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| Un grido sale da Pomigliano |
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| Politica Italiana | |||
| Scritto da La redazione | |||
| Venerdì 06 Marzo 2009 09:55 | |||
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Con le lotte si difende il nostro futuro!
Nessuno può permettersi di minimizzare la portata dell’attacco; le
destre stanno sistematicamente occupando tutto il terreno possibile, la
sensazione di accerchiamento è obiettivamente forte, soprattutto perché
apparentemente il governo non paga mai pegno per le sue scelte, neppure
quelle che ricadono direttamente sulle condizioni di vita di milioni di
persone.
Da questa apparenza di invincibilità possono essere tratte due conclusioni errate, che spesso sentiamo ripetere negli ambiti della sinistra. Prima conclusione: il fascismo è alle porte; seconda conclusione: il conflitto non serve e anche quando è giusto e forte non riesce a modificare la situazione. Lasciamo che a rispondere sia un commentatore al di sopra di ogni sospetto. Si tratta di Vittorio Feltri, direttore di Libero. Scrive Feltri in un editoriale del 13 febbraio: “Per fortuna del governo la sinistra è perfino più ridicola della destra e non è in grado di minacciare la scervellata serenità della maggioranza; altrimenti sarebbe una sciagura per il premier. Domenica e lunedì si voterà in Sardegna. Soru perderà. (…) Ma la festa durerà poco. Perché ci aspetta un periodo nero. Altro che dire agli italiani: fiducia fiducia, spendete spendete. Spendete cosa? (…) Se la crisi sarà come la sento sulla pelle, l’attuale esecutivo si troverà contestato per le strade da folle che creeranno un pandemonio picchiando coi cucchiai sui pentolini vuoti.” Dunque Vittorio Feltri, che è uomo di destra, ma non è idiota, prevede per l’Italia uno scenario simile alle rivolte latinoamericane successive alla crisi economica del 1998-99. Crediamo che abbia ragione. Questo non significa che non esista nella società un forte movimento verso destra, un movimento che il governo e i padroni alimentano con tutti gli strumenti a loro disposizione, dalle campagne mediatiche all’uso della forza pubblica, ai provvedimenti di legge. Feltri scriveva il 13 febbraio, giorno della grande manifestazione organizzata dalla Fiom e dalla Funzione pubblica Cgil a Roma. Pochi giorni prima la polizia aveva caricato gli operai della Innse di Milano e quelli della Fiat di Pomigliano d’Arco. Sono poi arrivati i provvedimenti sulle ronde, la legge antisciopero, l’ennesima soffocante campagna mediatica contro gli immigrati. E ancora la polizia che a Bergamo protegge i fascisti di Forza Nuova che sfilano in assetto di guerra mentre gli antifascisti vengono caricati e fermati, le fiaccole da Ku klux klan che percorrono le periferie, il coro assordante che si riversa da giornali e televisioni indicando i nemici della nazione, operai in sciopero e immigrati, maestre elementari e sindacalisti combattivi, centri sociali e “non conformi” di vario genere. Non siamo al fascismo, ma non ci sono dubbi su quale sia il profumo che esala da tutto questo. A quei tanti attivisti e dirigenti della sinistra che passano da una riunione all’altra lamentandosi della scarsa risposta a questa offensiva reazionaria, imputandola più o meno velatamente alla scarsa consapevolezza popolare, vorremmo sottoporre questa semplice constatazione: lo scontro si fa duro, è ora di cominciare a praticarlo con la stessa determinazione dei nostri avversari.
Reagire significa rompere ogni ritualità del conflitto, comprendere che nella situazione economica e sociale creata dalla crisi i lavoratori possono schierarsi con tanta maggiore convinzione quanto più saranno decise le forme di lotta e le piattaforme rivendicative. Negli anni ’30 i fascisti spagnoli avevano uno slogan fin troppo efficace con il quale si appellavano ai contadini e ai poveri: “Cosa ti dà da mangiare la Repubblica?” Oggi il problema è lo stesso: cosa dà da mangiare questa democrazia sempre più formale, ipocrita e marcia, a milioni di persone che rischiano il posto di lavoro, la casa, gli studi, la salute, il futuro? Non serve a niente parlare di diritti, di democrazia e di costituzione se non si spiega che questi diritti servono non a gratificare le carriere dei politici più o meno progressisti, ma sono necessari per condurre la battaglia per la nostra sopravvivenza di fronte a questa crisi devastante. La strada ce la indicano gli operai di Pomigliano d’Arco, della Innse di Milano, e tanti e tanti altri che inevitabilmente imboccheranno come loro la strada della lotta dura e ad oltranza. Questa prospettiva va alimentata con una piattaforma sindacale, economica e politica all’altezza della situazione. Ai salvataggi di Stato per banchieri e bancarottieri dobbiamo contrappore la parola d’ordine strategica della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, degli utenti, del pubblico, di tutte le industrie che chiudono, licenziano, falliscono, inquinano. Ai piani distruttivi del nucleare, della Tav, del Ponte sullo Stretto dobbiamo proporre piani massicci di investimenti in edilizia popolare, recupero del territorio, riconversione produttiva, energetica, trasporto pubblico di massa ed ecocompatibile, istruzione pubblica e gratuita a tutti i livelli, riduzione dell’orario di lavoro e salario per tutti coloro che il lavoro l’hanno perso in questi mesi. Siamo ormai definitivamente in una nuova fase, ogni discrepanza fra parole e fatti viene crudamente messa a nudo e punita. Rifondazione comunista ha un futuro solo se comprende fino in fondo questa nuova realtà.
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