima fase. Nonostante il riflusso del movimento
universitario, il corpo studentesco è stato fortemente attraversato dalla
mobilitazione per Genova, contro la guerra in Afghanistan: esiste un settore di
studenti aperto alla discussione politica, giovani che in futuro giocheranno
indubbiamente un ruolo significativo nella lotta per difendere e allargare il
diritto allo studio universitario, duramente compromesso negli anni scorsi, e
che in futuro sarà oggetto di nuovi attacchi.
Un lavoro di
intervento politico sui grandi temi della nostra epoca può e deve affiancarsi
alla costruzione di un intervento sui temi del diritto allo studio
nell’università, terreno questo che è stato quasi completamente abbandonato dai
Gc negli scorsi anni e che è stato affrontato in modo clientelare dalle
organizzazazioni di destra ma che domani potrebbe essere impugnato dall’Udu o
da altre strutture studentesche di sinistra per orientare in chiave moderata le
future mobilitazioni nell’università.
16. Quale
critica allo stalinismo?
Se la
partecipazione ai movimenti è parte essenziale della formazione di una
coscienza rivoluzionaria, è altrettanto vero che questa di per sé non è
sufficiente. Respingiamo apertamente la logica di chi vuole ridurre i Gc (e in
realtà il Prc tutto) al partito del “fare”, che presuppone in realtà la
distinzione tra chi “fa” e chi “pensa”. Una nuova generazione di comunisti può
e deve formarsi non solo nelle lotte e nelle piazze, ma anche in un dibattito
collettivo e sistematico che porti alla riscoperta delle migliori tradizioni
rivoluzionarie del marxismo e del comunismo. Tanto più rivendichiamo come
essenziale questo dibattito e questa formazione politica oggi, dopo che il
recente congresso nazionale del Prc ha proclamato la “rottura con lo
stalinismo”. Una rottura necessaria ma da cui vengono tratte conseguenze
politiche e teoriche scorrette.
Così come
nelle lotte è indispensabile riscoprire la tradizione dei movimenti passati,
dal Biennio rosso all’Autunno caldo, anche nel campo delle concezioni teoriche
ci sembra indispensabile partire da uno studio approfondito dell’elaborazione
di oltre 150 anni del pensiero marxista. Non ci convince una critica dello
stalinismo che muove dalla cancellazione della rivoluzione d’Ottobre e che vede
nello stalinismo stesso la conseguenza di un “peccato originale” di Lenin e dei
bolscevichi, il peccato cioè di aver condotto una rivoluzione e di aver lottato
per la conquista del potere politico.
Da un punto di
vista sociale e politico, lo stalinismo rappresentò un fenomeno di reazione contro
le conquiste dell’Ottobre. All’internazionalismo leninista si sostuiva il
“socialismo in un paese solo”, all’egualitarismo rivoluzionario subentrava il
privilegio burocratico (fino alle estreme conseguenze con gli avvenimenti del
1989-91, quando gli ultimi eredi della burocrazia divennero i principali
promotori della restaurazione capitalistica in Urss), alla democrazia proletaria
nel partito e nei soviet seguivano decenni di repressione e di conformismo
burocratico.
Lo sterminio
della quasi totalità dei dirigenti e dei militanti che avevano guidato la
rivoluzione del 1917 sancì nel sangue di una generazione di rivoluzionari, massacrati
nelle “purghe” e nei processi farsa degli anni ‘30, la rottura con la vera
tradizione bolscevica.
La critica
propostaci dall’ultimo congresso del Prc nonostante si rivolga apparentemente
contro lo stalinismo, in realtà prende di mira alcune concezioni fondamentali
del marxismo: la rottura rivoluzionaria, la lotta per il potere, il ruolo del
partito. Si tratta di una critica che apre implicitamente le porte alla
concezione socialdemocratica e liberale secondo la quale “ogni rivoluzione
termina in una dittatura”. La nostra opposizione allo stalinismo si basa invece
sulla lotta politica e sulle elaborazioni teoriche di quei comunisti che, a
partire da Trotskij e dall’opposizione di sinistra, lottarono fino in fondo,
pagando con la vita, per difendere e riaffermare le concezioni rivoluzionarie
del bolscevismo contro quella degenerazione. Respingiamo apertamente l’idea che
lo stalinismo sia stato in qualche modo una conseguenza delle concezioni
leniniste e della “lotta per il potere”.
I Gc si
impegnano a proseguire il dibattito sui temi dell’eredità del Novecento come
momento indispensabile di formazione collettiva e di sviluppo delle nostre
concezioni teoriche.
17.
Radicamento e democrazia nei Giovani comunisti
Va invertita
alla radice la gestione che ha caratterizzato i Gc in questi anni. Alla prova
dei fatti le concezioni più “movimentiste” e “libertarie”, che hanno dominato
il gruppo dirigente nazionale uscente, hanno condotto a una gestione
antidemocratica, nella quale non vi era alcuna garanzia del dibattito interno.
Lo stesso Coordinamento nazionale è stato espropriato del diritto di discutere
le scelte fondamentali da proporre ed è stato ampiamente rimaneggiato col
sistema delle cooptazioni, questa stessa conferenza nazionale si riunisce dopo
una serie di rinvii che l’hanno posticipata di quasi due anni rispetto alla
scadenza statutaria.
I Gc possono e
devono strutturarsi maggiormente, anche a livello di circolo e di territorio.
Tuttavia questo non può portare alla “settorializzazione” degli interventi
e alla creazione di strutture puramente tematiche, che negano alla radice la
nostra ragione di esistere, ossia la necessità che un’organizzazione comunista
dia ai propri militanti quella visione complessiva, quella formazione politica
e quella capacità di intervento multiforme che sola può dare le basi a una
militanza duratura.
Si deve
ristabilire il rispetto delle scadenze del dibattito interno, dalla conferenza
nazionale fino alle strutture periferiche, garantendo un’ampia circolazione ai
materiali e alle diverse proposte in discussione.
Si deve
avviare una riflessione sul problema dell’autofinanziamento e dell’apparato.
Attualmente i Gc non svolgono attività di autofinanziamento, né hanno un
proprio apparato. Questo significa che quei compagni che possono dedicarsi alla
militanza a tempo pieno sono in questa condizione o perché scelti dagli
organismi di partito, o perché inseriti in ambiti istituzionali locali, vuoi
come rappresentanti, vuoi come funzionari dei gruppi comunali, provinciali,
regionali, ecc.
Si tratta di
una situazione fortemente distorta, alla quale si deve rispondere con la
selezione, attraverso un dibattito democratico fra i Gc, di un apparato, per
quanto ridotto, che sia sottoposto a un reale controllo politico da parte degli
iscritti. La necessità di autofinanziamento interno e soprattutto esterno si
impone sia per rendere praticabili queste scelte, sia perché la capacità di
autofinanziamento costituisce un banco di prova significativo della capacità di
radicamento e del rispetto che sappiamo conquistarci verso i nostri
interlocutori.
Il timore che
queste scelte mettano in discussione il legame dei Gc con il Prc è infondato;
poiché il nostro legame con il partito non può essere basato su una dipendenza
finanziaria e organizzativa, ma deve costruirsi nell’elaborazione comune nei
circoli, nelle federazioni e nell’intervento esterno.
L’emergere
nelle lotte di una nuova generazione ci offre l’opportunità straordinaria di
radicare e far crescere le idee comuniste e rivoluzionarie nei movimenti e nel
nostro stesso partito. Siamo convinti che il dibattito di questa conferenza, se
verrà condotto in modo scrupoloso e centrato sugli argomenti e le diverse
proposte politiche che vengono avanzate, senza conformismi di sorta e senza
cedimenti ai preconcetti, costituirà un passo avanti importante per dare una
risposta all’altezza dei compiti che la nuova fase storica apre di fronte a
tutti noi.