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Conferenza d'organizzazione del Prc - Il nostro documento PDF Stampa E-mail
Prc
Scritto da FalceMartello   
Mercoledì 20 Dicembre 2006 13:29

Il comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista, riunitosi lo scorso fine settimana, ha deciso che fine marzo 2007 si svolgerà la conferenza di organizzazione nazionale del partito. Le conferenze di circolo si svolgeranno invece tra l'1 ed il 18 febbraio. Pubblichiamo il documento proposto alla discussione dai compagni di FalceMartello, tendenza marxista del Prc.

Per una svolta operaia del Prc

 

1. Lo scopo di questo documento non è proporre un modello astratto di partito ideale, ma di affrontare alcuni degli evidenti problemi che il Prc incontra oggi nello strutturare la propria militanza, nell’organizzare il proprio intervento, nell’accrescere la propria forza organizzata.

Il partito vive ormai da anni un evidente calo della propria capacità di mobilitazione e intervento. Ne sono indicazioni evidenti:

- I risultati elettorali, che a dispetto di attese e promesse non sono mutati in modo significativo, collocandosi circa a metà strada tra i picchi più negativi e i momenti di massima crescita del consenso elettorale, senza mostrare veri segni di “sfondamento”.

- Un tesseramento che da tempo non riesce a superare la soglia dei 100mila iscritti, con un ricambio degli iscritti ben al di sopra di un dato che si possa considerare fisiologico, e con evidenti elementi di distorsione a ridosso delle scadenze congressuali, nonché in situazioni circoscritte, ma non certo rare di veri e propri comitati elettorali e affaristici che si insinuano nelle strutture del partito stesso.

- Una scarsa capacità di mobilitare le energie degli stessi iscritti (caso emblematico la ormai scarsissima partecipazione alle tradizionali mobilitazioni nazionali di inizio autunno), con una prevalenza dell’iscrizione passiva.

- Un autofinanziamento ormai ridotto ai minimi termini, con oltre il 95 per cento del bilancio centrale del partito dipendente in forma diretta o indiretta dalla presenza istituzionale.

2. Elementi di un bilancio

Il dibattito non può prescindere da un bilancio della fase passata anche sotto il profilo della vita del partito. L’epoca della cosiddetta “contaminazione” con i movimenti non ha prodotto i risultati attesi e proposti ai suoi esordi.

Seppure il Prc ha indubbiamente attratto l’attenzione e le simpatie di migliaia di giovani, di lavoratori, di immigrati, di tanti soggetti in vario modo partecipi delle grandi mobilitazioni iniziate nel 2001, è altrettanto indubbio che tali simpatie non hanno portato al balzo in avanti nella nostra influenza e radicamento che pure sarebbero stati possibili.

Questo risultato negativo si deve ascrivere innanzitutto a questioni generali di linea politica già ampiamente dibattute nel nostro congresso e nei nostri organismi dirigenti e che non sono tema di questa conferenza.

Tuttavia va aggiunto che l’“immersione” nei movimenti è stata condotta in base a un gigantesco equivoco e sulla base di un dibattito spesso mistificato. La tessitura di rapporti con ceti politici e gruppi dirigenti più o meno rappresentativi è stata privilegiata rispetto all’incontro con le energie più fresche e militanti che si esprimevano nelle mobilitazioni. Il famigerato “metodo del consenso”, l’esasperata volontà di non porre mai nel dibattito punti controversi ha reso la discussione politica opaca e inaccessibile ai comuni militanti, con la inevitabile conseguenza che quando poi le rotture si sono determinate, esse sono ricadute nel modo peggiore sul nostro partito.

L’esperienza dei Giovani comunisti con i Disobbedienti è solo l’esempio più evidente di questo errore.

Anziché proporre audacemente una prospettiva di cambiamento rivoluzionario, anziché proporre in piena trasparenza e onestà politica e intellettuale una generalizzazione teorica e politica all’altezza della richiesta impetuosa salita dal movimento e dall’aspirazione a un “altro mondo possibile”, ci siamo lasciati contaminare (in questo caso l’espressione è pertinente) dalle più classiche mode ideologiche che hanno un solo comune obiettivo: criticare, attaccare e ridicolizzare ogni idea di salda organizzazione degli oppressi, di lotta organizzata, prima fra tutte l’idea della necessità di un partito comunista con una prospettiva rivoluzionaria.

Da questo attardarsi nelle forme più arretrate e settoriali di impegno il passo è stato poi breve e ci ha condotto all’attuale glorificazione di un bricolage di miniriforme da ritagliarsi all’interno della collocazione di governo (nazionale e locale), non di rado inducendo un rapporto lobbistico con quell’associazionismo che pretende ad oggi di essere l’erede del movimento noglobal.

3. Il Prc può aspirare a una dimensione di massa?

Il Prc ha le potenzialità per superare la propria attuale dimensione di partito prevalentemente d’opinione, legato alle proprie alterne fortune elettorali, con una gigantesca e crescente sproporzione tra il proprio corpo militante, troppo gracile, e la propria “testa” istituzionale, che cresce a dismisura?

La risposta anche in questo caso è ovviamente legata innanzitutto a scelte di linea politica. La debolezza delle nostre strutture si accentua indubbiamente con l’attuale collocazione nel governo. L’autonomia del partito che vogliamo difendere è innanzitutto un’autonomia politica, il rapporto fra il governo e i lavoratori è già ampiamente logorato, e una forza come la nostra può farne pesantemente le spese.

Il prossimo congresso, che pure è già relativamente vicino, potrebbe rivelarsi una scadenza troppo lontana per trarre un serio bilancio e le relative decisioni riguardo la nostra azione nel governo Prodi.

La risposta alla domanda qui posta tuttavia non risiede solo nella nostra collocazione di governo o di opposizione. È sufficiente ricordare l’esperienza degli anni successivi al 1998, o guardare alle sorti di altre formazioni della sinistra in Europa e non solo, per rendersi conto che la sola collocazione all’opposizione non garantisce una crescita di consensi e soprattutto di egemonia.

Il Prc può uscire dalla sua attuale dimensione solo se saprà conquistare un settore significativo di attivisti e militanti fra i principali settori della classe lavoratrice e dei giovani.

Le soluzioni fin qui proposte (forme di militanza parziale, parziale dissolvimento dei confini politici e organizzativi del partito o, peggio ancora, raffigurazioni utopistiche del partito come luogo dove già potrebbero vivere rapporti propri di una società alternativa) non hanno prodotto altro risultato se non quello di peggiorare lo stato di cose esistente.

La svolta necessaria e urgente deve essere una vera e propria svolta operaia del nostro partito.

Questo non significa fare del partito un organismo parasindacale che discute solo temi economico-sindacali. Significa invece che deve proporsi tenacemente di conquistare posizioni, autorevolezza, consenso e adesioni con un lavoro di conoscenza e intervento sistematico e centralizzato in tutti i terreni di conflitto, in ciascuno di essi ponendo un punto di vista di classe e anticapitalista.

4. Centralismo o no?

È stato più volte commentato, e con ragione, come militanti del nostro partito siano presenti in tutti i conflitti che prendono vita e forma nel nostro paese.

Questa constatazione deve essere fonte di ottimismo, ma non deve oscurare l’altra faccia della medaglia: troppo spesso i nostri militanti si trovano privi di punti di riferimento, proposte, analisi, canali d’intervento propri del partito.

Si dice che il centralismo sarebbe in contrasto con la possibilità di forme di militanza parziali, legate magari a tematiche specifiche. È vero invece il contrario: rivendichiamo che il nostro obiettivo sia quello di avere militanti formati ad una visione ampia dei problemi sociali, non rinchiusi nella logica settoriale valida forse per gli “specialisti” di mestiere ma che poco può ispirare a una visione del mondo di oggi, con la sua complessità, e soprattutto a una prospettiva di cambiamento della società. Ma non solo: la militanza necessariamente “parziale” (se non per visione, certo per necessità pratica) di ciascuno di noi può acquisire efficacia e forza cento volte maggiore proprio se inserita in un piano generale di intervento, di elaborazione, di attività. E indubbiamente piani di questo genere possono essere discussi, elaborati e messi in pratica solo con una discussione che riconduca tutte le sollecitazioni e le proposte in un ambito centrale, il più possibile democratico e partecipato, che possa farle proprie e riproporle all’insieme delle strutture del partito, a cominciare dai circoli.

5. Conquistare terreno nelle fabbriche e nel sindacato

Parte essenziale della svolta nella costruzione del partito deve essere un lavoro sistematico, costante e di lungo periodo verso i luoghi di lavoro e le organizzazioni sindacali, a partire dalla Cgil.

Ogni struttura, a tutti i livelli (circoli, Cpf, Regionali) dovrebbe lavorare sistematicamente alla conoscenza del tessuto economico-produttivo del proprio territorio, alla elaborazione di proposte di intervento, di piattaforme rivendicative, di stimolo e intervento nelle vertenze più significative. I dipartimenti lavoro (oggi terreno privilegiato per scontri fra le diverse componenti sindacali o, nel migliore dei casi, per organizzare campagne di breve durata) dovrebbero vedere aumentate le proprie risorse umane e finanziarie e stringere rapporti sistematici con circoli e federazioni. Non può accadere che una lotta significativa, il rinnovo contrattuale di una categoria importante, la vertenza di un gruppo di precari, passi senza essere conosciuta, discussa nei dettagli dalle nostre strutture e senza che da questa discussione nascano proposte d’intervento in grado di coinvolgere la militanza nel modo più ampio possibile.

Allo stesso modo la politica sindacale sui temi principali dovrebbe essere oggetto di discussione sistematica fra tutti i compagni coinvolti nelle organizzazioni sindacali.

6. Punti di riferimento per i circoli e i militanti

Quanto detto sopra riguardo i luoghi di lavoro vale in generale per tutti i terreni di conflitto più significativi. Se c’è un male che colpisce oggi le nostre strutture, anche quelle più attive, è la mancanza di punti di riferimento all’interno del partito, l’impossibilità di accedere a canali di dibattito efficaci, stabili e accessibili, dove si possano dare come ricevere stimoli e indicazioni. Questo si riflette tra l’altro anche nelle difficoltà ad elaborare materiali di propaganda efficaci (né si sono dimostrate una risposta valida i tentativi di ricorrere a “professionisti” della comunicazione, basti pensare alla completa sterilità di iniziative quali il blog diamoci del tu). Il Prc ha necessità di trovare una propria voce e un proprio linguaggio che siano vicini e comprensibili ai nostri interlocutori. Ma questo può realizzarsi solo se l’intero sforzo delle nostre strutture sarà volto a creare queste relazioni interne ed esterne al partito, oggi quasi completamente trascurate.

7. Campagne permanenti

Su alcuni terreni decisivi il partito deve strutturare campagne permanenti di propaganda ma anche di iniziativa e mobilitazione. Non parliamo di campagne specifiche e circoscritte nel tempo, ma di grandi temi sui quali è necessario che si costruiscano riferimenti costanti all’interno del partito: precarietà, immigrazione, casa, scuola, ecc.

Il lavoro dei dipartimenti, che sono le strutture fin qui deputate a questo sforzo, deve essere conosciuto e dibattuto negli organismi dirigenti e nel partito a tutti i livelli. I limiti fin qui prevalenti ci paiono riconducibili innanzitutto alla quasi completa separazione dei dipartimenti dal dibattito generale del partito. Le priorità, le scelte e le iniziative dei dipartimenti rimangono in generale sconosciute, così come la loro elaborazione.

Una possibile risposta a questo problema potrebbe essere costituita dall’associazione di un numero maggiore di componenti degli organismi dirigenti ai dipartimenti, al fine di tentarne un rafforzamento e una maggiore rappresentatività e capacità di incidere nel partito.

8. Il Prc e la partecipazione femminile

Le politiche di smantellamento dei servizi pubblici unite ai finanziamenti ad hoc per le famiglie, il declino dei diritti sui posti di lavoro e il rinnovato vigore delle campagne clericali rappresentano i pilastri su cui poggia la campagna ideologica martellante che vuole le donne angeli del focolare e oggetto del piacere maschile.

Non potremmo certo spiegarci in altro modo almeno gran parte dell’aumento delle violenze contro le donne, prevalentemente perpetrate nelle quattro mura domestiche, ma non solo. Le donne sono esseri umani inferiori: questo è il messaggio di fatto dominante nella nostra cultura che autorizza gli uomini ad abusare delle donne, sia sessualmente che sfruttandole nel lavoro domestico e di cura. Combattere questa cultura significa in primo luogo combattere con coerenza i pilastri su cui poggia.

Il nostro partito ha gravi lacune su questo terreno di intervento politico che si evidenziano anche nella scarsa presenza di compagne nella sua militanza.

È grave pensare di risolvere questo problema imponendo una partecipazione delle donne alla vita politica del partito e ai suoi gruppi dirigenti attraverso la norma cosiddetta antidiscriminatoria delle quote. Essa consolida l’idea delle donne soggetto debole e di serie B, incapaci di conquistarsi uno spazio politico se non viene loro attribuito e soprattutto nasconde l’assenza nel nostro partito di un orientamento verso le donne della classe operaia e quelle che più di tutte subiscono gli effetti della cultura maschilista.

Lo strumento del forum delle donne al quale si è delegato tutto l’intervento fra le donne va superato. Esso si è orientato esclusivamente nel dialogo e confronto con settori di intellettuali e formazioni femministe, ma ha completamente ignorato un intervento fra le donne lavoratrici, sia nei luoghi di lavoro, sia nelle condizioni di disagio e assenza di servizi nelle periferie.

Il promettente movimento a difesa della legge 194 (“Usciamo dal silenzio”) ha visto il partito a completo traino del gruppo dirigente della Cgil, e quando questo ha trasformato il movimento in un forum su internet non abbiamo avuto nulla da eccepire.

La proposta delle quote significa lavarsi la coscienza a spese di chi la cultura maschilista la subisce veramente.

Il V congresso ha stabilito che negli organismi di partito nessun genere deve superare la quota del 40%, in nessun organismo questa quota viene rispettata. È stata usata per garantire percorsi privilegiati ad alcune compagne, ma non ci risulta abbia  influito significativamente per aumentare la presenza delle donne nel nostro partito, all’epoca inchiodata al 17% degli iscritti.

9. Priorità dell’intervento nella prossima fase

La Conferenza deve indicare alcuni terreni di intervento prioritario nella fase immediata. Proponiamo quattro terreni decisivi della politica nazionale.

- La lotta contro nuovi attacchi alle pensioni e contro lo scippo del Tfr, associandoci alla proposta di lanciare comitati in difesa delle pensioni e del Tfr e lavorando a una campagna capillare, innanzitutto nei luoghi di lavoro, nonché intervenendo nel dibattito interno alle organizzazioni sindacali

- Lotta alla precarietà, rilanciando il risultato ottenuto il 4 novembre con altre iniziative generali ma anche con un lavoro di vertenze sul campo che estenda l’importante effetto di rottura fin qui avuto da vertenze esemplari quali la lotta dei lavoratori Atesia, che hanno acceso i riflettori sul tema della precarietà.

- Immigrazione: la lotta contro la Bossi-Fini va ripresa con una campagna nazionale che punti almeno alla dimensione di quella che ha condotto al 4 novembre, per rompere il muro di gomma che si vuole far calare attorno alle rivendicazioni dei lavoratori immigrati.

- La lotta alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni assume un carattere di urgenza. In particolare la lotta contro il DDL Lanzillotta può e deve diventare terreno d’incontro per un intervento che unisca i settori più diversi: sindacato, comitati di utenti, lavoratori pubblici, ecc. e una grande occasione per lanciare una controffensiva dopo venti e più anni di martellanti campagne in favore del privato.

10. Temi internazionali

Il partito ha due terreni internazionali decisivi da battere. Il primo è quello della lotta contro il coinvolgimento italiano nelle missioni in Afghanistan, in Libano e nei Balcani, nonché nel sostegno alla causa palestinese.

Il secondo è quello di impegnarsi nello stabilire legami con quelle esperienze di lotta che in America latina segnano oggi il punto più avanzato di conflitto di classe. Il Prc deve fare molto di più per conoscere e far conoscere l’esperienza rivoluzionaria venezuelana, boliviana, la lotta messicana, il movimento delle fabbriche recuperate in tutto quel continente e in generale per divulgare i temi oggi dibattuti nel movimento operaio e contadino latinoamericano. A questa conoscenza si deve affiancare un intervento sistematico nel movimento operaio italiano per stringere i vincoli della solidarietà internazionale.

11. Apparati

Oggi il Prc vive, come già detto, un pericoloso squilibrio fra l’ingigantirsi della propria presenza istituzionale e la sostanziale stagnazione delle proprie forze militanti. La cellula costitutiva del partito rischia di non essere più il circolo con la sua sede, ma l’assessore o l’eletto con il suo portaborse.

Anche se non esistono risposte risolutive sul terreno organizzativo alla malattia dell’istituzionalismo, alcune misure possono aiutare.

Si deve rilanciare l’autofinanziamento del partito a tutti i livelli. Una situazione nella quale l’intera struttura nazionale dipende dal finanziamento elettorale e dagli eletti non è accettabile.

Si deve introdurre un criterio di salario operaio per gli eletti a tutti i livelli, a partire dai parlamentari. Un parlamentare del nostro partito non può vivere con un salario di 6-7 volte superiore a un lavoratore. Si tratta di una elementare misura di sobrietà politica che si richiama, peraltro, a tradizioni in passato consolidate nel movimento comunista.

A fronte di un apparato di partito che in periferia è spesso gracile, si moltiplicano le posizioni di funzionariato legate a vario titolo all’inserimento istituzionale e governativo del partito a tutti i livelli. Ogni decisione concernente tali apparati va ricondotta nel proprio alveo naturale, ossia gli organismi dirigenti rappresentativi ai vari livelli, rompendo con la pratica di decisioni prese in ambiti ristretti, spesso a fini di corrente per non dire peggio. Il partito deve avere un quadro chiaro e trasparente di ogni posizione oggi occupata da suoi esponenti, cosa che è ben lungi dall’avvenire.

12. Gruppi dirigenti

Il modello oggi esistente costituisce una brutta copia di una modesta democrazia parlamentare: organismi dirigenti relativamente ampi in cui il dibattito politico è sostanzialmente cristallizzato, ai quali fanno riscontro organismi esecutivi sostanzialmente omogenei e di maggioranza (“monocolore” o “di coalizione” a seconda delle situazioni locali). Le conseguenze negative di questa situazione sono sotto gli occhi di tutti, e il tentativo compiuto al congresso di Venezia di uscire da questa situazione adottando la struttura “bicefala” Direzione/esecutivo è andata incontro al prevedibile fallimento.

Da questa situazione si può uscire soprattutto se viene meno l’esclusione di fatto delle minoranze da qualsiasi reale coinvolgimento nella costruzione dell’iniziativa del partito, del suo intervento, nella selezione dei responsabili dei suoi dipartimenti, ecc. Fermo restando il pieno diritto di una maggioranza ad applicare la propria linea, ci pare che si rifiuti oggi l’idea che possano esistere terreni sui quali anche compagni che sono portatori di punti di vista diversi e magari in un dato momento minoritari possano esercitare le proprie capacità e porle in relazione con l’insieme del partito.

13. Il percorso della Sinistra europea

Il percorso di costruzione della sezione italiana della Se è entrato in stallo. La capacità del progetto di aggregare settori importanti al di fuori del Prc si è dimostrata minima. La Se non attrae energie militanti significative fra quelle che si sono manifestate nei principali movimenti degli scorsi anni. Non ha una vera capacità di penetrazione nel movimento sindacale. Non incide per nulla nel dibattito, pure lacerante, che attraversa i Ds. Al contrario, siamo al paradosso che forze formalmente interne al percorso della Se si dimostrano interessate alla possibilità di una riorganizzazione di una forza socialdemocratica come sottoprodotto della spinta alla formazione del Partito democratico.

Il metodo assunto per condurre il dibattito e il processo fondativo è tutto tranne che trasparente e partecipato. Si sono cooptati settori di ceto politico attraverso le candidature elettorali. Il cosiddetto criterio del “consenso” non è altro che un diritto di veto concesso reciprocamente fra gruppi dirigenti, al di fuori di qualsiasi reale confronto democratico fra i militanti. L’elementare principio democratico “una testa un voto” viene rinviato a un lontano futuro precisamente perché oggi metterebbe in luce quanto si vuole invece offuscare: che nella Se, oltre al Prc, c’è davvero poco.

Il percorso della Se è per giunta pesantemente condizionato dalla nostra attuale collocazione di governo. Il paragone con la Linke tedesca viene chiamato in causa del tutto a sproposito: la Linke infatti (che peraltro è ben lontana dall’aver dato risposte soddisfacenti ai nodi teorici e strategici che abbiamo di fronte, collocandosi prevalentemente all’interno di un orizzonte di riformismo “classico”), è nata dall’unione di diversi settori che si sono innanzitutto trovati a condurre una comune opposizione a un governo come quello di Schroeder, guidato dalla destra socialdemocratica, che ha tentato di condurre un attacco senza precedenti contro i diritti conquistati lungo decenni dalla classe operaia tedesca. Oggi la Linke si trova a condurre un’opposizione a un governo di “grande coalizione” fra socialdemocratici e democristiani.

È facile capire come il quadro italiano sia radicalmente diverso, posto che attualmente il partito si presenta come la componente più leale del governo Prodi…

Il percorso costituente non ha approdi positivi e va sospeso. Va invece rilanciato il dibattito concentrandosi su aspetti programmatici e strategici, lavorando per approfondire in un dibattito realmente di massa le questioni che sono state volutamente messe in ombra dalla nostra adesione al programma dell’Unione. Deve chiudersi la fase nella quale il partito fa della fedeltà a quel programma il proprio terreno qualificante; deve invece aprirsi una nuova fase nel quale il Prc lavori alla costruzione di una piattaforma programmatica che sia riflesso non degli equilibri della coalizione, ma delle esigenze di massa così come si sono manifestate nelle mobilitazioni di questi anni.

Su questo terreno può essere resa feconda l’interlocuzione con i soggetti che si sono dichiarati interessati al progetto della Se, così come con tanti altri che per i motivi più diversi si sono tenuti all’esterno di quel percorso.

 

Claudio Bellotti, Simona Bolelli, Alessandro Giardiello, Mario Iavazzi, Jacopo Renda.

17 dicembre 2006 

 

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