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| Cpn del Prc del 13-14 giugno: gli interventi di Bellotti e Giardiello |
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| Scritto da FalceMartello | |||
| Martedì 16 Giugno 2009 10:37 | |||
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L'intervento di Claudio Bellotti
Compagni, la relazione presentata qui dal segretario è frutto di una discussione nella segreteria che mi ha visto in una posizione di disaccordo rispetto ad alcuni punti centrali della proposta, in particolare l’ultimo sul quale nella relazione, permettimi Paolo, è stato posto un accento così sfumato da sfiorare la reticenza, ma che a mio avviso invece ha una centralità nel nostro dibattito, che penso verrà confermata nel dibattito di questi prossimi due giorni. Credo che non sia un caso se il dibattito post elettorale in larga misura si sia concentrato su di noi, sul partito, sul da farsi e su come siamo stati. Non penso sia un errore e penso di seguire la stessa traccia, perché è del tutto evidente che la battaglia per la sopravvivenza del partito non è né chiusa, né vinta. Non siamo dove eravamo un anno fa, ma sicuramente non ne siamo fuori. Da questo punto di vista penso sia un errore grave gettare nuovamente il partito in una discussione su contenitori, schemi, aggregazioni e altre diavolerie, una discussione estenuata secondo la quale ad ogni colpo che riceviamo, e queste elezioni sono sicuramente state una sconfitta al di là di tutti gli elementi di controtendenza positivi, il problema sarebbe come scomponiamo e ricomponiamo un mosaico che sembra non trovare mai la forma giusta. Lo ritengo un errore molto serio perché come poi dirò, questo punto dello stato del campo della sinistra non può essere affrontato in questi termini. C’è un proverbio inglese abbastanza drastico che recita “misery likes company”, la miseria cerca compagnia. Io non penso che siamo un partito misero, ma qualche volta il nostro dibattito un po’ misero rischia di esserlo. La chiave di lettura di questo problema che ci viene proposta è quello della cosiddetta “non autosufficienza” del partito. Io credo che questa discussione fatta in questi termini diventa mistificante. Se il partito non è all’altezza, va posto all’altezza, compagni! Punto. Se non siamo all’altezza di fare le cose che diceva il segretario riguardo alla nostra costruzione, non si risolve questo problema aprendo una discussione a cascata a partire da qui e poi in tutti gli organismi, federazioni, circoli, su come smontare e rimontare la lista, cercando di dire qualcosa di carino a tutti, da Vendola a Ferrando, come è stato detto. È una discussione che ci fa regredire, questo terreno è frutto della sconfitta che abbiamo subito. Dobbiamo riconoscerlo, ma anche contrastarlo, se non vogliamo dare un messaggio disarmante a quei compagni che sono anche scossi o delusi da questo risultato. Noi dobbiamo invece indagare in maniera rigorosa quello che è il rapporto tra noi e quelli con i quali abbiamo parlato, o tentato di parlare, non solo nella campagna elettorale ma in tutto questo anno. Qualche giorno fa Liberazione riportava l’opinione di un nostro compagno di Mirafiori che mi pare interessante. Questo compagno diceva, cito a memoria, che un anno fa tra i lavoratori si riteneva che la sconfitta dell’Arcobaleno fosse cosa buona e giusta, che ce l’eravamo meritata e che tutto il male che ci era capitato era appunto meritato. Oggi invece c’è una delusione e il fatto che non abbiamo raggiunto il quorum viene percepito come un elemento di debolezza anche loro. Questa descrizione penso abbia molto di vero, non solo a Mirafiori, stia in un quadro generale che è ovviamente negativo, la sconfitta appunto, ma contenga anche un elemento positivo, nel senso che la nostra sconfitta viene vista come qualcosa di interno alla loro battaglia, ancorché gravemente insufficiente e non vittorioso. Noi dobbiamo lavorare su questo punto, battere insistentemente e con tenacia finché non si spacca la pietra e viene fuori qualche cosa. Il resto non ci serve, il resto ci porta lontano da questo lavoro. Da questo punto di vista la chiave di lettura della “divisione”, della divisione della sinistra, è una vulgata che ha in se un elemento di verità – so anche io che tanti ti dicono “non solo perdete, ma continuate a dividervi” – , ma che non può essere proposta come leva della costruzione della nostra politica, come invece si fa nella parte finale della relazione. Non perché la divisione non abbia pesato, e le responsabilità di chi ha promosso quella scissione sono gravissime e imperdonabili; e tuttavia dovremo pur dire e riconoscere il fatto che a tutt’oggi, pur in un campo ristretto, continuano ad esistere due progetti politici incompatibili, e il punto non è come si scombinano e ricombinano, ma il punto è quale prevale, e come noi lavoriamo per far prevalere il nostro. C’è il progetto di una sinistra comunque interna a una logica di centrosinistra riveduto e corretto, e quello di una sinistra esterna e contrapposta a questo bipolarismo, la quale certo sconta le tare e il crollo di credibilità dettato dalla passata esperienza di governo, dal quale ancora non siamo fuori, ma anche un percorso più lungo di sradicamento e di smarrimento, disorientamento politico, teorico, culturale. Il Partito democratico ha preso atto di questa realtà, il settore oltranzisticamente maggioritario, che pure continua ad esprimersi ad esempio con la posizione assunta dal Pd sul referendum, non è quello che determina la linea di quel partito come era invece con la gestione Veltroni. Avrete sentito tutti i commenti la sera delle elezioni, ad esempio della Melandri: esiste, dicono, un campo di voti della sinistra e non potendolo semplicemente fagocitare e sussumere, dobbiamo intervenirvi con altri strumenti. Dobbiamo riconoscere che il risultato della lista di Sinistra e Libertà gli dà questo strumento. Non possiamo derubricare questo punto o pensare di rispondere a questo con una proposta tattica quasi furbesca, il famoso “da Ferrando a Vendola”. Non è questo il terreno, questo è un terreno che fa arretrare la nostra discussione e soprattutto la nostra azione. Sul partito, quanto detto da Ferrero sul nostro intervento operaio è sacrosanto. Per inciso aggiungo che se un nostro candidato della Fiat di Pomigliano, un compagno di meno di trent’anni, quasi sconosciuto, prende molte preferenze e per questo viene fatto oggetto di un attacco piuttosto netto come è accaduto nella scorsa Direzione, mi pare cosa piuttosto singolare; magari poi il compagno Ferrero mi dirà cosa pensa al riguardo perché ancora non l’ho capito. Certo se pensiamo che le candidature operaie sono la medaglietta da appendersi, che gli operai servono a costruire i palchi su cui sale qualcun altro, non andiamo molto lontano.
Su questo però compagni, sul partito e la sua costruzione, il tempo è quasi finito. Ho avanzato alcune proposte, dobbiamo scegliere un indirizzo politico e su questo ho già esplicitato i miei disaccordi, ma abbiamo anche poche settimane per mettere mano al partito, per decidere di farlo bene, oppure abbiamo qualche mese per decidere di farlo molto male, in una logica che a quel punto sarebbe quella dei bilancini, di equilibrare una maggioranza con questa o quella mozione, come è stato nella discussione avviata per via informale, o semi-informale, che è anche continuata sulla stampa, che sarebbe appunto la scelta di equilibrare la barca mettendo un peso in più qui o lì, senza rendersi conto che la barca va alla deriva su una corrente che certo non ci porta dove vogliamo arrivare.
Puoi ascoltare cliccando qui l'intervento di Claudio Bellotti, assieme ai lavori della prima giornata --- Sintesi dell'intervento di Alessandro Giardiello
Il punto di fondo non è la composizione delle forze in campo se non è risolto il nodo cruciale: la costruzione di una forza capace di essere strategicamente alternativa al bipolarismo, di tradurre e far vivere questa prospettiva nelle relazioni di massa che siano anche funzionali a ottenere un positivo riscontro elettorale. Il rapporto con le altre forze della sinistra va impostato limpidamente attraverso un patto di unità d’azione. Le aperture “arcobaleniste” di Ferrero ci riportano al dibattito che avevamo prima del 14 aprile. Se questa tendenza si consolida (e un’entrata della seconda mozione in segreteria ne sancirebbe un passaggio qualitativo) allora Chianciano sarebbe morta e si aprirebbe la strada per una svolta a destra e una nuova maggioranza nel partito. Avremo successo se sapremo definire un progetto, un’identità, tesa a costruire il partito delle lotte e del conflitto e non il partito degli assessori, spaventato da scelte politiche coerenti che compromettono le alleanza col Pd e a cui interessa poco il radicamento sociale. Interessa molto di più l’autoconservazione come ceto politico a spese della stessa esistenza del partito. Non si può parlare delle lotte e il gruppo di intervento operaio deciso in direzione non si fa, la conferenza dei lavoratori non si fa, il responsabile lavoro va a fare il commissario a Brescia, deve pur esserci un punto di contatto tra le cose che si dicono e la realtà, altrimenti è la fine. Puoi ascoltare cliccando qui l'intervento di Alessandro Giardiello, assieme agli altri interventi della seconda giornata Leggi anche:
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