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Sistema in crisi, governo marcio PDF Stampa E-mail
Politica Italiana
Scritto da FalceMartello   
Mercoledì 17 Marzo 2010 08:47

Facciamo come in Grecia!

Difendiamo salari, diritti, occupazione

Gli occhi della borghesia di tutta Europa sono sulla Grecia. Il paese è sull’orlo di una catastrofe economica che potrebbe trascinare con sé tutta l’Unione europea. Il governo Berlusconi rassicura bonariamente i mercati e i risparmiatori, spiegando che “siamo stati toccati dalla crisi molto meno di tanti altri paesi” e quindi non ci sarebbe nulla da preoccuparsi. 

La vita quotidiana di tanti lavoratori e delle loro famiglie dice tutto il contrario, come confermano anche le statistiche.

In Italia ci sono oltre due milioni di disoccupati ufficiali, nel 2009 il Prodotto interno lordo è calato del 5,1%, mentre la produzione industriale e le esportazioni sono crollate del 20%. Sono le cifre peggiori dal 1971, avverte l’Istat, e non sono tanto dissimili da quelle di Atene, ma nemmeno molto diverse da quelle di Spagna, Portogallo o Irlanda, gli anelli più deboli dell’Unione.

Se i lavoratori ci perdono, c’è sempre chi guadagna dal massacro sociale. I “Paperoni” nel mondo,  coloro che possiedono un patrimonio superiore al miliardo di dollari, sono aumentati in un anno di oltre il 20%: da 793 a 1001. E tutti insieme posseggono una fortuna di 3.600 miliardi (quasi il doppio del Pil italiano), il 30% in più dell’anno precedente (da Forbes, 11 marzo 2010).

Chi perde e chi vince


La crisi per il capitalismo è quindi l’occasione per avviare un gigantesco trasferimento di risorse, sempre a favore di lor signori, sottratte al lavoro dipendente.

Nelle pagine centrali di questo mensile analizziamo le ragioni di fondo dell’attuale crisi nell’Ue, quello che ci preme sottolineare in questo editoriale è che l’attacco sferrato in Grecia dal governo socialista, con il pieno sostegno dei banchieri e della borghesia di tutta Europa, non rappresenta una provocazione isolata. La Bce lo ha annunciato già a tutti i governi: preparatevi a una “exit strategy”, cioè a ridurre i deficit di bilancio provocati dalla crisi, e seguite l’esempio di Papandreu. È la prova generale di un offensiva che, se risultasse vincente, il padronato non tarderà a esportare in tutta Europa.

Nel frattempo, il capitalismo italiano non è stato certo con le mani in mano. Ha iniziato 15 mesi fa con l’accordo separato del gennaio 2009, ed ora opera col disegno di legge 1.167 e sempre di concerto col governo, una vera e propria controrivoluzione per quanto riguarda i diritti dei lavoratori, simboleggiata dall’arbitrato fra le parti che sostituisce l’articolo 18. Subito (e come dubitarne!) Cisl e Uil si sono affrettate a dare il proprio consenso a questo colpo di mano impegnandosi a sottoscrivere un accordo sull’arbitrato con la controparte. La Cgil è costretta in un angolo, incapace di reagire all’offensiva dell’avversario di classe e delle altre due confederazioni, in grado solo di opporre uno sciopero di quattro ore  già convocato, per tutt’altre ragioni,  a cui frettolosamente ha aggiunto la parola  d’ordine della difesa dell’articolo 18. L’afasia di Epifani è confermata dall’assenza di una qualunque strategia dopo il 12 marzo su come contrastare i provvedimenti governativi.

Nulla di meglio ha saputo fare l’opposizione parlamentare. Per l’ennesima volta, su un provvedimento del governo, Pd ed Idv non hanno portato avanti una vera opposizione, che avrebbe potuto bloccare il provvedimento per lungo tempo, limitandosi a una logica emendataria, surclassata facilmente dal governo Berlusconi.

Ma le provocazioni del governo non si fermano qui: appena la Commissione Lavoro della Camera approva un emendamento che estende la Cassa integrazione da 12 a 18 mesi, il ministro Sacconi subito la blocca, giustificandola con parole beffarde se non insultanti: “è una norma inutile perché proteggiamo già i lavoratori ben più di 18 mesi.”

Crediamo che questi attacchi ai diritti dei lavoratori siano totalmente collegati agli attacchi ai diritti democratici. Non passa giorno infatti senza che assistiamo ad un loro restringimento. I più colpiti sono soprattutto i più deboli: i lavoratori immigrati. Dopo la repressione spietata della rivolta di Rosarno, un vero e proprio stato di polizia si impone ad interi quartieri delle metropoli italiane, come nel caso di Via Padova a Milano. La magistratura (il “baluardo della democrazia”) non manca di fare la propria parte a difesa dell’ordine costituito. Con una sentenza vergognosa la Corte di Cassazione stabilisce che i clandestini saranno espulsi anche se hanno figli a scuola. “L’esigenza di garantire la tutela delle frontiere – proclama la Suprema Corte – prevale sul diritto allo studio dei bambini.” Ricordiamocene, quando ci propineranno l’ennesima raccolta di fondi pro Unicef in qualche show televisivo…

E il Pd che fa? Chiede, nelle parole di Livia Turco, “un intervento giuridico ad hoc per mettere ordine su una materia decisamente ambigua” (il Manifesto, 12 marzo 2010).

Tuttavia l’arroganza e la tracotanza del padronato italiano e del governo delle destre non sono più esclusivamente l’espressione di una sicurezza nei propri mezzi. In questi ultimi mesi sembrano più la reazione dello spaccone che, nel mezzo di una grande confusione mentale ostenta una sicurezza sempre più di facciata, per nascondere l’incertezza rispetto al futuro.

Il marciume del sistema


Gli scandali che hanno riempito le pagine dei giornali, da Fastweb-Telecom a quello della Protezione Civile, per citare gli ultimi in ordine cronologico, hanno dimensioni che non avrebbero sfigurato ai tempi di Tangentopoli. Allora, una borghesia in crisi, chiese aiuto alla magistratura per risolvere un problema di legittimità e di propria rappresentanza politica. Oggi non possiamo sapere quale sarà l’esito di queste inchieste, e non è affatto certo che produrranno un cambiamento di fase come vent’anni fa, anche perché la classe dominante non dispone di un piano come allora per approdare a cambiamenti istituzionali e della propria rappresentanza politica. Ma certamente, oggi come ieri, la crisi della società italiana si caratterizza per le divisioni sempre più aperte all’interno della classe dominante a tutti i livelli, dall’apparato dello stato (e la magistratura ne è un caso eclatante), fino alla compagine governativa.

A riguardo il caso della mancata presentazione delle liste del Pdl e dei suoi candidati alla presidenza delle regioni Lazio e Campania, è emblematico: è infatti l’espressione di una lotta all’interno del centrodestra per l’egemonia di questo schieramento. La borghesia italiana guarda con preoccupazione ai provvedimenti ad personam del presidente del consiglio e vorrebbe limitarne la portata, ma si trova di fronte al solito dilemma: esiste un’alternativa di governo a Berlusconi per la borghesia italiana? Ad oggi, per la disperazione di Bersani e del think-tank legato a la Repubblica, la risposta continua ad essere negativa. Non perché il Pd e i suoi alleati non siano considerati dei tutori affidabili degli interessi padronali, ma per l’instabilità cronica che il centrosinistra si porta dietro (è ancora fresco il ricordo dell’Unione).

Il padronato italiano continuerà a sostenere o quantomeno a sopportare il Cavaliere la cui crisi di consensi, che sembra aumentare nei sondaggi, non farà che accrescere il ricorso a provvedimenti autoritari e al restringimento degli spazi democratici. Ciò a sua volta svilupperà una risposta contraria da parte di settori crescenti di lavoratori e di giovani in cui i comunisti devono intervenire, comprendendo allo stesso tempo cosa può fare avanzare realmente le mobilitazioni e cosa le può fare impantanare.

Il ritorno dell’Unione?


La sindrome ricorrente dell’unità di tutte le opposizioni contro Berlusconi ritorna periodicamente a riproporsi e, vista la polarizzazione crescente della campagna elettorale, acquisterà sempre più forza.

I segnali in questa direzione sono molti.

Il congresso dell’Italia dei Valori ha fatto tramontare qualunque ipotesi, caldeggiata soprattutto dalla direzione del Prc, che Di Pietro potesse ergersi come forza aggregativa di uno schieramento a sinistra del Pd. In questo congresso la “sinistra”, se mai ce n’era stata una, è stata totalmente emarginata. De Magistris, da più parti indicato come alternativa a Di Pietro, è stato sbeffeggiato dal padre-padrone del partito. La candidatura di De Luca in Campania è stata accettata per acclamazione, così come ogni proposta avanzata dal Tonino nazionale. L’orizzonte è stato chiarito: l’IdV sarà un alleato affidabile per il Partito democratico e Di Pietro non esclude affatto di aderire al Pd. Se lo facesse, sarebbe chiaramente per ereditarne la leadership e quindi tale svolta non è a breve. Tuttavia si chiarisce definitivamente la natura dell’Italia dei Valori: non è affatto un partito di sinistra, ma un movimento che vede il movimento operaio come una massa di manovra per la realizzazione dell’ipotesi giustizialista tanto cara al suo leader. Un ipotesi, quella dell’aumento dei poteri alla magistratura, che attraverso la paralisi dell’azione delle masse, spinte ad attendere messianicamente le sentenze del giudice illuminato di turno, porta inevitabilmente al rafforzamento dello status quo e dell’ordine capitalista, di cui la magistratura è uno dei puntelli fondamentali.

La campagna elettorale conferma il segno moderato nel quale si collocavano già le candidature del centrosinistra. In tutta la campagna elettorale del centrosinistra l’enfasi è sulla legalità costituzionale, sui trucchi di Berlusconi, sul decreto salvaliste. Nulla sulla crisi occupazionale, sulle centinaia di aziende che chiudono, sullo smantellamento sistematico dello stato sociale. Forse perché su questi argomenti Pd e Pdl hanno le stesse proposte? Noi crediamo di sì.

Il compagno Ferrero, invece, chiede che si affianchino le tematiche sociali all’emergenza democratica. Sarebbe interessante rivolgere ad Emma Bonino un paio di domande sulla controriforma dei diritti dei lavoratori. Probabilmente sarebbe deluso dalle risposte della candidata radicale, con cui la Federazione della Sinistra ha concluso un accordo tecnico elettorale, volto chiaramente a “battere le destre”.

Di fronte alle nefandezze di Berlusconi e ad una sua ventilata uscita di scena (ma quante volte ci siamo sentiti dire che il cavaliere aveva i giorni contati?), nello schieramento del centrosinistra si ritorna a respirare l’aria di una nuova Unione. In questa riproposizione di una coalizione che ha portato a molte sciagure, non ultima la cancellazione di ogni forza di sinistra dal parlamento per la prima volta in oltre 120 anni, il Prc avrebbe un carattere puramente ornamentale. Non porterebbe  voti, avrebbe ancora meno potere contrattuale rispetto al 2006, sarebbe offuscato dalla figura di Vendola, molto più visibile dal punto di vista “narrativo” rispetto a Paolo Ferrero.

Eppure tutto ciò non sembra sfiorare il segretario del nostro partito, che nella manifestazione di Piazza del Popolo del 13 marzo scorso ha proposto che “al di là delle differenze, alle prossime elezioni politiche si vada tutti assieme per battere Berlusconi.”

Dopo il 29 marzo


Questa proposta infelice, che rappresenta l’ennesima sconfessione dell’ultimo congresso del Prc,  non è affatto un errore di percorso. Tutta la strategia del Prc in questi mesi è  stata alla rincorsa del Partito democratico, su tutti i terreni. Su tredici regioni che vanno alle urne, la Federazione della sinistra ha stretto accordi programmatici o tecnico elettorali in dieci di esse. La ragione addotta per questi accordi poche volte è stata politica, ma perlopiù guidata dalla disperata necessità di garantire la sopravvivenza economica del partito, conquistando un consigliere regionale o un assessore. Dove ci siamo presentati in maniera alternativa, come in Campania, in Lombardia e nelle Marche, ciò è avvenuto perché Bersani e soci ci hanno tenuto fuori dalle alleanze. Ed anche in queste tre regioni, come non vedere come la campagna elettorale che tanti compagni stanno portando avanti con coraggio, contro tutto e contro tutti, può essere pesantemente pregiudicata dalla linea politica generale?

La riflessione che vogliamo condividere con i compagni del partito è di fondo. Il futuro del Prc non è a rischio se non si eleggono uno o più consiglieri regionali, ma se da parte dei nostri referenti naturali, quei lavoratori e giovani in prima linea nelle lotte non veniamo visti come i riferimenti privilegiati rispetto alle due coalizioni borghesi. In quante delle vertenze aperte nel paese, e sono centinaia, il Prc è considerato come il partito a cui rivolgersi? Crediamo molto poche, nonostante, e questa è la nostra grande potenzialità, i militanti di Rifondazione siano presenti in tutte i conflitti principali del paese.

Quanto gli attivisti sindacali che sono stati in prima linea per difendere una posizione di rottura con le pratiche concertative dei vertici della Cgil hanno visto il Prc come punto di riferimento? Per nulla, visto che da parte dell’ultimo Cpn del partito si è scelto di non scegliere tra le due mozioni. Così facendo i militanti comunisti che hanno appoggiato il secondo documento sono stati lasciati soli di fronte agli attacchi ed alle manovre burocratiche della maggioranza che sostiene Epifani.

È necessario quindi un cambiamento netto di linea e di gruppo dirigente ed è a questo obiettivo che lavoreremo dopo il 29 marzo, qualunque sia il risultato della lista della Federazione, che comunque ci auguriamo positivo e per il quale ci impegneremo.

L’esigenza di un cambiamento di strategia ci viene imposto anche dalle sfide che abbiamo di fronte. Se la borghesia di tutta Europa considera la Grecia come una prova generale, anche tanti lavoratori guardano alle mobilitazioni enormi della classe operaia greca come un esempio. Il timore della classe dominate è che i lavoratori in Grecia possano vincere e che vengano imitati da settori sempre più ampi in Italia come in Francia, in Spagna come in Germania.

Noi lavoreremo perché questo timore diventi vero e proprio terrore, perché solo attraverso l’entrata in scena della classe operaia sarà possibile fermare gli attacchi furibondi ai salari, alle pensioni ed all’occupazione e spazzare via quell’aria nauseabonda di razzismo, oscurantismo e reazione che da troppo tempo infesta il paese.

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