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Referendum del 21 giugno: tutti al mare! PDF Stampa E-mail
Politica Italiana
Scritto da Roberto Sarti   
Martedì 16 Giugno 2009 15:57

Il 21 giugno saremo chiamati alle urne per l’ennesimo referendum sul sistema elettorale. Dalla fine della Democrazia cristiana ad oggi, uno dei pallini della borghesia italiana e dei propri quotidiani di riferimento, da Repubblica al Corriere della Sera, è sempre stato quello di garantire la governabilità del sistema politico italiano.

E così dal 1994 in poi abbiamo visto tutto un fiorire di consultazioni referendarie, bicamerali, comitati, proposte di nuove leggi elettorali, tutte lautamente finanziate dai poteri forti e ognuna volta in una sola direzione: garantire una maggioranza in parlamento a chi vinceva le elezioni, anche se non si otteneva la maggioranza in termini di voti.

Il referendum truffa

La volontà dei promotori dei tre quesiti al voto il 21 giugno è ancora più estremista: si garantisce il premio di maggioranza alla lista, e non più alla coalizione vincente come avviene attualmente. Ciò significa che un partito che prende il 30% dei voti (ma anche meno) e arriva primo, anche con un voto solo in più rispetto alle altre, si aggiudica il 54% dei seggi nelle due Camere. Inoltre, il quorum per eleggere un rappresentante al Senato viene elevato all 8%.

Questa legge ha un precedente in Italia ed il paragone non è azzardato: la legge Acerbo del 1923, che assegnava alla lista vincente i due terzi dei seggi in Parlamento e che consentì a Mussolini di assicurarsi una solida maggioranza parlamentare. Popolari e liberali assicurarono ai tempi il loro voto a favore.

Secondo i promotori del referendum tutto ciò servirebbe a semplificare il sistema politico italiano. La realtà è che questa nuova legge elettorale espropria il diritto (già gravemente menomato dal sistema in vigore) di scegliere i propri rappresentanti. Tende all’eliminazione dei partiti che stanno alle ali estreme, sia di destra che di sinistra, ed alla creazione di due grandi raggruppamenti, promuovendo l’aggregazione intorno ai due maggiori partiti esistenti: Pd e Pdl.

Non deve sorprendere quindi che il comitato promotore del referendum sia stato composto in perfetto stile bipartisan. Al suo interno troviamo infatti, oltre all’immancabile Mariotto Segni, sia importanti esponenti della destra (da Alemanno ad Alfano, da Brunetta a Miccichè passando per la Prestigiacomo) sia del Pd (Antonio Bassolino, la Bresso, Cacciari, Chiamparino, Giorgio Tonini).

Questa condivisione di intenti è stata confermata dalle dichiarazioni di voto: in un primo momento sia Franceschini che Fini e Berlusconi avevano dato la loro adesione al referendum. Se oggi il Cavaliere dice che non andrà a votare è solo per ragioni tattiche: risaldare l’Alleanza con la Lega per il secondo turno delle amministrative. Ciò non significa che Berlusconi abbia rinunciato ai suoi progetti ultramaggioritari riguardo il sistema elettorale. Se ne tornerà ad occupare alla prima occasione favorevole.

L’interesse del Pd ad eliminare ogni concorrente, dell’Italia dei Valori a Rifondazione comunista, è fin troppo evidente e l’avevamo già notato con l’introduzione della soglia di sbarramento al 4% per le elezioni europee. Ci sono stati, per la verità, alcuni malumori all’interno del Pd per la scelta di Franceschini, D’Alema e Bersani alla fine però voteranno sì, per “velocizzare la riforma elettorale in parlamento”.

Questo è il volto reale dell’opposizione portata avanti dal Partito democratico: si sbandiera il pericolo autoritario rappresentato dal Cavaliere, e poi gli si spiana la strada votando sì al referendum. Perché è piuttosto chiaro che una modifica della legge elettorale siffatta oggi favorirebbe i progetti del Presidente del consiglio, abbastanza certo, oggi, di ottenere la maggioranza relativa dei voti in caso di elezioni politiche anticipate.

La svolta autoritaria

Il referendum del 21 giugno cade a pennello per Berlusconi: vincendo il sì, si depotenzierebbe notevolmente la Lega, ed anche un alleato in molte amministrazioni locali come l’Udc.

Investito del consenso popolare prima nelle elezioni del 6-7 giugno e poi nel referendum, il Cavaliere cercherà di passare all’offensiva su altri terreni, nel suo classico stile populista, per depotenziare il potere di controllo del parlamento nei suoi confronti. Questo è il senso della proposta che Berlusconi sta avanzando in queste settimane di diminuire il numero dei parlamentari. Una proposta in astratto giusta, ma che nelle sue mani assume un carattere del tutto reazionario. Infatti Berlusconi vorrebbe presentare una legge di iniziativa popolare per limitare il numero di deputati e senatori: un appello diretto al popolo nella più tipica maniera bonapartista e populista, che trova un'altra conferma nella frase pronunciata davanti all’assemblea di Confindustria, ricevendo l’applauso dei presenti  Il Presidente del consiglio non ha alcun potere, tutti i poteri ce li ha il Parlamento che però è pletorico .

In questo caso Berlusconi tenta l’affondo in un campo dove sa di poter mietere consensi. Il parlamento è sicuramente una delle istituzioni più impopolari di questo paese. I suoi meccanismi a dir poco farraginosi, i compensi ed i privilegi al di fuori di ogni controllo ai parlamentari, nonché la sostanziale impunità goduta da questi ultimi, sono tutte questioni reali. Tanti credono che i deputati siano “tutti uguali”, ed anche i dirigenti del nostro partito, quando sono stati in Parlamento, non sono stati certo visti come alternativi alla “casta”.

L’“antiparlamentarismo” di Berlusconi, tuttavia, è funzionale all’attacco che vuole portare avanti ai diritti democratici, a quelli sul lavoro, ai servizi sociali. Vuole avere mano libera, non tanto per quella che è l’opposizione oggi (il Pd non è né sarà un serio pericolo per il Cavaliere) ma per quello che potrebbe costruirsi domani, quando le politiche reazionarie della destra e della borghesia riveleranno agli occhi di milioni di lavoratori tutta la loro pericolosità.

Imponendo quorum di sbarramento così alti, insieme alla diminuzione drastica del numero degli eletti, cerca di rendere più difficile il fatto che le lotte presenti, e soprattutto future, possano avere voce in parlamento. Ciò non significa che la legge elettorale attuale, il “porcellum” di Calderoli, sia l’ideale. Ma almeno consente maggiori margini di manovra ai comunisti e alla sinistra.

Questa svolta autoritaria deve quindi essere fermata. Non crediamo però che lo si possa fare tramite un appello a “tutte le forze democratiche” ma legando l’attacco ai diritti democratici a quello ai diritti sociali. Chiarendo che è la lotta di classe, l’entrata sulla scena politica attiva di milioni di lavoratori, che potrà dare una svolta alla situazione. Così si capirà chi può essere il riferimento dei comunisti: la classe operaia e non il Partito democratico o l’Italia dei Valori.

 
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