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| Riforme istituzionali - Più diritti a chi comanda, il bavaglio a chi non ci sta |
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| Politica Italiana | |||
| Scritto da Sonia Previato | |||
| Lunedì 18 Gennaio 2010 05:20 | |||
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“Stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla”, così esordisce il ministro Brunetta su Libero per inaugurare il nuovo anno e il dialogo sulle riforme costituzionali. Il ministro è stato redarguito anche dai suoi accoliti, ma pensare che sia solo folklore è chiaramente superficiale. Democrazia e lavoro sono ampiamente sotto scacco, non abbiamo bisogno della benedizione di Brunetta. Le battute della Lega che sentiamo ormai da più di vent’anni sono entrate nel lessico popolare e soprattutto sono legge dello Stato. Certamente la più grave riguarda la legge sull’immigrazione dove si stabilisce il reato di clandestinità che, come dice Angelo Panebianco, in seguito ai fatti di Rosarno, non può essere considerata anticostituzionale in quanto sarebbe come se la Costituzione negasse allo Stato la prerogativa del controllo territoriale (Corriere della Sera, 8 gennaio 2009). La verità è che queste dichiarazioni si inseriscono in un quadro nel quale l’impianto legislativo sia a livello nazionale che a livello locale è andato molto avanti nella negazione di elementari diritti democratici; alcune sono minacce come quella di censurare internet per evitare le aggressioni a Berlusconi, ma molto è già realtà.
Elenchiamo alcuni di questi diritti negati. Divieto di affissione e distribuzione di materiali cartacei senza previa autorizzazione della pubblica amministrazione: questa disposizione ha peggiorato la legge di epoca fascista secondo la quale tutte le pubblicazioni devono essere registrate presso il tribunale; oggi in molti territori la legge fascista non è sufficiente a tutelare il cittadino da pubblicazioni “sgradevoli”. Il comune di Milano ha approvato tale dispositivo con la scusa di ridurre… i volantini pubblicitari. Divieto di manifestazione nelle principali vie del centro delle città italiane, norma a tutela dei Beni culturali. Secondo alcuni accordi protocollati nelle principali città da sindaci, prefetti e parti sociali, addirittura è prevista la responsabilità individuale degli organizzatori in relazione a danneggiamenti occorsi nelle manifestazioni stesse. Recente novità della Gelmini: divieto di libera iscrizione a scuola per i figli di immigrati, massimo 30% per classe, con tanto di classi di inserimento; per la verità in alcune scuole comunali anche di centrosinistra la direttiva è già in atto. Un’infinità di leggi locali che vietano musica, assembramenti, consumazione di alcolici nelle pubbliche vie… le serate di alcune cittadine italiane non devono essere molto diverse da certi villaggi talebani. Se in una di queste serate capiti nelle mani sbagliate, rischi di finire come Stefano Cucchi o Federico Aldrovandi, morti di botte per mano delle “forze dell’ordine”. Certo, non tutte queste norme vengono applicate con rigore, ma esistono e discrezionalmente possono essere fatte valere.
Il conflitto sociale è trattato per questa ragione come un problema di ordine pubblico: pene esemplari a chi dissente, colpirne uno per educarne cento. Succede agli studenti che, per protestare simbolicamente contro il copyright, hanno fatto cento fotocopie senza pagare, sono finiti in galera. Lo stesso avviene con i lavoratori di Eutelia che occupano il loro posto di lavoro per difenderlo e si son visti aggredire coi cani dalle bande fasciste guidate dal loro ex-padrone. Lo stesso per tutti quei lavoratori a cui sono stati recapitati gli avvisi di garanzia perchè protestano, bloccano le strade, presidiano i loro luoghi di lavoro. Una lavoratrice di Avellino che lavorava presso una multinazionale indiana ha vinto una causa di reintegro e per tutta risposta è stata trasferita dalla società nella sede della casa madre a… Nuova Delhi. L’Unione industriali non ha nulla da obiettare, ovviamente: è la legge. È il benessere a non esistere, almeno per la maggioranza della popolazione e in questa situazione si impone una giustizia e una legislazione alla rovescia: tanti diritti per chi comanda, pochi o nessuno per chi è comandato.
Mentre si negano diritti ai più, le minoranze che governano tutelano sempre più esclusivamente se stesse e gli interessi delle classi dominanti: è una vera e propria svolta autoritaria, nella quale cresce la distanza fra la politica nelle istituzioni e la realtà sociale vissuta da milioni di persone e alla quale non c’è alcun argine da parte della cosiddetta opposizione del centrosinistra. Il cosiddetto dibattito sulle riforme istituzionali rappresenta un ulteriore restringimento degli spazi democratici. Quando nel 2008 per la prima volta nella storia della Repubblica nessun socialista o comunista si è seduto in Parlamento, la classe dominante ha festeggiato molto. Non abbiamo dubbi che desideri mantenere questo bel risultato. Gia nella finanziaria è stato approvata una riduzione del 20% del numero dei consiglieri nei comuni. Con la scusa del taglio dei costi della politica, si riduce lo spazio della rappresentanza.
Innanzitutto basta poco per spingere tutte le forze politiche all’unità nazionale, lo abbiamo visto con l’esplodere della crisi economica, con il terremoto in Abruzzo e persino con l’attentato natalizio a Berlusconi: prevale sempre la logica del tutti uniti davanti al pericolo, qualsiasi esso sia. Il dibattito sulle riforme istituzionali ne è un’ulteriore riprova. Nemmeno la gravità della vicenda giudiziaria del premier rompe questa unità, tanto che, anche nell’ipotesi in cui saltasse Berlusconi, questa spinta, autoritaria e insieme parassitaria non verrebbe meno, anzi.
La rottura di quegli equilibri arrivò all’epoca per via rivoluzionaria, il movimento operaio subì la grave sconfitta della Grande guerra e reagì sconfessando i capi venduti e ricostituendo le sue organizzazioni. La furia degli immigrati di Rosarno ci segnala anche oggi, senza grandi possibilità di errore, che mediazioni non sono davvero possibili.
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