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Una guerra che non conosce crisi PDF Stampa E-mail
Politica Italiana
Scritto da Claudio Bellotti   
Mercoledì 27 Maggio 2009 04:10

L'editoriale di Liberazione sui morti sul lavoro a Sarroch (Cagliari)

Pierluigi Solinas non aveva ancora 30 anni. È stato il primo a morire, ieri pomeriggio, nella raffineria Saras di Sarroch, di proprietà della famiglia Moratti. Bruno Montoni invece era un operaio esperto, 52 anni e tre figli; è morto nel tentativo di aiutare il compagno.

E non è bastata la maschera antigas indossata dal terzo operaio, Daniele Melis, 26 anni, prima di tentare a sua volta di soccorrere i suoi colleghi all’interno dell’impianto di desolforazione. Questi i primi scarni fatti che emergono dal resoconto di Mario Salonis, quarto componente della squadra di manutenzione della ditta Comesa, impiegata in lavori di manutenzione ordinaria all’interno dell’impianto. Ora è ricoverato in ospedale, intossicato dal gas.

La guerra del lavoro non conosce crisi né pause. Gli omicidi bianchi fanno notizia solo per un giorno. Parte la solita litania: il “cordoglio” delle autorità che osservano un minuto di silenzio; le parole “accorate”, sempre uguali, dettate da qualche addetto stampa della presidenza della Repubblica; le solite espressioni ipocrite, la “tragica fatalità”, l’“immane tragedia”, “l’impegno comune di tutte le parti”, il “sussulto delle coscienze”. Una parata nauseante.

Chiunque abbia passato anche una sola settimana in un cantiere, una fabbrica, un’officina sa che nei luoghi di lavoro esiste una linea, invisibile ma reale come poche altre; al di qua c’è il lavoratore, la sua salute, il suo salario, la sua sicurezza, i suoi diritti; dall’altra parte c’è il profitto, la produttività, la competitività, la redditività dell’investimento. La lotta per spostare questa linea è incessante, e il padrone la conduce con tutti i mezzi. Si chiamano precarietà, catena degli appalti, destrutturazione dei diritti, attacco al sindacato, esternalizzazioni, lavoro nero; si chiamano insicurezza, paura e ricatto, che troppe volte costringono a subire ciò che non si vorrebbe. Si chiama anche, bisogna pur dirlo, arrendevolezza, che troppe volte in questi lunghi anni di concertazione a perdere ha scambiato diritti e sacrosante rigidità delle tutele nella vana speranza che un giorno sarebbe venuto il momento di ottenerne un ritorno positivo per il lavoro, che non è mai arrivato.

Tanti fra coloro che si stracciano le vesti ad ogni morto, sono tutti i giorni impegnati con zelo feroce a spostare quella linea a nostro svantaggio. Fra questi c’è un governo che manomette il Testo unico sulla sicurezza, riducendo le pene, introducendo le norme salva-manager, depotenziando controlli. Qualcuno, che per motivi ignoti si definisce sindacalista, pensa di dover dialogare con questa gente…

Il Galileo di Bertolt Brecht parla dei contadini dell’Agro romano, piegati da una vita di lavoro: “Vedo la loro divina pazienza. Ma la loro divina furia, dov’è?” Ed è furia quella che deve animare la nostra battaglia. Da ieri purtroppo abbiamo tre ragioni in più condurla fino in fondo.

da Liberazione, 27 maggio 2009

 
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