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| Politica Italiana | |||
| Scritto da la Redazione | |||
| Martedì 20 Ottobre 2009 06:00 | |||
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L'editoriale del nuovo numero di FalceMartello L’autunno italiano si apre all’insegna della crisi. Una crisi sia politica che economica. Malgrado infatti giornali e Tv si impegnino a spiegarci che la recessione è ormai dietro alle spalle, i lavoratori italiani e le loro famiglie faticano ad accorgersene. E non solo l’esperienza viva delle masse, ma anche le cifre sono lì a dimostrarlo. Quasi 180mila posti di lavoro sono stati persi dall’inizio dell’anno, mentre entro la metà del 2010 sono in pericolo altri 300mila lavoratori. Secondo la Commissione europea in Italia ci sono 3 milioni di poveri mentre un altro 20% della popolazione è a rischio. Questi dati non sembrano toccare il governo delle destre, che dall’inizio della crisi non ha previsto nuovi ammortizzatori sociali a licenziati e precari, ed ha aumentato le possibilità per i ricchi di diventare ancora più ricchi. Ogni giorno che passa aumentano i decreti-vergogna: il clamoroso condono garantito ai grandi evasori, il famigerato “scudo fiscale”, i tagli alla scuola e alla sanità, i miliardi spesi nelle missioni di guerra come quella in Afghanistan, lo sfascio del territorio e delle infrastrutture che causano o amplificano tragedie come quelle dell’Abruzzo o di Messina per compiacere palazzinari e speculatori. La crisi è però anche politica ed istituzionale. Berlusconi per tutelare i propri interessi (e quelli di lor signori) non ha esitato ad assumere pratiche sempre più autoritarie, aprendo un conflitto con tutta una serie di settori dello Stato: Presidenza della repubblica, Corte costituzionale, Magistratura. Un capitolo importante di questo scontro lo ha visto sconfitto. Il Lodo Alfano, con il quale il premier si voleva ergere al di sopra delle leggi, garantendosi la sostanziale impunità, è stato bocciato. La bocciatura di uno dei provvedimenti simbolo di questo governo è un fatto importante, ma è sufficiente per affermare che la fine del “Caimano” è vicina?
Come comunisti lavoriamo a questa soluzione senza tregua, allo stesso tempo dobbiamo anche stare attenti a non scambiare i nostri desideri con la realtà. In parlamento Pdl e Lega godono di una solida maggioranza, il Pd e l’Udc hanno ribadito che di crisi di governo non ne vogliono nemmeno sentire parlare. La nuova “speranza della sinistra”, Gianfranco Fini, lavora per succedere a Berlusconi come leader nel Pdl, e non a spaccare il partito. Confindustria e Banca d’Italia hanno puntualizzato che questo governo deve continuare a lavorare. I poteri forti non vogliono affatto la crisi di governo, preferirebbero che Berlusconi continuasse nell’attacco forsennato alle condizioni di vita dei lavoratori, gradirebbero solo poterlo tenere maggiormente sotto controllo. Non basta purtroppo una sentenza della Corte costituzionale per far cadere Berlusconi. Ricordiamo le due occasioni in cui Berlusconi è stato messo in difficoltà nella sua carriera politica: nel 1994, quando il suo primo esecutivo cadde sotto la pressione di un movimento imponente contro il taglio delle pensioni, e nel 2001-2004, quando l’Italia è stata attraversata da mobilitazioni senza precedenti negli ultimi vent’anni (Articolo 18, guerra in Iraq, ecc.) che hanno portato poi alla vittoria elettorale dell’Unione nel 2006. È stato sempre il conflitto, quindi, che ha ridotto il consenso popolare attorno a Berlusconi (e al berlusconismo). L’opposizione che abbiamo oggi in parlamento è preparata a lavorare ad un’ipotesi del genere? Assolutamente No. Dal punto di vista parlamentare, quando Pd ed Udc salvano il governo sullo scudo fiscale permettendo a decine di loro parlamentari di disertare l’aula. E dal punto di vista ideologico, quando il Partito democratico mette sullo stesso piano padroni e lavoratori, mentre riguardo alla vertenza più importante attualmente in campo, quella dei metalmemeccanici, Bersani si esprime così: “Sui metalmeccanici tutti dovrebbero fare uno sforzo per riprendere il dialogo. Il conflitto non serve.” Lo vogliamo dire chiaramente: il Partito democratico, qualunque sia il candidato che prevarrà alle primarie, rappresenta un ostacolo serio alla ripresa di una nuova fase di mobilitazioni. Per questo sono particolarmente pericolose le posizioni del compagno Ferrero quando propone che vada da Rifondazione all’Udc passando per i democratici, oppure quando si rende disponibile ad una nuova stagione di alleanze nelle regioni in cui si andrà al voto nel marzo prossimo.
Il ruolo dei comunisti è quello di fare da sponda a queste mobilitazioni, svolgendo un ruolo importante per unificarle e coordinarle e fare emergere le posizioni ed i programmi più avanzati. Essere l’avanguardia dell’opposizione reale, quella sviluppata nelle lotte e nel conflitto, l’unica che può cambiare realmente i rapporti di forza: questo è il compito del Prc e di tutti coloro che non ne possono più di questo sistema.
14 ottobre 2009
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