I risultati delle elezioni amministrative e del referendum ci impongono un bilancio critico della politica seguita dal partito negli ultimi anni, e in particolare dopo l’ultimo congresso nazionale. Risulta in primo luogo evidente come nonostante due anni di mobilitazione politica e sociale quasi ininterrotta, il nostro partito non abbia compiuto quel salto di qualità in termini di influenza, radicamento, consenso (anche elettorale) che pure era interamente possibile.
La
difficoltà dei movimenti di massa in questo momento è sotto gli
occhi di tutti. La vittoria americana in Iraq ha avuto un contraccolpo
significativo; il governo Berlusconi è sopravvissuto a una contestazione
massiccia; il movimento di lotta dei metalmeccanici si scontra con una
situazione difficile, aggravata dalla mancanza di una chiara strategia da parte
del gruppo dirigente Fiom.
Dobbiamo
interrogarci sulle cause di queste difficoltà. È da respingere
un’interpretazione che pone in primo piano fattori obiettivi (la
precarizzazione, la crisi economica, le trasformazioni sociali, ecc.); le
sconfitte parziali che abbiamo subito sono in primo luogo determinate dalla
assoluta inadeguatezza dell’indirizzo politico dettato dai gruppi
dirigenti dei movimenti, a partire da quello della Cgil. Non sono sconfitte le
buone ragioni delle lotte, sono sconfitti metodi di lotta inadeguati, gli
scioperi puramente dimostrativi, il rifiuto di mettere in campo metodi di lotta
più incisivi sia sul piano sindacale che, ad esempio, nella lotta contro
la guerra (si pensi al rifiuto di sostenere i blocchi delle ferrovie e dei
porti con azioni di sciopero), la mancanza di una piattaforma offensiva e
unificante, il rifiuto (anche da parte del nostro partito) di porre al centro
la questione della cacciata del governo come sbocco naturale del movimento di
massa.
Nuove
mobilitazioni sono inevitabili nel prossimo futuro, nessuna contraddizione
è stata risolta, padroni e governo tornano all’offensiva
più arroganti di prima. Ma preparare le prossime mobilitazioni significa
in primo luogo entrare in sintonia con lo strato più attivo e più
cosciente, che oggi si interroga sui limiti delle lotte di questi due anni e su
quali possono essere metodi e piattaforme di lotta alternative più
efficaci e incisive.
Il
risultato delle amministrative, le difficoltà del tesseramento,
dimostrano come il partito non abbia saputo dare risposta a queste domande nel
vivo delle mobilitazioni di massa. L’ulteriore, preoccupante perdita del
nostro radicamento in primo luogo nella classe operaia e nel movimento
sindacale, è la diretta conseguenza delle teorie e della pratica sancite
nell’ultimo congresso. Il rifiuto della concezione della battaglia
egemonica, l’abbraccio alla “disobbedienza”, le teorie sul
“nuovo movimento operaio” hanno in realtà sancito e
giustificato l’abbandono dell’orientamento alla classe lavoratrice,
ai luoghi di lavoro, alle organizzazioni di massa, ad altri importanti luoghi
di conflitto come scuole e università. Hanno significato un tentativo,
che oggi dobbiamo con chiarezza dire fallito, di aggirare la nostra
debolezza
La
logica che ha determinato la scelta della via referendaria come via maestra
è stata una logica “sostituzionista”, che tentava di
ignorare il problema della battaglia per l’egemonia sostituendola con una
politica di testimonianza, di “gesti”, che non può risultare
convincente e praticabile per la classe lavoratrice, a prescindere dalla
correttezza dei contenuti agitati.
Date
queste premesse, era impossibile raccogliere quanto non era stato seminato
nella fase precedente.
Il
centrosinistra e in particolare i Ds riescono oggi a padroneggiare con maggiore
facilità le proprie contraddizioni, sia a causa dello stallo dei
movimenti, sia a causa di questi nostri errori. Nei Ds il
“correntone” si sta frantumando, nella Cgil la cosiddetta
opposizione di “Cambiare rotta” è ormai completamente
annullata nella maggioranza e la stessa Cgil firma un patto di
competitività con Confindustria senza che questo causi alcun serio
contraccolpo interno. Nelle elezioni amministrative sono emerse le
contraddizioni del governo, ma è altresì emerso come il voto di
opposizione si sia orientato in modo prevalente al centrosinistra e in
particolare ai Ds, mentre c’è un netto calo della
Margherita.
I
fatti parlano chiaro: questa fase di mobilitazioni di massa ci consegna
rapporti di forza più sfavorevoli per quanto riguarda il nostro partito.
La proposta deve partire dalla consapevolezza di questa realtà, che non
può essere superata con una fraseologia pseudo radicale (unita a una
sostanziale subalternità ad altre forze) che in questi due anni non
è certo mancata, ma che ha dimostrato di non portare nulla al nostro
partito.
La
valutazione della fase non deve tuttavia fermarsi agli aspetti temporanei e
superficiali. Nonostante le difficoltà, nessuna contraddizione è
stata risolta, né sul terreno economico, né su quello politico,
né su quello internazionale.
All’interno
dello stesso centrosinistra le contraddizioni possono essere attenuate, ma non
sono certo risolte. Il voto di milioni di lavoratori e di elettori Ds per il
referendum dimostra come resista l’aspirazione a una piattaforma politica
diversa, ancorata alla difesa degli interessi di classe. È questa la
leva fondamentale sulla quale agire nella prossima fase. Ad ogni
svolta importante
negli avvenimenti emergerà nuovamente la profonda contraddizione fra le
aspirazioni e le necessità della base di massa dei Ds e della Cgil e la
politica dei loro gruppi dirigenti, la loro subalternità alle
necessità del capitale incarnata dall’alleanza con le forze di
centro. La parola d’ordine della rottura al centro, agitata ma poi
abbandonata dal nostro partito, la proposta dell’unità
d’azione sia sul terreno difensivo (pensioni, legge 30) sia su una
piattaforma rivendicativa più avanzata rimarranno centrali se vorremo
aprire dei canali di comunicazione con quell’elettorato popolare e di
sinistra che vota per l’articolo 18 ma non vede oggi nel nostro partito
la credibilità, la massa critica e la chiarezza strategica, e che quindi
resta agganciato al voto per i Ds.
Anche
se oggi il centrosinistra appare più compatto non dobbiamo rinunciare a
porre dei cunei che spingano ad allargare le divisioni fra le sue componenti
organicamente borghesi (margherita e Udeur) e quelle socialdemocratiche (Ds, Cgil), che tutt’ora
controllano burocraticamente i settori decisivi del movimento
operaio.
In
ultima analisi le contraddizioni del centrosinistra possono esplodere solo
sotto l’urto di una mobilitazione che travalichi gli argini posti dalla
burocrazia sindacale. A questo dobbiamo lavorare, con una tattica adeguata, che
sfidi costantemente i Ds e la Cgil, supportata da un’iniziativa costante
alla base, fra i lavoratori, che rafforzi i nostri legami di
massa.
Solo
cosi potremo creare le condizioni per una reale autonomia politica del nostro
partito, che ci eviti di venire stritolati dal richiamo del “voto utile
contro la destra” all’approssimarsi delle prossime elezioni.
Saranno le circostanze concrete, a quel punto, a dire se esisteranno le
condizioni per “rompere la gabbia” del centrosinistra, o se il Prc
dovrà adottare altre tattiche elettorali per rappresentare le ragioni di
classe senza cedere alle pressioni dell’Ulivo e senza rinunciare allo
stesso tempo a interloquire col desiderio dei lavoratori di cacciare
la destra.
Ma
la precondizione per questa politica è l’assoluta indipendenza
politica del nostro partito. La trattativa avviata col centrosinistra alla
ricerca di un accordo programmatico e di governo annulla viceversa questa
nostra autonomia, ci riporta sulla strada disastrosa già percorsa con il
governo Prodi, fa del Prc un ostaggio. Avviare una trattativa su queste basi
significa regalare l’autonomia del partito a un centrosinistra che oggi
è tutto tranne che “disarticolato”. Anche se si arrivasse a
una rottura dell’ultima ora sarebbe l’ennesima svolta improvvisata
che spiazzerebbe il partito e lo renderebbe incomprensibile alle
masse.
La
nostra iniziativa sul terreno dell’unità d’azione non
può essere efficace se non si basa sulla completa indipendenza politica
e d’iniziativa del nostro partito. Nessuna trattativa programmatica,
nessuna “sospensione della critica”, quindi, neppure quando i
nostri alleati più o meno temporanei scendono sul terreno della lotta,
ma una azione costante volta a elevare il livello di coscienza, di
mobilitazione, di autorganizzazione democratica dei lavoratori e dei soggetti
ai quali ci rivolgiamo.
Un
approfondimento specifico merita il nostro intervento nel movimento sindacale.
Oggi, per unanime riconoscimento viviamo probabilmente il punto più
basso della nostra influenza fra i lavoratori organizzati e nelle aziende.
Questa situazione drammatica è frutto di molti fattori. In primo luogo,
della nostra lunga subordinazione a una sinistra d’apparato interna alla
Cgil (Cambiare Rotta) che ha dimostrato in una lunga traiettoria di non essere
disposta a rompere le “regole del gioco” della burocrazia
sindacale. In secondo luogo, alla completa subordinazione nel corso del 2002,
(anno chiave della mobilitazione sindacale) alla gestione impressa da Cofferati
al movimento di massa, con l’illusione che il referendum potesse fare da
“contrappeso” a questa nostra mancata battaglia politica. Infine,
alle teorie sul “nuovo movimento operaio” e sulla disobbedienza,
che hanno creato l’illusione che si potesse prescindere da un lavoro
sistematico, ostinato e di lunga lena per conquistare il terreno metro dopo
metro, rivolgendo sistematicamente le nostre strutture all’intervento
nelle aziende, intervenendo in un processo già in corso di
organizzazione
sindacale dei lavoratori precari, formando una generazione di lavoratori
comunisti capaci di conquistarsi sul campo, nelle lotte,
quell’autorità e quel rispetto fra i lavoratori che non possono
essere guadagnati con iniziative d’immagine. La linea di “dare
visibilità ai precari” promuovendo occupazioni simboliche di
agenzie interinali, gesti esemplari o manifestazioni una tantum
è una linea, ancora una volta, puramente
d’immagine. La “visibilità” i precari se la
conquistano e se la conquisteranno con le loro lotte, con la loro
organizzazione, con la loro volontà di conquistarsi un futuro degno, e
non certo per benigno intervento del disobbediente di turno che
paternalisticamente decide di sponsorizzare la loro
causa.
In
sintesi, le nostre difficoltà politiche e organizzative hanno origine
innanzitutto nell’affermarsi di una cultura politica sempre più
estranea a quella di classe (come dimostra anche il linguaggio sempre
più elitario che spesso viene adottato), nel prevalere di concezioni
radicaleggianti, in un rifiuto che in alcuni settori del partito è ormai
viscerale di qualsiasi riferimento alla tradizione comunista, classista e al
patrimonio storico del movimento operaio degli ultimi due secoli. Queste
concezioni, e le pratiche che ne derivano sia sul piano interno che
nell’iniziativa politica esterna, mettono oggi a serio rischio la
capacità del Prc di conquistare il ruolo che pure sarebbe possibile e
necessario in una fase tanto turbolenta e tormentata degli avvenimenti mondiali
quale è quella nella quale siamo entrati.
La
svolta necessaria, quindi, va ben al di là di un necessario e urgente
recupero della nostra autonomia dal centrosinistra, oggi messa in gioco dalla
trattativa avviata, ma deve necessariamente investire la natura stessa del
nostro partito, la sua strutturazione, la sua conformazione politica e teorica,
i suoi riferimenti sociali e storici: una svolta che in estrema sintesi
possiamo definire una svolta verso la nostra classe e le sue migliori
tradizioni rivoluzionarie.
(Respinto con 2 voti favorevoli, 13 astenuti e 65 contrari)
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