Una marcia
a tappe forzate… ma verso dove?
Brevi
osservazioni sulle “innovazioni” di Bertinotti
Non
è certo semplice riassumere in poche righe l’insieme della “svolta innovatrice”
impressa da Bertinotti con le recenti prese di posizione. In primo luogo, per
la vastità dei temi toccati; in secondo luogo, perché la gran parte di queste
uscite si limitano a “lanciare il sasso” senza alcun reale approfondimento dei
temi proposti al dibattito. In terzo luogo, perché una parte importante della
recente produzione letteraria del segretario e di coloro che lo sostengono più
da vicino ha uno scopo puramente difensivo, e consiste nell’accumulazione di
specificazioni, subordinate, precisazioni, interpretazioni che in realtà hanno
il solo effetto di rendere indecifrabile il vero oggetto del dibattito.
di Claudio
Bellotti
A
rischio di essere accusati di portare una critica sommaria, proviamo comunque a
estrapolare dalla vasta messe di dichiarazioni e scritti alcune delle prese di
posizione che ci paiono più qualificanti.
Violenza e nonviolenza
È
quello della violenza il punto che più ha attirato l’attenzione dei mass media.
Bertinotti su questo punto si contraddice più volte, poiché da un lato nega che
si tratti di una posizione valida in ogni tempo e in ogni luogo, insiste sul qui ed ora. D’altra parte, tuttavia, le
posizioni proposte portano fatalmente ad una posizione generale e di principio
che nega qualsiasi legittimità all’uso della forza per combattere
l’oppressione.
Credo anche (…) che qui ed ora la
non violenza sia la condizione essenziale per far vivere fino in fondo tutta la
radicalità di quel processo di trasformazione sociale che chiamiamo comunismo.
Non c’è alcuno spazio fra guerra e terrorismo se non nel rifiuto di entrambi.
(1)
In
altre parole secondo Bertinotti non si può proporre oggi, ad esempio nel
contesto iracheno, la prospettiva di una lotta di liberazione nazionale; essa
finirebbe automaticamente nel campo del terrorismo fondamentalista.
“Questa coppia guerra-terrorismo
che sequestra monopolisticamente la violenza, questa realtà ci mette di fronte
ad un problema assolutamente inedito. Noi non possiamo pensare di battere
questa violenza monopolizzata con la guerra. La violenza, in ogni sua variante,
quale che sia il giudizio morale, risulta inefficace perché viene riassorbita
dalla guerra o viene riassorbita dal terrorismo mettendo fuori gioco la
politica.” (2)
Balza
agli occhi come con questa presa di posizione si faccia di ogni erba un fascio,
“la violenza in ogni sua variante”
comprende evidentemente tutto, dagli attentati terroristici all’autodifesa di
un corteo, da un movimento di liberazione nazionale, a una guerriglia
contadina, a un’insurrezione di massa, tutto viene messo nello stesso sacco.
L’insurrezione degli operai e dei contadini boliviani che pochi mesi fa,
dinamite alla mano, hanno marciato sulla capitale e rovesciato il governo
filo-Usa sono messi sullo stesso piano dei terroristi reazionari di al Qaeda.
Ma se è così, allora che differenza c’è con il ritornello della borghesia che ad
ogni sciopero duro, si tratti dei metalmeccanici o dei tranvieri, grida alla
violenza e al terrorismo?
Stalinismo e potere
La
via più breve per seminare confusione su questo tema è quella di mettere nello
stesso sacco Lenin e Stalin, la rivoluzione d’ottobre e lo stalinismo, per poi
dire: vedete? Rivoluzione uguale violenza, dittatura, oppressione e
totalitarismo. La borghesia lo ha fatto per ottanta anni, seguita a ruota dai
riformisti. Oggi Bertinotti sta approdando tardivamente agli stessi lidi?
“Ma allora in quel 900, nella
nostra storia c’era anche qualcosa che non funzionava? Siamo così sicuri che
era proprio necessario massacrarli quelli di Kronstadt? Siamo così sicuri che
per salvare il nuovo stato post rivoluzionario andavano massacrati? E siamo così
sicuri che per difendere la rivoluzione bisognava costruire degli stati
autoritari? Siamo sicuri che lo stalinismo fosse proprio la risposta necessaria
in quella fase? (…) Non parlo di un rapporto meccanico, ma di una cultura che
consentiva l’idea di un esercizio del potere e una idea dell’avversario come
nemico da fronteggiare, appunto, in termini prevalentemente militari.”
(2)
In
queste poche righe Bertinotti riesce, in un solo colpo, a:
-
falsificare completamente la concezione marxista dello Stato e del potere,
fingendo di ignorare che tutte le
elaborazioni del marxismo da Engels in poi parlavano non di “stato
autoritario”, ma di deperimento dello Stato, di scomparsa dello Stato,
definivano lo Stato operaio come un “semi-stato”, e via di seguito;
-
dare un quadro completamente distorto degli avvenimenti seguenti la rivoluzione
d’Ottobre, per cui pare che la guerra civile e la conseguente repressione siano
avvenute per una “cultura” sbagliata e non perché la borghesia russa e
internazionale scatenò un intervento sanguinoso tentando di riconquistare il
potere perduto;
-
mescolare artificialmente il periodo del 1917-23, ossia il periodo in cui sia
pure fra difficoltà estreme in Unione sovietica il partito bolscevico
perseguiva una politica internazionalista, di classe, egualitaria, con il
successivo periodo staliniano, nel quale la burocrazia si impadronì del potere,
massacrò la generazione e i quadri del partito bolscevico, volse le spalle
all’internazionalismo abbracciando il “socialismo in un solo paese”, introdusse
disuguaglianze crescenti; in altre parole, Bertinotti mescola (e non
innocentemente) il periodo dell’ascesa rivoluzionaria con quello della reazione
burocratica e stalinista.
Non
è questo il luogo, innanzitutto per motivi di spazio, per rispondere a queste
vere e proprie falsificazioni. È facile in dieci righe distorcere completamente
la realtà, ma è impossibile nello stesso spazio restaurare la verità storica e
politica.
Ci
limitiamo pertanto a una sola sommessa raccomandazione ai nostri lettori e in
particolare ai più giovani: per giungere a una reale comprensione di cosa fu la
rivoluzione d’ottobre, il leninismo, di come la reazione stalinista poté
affermarsi e affogare in un mare di sangue il partito bolscevico e l’eredità
della rivoluzione, per conoscere tutto questo andate alle fonti, studiate
direttamente la storia di quegli anni e l’elaborazione di Lenin, di Trotskij.
Scoprirete facilmente la distanza abissale fra il comunismo, cioè il leninismo
autentico, e la sua negazione per parte dello stalinismo, e con altrettanta
facilità potrete misurare la distanza abissale che separa la critica marxista
dello stalinismo dalle chiacchiere che Bertinotti ci spaccia come “innovazione”
e che non fanno che riprendere frammenti e cascami di quasi un secolo di
calunnie contro il marxismo.
Quale soggetto rivoluzionario?
Scompare
nelle posizioni di Bertinotti anche l’idea che i lavoratori, il proletariato
siano la forza decisiva nella trasformazione sociale. In generale Bertinotti
detesta parlare di classi sociali, di soggetti reali. Nelle sue divagazioni non
si incontra quasi mai la borghesia, la classe operaia, gli Stati, i paesi
imperialisti, i popoli oppressi. Si parla di guerra, ma non di chi la guerra la
conduce; si parla di globalizzazione, mai di borghesia o di capitalismo; ecc.
Riguardo
al soggetto rivoluzionario, si passa dalla concezione marxista che vede i
lavoratori come forza motrice della rivoluzione a causa del loro ruolo decisivo
nell’economia capitalista, ad una concezione puramente idealistica per cui il
soggetto rivoluzionario è formato da chi la pensa in un certo modo: “È diverso il soggetto rivoluzionario che
non si definisce solo nella sua collocazione nel processo produttivo, ma
piuttosto nell’antagonismo a questa globalizzazione”. (1)
“Il profilo del nuovo proletariato
non ci viene semplicemente dalla sua collocazione sociologica nel processo
produttivo,
che pure vede una radicale mutazione nella composizione e nel modo di essere
del mondo del lavoro, ma nella costruzione dell’antagonismo, all’interno di un
processo che tende a formare una nuova soggettività critica
e una nuova critica dell’economia.” (3)
Va
detto che il marxismo non ha mai assunto una posizione meccanica secondo la
quale il lavoratore in quanto sfruttato è automaticamente e necessariamente un
rivoluzionario. Al contrario, Marx spiegava che la classe operaia in sé non è che materia bruta sfruttata,
e solo in quanto si organizza per lottare per i propri interessi diventa classe per se, ossia sviluppa una coscienza del proprio ruolo rispetto
alle altre classi e infine della necessità della trasformazione sociale.
Ma
quanto dice Bertinotti è radicalmente diverso, ossia che solo chi è
soggettivamente “critico” fa parte del “nuovo proletariato” ed è quindi
riconosciuto come soggetto rivoluzionario. In altre parole, cento professori
universitari, avvocati e signore della buona società progressista che fanno la
spesa nel negozio del commercio equosolidale, in quanto “soggetto critico”
hanno lo stesso ruolo nella lotta di classe di cento lavoratori che per esempio
scioperano bloccando il trasporto locale in una città.
Si
apre quindi la porta ad una concezione interclassista che più esplicitamente
viene espressa nel seguente passaggio: “Perché
il movimento newglobal è così cresciuto? Perché ha intuito quel che anche tu
pensi, cioè che deve formarsi una nuova alleanza (si noti, tra parentesi,
il linguaggio religioso della “nuova alleanza” - Ndr), l’alleanza della specie”. (3)
Abbasso Marx, abbasso Lenin …
Seppellito
il proletariato, resta da seppellire la rivoluzione. L’elemento della rottura
rivoluzionaria, che segna il passaggio da uan società ad un’altra come ad
esempio la rivoluzione francese segnò il passaggio dal feudalesimo ormai
moribondo al capitalismo, viene così trasformato in una sorta di “rivoluzione
personale” che ciascuno deve compiere nell’intimo della propria coscienza, o
nella comodità del soggiorno di casa. Si incaricano di spiegarcelo, facendo le
veci del segretario, Rina Gagliardi e Alessandro Curzi, che non sentendosi
forse del tutto a loro agio decidono di convocare Marx in persona come
autorevole testimone: “L’aveva scritto
Marx, un secolo e mezzo fa: la nostra rivoluzione dovrà essere un processo di
lunga durata, di “rivoluzionamento” dei rapporti economici e sociali esistenti,
anche perché soltanto in un processo di lunga durata potremo liberarci dal
“sudiciume” che la società del capitale ha disseminato in ciascuno di noi. Era
già questa un’idea di rivoluzione nonviolenta, di comunismo. Che oggi, soltanto
oggi, possiamo cominciare a praticare. Almeno, a provarci.” (4)
In
attesa di scoprire dove Marx abbia espresso tale singolare concezione della
rivoluzione, facciamo notare come un aspetto particolarmente comico in questo
dibattito sia il chiamare di volta in volta Marx, Lenin o Rosa Luxemburg a
testimone di questa sistematica demolizione del marxismo in ogni sua possibile
accezione.
Preferiamo
allora la sincerità del segretario, che a Valentino Parlato dichiara
schiettamente: “Penso che non solo Lenin,
ma tutti i grandi leader del movimento operaio del 900 siano morti, e non solo
fisicamente. Oggi sarebbe grottesco richiamarsi all’uno o all’altro (…). Vorrei
vederlo in faccia uno che oggi dica: voglio fare un partito marxista o
leninista e che voglia mettere questa definizione nel suo statuto.” (5)
Appunto.
Ma allora… allora perché ostinarsi a mantenere nel simbolo di Rifondazione la
falce, il martello e la stella, simboli di quella rivoluzione d’ottobre nella
quale si vede l’origine di tutti gli “errori ed orrori”?
E
quindi, niente rivoluzione, niente lotta per il potere, ma piccoli cambiamenti
all’interno di questa società: “La
questione del potere è difficile, ma si può affrontare. Al tempo del sindacato
dei consigli, nella fabbrica – luogo autoritario per eccellenza – una serie di
rivendicazioni, anche minime, addomesticò il potere. Così nello stato si
possono produrre una serie di modificazioni, anche minime, ma che incidono
sulla natura del potere, sulla sua non neutralità”.
Domanda
di Valentino Parlato: “Una società
diversa dentro la stessa forma di stato?”
Risposta:
“Esattamente, e che svuota dall’interno
il potere arbitrario dello stato. È la questione dell’immissione nella società
di elementi di socialismo” (5)
Alla
fine la montagna ha partorito, come sempre, il topolino: basta con le
prospettive di andare oltre il capitalismo, proviamo ad inserire “elementi” di
socialismo all’interno di questo Stato, e vediamo se riusciamo ad
“addomesticare” i padroni. Ma a noi pare, purtroppo, che qui di addomesticato
ci sia solo il “nuovo” comunismo bertinottiano e il partito che su di esso
dovrebbe fondare la propria azione.