Tesi alternative al documento di minoranza sottoscritte da: Claudio
Bellotti, Alessandro Giardiello, Gabriele Donato, Giuseppe Letizia, Jacopo
Renda
INTRODUZIONE - SINTESI
Il capitalismo
mondiale riversa sempre più la propria crisi sulla condizione generale
dell’umanità, minacciando una vera e propria regressione storica di civiltà. La
ripresa delle guerre che ha segnato l’ultimo decennio -prima in Irak, poi nei
Balcani, oggi in Afghanistan-, ne è il riflesso materiale e simbolico.
La
rappresentazione della cosi detta “globalizzazione” capitalistica come avvento
di un “nuovo capitalismo” capace di superare le sue antiche contraddizioni, è
stata smentita dalla realtà.
La
crisi che da un quarto di secolo segna l’economia del mondo non solo non è
superata ma si ripropone oggi nella forma classica della recessione.
Le
contraddizioni tra i blocchi capitalistici non solo non si sono dissolte in un
“impero” indistinto e omogeneo ma si ripropongono acuite dopo il crollo
dell’URSS e sotto la spinta della crisi.
La
contraddizione tra capitale e lavoro, lungi dall’essere superata o
ridimensionata, è riproposta nella sua centralità dalla crisi e dalla nuova
competizione globale capitalistica.
Lo
stesso sviluppo del militarismo e della guerra in corso -con i suoi effetti
regressivi sul terreno delle libertà democratiche e delle conquiste sociali- è
inseparabile dal contesto generale della crisi capitalistica. Lungi dall’essere
un conflitto tra “due fondamentalismi” ideologici (il Mercato e il Terrore) è
una guerra dell’imperialismo contro i popoli oppressi: mira al controllo del
Medio Oriente e dell’Asia centrale; vuole intimidire i movimenti di liberazione
nazionale (a partire dal popolo palestinese); mira a contrastare la recessione
economica col grande rilancio delle spese militari; risponde all’interesse
dell’imperialismo americano a controbilanciare l’ascesa economica europea con
il rilancio della propria indiscussa egemonia militare.
Su
un altro piano, gli sviluppi politici e le dinamiche del capitale degli anni
novanta sono stati devastanti per l’ambiente. Tutti i vecchi problemi si sono
estesi, sono emerse nuove emergenze su scala planetaria. A fronte di tutto
questo, tanto gli approcci etico-culturali quanto il riformismo verde si sono
rivelati inadeguati e impotenti: nessun nuovo modello di sviluppo sarà
possibile senza un nuovo modo di produzione, senza il rovesciamento del
capitalismo.
In definitiva, a dieci
anni dal crollo dell’URSS, la ricomposizione capitalistica dell’unità del mondo
non si è affatto tradotta in un universo pacificato e più stabile, ma in
un’accentuazione della crisi internazionale.
Questo quadro generale
di crisi e regressione rivela una volta di più il carattere utopico di ogni
progetto riformistico.
L’idea
di "governi riformatori" favorevoli ai lavoratori; di un possibile
capitalismo “equo” imbrigliato dalle regole di una “società civile
progressista”; di una riforma pacifista dell’ordine mondiale, fondata su una
rivalutazione dell’ONU e sospinta dalla cultura gandhiana della
"non-violenza", rappresentano, oggi più che mai, un’illusione
impotente. Non una via concreta di costruzione di un altro mondo possibile, ma
la rassegnazione di fatto a questo mondo reale, seppur nutrita di sogni.
Il
V Congresso del nostro partito è chiamato dunque a rimuovere e a contrastare
ogni utopia riformista assumendo un nuovo orizzonte strategico, apertamente
anticapitalista e rivoluzionario.
Un
altro mondo è possibile. Si chiama Socialismo. Non si tratta solo di evocarne
il nome ma di recuperarne il programma generale quale unica vera risposta alla
crisi dell’umanità.
Solo
l’abolizione della proprietà privata, a partire dai duecento colossi
multinazionali che oggi dominano l’economia del mondo. Solo una economia
mondiale democraticamente pianificata liberata dal dominio del profitto; solo
la conquista del potere politico da parte delle classi subalterne come leva
decisiva della transizione, possono creare le condizioni di un nuovo “modello
di sviluppo”: che liberi nuove relazioni tra gli uomini e i popoli, un nuovo
rapporto dell’uomo con l’ambiente, un controllo degli indirizzi e delle
applicazioni della scienza in funzione delle qualità della vita quale nuova
frontiera del progresso. Recuperare e attualizzare dunque il programma
originario del comunismo e della rivoluzione d'Ottobre come scenario di
liberazione dell’umanità, scevro da ogni retaggio burocratico staliniano, è
compito centrale dei comunisti e del nostro partito. Assumendolo come bussola
di una nuova impostazione strategica che riconduca gli obiettivi immediati di
ogni lotta e di ogni movimento alla necessità della rivoluzione sociale.
Peraltro
proprio l’inizio di ripresa oggi della lotta di classe e dei movimenti di massa
nel mondo (ciò che nel partito abbiamo chiamato “il disgelo”) -sintomo dopo
vent’anni dalla crisi di egemonia delle politiche dominanti - rappresenta una
straordinaria occasione di rilancio della prospettiva socialista presso la
giovane generazione: come risposta rivoluzionaria nel cuore dei movimenti, alle
loro stesse domande sociali ambientali, democratiche, di pace, tutte
incompatibili, nelle loro istanze profonde, con l'attuale ordine borghese. Non
si tratta allora di abbandonarsi alla mistica retorica dei movimenti, tantomeno
di disperdere la centralità di classe: si tratta di ricondurre il prezioso
sentimento antiliberista della giovane generazione ad una chiara prospettiva di
classe anticapitalista. La sola che possa offrire un futuro ai movimenti
stessi; la sola che possa svilupparli oggi sul terreno della mobilitazione
contro l’imperialismo e la guerra fuori da ogni illusione pacifista; la sola
che possa fondare il riferimento alla classe operaia a al mondo del lavoro
nella sua nuova composizione ed estensione, quale soggetto centrale del blocco
storico alternativo. Da qui la necessità di una battaglia nei movimenti per
l’egemonia di classe: che non è autoimposizione burocratica ma lotta aperta e
leale per la prospettiva socialista contro quelle culture neoriformiste che
conducono i movimenti stessi nel vicolo cieco della sconfitta. Il complesso
lavoro di rifondazione di un’internazionale comunista e rivoluzionaria che
assuma la battaglia per l’egemonia anticapitalistica su scala mondiale è tanto
più oggi una necessità di fondo per i comunisti.
L’esperienza
degli ultimi tre anni successivi al IV congresso mostra come il passaggio
all’opposizione in se e per se non abbia risolto nessuno dei problemi di fondo
del nostro partito. Il Prc arriva a questo nuovo congresso con un radicamento
sensibilmente ridotto, con un calo della militanza e del tesseramento, con una
crisi evidente delle proprie strutture.
Paradossalmente, lo stesso esplodere del movimento
antiglobalizzazione e l’inizio di una ripresa delle mobilitazioni operaie e
giovanili non ha migliorato la situazione. Al contrario, l’essenza delle
proposte che oggi avanzano nel partito consiste nel tentativo di risolvere la
crisi politica e organizzativa del Prc con una evidente “svolta” movimentista,
la quale razionalizza e giustifica l’abbandono della prospettiva di costruire
un partito comunista rivoluzionario in grado di lottare per conquistare una
posizione dirigente nel movimento operaio italiano.
In realtà la svolta non viene effettuata verso “il
movimento”, ossia verso le centinaia di migliaia di persone che sono state
toccate dalle mobilitazioni contro il G8 e contro la guerra, ma verso i settori
dirigenti dei Social Forum che ne rappresentano in realtà il settore più
burocratico e moderato, lontano mille miglia dalle reali aspirazioni
anticapitalistiche che costituiscono la forze motrice del movimento stesso.
Al tempo stesso, nonostante la dichiarata “svolta a
sinistra” verso il movimento, la linea proposta rimane prigioniera di una
prospettiva riformista, che si esprime chiaramente sia nel rifiuto di
un’analisi onesta della politica seguita in questi anni, sia nella prospettiva
indicata, sia pure tra le righe, di un rilancio dell’alleanza con l’Ulivo una
volta che si siano riequilibrati i rapporti di forza nella sinistra, sulla base
di un “programma riformatore” che riecheggia le esperienze fallimentari del
1996-98.
L’elemento nuovo, che ci spinge a parlare di pericolo di
disgregazione politica e organizzativa del Prc, è l’emergere di questo
radicalismo movimentista, che dietro a espressioni talvolta molto altisonanti
(che oggi abbondano nella propaganda e nelle pubblicazioni del partito)
nasconde una sostanziale incapacità di prospettare una seria battaglia
egemonica e di lunga durata, ed esprime nel modo più chiaro la perdita di
radicamento proletario del nostro partito.
Al contrario, proprio la ripresa dei movimenti impone con
urgenza il rilancio del ruolo del partito, delle idee rivoluzionarie comuniste,
la costruzione di forti strutture, di quadri formati, in una parola di un Prc
in grado di lottare su ogni fronte, dal movimento antiglobalizzazione alle
lotte sindacali, al movimento studentesco, e che sia in grado di dare al
movimento quello che nessun movimento potrà mai esprimere in forma compiuta: un
programma di trasformazione sociale e gli strumenti per la sua attuazione.
Altrimenti, il rischio è quello di vedere anche la prossima, inevitabile fase
di lotte contro il governo Berlusconi, incanalata e egemonizzata dalle
burocrazie sindacali e dai Ds, ripetendo così l’esperienza dell’autunno ‘94,
quando la linea suicida della “sospensione della critica” allora proposta e
praticata dal gruppo dirigente permise a queste stesse forze di deviare il
movimento e di portarlo ad arenarsi, spalancando la strada non a un’alternativa
di classe ma alla collaborazione di classe incarnata dal governo Dini e poi dal
centrosinistra.
La difesa intransigente di un programma di indipendenza di
classe è quindi la prima e indispensabile condizione affinché il Prc possa
avanzare in questo nuovo contesto. Tuttavia il Prc è oggi più debole e meno
radicato di quanto non fosse in passato. Le divisioni che si sono aperte tanto
nei Ds che nella Cgil segnalano indubbiamente una crisi politica e di strategia
nella quale il Prc si può inserire con profitto.
Accanto al nostro apparato rivendicativo e programmatico, è
quindi necessario sviluppare la tattica necessaria per affrontare questa nuova
fase e rilanciare non solo a parole la nostra battaglia per l’egemonia nel
movimento operaio.
Da
qui la proposta di una vertenza generale attorno ai temi di un forte aumento
salariale per tutto il lavoro dipendente, del salario minimo garantito
intercategoriale, di un vero salario garantito ai disoccupati e ai giovani in
cerca di prima occupazione, dell’abolizione delle leggi di precarizzazione del
lavoro (v. “Pacchetto Treu” e le ulteriori leggi in materia introdotte dal
governo Berlusconi) con l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i
lavoratori precari, della riduzione generalizzata dell’orario. Questa proposta
di mobilitazione può e deve essere avanzata dal nostro partito in tutti i
luoghi di lavoro, in tutte le organizzazioni sindacali, sul territorio, nello
stesso movimento antiglobalizzazione: sostenendo le tendenze interne del
movimento che già oggi spingono per un suo impegno diretto a fianco dei
lavoratori e delle lavoratrici. E' proprio dalla ricomposizione unitaria di
lotta della giovane generazione, dal versante operaio in primo luogo come dal
versante antiglobalizzazione che può innescarsi la dinamica dell’esplosione
sociale contro il governo delle destre e le classi dominanti. Ricondurre a
questo sbocco tutto il lavoro di massa del partito, estendere il quadro delle
rivendicazioni ad ogni settore sociale colpito dalle politiche dominanti (v.
Immigrazione e Scuola), collegare il quadro delle rivendicazioni immediate a un
programma più generale di rottura con la proprietà capitalistica e lo Stato,
sviluppare in ogni movimento la coscienza politica anticapitalistica, questo è
l’impegno necessario dell’opposizione comunista per l’alternativa di classe.
E
in questo ambito il nostro partito non può teorizzare un principio di
adattamento silenzioso nei movimenti affidandosi passivamente a orientamenti e
scelte delle loro direzioni ma deve elaborare capacità di proposta su scelte
politiche piccole e grandi, in funzione della prospettiva anticapitalistica. La
tematica delle forme di lotta, a partire dalla necessaria difesa del diritto di
manifestare in piazza, contro ogni tentazione di ripiegamento; le questioni
legate all’autodifesa di manifestazioni pacifiche e di massa contro le
aggressioni violente da qualunque parte provengano; la tematica delle forme di
organizzazione dei movimenti e del loro sviluppo democratico oggi centrale nel
movimento antiglobalizzazione: sono terreni su cui il nostro partito non può
tacere in nome di un blocco incondizionato con le direzioni egemoni dei
movimenti. Ma deve avanzare indicazioni, certo collegate alla sensibilità degli
interlocutori e alla concretezza dei problemi, ma sempre ispirate a un unico
criterio di fondo: lo sviluppo della forza autonoma delle classi subalterne e
dei movimenti di massa in direzione di un’alternativa di società e di potere.
Come affermava Rosa Luxemburg: “La conquista del potere politico resta il
nostro scopo finale e lo scopo finale resta l’anima della nostra lotta.
La classe operaia non deve porsi nell’ottica [di chi dice] ‘Lo scopo
finale non è niente, è il movimento che è tutto.’ No, al contrario: il
movimento in quanto tale, senza rapporto con lo scopo finale, il movimento come
fine in sé non è niente, è lo scopo finale che è tutto.” (1898).
Solo
questo programma di alternativa anticapitalistica fonda la ragione politica
organizzativa del partito nel suo rapporto con i movimenti e la lotta di
classe. Un partito che si viva come pura rappresentanza istituzionale di
domande sociali, in funzione di una prospettiva di governo riformatore, si
priva di una funzione strategica indipendente e perciò mette a rischio, al di
là di ogni intenzione, la ragione stessa della sua esistenza. Privo di uno
specifico progetto anticapitalistica il partito smarrisce la ragione di una
propria distinzione rispetto al movimento. E così l’invito dell’apertura al
movimento, in sé importantissima, si trasforma in un rischio di dissoluzione
nel movimento stesso, o di trasformazione delle proprie strutture in indistinti
“luoghi di movimento”. Il risultato paradossale non è così il rafforzamento del
partito nel movimento ma all’opposto un principio di dispersione delle forze e
di loro sradicamento: a tutto danno sia del partito che del movimento stesso,
privato di un riferimento organizzato capace di indicazione e proposta.
La
logica proposta dalla maggioranza dirigente del PRC va dunque esattamente
capovolta. Il partito ha sì l’esigenza prioritaria di partecipazione piena ai
movimenti, senza distacchi dottrinari e anzi con la massima concentrazione in
essi delle proprie forze. Ma ne ha esigenza come partito cioè come
specifico progetto collettivo anticapitalista e rivoluzionario: ciò che
richiede una specifica strutturazione, specifici strumenti che possano
organizzare nei movimenti, a partire dalla classe operaia, la battaglia
collettiva per quel progetto. Ed anche il più ampio sviluppo della democrazia
interna del partito, condizione decisiva dell’elaborazione collettiva e della
stessa formazione dei quadri. In questo senso la funzione d’avanguardia del
partito non come imposizione burocratica, ma come progetto programmatico su cui
sviluppare consenso ed egemonia, è la condizione stessa del suo radicamento e
rafforzamento organizzativo.
(Bellotti-Giardiello-Donato-Letizia-Renda)
Tesi 15 - IMPERIALISMO ITALIANO
Nel
corso del decennio il capitalismo italiano ha lavorato ad aumentare la propria
partecipazione alla spartizione imperialistica del mondo. Questo è avvenuto sia
attraverso la partecipazione diretta ad imprese neocoloniali (guerra del Golfo,
due interventi in Albania - 1992 e 1996 -, intervento in Somalia, in Bosnia, in
Kosovo, e ora in Afghanistan), sia attraverso un relativo aumento del capitale
esportato (sono circa 500mila i posti di lavoro esportati all’estero
dall’industria italiana, in particolare nei Balcani).
L’imperialismo italiano, tuttavia, rimane tutt’ora
appesantito dalle tradizionali debolezze del capitalismo che lo sostiene:
scarsa presenza di grandi imprese, insufficiente concentrazione del capitale
rispetto ai principali paesi concorrenti, ecc. Anche dal punto di vista
strettamente militare, nonostante l’aumento delle spese militari già in corso e
quelli previsti in futuro, rimane una forza secondaria, incapace di giocare un
ruolo autonomo nei conflitti in corso e costretta ad accodarsi ai principali
protagonisti, magari tentando di sopperire col numero di uomini impiegati (come
è oggi il caso nei Balcani) a queste debolezze strutturali.
Pur restando inserita nel gruppo dei principali paesi
imperialisti, l’Italia conferma la propria posizione di “imperialismo
straccione”, costretto a inserirsi nei varchi aperti dai conflitti fra i “pesi massimi”
della politica mondiale, come confermano le ultime vicende relative
all’intervento militare in Afghanistan.
Nonostante negli anni ‘90 la classe dominante abbia
investito largamente sui tentativi di risanamento e razionalizzazione dei
propri tradizionali punti deboli, i risultati acquisiti non possono certo
considerarsi definitivi. Dieci anni costellati di finanziarie di lacrime e
sangue, privatizzazioni a tappeto, attacco alle pensioni e allo stato sociale,
attacchi diretti al salario, hanno solamente tamponato le falle più vistose, ma
non hanno certamente rovesciato la situazione generale del capitalismo
italiano, che all’interno della cerchia dei paesi a capitalismo avanzato rimane
uno degli anelli deboli.
Queste contraddizioni si riflettono anche nelle divisioni
del governo Berlusconi, che è chiaramente spaccato tra un’ala maggioritaria che
si offre a Bush come cavallo di Troia americano nell’Unione europea (vicenda
Airbus, conflitto con l’UE sulla giustizia, ecc.) e una minoritaria, capeggiata
da Ruggiero, che tenta di mantenere la strategia filoeuropea perseguita
dall’Ulivo negli scorsi anni.
Questa situazione di debolezza ha conseguenze ben precise:
di fronte alla crisi economica internazionale, di fronte a un accrescersi della
concorrenza internazionale sia sul terreno economico che su quello
diplomatico-militare, la borghesia italiana sarà costretta a cercare la
soluzione dei suoi problemi prevalentemente all’interno, sul piano dello
scontro diretto con la classe operaia italiana e le masse popolari in generale,
piuttosto che a cercare di scaricare all’esterno le proprie contraddizioni,
politica questa che risulta solo parzialmente applicabile precisamente per la
struttura relativamente debole del capitalismo italiano.
(Bellotti-Giardiello-Donato-Letizia-Renda)
Tesi 16 - PARTICOLARITA' DEL CASO ITALIANO
In Italia l’evoluzione del Pds/Ds ha avuto, assieme alle
caratteristiche comuni all’insieme della socialdemocrazia europea,
caratteristiche peculiari legate ad aspetti specifici della situazione politica
italiana. Essa infatti ha coinciso con il crollo della Democrazia cristiana e
dell’insieme della rappresentanza politica borghese, crollo che ha aperto una
fase estremamente instabile e confusa che dura ormai da un decennio, e che è
stata impropriamente definita la “transizione italiana”.
Per tutti gli anni ’90 un settore della classe dominante ha
lavorato sulla linea del cosiddetto Partito democratico, ossia della
costruzione di una forza politica liberaldemocratica capace di conquistare un
appoggio di massa nelle elezioni, e di dare alla borghesia italiana quel
partito liberale “di massa” che mai era riuscita a costruire in oltre un secolo
di storia dello Stato italiano. Questo progetto ha assunto forme diverse e
variabili, ma aveva al suo interno la costante ricerca del dissolvimento del
Pds prima e dei Ds poi all’interno del nuovo partito, recidendo così i loro
legami storici con il movimento operaio e portando in dote al nuovo partito una
parte significativa del proprio elettorato.
In base a questa prospettiva è maturata all’interno dei Ds
la cosiddetta linea ulivista, cioè la proposta che in un futuro più o meno
prossimo quel partito dovesse sciogliersi all’interno del partito democratico,
incarnato di volta in volta da Prodi, dall’Asinello, dalla coalizione ulivista
nel suo insieme, ecc.
Tuttavia questo progetto non aveva e non ha alcuna
possibilità di realizzarsi. Sia per fattori storici e di tradizione, sia per le
specifiche debolezze e distorsioni del capitalismo italiano anche in questa
fase, la rappresentanza politica borghese si è ricomposta non attorno a un
partito democratico, ma attorno a partiti come An, la Lega e soprattutto Forza
Italia. Questo riflette la storica debolezza della grande borghesia italiana,
in particolare sul terreno politico. In 140 anni della sua storia, essa ha
dovuto costantemente scendere a compromessi con altri settori sociali.
All’origine dello Stato unitario vi fu il compromesso con i resti delle vecchie
classi dominanti agrarie del mezzogiorno, successivamente fu l’accordo con gli
interessi specifici della gerarchia cattolica, poi il lungo periodo di
dominazione fascista, che significava un sostanziale esproprio della borghesia
dal controllo diretto del potere politico. La stessa Democrazia cristiana come
è noto rappresentò un compromesso tra un arco di forze che andavano dalla
borghesia mafiosa, alla gerarchia cattolica, a settori di sindacalismo e di
associazionismo, ecc., un compromesso cementato dalla repressione antioperaia e
anticomunista negli anni ’50 e dallo sviluppo economico del dopoguerra.
Crollata la Dc, la borghesia italiana si trova da ormai un
decennio a dover scegliere fra il minore fra due mali (relativi): o governare
attraverso la burocrazia operaia e in particolare sindacale (centrosinistra
nelle sue varie forme), con il vantaggio di poter puntare al mantenimento della
pace sociale, ma con lo svantaggio di dover accettare i tempi lunghi della
concertazione e un relativo potere di veto da parte dei vertici sindacali;
oppure governare attraverso le destre, certo più disposte ad applicare su vasta
scala misure antioperaie, ma con contraddizioni e peculiarità al loro interno
(conflitto d’interessi, rapporto privilegiato con la borghesia mafiosa, elementi
di populismo di destra, presenza del secessionismo leghista, ecc.) e
soprattutto con il rischio permanente di scatenare un conflitto sociale
esplosivo e su vasta scala, come fu nel 1994.
Il passaggio da una posizione all’altra non corrisponde
affatto a un “disegno strategico” maturato in chissà quale segreta stanza del
potere, ma è il frutto dell’adattamento alle circostanze che da sempre è la
prima caratteristica del rapporto fra la borghesia e la lotta politica.
Sconfitto Berlusconi nel 1994 era giocoforza scegliere la
coalizione avversa; logorato l’Ulivo nei cinque anni di governo, era
altrettanto naturale orientarsi nuovamente al polo delle destre.
In questo decennio, tutti i tentativi centristi, sia di
matrice cattolica che laica sono crollati rapidamente, ultimo l’esperimento di
D’Antoni e Andreotti con Democrazia europea. La causa profonda di questi
fallimenti è da ricercarsi nella polarizzazione sociale e politica che sia pure
in modo tortuoso e complesso ha caratterizzato la società italiana in questo
decennio.
(Bellotti-Giardiello-Donato-Letizia-Renda)
Tesi 18 - SUL "GOVERNO DELLA
SINISTRA PLURALE"
La
prospettiva avanzata del governo della sinistra plurale sulla base di un
programma riformatore come soluzione post-Berlusconi non solo nega la necessità
di un bilancio ma ripropone, nella sua sostanza di fondo, la politica di 10
anni. Il fatto di perseguirla dal versante dei movimenti, non solo non muta la
sua natura, ma rappresenta un danno profondo per i movimenti stessi e per il
futuro delle loro ragioni.
La
proposta strategica della sinistra plurale di governo rappresenta un errore
profondo ed è gravida di grandi rischi per il nostro stesso partito. Dopo aver
perseguito per dieci anni senza successo la contaminazione prima del polo
progressista poi del Centrosinistra, non possiamo riproporre, come se nulla
fosse accaduto, il medesimo indirizzo di fondo; se non ripercorrendo un
sentiero già battuto e già fallito. Non solo in Italia ma nel mondo.
Sul
piano nazionale l'esperienza della sinistra plurale è già stata vissuta dal
nostro partito in occasione del blocco col Polo progressista del '94 (DS,
Verdi, Rete di Orlando, PRC). Il programma testuale su cui si realizzò (v.
Liberazione, 4/2/94) rivendicava entro "una competizione per il governo
del Paese" "una presenza autorevole e solida dell'Italia sui
mercati e nel contesto internazionale" e l'appello "a quelle
forze del mondo imprenditoriale che hanno a cuore la crescita sociale, civile,
democratica dell'Italia". Su questa base proponeva di "coniugare
l'equità sociale con le ragioni dell'efficienza e del mercato" di
"promuovere quando sia il caso le privatizzazioni", di operare
il "risanamento del disavanzo che implicherà austerità" seppur
con "l'impegno a garantire che i sacrifici siano ripartiti con
giustizia". La vittoria elettorale di Berlusconi impedì la
sperimentazione di questo programma di governo, preservando il PRC
all'opposizione sino al '96. Ma quel programma rifletteva e riflette l'unico
profilo possibile di una sinistra plurale di governo con l'apparato DS: quello
che subordina gli interessi del movimento operaio alle esigenze del capitalismo
italiano.
Sul
piano internazionale l'esperienza in corso della sinistra plurale di governo in
Francia (PS-PCF- Verdi) è stata ed è inequivocabile. Se il primo governo della
sinistra plurale francese ('81-'83) sotto la guida di Mitterand aveva
accompagnato austerità e sacrifici dei lavoratori col linguaggio formale della
tradizione riformista, il governo Jospin ha accompagnato austerità e sacrifici
col linguaggio liberale (temperato) delle privatizzazioni e della flessibilità.
E' la riprova che nel quadro attuale della crisi capitalistica e della
competizione globale, un governo di "sinistra plurale" non
differisce, nella sostanza del suo indirizzo, da un ordinario governo borghese
liberale. Anche per questo aver invocato dopo le ultime elezioni politiche un
"Mitterand italiano", aver a lungo esaltato il governo Jospin
(che "contesta l'intera logica della flessibilità e introduce
direttamente nell'economia il parametro della difesa degli interessi dei
lavoratori" come dichiara il segretario del PRC sull'editoriale di
prima pagina del 29/9/99) ha rappresentato un errore profondo che è giusto
riconoscere.
Il
fatto di perseguire la prospettiva del governo riformatore di sinistra plurale
come sbocco dei movimenti e della loro azione “contaminante” non muta
minimamente la valenza negativa della proposta. Anzi, per molti aspetti,
l’aggrava. Invece di orientare il lavoro di massa in direzione dell'autonomia
dei movimenti dal Centro borghese liberale, assume i movimenti come leva di
pressione sull’apparato D.S. e dell'Ulivo. Invece di liberare il movimento e i
movimenti da ogni illusione di poter contaminare i liberali, si promuove nel
movimento quella stessa illusione. E’ l’esatto capovolgimento di una politica
autonoma di classe. E soprattutto è un danno profondo al movimento e alle sue
ragioni: perché nessuna delle ragioni di fondo dei movimenti di massa, sia dal
versante operaio, sia dal versante antiglobalizzazione, potrebbe trovare
soddisfazione in un governo borghese di sinistra plurale.
Per
l'insieme di queste ragioni, quella prospettiva va apertamente ed
esplicitamente respinta dal V Congresso del nostro partito.
(Bellotti-Giardiello-Donato-Letizia-Renda)
Tesi 19 - OPPOSIZIONE ALLA DESTRA,
FRONTE UNICO E RUOLO DEI COMUNISTI
La fase che si apre presenta indubbiamente enormi
possibilità di espansione del radicamento per il nostro partito. La crisi delle
politiche di collaborazione di classe sia a livello sindacale (crisi della
concertazione) sia a livello politico (sconfitte elettorale del
centrosinistra), il processo di ripresa delle mobilitazioni sociali, il
contesto internazionale, tutto questo concorre a smuovere la coscienza di
massa, a rimettere in discussione fra milioni di persone le convinzioni e i
pregiudizi cristallizzatisi negli anni scorsi.
La difesa intransigente di un programma di indipendenza di
classe è la prima e indispensabile condizione affinché il Prc possa avanzare in
questo nuovo contesto. È necessario, tuttavia, comprendere come sarà difficile,
per non dire impossibile, che l’attuale crisi di direzione in cui si trova il
movimento operaio dopo il fallimento del centrosinistra possa essere risolta
attraverso una semplice accumulazione di consenso crescente da parte del nostro
partito. Il Prc, a causa degli errori commessi negli scorsi anni, è oggi più
debole e meno radicato di quanto non fosse in passato. L’autorità del partito è
stata fortemente compromessa agli occhi di ampi settori, mentre per altri essa
è ancora tutta da conquistare. Al tempo stesso, nonostante la crisi profonda
nella quale versano i Ds, è evidente che la presa di quel partito sui
lavoratori organizzati rimane largamente maggioritaria. Le divisioni che si
sono aperte tanto nei Ds che nella Cgil segnalano indubbiamente una crisi
politica e di strategia nella quale il Prc si può inserire con profitto, ma è
indubbio che anche nei settori più organizzati e tradizionalmente
d’avanguardia, così come pure fra la nuova generazione operaia in via di
radicalizzazione, il nostro partito gode di un consenso che è fatto soprattutto
di generica simpatia, di consenso d’opinione, ma raramente viene considerato
come una struttura in grado di organizzre e condurre una battaglia sistematica
contro le posizioni maggioritarie nella sinistra e nel movimento sindacale.
Accanto al nostro apparato rivendicativo e programmatico, è
quindi necessario sviluppare la tattica necessaria per affrontare questa nuova
fase e rilanciare non solo a parole la nostra battaglia per l’egemonia nel
movimento operaio.
In questo contesto le linee essenziali sulle quali insistere
potrebbero essere:
1) La questione della “rottura al centro”.
Questa parola d’ordine, correttamente agitata in alcune occasioni, non è poi
mai stata sviluppata e approfondita. Proporre la rottura al centro significa
tradurre in una proposta politica la conscienza, largamente diffusa, del
fallimento del centrosinistra. Dobbiamo spiegare costantemente, argomentando da
tutti i possibili punti di vista, come la crisi della sinistra, che ha condotto
alla vittoria di Berlusconi, non può venire superata se non rompendo
radicalmente con le politiche borghesi e di conseguenza con i partiti (oggi
fondamentalmente la Margherita) che ne sono stati il principale veicolo nella
coalizione del centrosinistra. Alla sinistra Ds, che indica come risposta alla
sconfitta elettorale, l’allargamento della coalizione a Di Pietro e a
Rifondazione, dobbiamo rispondere che qualsiasi accordo col Prc è a priori
incompatibile con le contemporanee alleanze al centro. La costante della nostra
posizione verso i Ds e le altre forze di sinistra (ad es. il Pdci) dovrebbe
quindi essere di porli costantemente di fronte all’alternativa se allearsi col
centro contro il Prc o se rompere col loro precedente orientamento.
2) La questione del fronte unico e dell’unità d’azione nei
movimenti. In un contesto nel quale la Cgil, la Fiom o
altri settori di burocrazia si trovano a promuovere, sia pure timidamente e
strumentalmente, alcune mobilitazioni, cambia in modo significativo il quadro
rispetto alla condizione prevalente negli ultimi anni. Senza mai dimenticarci
che per i comunisti il movimento operaio non è qualcosa che viene acceso o
spento da qualche dirigente, sia pure “di sinistra”, senza mai dimenticarci che
il nostro compito non è aspettare il “permesso” di Sabattini o Cofferati per
promuovere le mobilitazioni, dobbiamo cogliere con tutte e due le mani le
occasioni che questa nuova situazione ci offre. Sia sul terreno strettamente
difensivo (art. 18, difesa dei contratti nazionali, ecc.) sia su quello
offensivo (recupero salariale, lotta alla flessibilità e alla precarizzazione)
dobbiamo costantemente sfidare sul terreno della mobilitazione i nostri
avversari nel movimento operaio, dimostrandoci capaci di portare avanti nel
modo più efficace e combattivo anche le battaglie limitate che oggi i dirigenti
della Cgil sono costretti a organizzare (es. la lotta dei metalmeccanici), al
tempo stesso rifiutando di agire come semplice massa di manovra o forza
aggiuntiva, non rinunciando mai al nostro diritto di critica e di proposta
alternativa e soprattutto cogliendo ogni occasione per spingere la
mobilitazione oltre i limiti imposti dalle burocrazie.
Questo vale innanzitutto sul terreno sindacale, ma domani
sarà indubbiamente valido anche in altri campi, considerato il programma di
offensiva a 360 gradi del governo Berlusconi, che non minaccia quindi solo i
diritti sindacali in senso stretto, ma anche i diritti delle donne, gli
immigrati, la scuola pubblica, ecc.
Va infine sottolineato come la politica del fronte unico, o
per usare un altro termine, dell’unità d’azione, deve sempre essere funzionale
alla crescita della nostra influenza, a guadagnarci l’ascolto di settori vasti
al di fuori del nostro partito, ad aprire contraddizioni nel fronte avversario.
Non può quindi essere trasformata in un feticcio o in un dogma, ed è evidente
che vi sono situazioni e contesti nella quale essa deve passare in secondo
piano o, addirittura, diventa completamente inservibile, e deve lasciare spazio
alla pura e semplice iniziativa di mobilitazione diretta sotto le bandiere e le
parole d’ordine del nostro partito.
3) Quale alternativa al governo delle destre. Lo
scontro tra il governo Berlusconi e il movimento operaio è solo all’inizio, ed
è impossibile prevedere quali saranno i ritmi, le modalità e soprattutto gli
esiti. È chiaro tuttavia che se un nuovo ciclo di lotte riuscirà a mettere in
crisi o addirittura a rovesciare le destre al governo, assisteremo all’ennesimo
tentativo di ingabbiare i lavoratori nella collaborazione di classe e in una
qualche riedizione aggiornata del centrosinistra. Quali che siano le varie
combinazioni che si presenteranno, la nostra alternativa dovrà ruotare attorno
al concetto che solo un governo che si basi direttamente sulla classe
lavoratrice e che risponda ad essa, dotato di un programma anticapitalista può
dare una reale risposta alle contraddizioni generate dalla crisi del
capitalismo internazionale e italiano. Su questa linea dovremo lavorare alla
rottura della collaborazione di classe, sfidando le altre forze della sinistra
alla rottura col centro così come oggi le dobbiamo sfidare sul terreno
dell’opposizione e della mobilitazione contro le destre.
(Bellotti-Giardiello-Donato-Letizia-Renda)
Tesi 20 - CRISI E DERIVA DS
Negli anni ’80 e ’90 abbiamo visto ovunque la crisi e il
crescente slittamento delle forze socialdemocratiche su posizioni sempre più
moderate. Gli anni ’90 hanno visto i partiti dell’Internazionale socialista
andare al governo, da soli o in coalizione, in tutti i paesi principali
dell’Unione europea, ad eccezione della Spagna, dove la destra è tornata al
potere dopo 17 anni di governo socialista.
Ovunque i gruppi dirigenti della socialdemocrazia hanno
adottato questa o quella variante del liberalismo, ovunque le correnti di
sinistra interne alla socialdemocrazia sono state messe in crisi e, per tutta
una fase, virtualmente cancellate dalla scena: da Lafontaine in Germania, alla
sinistra laburista.
Riassumendo in una frase, si può parlare del passaggio della
socialdemocrazia da una politica di riforme a una di controriforme. Questo
cambiamento è conseguenza di tre fenomeni, strettamente collegati:
1)
Il mutato contesto economico rispetto agli anni
’50 e ’60, periodo “classico” della costruzione del welfare state in Europa. La
competizione internazionale è sempre più intensa e l’Europa per fronteggiare la
concorrenza Usa è costretta a incidere profondamente sulle conquiste sociali
delle generazioni precedenti.
2)
Il cambiamento dei rapporti internazionali, con
il crollo dell’Unione sovietica che ha oggettivamente indebolito le possibilità
del movimento operaio in Europa occidentale di ottenere mediazioni favorevoli
nella lotta di classe.
3)
Il riflusso dell’ondata di lotte degli anni ’60
e ’70, riflusso che a partire dalla metà degli anni ’80 ha visto la borghesia
riconquistare definitivamente l’iniziativa sia all’interno delle aziende che
sul terreno politico più in generale.
L’insieme
di questi fattori ha portato l’insieme della socialdemocrazia a uno slittamento
verso destra quale obiettivamente non si vedeva da diversi decenni. Sarebbe
tuttavia sbagliato vedere in questo fenomeno qualcosa di radicalmente nuovo, o
un cambiamento qualitativo rispetto alla storia passata della socialdemocrazia
internazionale. L’idea assai diffusa nella sinistra “radicale” e anche nel
nostro partito, secondo la quale oggi la socialdemocrazia avrebbe subito uno
“sradicamento” dalla propria base nel movimento operaio si basa su una
valutazione puramente impressionistica dei fenomeni sopra accennati.
L’essenza della socialdemocrazia, infatti, non è né è mai
stata quella di proporre “le riforme” sempre e comunque, oppure quella di
prefigurare una linea gradualista, ma pur sempre orientata alla transizione
socialista. Sostenere questa analisi significa in ultima analisi idealizzare la
socialdemocrazia del passato, la quale invece non si è mai fatta scrupoli nel sostenere
le peggiori politiche della borghesia, in particolare nei periodi di crisi
sociale ed economica (basti pensare alle responsabilità della socialdemocrazia
nella Prima guerra mondiale, nella repressione della rivoluzione tedesca del
1919, nelle imprese coloniali dell’imperialismo francese e britannico in
particolare, ecc.)
Allo stesso modo, tentare di individuare differenze
qualitative tra la cosiddetta linea”jospiniana” e quella “blairiana”, vedendo
in queste politiche una diversa matrice di classe (operaia e socialdemocratica
la prima, borghese e liberaldemocratica la seconda) significa idealizzare la
linea del Psf, a dispetto dei fatti e delle evidenze. Le differenze che
indubbiamente esistono vanno infatti ricondotte non a una diversa base di classe
di questi partiti, ma alle diverse condizioni politiche e sociali della
Francia, nella quale non si è ancora spenta l’onda lunga delle mobilitazioni
del 1995-96, che hanno lasciato una lunga scia di lotte sindacali e non solo e
un generale fermento nel movimento operaio e giovanile in Francia, del quale il
governo Jospin ha dovuto tenere in parte conto.
L’essenza della politica socialdemocratica, ossia della
politica e dell’ideologia degli apparati che dominano il movimento operaio e
sindacale, è sempre stata quella di “rappresentare”, mediare e trattare gli
interessi della classe lavoratrice all’interno delle compatibilità economiche e
politiche del sistema capitalista. L’aspetto dominante della politica
socialdemocratica non sono quindi le “riforme”, ma è l’adattamento passivo a
questa società. La socialdemocrazia è stata pacifista nei periodi di pace, ha
accettato la guerra nei periodi di conflitti, è stata keynesiana nel periodo di
espansione economica postbellica e liberista negli ultimi due decenni. In
questo senso, non si distingue affatto da qualsiasi altro partito democratico
borghese. L’aspetto decisivo che la distingue è la propria capacità di
egemonizzare e controllare la classe lavoratrice, non solo e non tanto nel
senso di conquistarne i voti nelle elezioni, ma di controllare le
organizzazioni dei lavoratori a partire dai sindacati e di esercitare quindi un
controllo sulle loro mobilitazioni.
Va di moda in questi anni sottovalutare questo aspetto della
socialdemocrazia, e più volte si è parlato in varie forme di svolta liberale,
di sradicamento “definitivo” di partiti quali i Ds o il Labour dal movimento
operaio, ecc. Tutte queste analisi hanno il limite di essere del tutto statiche
e formali, di limitarsi cioè ad indicare una serie di aspetti evidenti
dell’evoluzione politica e ideologica delle burocrazie sindacali e
socialdemocratiche, senza però scendere sul terreno dell’analisi concreta dei
rapporti di classe.
La domanda che dovremmo porci è: ammesso che la
socialdemocrazia si fosse effettivamente trasformata in un partito
liberaldemocratico, attraverso quali canali si esprime oggi l’organizzazione
politica della classe lavoratrice? Possiamo affermare seriamente che in
Italia, Germania, Grecia, Spagna, Gran Bretagna, ecc. le uniche forze politiche
che hanno un legame con la classe lavoratrice sono i partiti comunisti (che nel
caso della Gran Bretagna è semplicemente inesistente, e in quasi tutti gli
altri paesi, inclusa l’Italia, vedono una forte crisi del proprio radicamento
operaio)?
L’egemonia socialdemocratica sul movimento operaio può
mutare anche profondamente le proprie forme, può attraversare momenti di crisi
e di caduta verticale della propria autorità (come è stato il caso dell’Italia
negli scorsi due anni), ma non verrà cancellata, né può semplicemente crollare
su se stessa, senza lasciare nulla e limitandosi ad aprire una voragine
politica. Essa può sparire solo se verrà costruita un’alternativa conseguente,
comunista e rivoluzionaria che sappia soppiantarla attraverso una battaglia
sistematica e di lunga durata per quella che veniva in passato definita “la
conquista della maggioranza”, ossia la conquista da parte dei comunisti di una
posizione dirigente riconosciuta nei settori decisivi della classe lavoratrice,
a partire dalle sue avanguardie.
Le teorizzazioni sulla natura “liberale” della
socialdemocrazia in realtà rimuovono questo problema, mascherandosi sotto un
radicalismo puramente verbale, che domani facilmente lascerà il posto
all’errore opposto, ossia a un adattamento di tipo opportunista alle correnti
“di sinistra” della socialdemocrazia e dell’apparato sindacale una volta che
queste comincino a rivitalizzarsi. Di questo pericolo vediamo già oggi chiari
sintomi nella linea seguita dal Prc sul terreno sindacale verso elementi come
Sabattini e altri dirigenti sindacali che hanno cominciato a criticare, sia
pure in modo ambiguo e parziale, la linea concertativa dei Ds e della Cgil.
In questo contesto, i risultati del congresso dei Ds
appariranno ben presto assai precari per tutti i suoi protagonisti. La
contraddizione che si è espressa più forte che mai tra apparato sindacale e
apparato di partito non può essere facilmente risolta. L’aspetto decisivo è che
la linea di D’Alema e Fassino si rivelerà sempre più difficile da praticare.
L’”opposizione governante” si troverà a dover fare i conti da un lato con
l’aggressività del governo Berlusconi e della classe dominante, che sta utilizzando
tutte le leve a sua disposizione per spingere a un’accelerazione dello scontro;
dall’altro, la burocrazia sindacale non può stare a guardare l’opera di
demolizione che il governo intende fare non solo e non tanto dei diritti dei
lavoratori, ma direttamente del potere dello stesso apparato sindacale. Abbiamo
già visto sia in occasione delle giornate di Genova, sia dello sciopero dei
metalmeccanici come la corrente dalemiana si sia trovata presa tra i due fuochi
e costretta a contraddirsi platealmente nel giro di poche ore. Nel caso di
Genova con l’episodio vergognoso della partecipazione poi ritirata alla
manifestazione del 21 luglio; nel caso dei metalmeccanici con il rifiuto di
votare un ordine del giorno di solidarietà, rifiuto che poi hanno tentato di nascondere
presentandosi in piazza durante la manifestazione di novembre. Questi salti
mortali indicano come la linea che si prefiggono di percorrere sia in realtà
impraticabile, e questo significa che nuove divisioni e nuove crisi si
apriranno in quel partito, particolarmente quando la tensione sociale crescente
si esprimera in tutta la sua forza nelle prossime mobilitazioni.
In questo nuovo contesto si possono aprire enormi
possibilità per il Prc di conquistare maggiore radicamento e consenso nella
classe lavoratrice e nei movimenti giovanili. Lo sviluppo delle mobilitazioni
creerà un terreno estremamente favorevole, nel quale sarà sempre più difficile
per i dirigenti dei Ds e della Cgil nascondere il loro operato agli occhi delle
masse. La rottura della solidarietà burocratica tra le varie correnti dei Ds
aprirà ulteriori spazi per il nostro inserimento.
Tutto
questo, però, potrà giovare al Prc solo a due condizioni:
1)
Che sappiamo mantenere una completa indipendenza
politica e di iniziativa, sviluppando il nostro apparato rivendicativo e
lavorando coerentemente e con continuità alla costruzione della mobilitazione,
legandoci ai settori più avanzati e contribuendo a creare i necessari strumenti
di autorganizzazione delle lotte e di battaglia interna al movimento sindacale.
2)
Che si coniughi questo con la
comprensione che il ruolo tutt’ora maggioritario delle correnti
socialdemocratiche nel movimento operaio ci obbliga a un’applicazione coerente
e sistematica della tattica del fronte unico, muovendo dalle attuali battaglie
difensive (Articolo 18, scuola pubblica, ecc.) per far penetrare in settori
sempre più vasti la coscienza della necessità di una controffensiva a tutto
campo, che sia sul piano delle rivendicazioni che su quello delle forme e della
radicalità della lotta sia all’altezza dell’attacco portato dall’avversario.
(Bellotti-Giardiello-Donato-Letizia-Renda)
Tesi 22 - PER LA CACCIATA DEL
GOVERNO BERLUSCONI
Il governo
Berlusconi riassume al suo interno tutte le peggiori tradizioni reazionarie della
borghesia italiana. Il suo programma, le tradizioni dei partiti che lo
compongono, il personale politico che viene posto in prima fila, tutto spinge
questo governo all’offensiva antioperaia e reazionaria.
Il contesto
economico nazionale e internazionale accentua questa spinta, che oggi viene
alimentata senza sosta dai portavoce e dai centri di potere decisivi della
classe dominante: Banca d’Italia, Confindustria, la gran parte della “grande
stampa”, ecc.
Questo è anche il terreno su
cui si tenteranno di ricomporre le contraddizioni esistenti nel governo e nel
blocco di forze sociali che lo sostengono. La linea del governo si propone
quindi di affondare il colpo isolando la Cgil in una sorta di ripetizione degli
anni ‘50.
La domanda che
si pone è quali siano le possibilità di applicazione di questa politica, e
quali possano essere gli elementi di contrasto. In passato abbiamo visto
governi reazionari come quelli di Reagan e Thatcher affermarsi nelle elezioni e
aprire poi un lungo ciclo di reazione più o meno aperta, che si prolungò
all’incirca per 15 anni.
Oggi tuttavia
le condizioni sono radicalmente diverse. Le politiche reazionarie degli anni
‘80 si affermarono solo dopo aver battuto sul campo importanti mobilitazioni
operaie nei primi anni di quel decennio: lo sciopero dei minatori inglesi, la
lotta della Fiat in Italia e la lotta per la scala mobile, lo sciopero dei
controllori di volo in Usa, ecc. Non è sufficiente quindi una vittoria
elettorale (che per giunta in Italia è giunta in primo luogo per l’unificazione
delle destre, e non per un aumento del loro consenso elettorale): perché la
reazione si dispieghi in tutta la sua forza è necessario che conquisti sul
campo della lotta di classe una vittoria significativa, che metta il movimento
operaio in uno stato di demoralizzazione e di ritirata. Oggi non solo questo
non è avvenuto, ma la situazione è opposta a quella dei primi anni ‘80: allora
il movimento operaio vedeva le ultime fiammate delle lotte degli anni ‘60 e
‘70, in un contesto nel quale una generazione di lavoratori cominciava a
perdere fiducia nelle proprie forze, dopo aver toccato livelli altissimi di
mobilitazione. Oggi, al contrario, siamo di fronte all’inizio di un nuovo
ciclo, che vede una nuova generazione operaia entrare nella scena della lotta
di classe.
I tentativi di
utilizzare metodi apertamente repressivi, come si è visto nelle giornate di
Genova, rischierebbero di portare a un’esplosione sociale generalizzata.
D’altra parte, l’idea che un’offensiva generalizzata possa affermarsi
attraverso metodi concertativi è destinata a fallire: al di là delle parole il
governo non ha nulla da offrire alla burocrazia sindacale, in particolare a
quella della Cgil, e se questa accettasse di chiudere il contenzioso sull’art.
18 con un nuovo tradimento simile a quello del 31 luglio del 1992, si aprirebbe
allora la possibilità a breve termine di una esplosione spontanea di lotte pari
se non più profonda di quella dell’“autunno dei bulloni”.
S’impone
quindi una conclusione: oggi la reazione, rappresentata da questo governo, ha
conquistato un vantaggio solo molto relativo con la vittoria elettorale, e non
è affatto egemone nella società, né ha piegato in modo definitivo i rapporti di
forza a proprio favore. Gli anni che si preparano non sono anni di riflusso, ma
anni di rinnovata polarizzazione sociale e politica, di ripresa del conflitto
sociale, un periodo nel quale una e più volte il movimento operaio avrà
l’occasione di dimostrare quali siani i veri rapporti di forza nella società.
Peraltro, nonostante le
difficoltà, vasti sono gli spazi per la costruzione di un'opposizione radicale
di massa al governo delle destre. Nonostante il suo più forte insediamento, il
governo Berlusconi non è nato sull'onda di un'espansione del consenso nella
società italiana, ma sullo sfondo di un arretramento della coalizione delle
destre rispetto al '94 e al '96. Parallelamente, nonostante i colpi subiti si
moltiplicano nell'ultima fase i segni di ripresa del movimento operaio a
partire dalla grande mobilitazione dei metalmeccanici con l'affacciarsi sul
campo di una nuova generazione operaia. E questa ripresa di classe, seppur
fragile ancora, si combina a sua volta con la continuità e lo sviluppo di un
movimento antiglobalizzazione, prevalentemente giovanile, che ha acquisito in
Italia un carattere di massa più ampio che in altri Paesi europei. Inoltre, in
particolare a ridosso dei fatti di Genova, si è sviluppato un processo di
attiva sensibilizzazione antigovernativa di settori rilevanti di popolo della
sinistra, a sostegno del movimento antiglobalizzazione e richiamati da una
sincera preoccupazione democratica (v. le manifestazioni del 24 luglio). Tutti
questi fattori non innescano di per sé meccanicamente l'opposizione di massa al
governo, ma misurano un potenziale di controffensiva al suo programma
reazionario che si appoggia su una base sociale e politica più ampia che in
passato. Il nostro partito ha il compito di raccogliere e sviluppare queste
potenzialità, ricomponendole attorno a un programma e a un obiettivo di sbocco
unificante.
Per questo, tanto più oggi,
non possiamo attestarci sulla routine dell'opposizione parlamentare combinata
con la lode della spontaneità dei movimenti. Ma dobbiamo favorire entro
l'esperienza viva dei movimenti, le condizioni di un'esplosione sociale
concentrata contro le classi dominanti e il loro governo. Solo un'esplosione
sociale concentrata può ribaltare i rapporti di forza tra le classi e aprire il
varco dell'alternativa anticapitalistica. E solo un'alternativa
anticapitalistica può rispondere realmente alle ragioni di fondo delle classi
subalterne e delle loro lotte. La rivendicazione della cacciata del governo
Berlusconi può e deve essere interna alla prospettiva anticapitalistica, come
una delle leve della sua maturazione. Per questo essa va posta apertamente
all'interno dei movimenti, senza forzature "politiciste" ma senza
autocensure, in un rapporto vivo con la dinamica obiettiva delle loro
lotte.
(Bellotti-Giardiello-Donato-Letizia-Renda)
Tesi 24 - LA NOSTRA BATTAGLIA NEI
SINDACATI
L’intervento
sul terreno sindacale mostra forse più chiaramente di qualsiasi altro le
contraddizioni e le debolezze della linea seguita dal partito in questi anni.
Per circa
un decennio abbiamo visto come le diverse opposizioni interne alla Cgil, da
“Essere sindacato” a “Cambiare rotta” si siano dimostrate tutte incapaci di
uscire dalla logica della pura opposizione d’apparato e di praticare sul campo
una linea effettivamente alternativa a quella di Cofferati.
Così come la
maggioranza della Cgil accettava scrupolosamente le “regole del gioco” della
concertazione, la minoranza, che pure a parole criticava quelle regole,
accettava altrettanto scrupolosamente le “regole del gioco” dell’apparato. I
tentativi di promuovere fra i lavoratori, nelle aziende e nelle categorie,
piattaforme alternative e mobilitazioni indipendenti sono stati così timidi e
sporadici da non lasciare alcuna traccia nella coscienza dei lavoratori.
Al tempo
stesso, numerosissime sono state le compromissioni al vertice, quando in nome
di una parola o di una virgola inserite nella piattaforma o nel documento
sindacale del momento giustificavano l’adesione della minoranza alle posizioni
maggioritarie.
Il fatto nuovo
degli ultimi anni, così, non viene da una crescita d’iniziativa e di influenza
della sinistra Cgil, ma dal riposizionamento di settori di maggioranza, in
particolare della segreteria della Fiom, che hanno cominciato sia pure
parzialmente e in modo strumentale a “rompere” le righe e a promuovere momenti
di conflitto, dalla vicenda Zanussi al contratto dei metalmeccanici.
Queste
iniziative hanno mostrato le potenzialità esistenti fra i lavoratori quando
questi vedono una direzione disposta a mobilitarli, come mostra in particolare
lo sciopero della Fiom del 6 luglio scorso.
Tuttavia le
basi programmatiche e i metodi su cui si sono condotte queste battaglie
mostrano in modo inequivocabile la natura strumentale della battaglia condotta
da questi settori. La piattaforma dei metalmeccanici non è certo tale da
suscitare l’entusiasmo nelle fabbriche, e ancora più deleteria è la gestione
della vertenza, che ha visto dopo lo sciopero riuscito del 6 luglio una tregua
di oltre quattro mesi che ha seminato confusione fra i lavoratori e permesso al
fronte avversario di ricompattarsi.
In questo
contesto, l’allargamento formale della sinistra Cgil a nuovi settori
precedentemente collocati in maggioranza, assume il significato concreto non di
un rafforzamento politico e organizzativo significativo, non di una maggiore
capacità di mobilitazione, ma paradossalmente di un nuovo arretramento.
L’attuale sinistra in Cgil, per quanto formalmente più ampia e unita, è in
realtà più che in passato impermeabile alle vere esigenze che sorgono dai
luoghi di lavoro, più che mai impotente e velleitaria nelle proprie iniziative.
Quello che avrebbe dovuto essere una leva per far valere nella Cgil le ragioni
dei lavoratori si sta trasformando in una leva dell’apparato per ingabbiare gli
attivisti più avanzati.
Parallelamente
avanzano altri processi importanti nel campo sindacale. Il dilagare della
precarizzazione e la rapida proletarizzazione di nuovi settori, particolarmente
nel commercio e nei servizi, stanno cominciando a suscitare come reazione una
spinta alla sindacalizzazione. Le cifre di crescita del Nidil-Cgil, per quanto
in termini assoluti siano ancora modeste, dimostrano le potenzialità in questo
settore, così come le dimostrano le lotte condotte da settori di precari,
soprattutto giovani, sia nell’industria che nei servizi, in aziende come Fiat,
McDonald’s, Ikea, Zanussi, Tim, ecc. Queste lotte hanno spesso visto il
coinvolgimento di lavoratori interinali e a termine, smentendo le previsioni di
chi vedeva questi settori come condannati all’atomizzazione e all’”aconflittualità”.
Questi settori
di nuova sindacalizzazione, che sono inevitabilmente destinati a crescere
significativamente, tendono nella gran maggioranza dei casi a rivolgersi alla
Cgil come struttura più radicata sul territorio, nella ricerca di un sostegno
per la difesa dei loro diritti.
L’insieme di
questi fattori (parziale ripresa d’iniziativa del gruppo dirigente della Cgil,
crisi politica della sinistra Cgil, inizio del processo di sindacalizzazione di
una nuova generazione operaia) ci deve portare a un riesame critico della
politica sindacale fin qui seguita dal Prc.
Nel corso
degli anni ’90 si è infatti oscillato fra un evidente adattamento all’apparato
Cgil, in particolare quando questo promuoveva delle mobilitazioni (il primo
episodio significativo di questo si ebbe nel movimento del 1994, quando venne
teorizzata la “sospensione della critica” nei confronti dei vertici sindacali;
l’ultimo nell’attuale vertenza dei metalmeccanici, dove risulta effettivamente
impossibile distinguere la posizione dei sindacalisti del Prc da quella di
Sabattini e della Fiom) e un ammiccamento più o meno aperto verso l’idea che
prima o poi si debba rompere con la Cgil e promuovere la costruzione di una
nuova confederazione, linea che è stata chiaramente espressa nella conferenza
operaia di Treviso.
È anche
necessario trarre un bilancio del percorso compiuto dai sindacati di base in
questo decennio. Sulla carta, non potevano esistere condizioni più favorevoli
per chi si proponeva di promuovere un’uscita di massa dalle confederazioni.
Eppure a quasi dieci anni dal punto di svolta del 3 luglio 1992, il bilancio è
quantomeno controverso. Sigle storiche del sindacalismo di base sono
praticamente scomparse dal panorama sindacale; più in generale, nell’industria
il sindacalismo extraconfederale si è fortemente indebolito. Se è vero che in
alcuni settori (scuola e trasporti in particolare) c’è stato un rafforzamento
significativo, è altrettanto vero che con la sola eccezione delle ferrovie in
nessuna categoria sono riusciti a conquistare una egemonia indiscussa. Le
recenti elezioni delle Rsu del pubblico impiego confermano quanto già si era
visto in quelle precedenti, e cioè che i lavoratori vedono i sindacati di base
come un utile strumento di pressione e anche di organizzazione, ma che la
radicalizzazione che li spinge in determinati momenti verso queste
organizzazioni è la stessa che li porta a votare la Cgil, che ha ottenuto una
vittoria più chiara di quella di due anni fa.
Su queste basi
gli accenni alle “rotture” che dovremmo compiere sul terreno sindacale assumono
un carattere del tutto avventuristico, salvo poi tradursi in un nulla di fatto.
Il terreno
decisivo sul quale ci troveremo a condurre la nostra battaglia nella prossima
fase, non sarà quindi lungo la linea che divide il sindacalismo
extraconfederale dalle Confederazioni, ma lungo una linea che attraversa le
stesse confederazioni, e in primo luogo la Cgil.
Pur essendo
coscienti che l’attuale frammentazione della presenza sindacale dei comunisti
non può essere superata facilmente, dichiariamo che solo una lotta aperta
all’interno del sindacato confederale, e in primo luogo alla Cgil, può aprirci
la strada per raggiungere le più ampie masse di lavoratori e sfidare così la
burocrazia sindacale sul terreno decisivo. Una lotta che va condotta fin da
subito, uscendo dalla logica d’apparato e di attesa di questo o quel dirigente
“più a sinistra”, ma rivolgendosi direttamente ai lavoratori e ai delegati. Il
nostro obiettivo, quindi, è quello di portare tutti i lavoratori comunisti a combattere
su questo terreno, salvo situazioni particolari, ad esempio dove i sinacati
alternativi hanno un radicamento significativo o per ragioni specifiche legate
alle esigenze reali del conflitto sociale, ma comunque all’interno di un
orientamento generale che vede i comunisti impegnati in una grande contesa di
massa nelle organizzazioni “maggiormente rappresentative”.
Questa analisi
non significa che il Prc possa superare “per decreto” l’attuale situazione
nella quale i comunisti militano in diverse organizzazioni sindacali. Nessun
“ordine di partito” può sostituire un percorso le cui tappe saranno definite
non dalle decisioni, ma dallo sviluppo concreto della lotta sindacale. In
questa fase il discrimine decisivo sono le piattaforme, i programmi, le rivendicazioni
e le capacità di costruire percorsi unitari di mobilitazione. Su questi punti
il Prc si impegna ad un lavoro sistematico per creare ambiti unificanti di
dibattito e di coordinamento di tutti i propri militanti sindacali, ovunque
collocati.
(Bellotti-Giardiello-Donato-Letizia-Renda)
Tesi 25 - INTERVENTO NEL MOVIMENTO ANTIGLOBALIZZAZIONE IN
ITALIA
Il movimento
antiglobalizzazione in Italia ha conseguito una reale dimensione di massa e
racchiude rilevanti potenzialità anticapitalistiche. Ma è decisiva la sua
convergenza di lotta con la classe operaia come condizione dell'affermazione
delle sue stesse ragioni. Lavorare nella classe operaia per l'assunzione delle
istanze del movimento antiglobalizzazione entro un programma di classe.
Lavorare nel movimento antiglobalizzazione per la sua aperta proiezione di
lotta verso il movimento operaio entro il conflitto centrale tra capitale e
lavoro. Questa è oggi una necessità centrale della battaglia di egemonia dei
comunisti per la ricomposizione di un blocco sociale anticapitalistico. Ma
richiede un impegno di lotta, entro la costruzione del movimento, contro le
posizioni prevalenti nelle sue attuali direzioni.
Il movimento
antiglobalizzazione ha conquistato un ruolo obiettivo di grande rilevanza nello
scenario italiano. Più che in altri Paesi europei esso ha conseguito una reale
dimensione di massa, in particolare tra i giovani, testimoniata dalla grande
manifestazione di Genova; ha coinvolto reali settori di avanguardia della
classe lavoratrice e delle sue rappresentanze sindacali; ha esercitato ed
esercita un rilevante impatto politico sull'intera situazione nazionale. Più in
generale esso si circonda di una diffusa simpatia popolare, quale effetto
indiretto della crisi di egemonia del liberismo presso ampi settori di massa.
Per questo il movimento rivela un potenziale prezioso di ulteriore espansione,
che gli eventi di guerra non hanno pregiudicato.
Ma proprio questa realtà e
potenzialità sottolineano i problemi irrisolti dell'orientamento del movimento.
La sproporzione tra il livello complessivamente arretrato della coscienza
politica diffusa del movimento e l'elevato livello di scontro con l'apparato
dello Stato e lo stesso governo, documentata dai fatti di Genova; lo scarto tra
l'elementare pulsione critica antiliberista e il livello di confronto imposto
dalla precipitazione della guerra imperialistica in Afghanistan, descrivono una
contraddizione obiettiva e pericolosa, in parte inscritta inevitabilmente
nell'inesperienza della giovane generazione, in parte amplificata dalla cultura
riformistico-paficista della direzione maggioritaria del movimento.
Il nostro partito, forte di
una presenza diffusa nel movimento, può e deve impegnarsi ad affrontare e
superare in avanti quella contraddizione, nell'interesse del movimento e delle
sue ragioni. Non può concepire il proprio ruolo né come pura rappresentanza
istituzionale delle istanze di movimento; né come mediatore tra movimento e
istituzioni; né come puro collante dell'unità del movimento intesa come blocco
politico-diplomatico con le componenti associative centrali della sua
leadership. Ma deve invece combinare un'azione leale di costruzione quotidiana
del movimento di massa antiglobalizzazione con un'aperta battaglia di
orientamento politico nel movimento stesso: una battaglia tesa a sviluppare la
coscienza politica del movimento sul terreno anticapitalistico e
antimperialista (v. tesi…), la sua autonomia e contrapposizione a centrodestra
e centrosinistra, la sua convergenza di lotta con la classe operaia sul terreno
del blocco sociale alternativo. Una battaglia aperta di egemonia alternativa.
L'azione di costruzione del
movimento implica innanzitutto un'aperta responsabilità di proposta sullo
stesso terreno delle forme di lotta e di organizzazione del movimento. In
questo ambito va contrastata ogni posizione, ciclicamente affiorante, che di
fatto propone al movimento una sorta di ripiegamento seminariale e un
arretramento dei suoi livelli di mobilitazione (come nella fase successiva alle
manifestazioni di Genova, alla vigilia della manifestazione di Napoli contro la
NATO, in relazione alla stessa manifestazione di Roma del 10 novembre). Va
posta invece la centralità delle manifestazioni, pacifiche e di massa, quale
terreno di lotta indispensabile ai fini dell'aggregazione, dell'impatto
politico, della stessa visibilità e popolarizzazione delle ragioni del
movimento. Va affrontata seriamente, in questo quadro, la problematica
dell'autodifesa delle manifestazioni da qualsiasi forma di aggressione, quale strumento
di tutela del carattere pacifico e di massa delle manifestazioni medesime (v.
servizi d'ordine). Va inoltre affrontata la questione dell'organizzazione
democratica nazionale di un movimento che proprio per la sua espansione, non
può più reggersi su un puro patto di vertice inter-associativo, ma deve
coinvolgere democraticamente la massa degli attivisti, oggi privi di ogni
potere decisionale, nella definizione delle scelte del movimento stesso e delle
sue rappresentanze ad ogni livello: pena il combinarsi di una crisi di
democrazia, di un'elusione delle scelte, di una debole rappresentatività delle
decisioni.
Sul piano politico è
necessario sviluppare, nel movimento la proposta di convergenza di lotta con la
classe operaia, sul terreno dell'opposizione aperta al padronato e al governo
Berlusconi. Non si tratta semplicemente di rappresentare la nostra
"sensibilità" di classe entro il mosaico del movimento. Si tratta di
lottare per conquistare il grosso del movimento ad una prospettiva di classe,
quale condizione dell'affermazione delle sue stesse ragioni, e quale terreno di
valorizzazione delle sue stesse potenzialità d'impatto.
Nell'attuale quadro, il
movimento antiglobalizzazione, già forte di una diffusa simpatia in settori
vasti della società, potrebbe realmente trasformarsi nel detonatore di
un'esplosione sociale: ma alla condizione che dal movimento emerga un indirizzo
nuovo e una proposta nuova. L'incontro con i lavoratori non può ridursi ad una
somma di buone relazioni con le rappresentanze del sindacalismo di classe, né
ad un'azione di pressione su Cofferati o alla semplice registrazione
dell'adesione FIOM al GSF (che certo è importante). Ma può e deve tradursi in
una pubblica proposta di azione comune, basata su una piattaforma di rivendicazioni
semplice e unificante, che sappia stabilire un rapporto di sintonia con le
domande sociali delle più vaste masse e che proprio per questo possa sfidare
all'unità d'azione le stesse organizzazioni sindacali ponendo ognuna di fronte
alle proprie responsabilità. In questo senso la proposta della vertenza
generale del mondo del lavoro e dei disoccupati va posta apertamente non solo
tra i lavoratori ma nello stesso movimento antiglobalizzazione, indicando così
da entrambi i versanti, il possibile terreno comune di un'azione di lotta
unitaria e concentrata. La stessa prospettiva dello sciopero generale contro
padronato e governo va indicata come occasione straordinaria di una preziosa
convergenza di lotta tra lavoratori e giovani, in una dinamica di rottura con
la borghesia.
Lo stesso
successo della mobilitazione contro il G8, unito alla nuova situazione creata
dallo scoppio della guerra in Afghanistan, ha creato una situazione nuova nel
movimento. Da un lato, l’onda d’urto generata dalla mobilitazione di Genova si
è allargata ulteriormente ampliando i settori potenzialmente coinvolgibili nel
movimento. Dall’altro sia le proposte politiche dominanti che le forme di lotta
proposte (disobbedienza civile) sono entrate obiettivamente in crisi. Il
tentativo di risolvere la crisi attraverso la strutturazione della rete dei
social forum non solo non ha risolto questa crisi, ma l’ha resa più evidente. I
SF, particolarmente nelle grandi città e su scala nazionale, sono oggi molto
distanti dall’esprimere la potenzialità rivoluzionaria del movimento; prevale
una diplomazia soffocante nei rapporti tra le diverse componenti, la logica
assembleare e quella del “minimo comun denominatore” si sommano creando una
gestione sostanzialmente antidemocratica. C’è quindi un’evidente forzatura nel
rappresentare i SF come la “strutturazione del movimento” in quanto tale: sia
per composizione che per metodi e programmi, la maggior parte sei SF sono
distanti miglia e miglia dalle aspirazioni più profonde e radicali espresse
dalle centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato alle mobilitazioni
contro il G-8.
La discussione
sulla guerra e l’assemblea nazionale di Firenze hanno mostrato un processo di
cristallizzazione di diverse posizioni all’interno dei SF. Si tratta di una
chiarificazione positiva, che però si produce purtroppo senza alcun ruolo del
Prc. Al contrario, la linea seguita è stata fino all’ultimo quella di oscurare
e mascherare le divergenze in seno ai SF. Quando poi queste sono diventate
evidenti e pubbliche, si è avuto l’episodio dell’adesione dei Gc al
“laboratorio della disobbedienza sociale”, con il che dopo aver negato la
necessità di una chiarificazione di posizioni all’interno dei SF, quando questa
si produce nostro malgrado scegliamo di abbracciare non il settore più radicale
(che pure presenta chiari limiti politici, ma che comunque da Genova in poi ha
tentato di esprimere posizioni più chiaramente classiste e antimperialiste), ma
un’area sostanzialmente moderata come quella delle “tute bianche”.
L’accettazione della
“disobbedienza sociale”, nonostante la retorica movimentista di cui si ammanta,
costituisce in realtà un allontanamento dal movimento reale, verso la logica
delle azioni “esemplari”, eclatanti, simboliche, logica che è del tutto
incapace di prospettare uno sviluppo di massa del movimento e un suo reale
legame con il movimento operaio.
(Bellotti-Giardiello-Donato-Letizia-Renda)
Tesi 35 - DEMOCRAZIA DEL PARTITO
Questa riforma politica
profonda della nostra concezione e costruzione del partito richiama una riforma
altrettanto profonda della sua democrazia, quale terreno decisivo della stessa
rifondazione comunista.
Abbiamo bisogno di rendere
tutti i compagni “padroni di casa” nel proprio comune partito: di incoraggiare,
non emarginare, le disponibilità dei giovani compagni; di valorizzare, non di
comprimere, spirito d’iniziativa e indipendenza di giudizio, che sono lievito
indispensabile per un partito vitale; e soprattutto di rendere tutti i
militanti del partito partecipi delle elaborazioni e decisioni ai vari livelli
del partito stesso: perché gli orientamenti democraticamente definiti sono
anche quelli maggiormente sostenuti nell’azione pratica, mentre le scelte
passivamente subite, quand’anche condivise, non mobilitano le energie e
l’iniziativa.
Parallelamente va affermato
il diritto di ogni compagno del partito a conoscere il dibattito, le
deliberazioni, le posizioni diverse che emergono nel partito e di contribuirvi
consapevolmente (e non per impressioni ricevute magari dalla stampa avversaria).
E’ essenziale in questo senso uno strumento di dibattito interno nazionale, con
verbali e atti degli organismi direttivi, a partire dalla Direzione nazionale,
ed un’ampia possibilità di contributi delle federazioni, circoli, singoli o
gruppi di militanti. Al contempo Liberazione deve essere aperto agli
interventi dell’insieme del partito e rispettarne la vita democratica, senza
alcuna intromissione politica da parte di redattori o responsabili del
giornale.
E’ necessario
inoltre che la formazione dei compagni - che va assunta come tema centrale del
partito - sia concepita anche come sviluppo reale della sua democrazia interna;
perché solo lo sviluppo di conoscenze, competenze, preparazione, rafforza
l’autonomia di giudizio e quindi la libertà reale della valutazione.
L’esperienza
di questi ultimi anni mostra evidenti fenomeni di disgregazione organizzativa:
calo del tesseramento unito alla moltiplicazione nel numero di circoli,
crescenti difficoltà a mantenere una “massa critica” di militanti sufficiente
ad assicurare a una parte rilevante dei circoli una gestione vitale e continua
dell’intervento, scarsissima capacità di formare nuovi quadri, ecc. Le teorie
sulla “contaminazione” non fanno che razionalizzare queste nostre debolezze,
aggravando i pericoli ai quali siamo sottoposti. Al di là di qualsiasi
intenzione soggettiva, è evidente che il messaggio lanciato dal gruppo
dirigente in particolare nell’ultimo anno, messaggio secondo il quale le
strutture del partito (circoli e federazioni) non sarebbero di perse sedi idonee alla costruzione di una forza
comunista ha assunto un carattere in molti casi apertamente smobilitante. Gli
slogan ripetuti abbondantemente secondo i quali “il partito è il movimento”, e
simili non possono che porre la domanda a tutti i militanti: se questo è vero,
a che pro impegnarsi nella costruzione del partito?
Parallelamente
dopo l’ultimo congresso si è espressa con maggiore chiarezza che in passato una
crescente strutturazione di aree e correnti all’interno del partito, in un
processo che coinvolge un numero sempre crescente di federazioni e di circoli.
Si tratta di
un problema complesso, che in ultima analisi può trovare una soluzione
definitiva solo sul terreno del dibattito e, se necessario, della lotta
politica all’interno del partito. Sarebbe sbagliato, oltre che illusorio,
pensare che la rifondazione comunista possa approdare a un esito positivo senza
un processo profondo di discussione nel quale le diverse tradizioni e filoni
politici presenti al nostro interno si possano strutturare ed esprimere
liberamente e con pari dignità di fronte a tutti i compagni.
In questi anni
è stata sferrata una vasta offensiva, sia fuori che dentro il nostro partito,
contro l’idea del centralismo democratico. Questa offensiva si è basata in
primo luogo sulla sistematica e voluta confusione tra il vero centralismo
democratico che era alla base del regime interno del partito bolscevico e dei
partiti comunisti nei loro primi anni con la caricatura burocratica imposta
dallo stalinismo nelle sue diverse varianti.
Per noi il
centralismo democratico non è altro che l’applicazione più alta e cosciente,
nel campo del partito, dei principi fondamentali dell’autunomia e dell’unità di
classe: massima libertà nella discussione, massima unità nell’azione,
costruzione del partito e dei suoi gruppi dirigenti al di fuori di ogni logica
di cordata o pseudoparlamentaristica, ma in base a una reale selezione e a una
verifica sistematica delle capacità e delle competenze di ogni compagno posto
in posizione dirigente, ecc.
Contrariamente
alla caricatura che ne è stata fatta per decenni, il centralismo democratico
leninista prevedeva il diritto di organizzarsi in tendenze quando fosse
risultato impossibile comporre altrimenti un dibattito con posizioni
differenti. Il divieto di organizzare frazioni nel Partito comunista russo,
approvato nel X congresso del 1921 fu una misura eccezionale e concepita come
temporanea nella fase più aspra e difficile al termine della guerra civile e
durante la carestia, ma non venne mai elevata a principio, tanto che in tutti
gli altri partiti comunisti (a partire da quello italiano) per diversi anni
ancora continuarono a esistere raggruppamenti e frazioni che si scontravano
apertamente, anche su piattaforme diverse, nei congressi nazionali e
internazionali.
Se questo è
vero, è però altrettanto vero che il rispetto del diritto di tutte le voci a
farsi sentire nel modo più adeguato non può significare una “correntizzazione”
completa del partito in tutti i suoi livelli. Il nostro fine non può in nessun
caso essere una struttura di partito che ricalchi il modello della democrazia
parlamentare, con i congressi nazionali al posto delle elezioni politiche, gli
organismi nazionali e locali come parlamentini pletorici e con gli esecutivi
come coalizioni più o meno instabili di rappresentanti di diverse correnti.
Questo sistema
ha portato da un lato al rigonfiamento oltre ogni proporzione ragionevole degli
organismi dirigenti a partire dal Cpn, che dovrebbero essere drasticamente
ridimensionati. In secondo luogo, se ha creato il costume di un relativo
rispetto formale delle posizioni alternative, in particolare nelle fasi
congressuali, ha favorito un inaridimento della democrazia reale e sostanziale
nel partito; gli organismi “sovrani” sono spesso e volentieri impossibilitati
ad esprimere una funzione realmente dirigente sulle scelte politiche, che
vengono trasferite a segreterie che spesso sono in realtà la conferenza dei
“capicorrente” e che quindi svolgono impropriamente il dibattito politico che
dovrebbe invece svolgersi nel Cpn e nei Cpf. Un ulteriore effetto negativo di
questa situazione è stato lo sviluppo di una serie di “fedeltà” di corrente che
nuocciono gravemente al dibattito complessivo del partito, soprattutto in quei
contesti dove più forte si fa sentire la carenza di quadri formati con una
indipendenza di giudizio politico e di proposta.
La nostra
concezione deve puntare alla ricostruzione dell’unità di pensiero e azione del
partito, una unità non meccanica ma reale, profondamente sentita dal corpo
militante in quanto derivante da un dibattito trasparente e aperto. Se è vero
che oggi questa condizione è assai lontana, è giusto tuttavia richiamarla e
metterla in discussione, poiché il progetto rivoluzionario che abbozziamo con
queste tesi non sarebbe completo se non indicasse quale dovrebbe essere lo
strumento della sua attuazione.
(Bellotti-Giardiello-Donato-Letizia-Renda)