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| Psichiatrizzazione del conflitto e attacchi alla 180 |
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| Politica Italiana | |||
| Scritto da Marta Becco | |||
| Martedì 19 Maggio 2009 14:23 | |||
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Nel contesto della nuova ondata di repressione autoritaria che sta investendo tutti gli ambiti della società non possiamo non considerare gli attacchi alla legge 180 (Basaglia) portati avanti dal governo e per nulla contrastati dalla sinistra italiana. Sotto gli occhi abbiamo alcune proposte di legge: una al senato firmata Carrara e Colli, l’altra alla camera, primo firmatario Ciccioli, la terza sempre alla camera su proposta Guzzanti. In comune hanno il prolungamento ad libitum del cosiddetto TSO (trattamento sanitario obbligatorio), con la formulazione del nuovo TSOP (permanente), e la richiesta di molti posti letto in più per la salute mentale. Posti letto che il sistema pubblico non potrà garantire e che giustificheranno quindi l’ingresso in gioco dei privati. Ciò che osserviamo sempre più chiaramente negli ultimi anni è un preoccupante fenomeno di psichiatrizzazione del disagio mentale. Nell’ultima edizione del DSM, manuale diagnostico correntemente in uso dalla psichiatria italiana, le categorie diagnostiche sono ben 370, il 25 per cento in più rispetto alla precedente edizione: si parte dalle sintomatologie psicotiche vere e proprie per arrivare alle tossicodipendenze, alla depressione e all’ansia, ai vissuti di stress legati a situazioni lavorative (mobbing e bossing) e familiari. Ne consegue un allargamento di dimensioni imponenti del bacino di utenza dei servizi di salute mentale, con particolare riguardo ai settori più sfruttati ed marginalizzati della società, nonché ai soggetti individuati come potenzialmente portatori di conflitto. Tutto ciò in concomitanza con un quadro di tagli alle spese per la sanità contrassegnato dalla tendenza alla privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi psichiatrici. La psichiatria dunque da ruolo di servizio nell’ambito del sistema sanitario pubblico diventa sostanzialmente strumento repressivo nelle mani della borghesia: limita in modo drastico i diritti dei cittadini riducendo il problema del disagio psichico ad una questione di contenzione farmacologica e di ordine pubblico. Lo strumento diagnosi psichiatrica diventa in questo senso abusato e strumentalizzato a fini repressivi. Quello che viene leso è il diritto fondamentale del malato psichiatrico alla guarigione: si parla infatti sempre più spesso di “mantenimento” e di cronicità, dove mantenimento per intenderci è relativo ad una situazione di disagio e sofferenza, non certo di benessere. L’etichetta di “cronico” contraddice il carattere fondamentalmente dinamico del disagio psichico, la cui guarigione dovrebbe realizzarsi nella progressiva reintegrazione sociale e lavorativa del paziente. In questo senso è fondamentale una presa di coscienza e conseguente responsabilizzazione degli utenti del servizio di salute mentale: su esempio della lotta per l’emancipazione femminile, o di quella per i diritti dei neri o degli omosessuali, anche gli utenti psichiatrici devono necessariamente lottare per la difesa del loro diritto (quel diritto che la psichiatria reazionaria tende a togliere ed elargire a propria discrezione) di tornare ad essere parte attiva e produttiva della società, liberandosi dallo stigma della malattia e dalla discriminazione sociale. Non dimentichiamo che prima della promulgazione della legge Basaglia importanti forme di lotta avevano interessato diversi manicomi d’Italia, tra cui il più grande, quello di Collegno (To) fu teatro del primo sciopero unitario dei degenti e lavoratori di un manicomio per il diritto al salario e a condizioni igienico sanitarie migliori. Sempre nel 68 A Colorno (Pr) la contestazione studentesca raggiunse l’ospedale psichiatrico e confluì in un’occupazione che durò ben 35 giorni, durante i quali i malati arrivarono all’autogestione della struttura attraverso assemblee organizzate, apertura delle porte dell’ospedale, dismissione dei malati in buona salute, possibilità di uscire durante la giornata per svolgere attività lavorative normalmente retribuite. Abbiamo delle testimonianze significative in proposito che attestano come quei 35 giorni furono gli unici della storia del manicomio di Colorno in cui “non si suicidò nessuno e nessuno fu picchiato”. Nel 71 a Gorizia ci fu un altro imponente sciopero dei degenti dell’ospedale psichiatrico che si ribellarono all’utilizzo del lavoro coatto (spesso i degenti erano utilizzati per lavori di pulizia all’interno delle strutture) e riuscirono ad ottenere il riconoscimento di un salario, passando così dallo status di internati a quello di lavoratori. Ogni procedimento di cura si fonda innanzitutto su una scelta ed in secondo luogo sul possesso di tale procedimento da parte del paziente: gli operatori dei servizi devono dunque lavorare in direzione della libertà, non della paura che inibisce ogni possibilità di cambiamento. Una guarigione collettiva dunque, propedeutica ad una guarigione della società stessa. All’inizio degli anni 80, per la prima volta nel mondo, la Fiat usò la cassa integrazione come “ammortizzatore” sociale, cosicché per anni vi furono più di cinquantamila cassaintegrati in tutta la provincia di Torino. La d.ssa Marisa Leti, occupata a quel tempo presso l’ospedale psichiatrico di Collegno, in collaborazione con l’associazione lotta contro le malattie mentali e le confederazioni sindacali, condusse uno studio su “cassa integrazione e disagio psichico”, riportando 150 casi di suicidio tra i cassaintegrati e numerosi casi di disagio psichico tra i familiari. Tra i più colpiti dal disagio risultarono essere coloro che avevano investito molto sul sindacato, per cui l’allontanamento dalla fabbrica era più doloroso (numerosissimi i suicidi tra i delegati di fabbrica). Nel 1999, durante il congresso nazionale della società italiana di psichiatria è stata presentata la relazione su “ deprivazione da lavoro e disagio psichico” nella quale si analizzavano gli effetti devastanti sulla psiche derivanti dalla cassa integrazione e da fenomeni di bossing e mobbing. Lo sviluppo di questa vera e propria patologia sociale a partire dagli anni ottanta, fa pensare che il capitalismo si sia organizzato attraverso strategie mobbizzanti per far fronte alle necessità di ridurre i costi aziendali. La privatizzazione crescente, i tagli agli organici, la precarizzazione del mondo del lavoro stanno facendo esplodere il fenomeno in termini allarmanti, tanto che un milione e mezzo di italiani ne sono interessati in prima persona e con essi quattro milioni di familiari. L’obiettivo di ridurre al minimo gli organici ha diffuso la cultura dell’insicurezza e della paura, all’interno della quale la violenza psicologica cresce rigogliosa. Inoltre la flessibilità come sappiamo sta portando a preoccupanti fenomeni di de sindacalizzazione, e quanto più il sindacato è debole o inesistente tanto più facilmente si verificano casi di violenza morale, non solo dall’alto verso il basso (mobbing verticale) ma anche tra colleghi di pari grado (orizzontale). Nel caso del cosiddetto bossing l’azienda mette in atto delle strategie persecutorie, che tendono a far si che siano gli stessi lavoratori a volersi dimettere per le umiliazioni e demoralizzazioni che sono costretti a subire evitando in questo modo il licenziamento che creerebbe una conflittualità sindacale. In questo caso l’azienda realizza intenzionalmente tutte le possibili situazioni che facilitano tale obiettivo: trasferimenti, cambiamenti continui di mansioni (soprattutto nocive ed inferiori) deresponsabilizzazioni o isolamento, ordini contraddittori. E’ la strategia aziendale che la famiglia Riva, per citare un esempio, ha messo in atto sin dall’acquisto dell’Ilva, nel marzo 1995, consistente nell’interrompere le relazioni con le controparti, ignorando le istituzioni, non rispettando gli accordi presi, pianificando il terrorismo psicologico sul posto di lavoro,costringendo i lavoratori a subire ricatti pesantissimi: cancellazione del sindacato, non adesione agli scioperi, lavori non in sicurezza, tanto che l’Ilva ha il primato europeo di morti e incidenti sul lavoro. Il disagio psicologico che si va allargando è spesso legato alla perdita del ruolo di lavoratore, in quanto il lavoro è fondamentale fonte di realizzazione ed è elemento di integrazione e socializzazione. Viene a mancare la possibilità di proiettarsi nel futuro, che è elemento di “salute” nell’esistenza di tutti. C’è perdita di autostima e insorge il senso di colpa. Ne consegue una crisi a livello relazionale e sociale. Un reddito sufficiente, la sicurezza di tale reddito, la possibilità di migliorarlo ulteriormente, sono fattori di salute mentale molto importanti. Sosteniamo dunque la lotta per la difesa della legge 180 (Basaglia) contro i tentativi di reintroduzione di pratiche coercitive nella cura del disagio mentale, l’incremento delle dotazioni organiche destinate ai dipartimenti di salute mentale pubblici e dei finanziamenti rivolti ai progetti di inclusione socio-lavorativa delle persone disabili. Lotta alle interferenze della chiesa e dei privati nella cura, alla precarizzazione del lavoro di infermieri, educatori ed operatori sociali, alle forme di lavoro coatto e di sfruttamento della manodopera dei disabili psichiatrici. Feroci attacchi vengono oggi mossi ad una legge che già di per se presenta una serie di lacune. Innanzitutto dei 1000000 degenti dei manicomi, progressivamente chiusi in seguito alla riforma Basaglia, ne restano ricoverati in reparti psichiatrici 150000. Gli altri? Solo i più fortunati rientrarono nelle famiglie-sole ed impreparate- o vennero inseriti nelle prime -rare- comunità terapeutiche. La maggior parte di loro fu abbandonata al suo destino e finì ad ingrossare le fila dei senza tetto. L’imperativo della legge 180 è uno solo ed è fondamentalmente anche la pietra dello scandalo, malgrado la correttezza dello spirito che lo anima: il malato mentale non è un criminale, non deve scontare una pena, non ha un conto aperto con la società. Può perciò essere ricoverato solo se lo vuole, se presta consenso. Certo, il presupposto della 180 è che il malato mentale si renda conto di esserlo e qui evidentemente cominciano i problemi e si spiana la strada agli abusi. Certo, abbandonare una situazione di reclusione di fatto è stata una conquista, ma l’alternativa non c’è stata. E’ mancato il sostegno alle famiglie, sole impreparate e gravate da spese enormi, è mancata la creazione su larga scala di istituti di tipo residenziale che accolgano pazienti bisognosi di interventi di media e lunga durata. I posti letto riservati agli psichiatrici negli ospedali generali sono limitati e la guerra per accaparrarseli scoraggerebbe anche chi fosse già prostrato da una vita trascorsa con uno schizofrenico violento in casa. Occorre dunque non solo difendere la legge 180 dagli assalti del governo, ma anche intervenire sulla situazione che tale legge ha creato: si impone una riforma urgentissima, un’opera di riorganizzazione e razionalizzazione e una maggior attenzione alla politica della famiglia.
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